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		<title>Festival Fotografico Europeo 2026, un viaggio nelle &#8220;Geografie umane&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 15:12:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Busto Arsizio, Castellanza, Legnano, Olgiate Olona, Cairate (Varese) e il terminal 2 dell&#8217;Aeroporto di Malpensa sono i luoghi coinvolti nel Festival Fotografico Europeo, evento diffuso giunto alla sua XIV edizione e organizzato dall’Archivio Fotografico Italiano con il patrocinio della Commissione Europea e delle Amministrazioni Comunali, sotto la direzione artistica di Claudio Argentiero. L’iniziativa, che durerà fino al 26 aprile, è stata possibile grazie alla collaborazione di numerosi partner culturali e istituzionali, tra cui Fujifilm Italia – che ha prodotto la mostra di Monika Bulaj, Istituto Polacco Roma, l’Istituto Superiore “Giovanni Falcone” di Gallarate, la Rivista Africa, Martin Parr Foundation, Travel Tales Award, oltre a gallerie e realtà private come Galleria Boragno, Albè &#38; Associati – Studio Legale, Spazio Immagine, Andreella Photo, VareseNews, Materia Spazio Libero. Media partner è la rivista &#8220;Il Fotografo&#8221;. Geografie Umane è il tema di quest&#8217;anno, e si snoda come un racconto dei luoghi compiuto ponendo l&#8217;attenzione alle persone che li abitano, li attraversano e li custodiscono. È una mappa aperta, senza confini rigidi, costruita da presenze e assenze, memorie e trasformazioni. La fotografia d’autore si fa linguaggio plurale: testimonianza, relazione profonda con lo spazio, visione intima e poetica. Le immagini non si limitano a descrivere, ma interrogano e suggeriscono, rivelando legami invisibili tra individui, territori e identità. Ne emerge una geografia emotiva e culturale, in cui l’esperienza umana diventa segno, luce e racconto, offrendo al visitatore uno spazio di ascolto, emozione e riflessione. Il Festival promuove la fotografia d’autore e il linguaggio visivo contemporaneo attraverso un articolato programma di mostre, conferenze, proiezioni, presentazioni di libri e percorsi formativi, mettendo in dialogo fotografia storica, moderna e contemporanea. Il progetto favorisce l’incontro tra autori affermati ed emergenti, italiani e internazionali, e si propone come spazio di confronto aperto a professionisti, studiosi, studenti e appassionati. Pensato come un laboratorio culturale aperto al dialogo europeo, il Festival utilizza la fotografia come strumento di relazione e riflessione, capace di interpretare linguaggi e sensibilità diverse, rafforzando il ruolo della cultura come motore di inclusione, partecipazione e crescita collettiva. Oltre alla mostra tributo a Martin Parr, ospitata a Palazzo Marliano Cicogna a Busto Arsizio, citiamo tra le tante quella storica &#8220;Trame di eleganza nella moda d&#8217;epoca&#8221;, che raduna al Museo del Tessile di Busto immagini dei primi anni del Novecento; la personale di Gabriele Maria Pagnini &#8220;Ritratti di un&#8217;epoca 1970-2000&#8221; all&#8217;Aeroporto di Malpensa (dal 9 aprile al 31 maggio); quella di Monika Bulaj a Palazzo Leone da Perego, Legnano, dal titolo &#8220;The borderlands of Europe&#8221;; e da non perdere la retrospettiva che celebra il lavoro del grande Francesco Cito, &#8220;L&#8217;archivio svelato. Scatti inediti di un fotoreporter&#8221; a Villa Pomini, Castellanza, fino al 19 aprile. Impossibile citarle tutte, tra personali e collettive per i visitatori ci sarà solo l&#8217;imbarazzo della scelta e l&#8217;impegno di non perderle. Tra i tanti autori, segnaliamo anche Paolo Patruno, Emanuela Colombo, Giorgio Bianchi, gli studenti del IV anno dell&#8217;IS Giovanni Falcone di Gallarate, Marco Martelli, Lorenzo Scoglio, Luca Bonacini, Matteo Engolli, Emanuele Carpenzano, Emil Gataullin, Alain Schroeder, Elisabetta Rosso e molti altri Per maggiori informazioni:  www.europhotofestival.com &#160;</p>
<p>L'articolo <a href="https://eyesopen.it/festival-fotografico-europeo-2026-un-viaggio-nelle-geografie-umane/">Festival Fotografico Europeo 2026, un viaggio nelle &#8220;Geografie umane&#8221;</a> proviene da <a href="https://eyesopen.it">EyesOpen!</a>.</p>
