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Intervista ad Alberto Prina, del Festival di Fotografia Etica

Alberto Prina coordina con Aldo Mendichi il Festival di Fotografia Etica di Lodi, evento interessante organizzato dal 2010 dal Gruppo Fotografico Progetto Immagine alle porte di Milano. Le molte proposte che ogni anno ospita attirano un numero sempre maggiore di visitatori. Lo abbiamo incontrato per porgli qualche domanda.

Ci racconti dal principio l’avventura del Festival. Come è nata l’idea? E perché?

Nasce otto anni fa e come tutte le cose improvvisate e del tutto casuali. Ci parlano di un festival interessante in Francia, vicino alla Spagna, e allora io e Aldo Mendichi andiamo a vedere Visa pour l’Image e niente, folgorati sulla via del rientro diciamo “dobbiamo provare a fare qualcosa del genere” e quella è stata la focalizzazione di tutto. In realtà c’è un articolo di circa 15 anni fa in cui dico in un’intervista che mi piacerebbe e che sarebbe bello, Lodi è una città e adesso dopo qualche anno possiamo dire che sicuramente l’obiettivo è raggiunto. E da lì in poi si è sempre evoluto.

Come è cambiato nel corso degli anni?

Sempre qualcosa in più, mai fermi. Parte la prima edizione con le mostre delle ONG, quindi il nome Festival della Fotografia Etica prende origine da quando la fotografia serve a comunicare dei contenuti, delle attività di un alto valore etico come possono essere gli interventi umanitari e via dicendo. La prima edizione è da subito fortunata, parte con nomi straordinari (Robert Knott (?), Francesco Zizzola) e da lì in poi le mostre delle ONG diventano uno degli spazi di cui è composto il festival.

Come è strutturata l’edizione di quest’anno? Ci sveli in dettaglio ospiti ed eventi più importanti

Gli ospiti sono praticamente tutti i fotografi, ognuno è un evento importante per noi perché è un momento particolare in cui gli dedichiamo massima attenzione. Quest’anno in particolare raddoppiamo tutte le visite guidate. Per noi non c’è un’inaugurazione del festival, non c’è un momento di inaugurazione delle singole mostre, abbiamo aperto alle 9.30 di sabato mattina, l’8 Ottobre. Da lì in poi sono partite le visite guidate e vengono raddoppiate perché crediamo che dare voce alle mostre e alle foto sia un elemento estremamente importante e il ritorno, il riscontro che abbiamo avuto dalle edizioni precedenti è tale da suggerirci aumentare di aumentare, di raddoppiare il numero delle visite guidate. Non abbiamo apportato nulla di nuovo strutturalmente rispetto alle edizioni precedenti. C’è uno spazio tematico che quest’anno si chiama “Le vite degli altri” ed è dedicato a quei luoghi, per la loro posizione geografica, quelle culture, quelle storie o quegli ambienti in cui le persone vivono che creano delle fortissime condizioni e le caratterizzano in modo incredibile. Quindi le vite degli altri sono vite molto differenti dalle nostre però proprio per questo, in modo molto eterogeneo, le quattro storie sono completamenti differenti, sia per luogo, sia per argomento, sia per stile e cifra stilistica con cui il fotografo interpreta i luoghi. Si passa dal Ku Klux Klan alle banlieue francesi, ben note per quello che sta succedendo adesso, con “Suburbia”,da ”Days of night” in estrema Siberia dove la temperatura raggiunge facilmente i -40° gradi, al centro America con le popolazioni indigene degli indiani d’America fotografate dal fotografo del National Geographic Aaron Huey.

Lo Spazio Approfondimento è intimo, di analisi interiore, affronta sempre tematiche molto difficili e si avvicina molto alla sofferenza della singola persona. Quest’anno abbiamo Nancy Borowick con “A Life in Death”: la storia, raccontata dal fotografo che è la figlia, di suo padre e di sua madre appunto, che si ammalano e muoiono entrambi della malattia del secolo.

“Uno sguardo sul mondo”: ogni edizione scegliamo quegli avvenimenti, quei fatti non di cronaca, ma di storia, oppure diciamo di movimenti molto importanti, uno su tutti il lavoro di Woods e Galimberti “The Heavens”, la problematica enorme dei paradisi fiscali. Dopodiché abbiamo un lavoro proprio di attualità, da questo punto di vista molto importante, che è “Political Theatre” di Mark Peterson che lavora sul discorso delle elezioni americane, proprio contemporanee; Andrè Liohn con il Brasile prima e dopo le Olimpiadi e invece un lavoro, “Where the Children Sleep” di Magnus Wennman, con un modo diverso di leggere e interpretare le grandi migrazioni di questo momento. Poi abbiamo altri due spazi: come dicevamo, lo spazio ONG dedicato quest’anno a Survival International, Greenpeace e Unicef Libano con tre lavori molto molto differenti anche qua come cifra stilistica, che raccontano delle realtà, delle situazioni estreme per ognuna delle zone in cui intervengono le ONG. Infine lo spazio World.Report Award |Documenting Humanity, composto da quattro sezioni particolari, un concorso internazionale che quest’anno ha avuto il pregio di vantare nella giuria Francis Kohn, presidente del World Press Photo (penultima edizione). I vincitori poi li trovi, sono quattro lavori molto eterogenei, siamo veramente contenti delle scelte perché c’è veramente una qualità ai massimi livelli dei concorsi internazionali e contemporaneamente una partecipazione veramente molto grande (i numeri li trovi sul sito ma credo che abbiamo superato i mille lavori presentati).