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		<title>Francesco Jodice, Racconti di boschi, di fabbriche e di persone</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:07:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; . Testo di Fabrizio Bonfanti Qualche giorno fa sono stato invitato nello studio milanese di Francesco Jodice per assistere alla presentazione del suo ultimo libro: “Racconti di boschi, di fabbriche e di persone”, pubblicato da Cimorelli Editore. Erano presenti Anna Zegna (della Fondazione Zegna che ospita la mostra relativa) e anche alcuni ragazzi della scuola di Trivero che Jodice ha coinvolto. Ho quindi avuto la fortuna di poter vedere gli spazi dove l’autore lavora alle sue opere: lo studio dalle pareti bianche ospita tantissimi libri e diverse stampe di grande formato di immagini provenienti dai vari progetti ai quali Jodice si è dedicato, oltre ai suoi strumenti di lavoro: la stampante con la quale produce le sue stampe e, prima, le prove di stampa con indicazione circa le correzioni da fa fare. Il progetto, frutto di una committenza artistica che gli ha lasciato molta libertà di espressione, ruota attorno all’area del Biellese dove, nella prima metà del Novecento, Ermenegildo Zegna aveva impiantato la sua tessitura e aveva deciso di dedicarsi a opere di sostegno della comunità e del territorio, come il rimboschimento della zona con oltre 500.000 alberi. L’oasi Zegna ora fa parte del FAI ed è tutelata per la sua bellezza e il suo valore naturalistico. Il progetto di Francesco Jodice, inaugurato nel 2025, si colloca a quasi 20 anni dal lavoro che il padre Mimmo condusse nel 2008 sul medesimo territorio, per ritrarre i paesaggi dell’Oasi e gli interni del Lanificio Ermenegildo Zegna. Si realizza così un dispositivo narrativo che di nuovo restituisce essenza, memoria e identità del luogo: due sguardi diversi che attraversano lo stesso luogo che, come loro, esiste nella continuità, come senso di naturale evoluzione. Il volume è il punto di arrivo di un’indagine, confluita anche in una mostra aperta fino al 26 aprile a Casa Zegna, che l’autore ha svolto ritraendo il paesaggio, la fabbrica e la comunità. Quest’ultima rappresentata dai ragazzi della scuola di Trivero che vengono da lui ritratti con lo stile tipico della foto di classe (progetto al quale l’autore lavora da oltre vent’anni), mentre le immagini che rappresentano la fabbrica sono caratterizzate dall’assenza della figura umana. Gli alunni sono stati coinvolti anche attivamente nel progetto: è stato chiesto loro di realizzare delle opere personali a partire delle immagini di Jodice. Si tratta quindi di un lavoro organico dove convergono diversi linguaggi che rafforzano l’identità del territorio. Emerge un ritratto coeso della comunità, del paesaggio naturale e antropizzato che risultano inscindibili e necessari per il racconto che volge lo sguardo al futuro e alle nuove generazioni. La mostra Aperta tutte le domeniche fino al 26 aprile 2026 Orari: 14.30 – 18.30 Ingresso: intero €7 &#124; ridotto €5 Aperture straordinarie: 21 marzo e 25 aprile 2026 Casa Zegna – Via Marconi, 23 – Trivero Valdilana (Biella) tel. +39 015.7591463 casazegna@fondazionezegna.org &#160; Note biografiche Francesco Jodice è nato a Napoli nel 1967. Vive a Milano. La sua ricerca artistica indaga i mutamenti del paesaggio sociale contemporaneo, con particolare attenzione ai fenomeni di antropologia urbana e alla produzione di nuovi processi di partecipazione. I suoi progetti mirano alla costruzione di un terreno comune tra arte e geopolitica, proponendo la pratica artistica come poetica civile. Insegna al Biennio di Arti Visive e Studi Curatoriali e al Master in Photography and Visual Design presso NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e alla Scuola Holden di Torino. È stato tra i fondatori dei collettivi Multiplicity e Zapruder. Ha partecipato a grandi mostre collettive come Documenta, la Biennale di Venezia, la Biennale di Sao Paulo, la Triennale dell’ICP di New York, e ha esposto al Castello di Rivoli, alla Tate Modern di Londra e al Prado di Madrid. Tra i suoi progetti principali ci sono l’atlante fotografico What We Want, l’archivio di pedinamenti urbani The Secret Traces e la trilogia di film sulle nuove forme di urbanesimo Citytellers. I