Infine una particolarità di uno spazio che c’è solo quest’anno: lo spazio Premio Voglino. Ospitiamo i due vincitori di questo concorso, dedicato ad Alessandro Voglino che è scomparso due anni fa, e portato avanti dal Festival Photo Frame di Salsomaggiore. Quest’anno il Festival non poteva esserci e allora ci ha passato idealmente questa fiaccola, la portiamo e la teniamo viva e accesa noi ospitando sia i vincitori del premio dell’anno scorso sia le letture portfolio in cui saranno decretati i due nuovi vincitori dell’edizione 2016 del Premio Voglino. Sperando e augurando loro l’anno prossimo la possibilità di essere ben presenti e di ospitare, restituiremo il premio Voglino al suo luogo originale. Ecco, la cosa molto importante e molto bella secondo noi è questo fatto di darsi una mano tra festival, come ti dicevo l’altro giorno sicuramente è una chiave di volta fondamentale. Non è una corsa da soli, pensiamo che sia una corsa a staffetta.

Che filosofia ruota intorno alla vostra idea? E perché un festival etico?
Diciamo che lo spazio ONG è stato l’elemento fondamentale che ha dato proprio le origini per parlare di un Festival della Fotografia Etica. Dopodiché è una fotografia sicuramente molto attenta all’umanità, a tutto ciò che è umano e alle relazioni tra le persone, e quindi con dei risvolti profondamente etici da questo punto di vista. Una “fotografa etica” chiaramente non è una definizione perfetta, come non può essere definita con esattezza l’etica; è un modo di procedere e di selezionare lavori, è una filosofia alla base, è un complesso di elementi che tendono a rendere un po’ particolare questo Festival della Fotografia Etica.

Chi sono i collaboratori che lavorano con lei dietro le quinte? Come si fa a collaborare al festival?

In realtà siamo un team, tutto nasce da un’associazione culturale e fotografica che è il Gruppo Fotografico Progetto Immagine. Io ne sono il fondatore 25 anni fa e all’interno di questa associazione c’è tutto il mondo delle persone che lavorano insieme a noi e che collaborano. La cosa particolare è che sono tutti volontari, nel senso che non è un’associazione no profit: è proprio puro volontariato. A questo giro importante di persone che vengono dall’associazione se ne aggiunge un altro, più largo e più esteso, che chiamiamo Amici del Festival: quest’anno superiamo le 300 persone che ci danno una mano. Sono cittadini di Lodi, sono persone comuni. Quest’anno c’è stata anche una risposta straordinaria anche da città vicine come Modena o Milano. Abbiamo fatto una chiamata generale e hanno risposto veramente tante persone, complessivamente 300 appunto, che ci danno una mano a portare avanti questo Festival che dura ben 4 weekend, non solo espositivi ma ricchi allo stesso modo di incontri, dibattiti, letture, visite guidate: un programma veramente molto ricco e quindi senza questo grande sforzo di volontariato, senza questa motivazione che sta dietro al Festival, sarebbe stato impossibile realizzarlo, specialmente con i contributi pubblici.

Se potesse avere una bacchetta magica, cambierebbe qualcosa o vorrebbe qualcosa in più?

Diciamo che una bacchetta magica la consumerei a forza di utilizzarla. La nostra filosofia è cambiare sempre qualcosa, vorremmo aggiungere sempre qualcosa in più quindi diciamo che la bacchetta magica è un po’ nel nostro codice genetico. Noi abbiamo un obiettivo: people, people, people. Vogliamo portare queste storie, questi racconti, a quante più persone è possibile. Questo è quello che vorremmo sempre di più.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’organizzare un evento del genere?

Di difficoltà ovviamente ce ne sono tantissime. Diciamo che la difficoltà principale è quella che tutti noi possiamo vivere adesso, in questo momento, in una situazione generale molto molto difficile che naviga contro tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che è diverso, tutto ciò che spicca. Le istituzioni e le leggi davvero molto spesso livellano il più possibile, come se fosse una forma di comunismo senza essere definito comunismo, e quindi nei momenti in cui hai delle idee nuove c’è sempre qualcuno che deve dire: “no, non è possibile, c’è una legge che non lo permette, non è possibile perché se no lo dovrebbero fare tutti”. Quindi è una definizione veramente semplice, ma le condizioni al contorno di dove si opera sono le principali difficoltà. Tutto il resto si risolve e anche semplicemente il tempo aiuta, col tempo piano piano si risolve anche quello.

Ci sveli un aneddoto divertente, se le viene in mente.

No, non me ne vengono in mente, però una battuta: “appendile tu le dida se ci riesci”. C’è uno scatto che ho fatto in uno dei giorni in cui siamo andati il giorno dopo e c’erano tutte le nostre belle dida appese in modo preciso e perfetto che si erano disposte casualmente, cadendo e disponendosi in modo estremamente artistico. E quindi questo è un aneddoto divertente: tutto sommato, come dire, lavori in una direzione e non è detto che questa funzioni.

(Foto di Peter Van Agtmael)

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale

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