suoi lavori più recenti – Atlante, American Recordings e Sunset Boulevard – esplorano il futuro dell’Occidente. Esposizioni Personali (selezione): 2019, Weird Tales / Strane Storie, Castello di Postignano; 2019, Il Cordaro Nero e la vendetta del Gavi, Fondazione La Raia, Forte di Gavi; 2018, Nuova Terraferma, Palazzo Grillo, Genova; 2017, São Paulo Citytellers, Tehran Museum of Contemporary Art, Tehran;2017 Nobody Told Me, Podbielski Contemporary GmbH, Germania; 2017 The Citytellers, Teatrino di Palazzo Grassi, Venezia; 2017 Hard, Galerìa Marta Cervera, Madrid; 2017 Panorama, Fotomuseum Winterthur, Winterthur; 2016 Cabaret Voltaire, Gazelli Art House, London; 2016 Panorama, CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Torino; 2015 American Recordings, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino; Weird Tales, Galleria Michela Rizzo-Palazzo Fortuny, Venezia; Cronache, Galleria Umberto Di Marino, Napoli; 2013 La notte del Drive In: Milano spara, ex fabbrica Alfa Romeo, Milano; 2013 Francesco Jodice, Podbielski contemporary, Berlino; 2012 Citytellers, messa in onda, Cinema Giorgione, Venezia; Umea – Spectaculum Spectatoris, Bildmuseet, Umea, Svezia; Francesco Jodice, Galleria Michela Rizzo, Venezia; Prado – Spectaculum Spectatoris, QAGOMA – Queensland Art Gallery, Brisbane; 2011 Babel, Museum of Contemporary Art, Zagabria; Spectaculum Spectatoris, Museo Nacional del Prado, Madrid; I Have Seen this Place Before, ARTRA art gallery, Milano; Citytellers. Film, Photographs, Scripts, Galerìa Marta Cervera, Madrid; 2010 Fotografie dal progetto Citytellers, Galleria Umberto Di Marino, Napoli; Citytellers, Museo Madre, Napoli; Citytellers, MAMbo, Bologna; 2009 I can see your house from here, Museion at the Eurac Tower, Bolzano; 2008 The Chaos Theory, Galerìa Marta Cervera, Madrid; Film retrospective_Fair Play, Kunsthalle, Lugano; 2007 Secret Traces 1997-2007, Tinglado2, Tarragona; Gabriele Basilico / Francesco Jodice, VM21artecontemporanea, Roma; 2006 São Paulo_Citytellers, Rete Globo/TV Cultura, Brasile; Ghost in the Shell, Canal+ Europe, Spagna; Agent provocateur, Galleria Umberto Di Marino, Napoli; Rear Window, Canal+ Spain, Madrid; 2004 Private Investigations, Galerie MudimaDue, Berlino; 2003 What We Want, Galerìa Marta Cervera, Madrid; The Crandell Case, Photo &#38; Contemporary, Torino; The Random Viewer, Galleria Spazio Erasmus, Milano. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;</p>
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		<title>Portfolio &#8211; Misia Bottaro, Il Tratto</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 12:42:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EyesOpen! Magazine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo progetto indaga, con profondità di pensiero, la scena artistica romana contemporanea, consegnandocela attraverso dodici ritratti realizzati negli studi di altrettanti giovani protagonisti di quel mondo. Ogni immagine coglie l’artista, figura emergente della produzione locale, nel suo spazio operativo, trattando l&#8217;atelier non come semplice sfondo contenitore del soggetto, ma come prolungamento della sua pratica creativa: tele in lavorazione, schizzi accumulati, strumenti sparsi sono elementi fondamentali nella composizione che li colloca al centro. Attraverso pose statiche, emerge il processo – stratificazioni di materia, appunti visivi, silenzi carichi – delineando una mappatura intima e quanto più accurata possibile del fare artistico della Capitale. Note biografiche Misia Bottaro (Roma, 2004) è laureanda in Fotografia e Audiovisivo presso la RUFA – Rome University of Fine Arts. Attualmente sta svolgendo attività di ricerca e studio presso la Film School di Łódź, approfondendo il linguaggio audiovisivo. La sua ricerca si sviluppa attraverso progetti a lungo termine, spesso di natura intima e simbolica, in cui il corpo, il mito, la memoria e il rapporto con l’altro diventano luoghi di indagine. Il suo lavoro si muove tra fotografia e narrazione visiva, con un’attenzione particolare ai processi di trasformazione, alla traccia e alla costruzione dell’identità. &#160;</p>
<p>L'articolo <a href="https://eyesopen.it/portfolio-misia-bottaro-il-tratto-2/">Portfolio &#8211; Misia Bottaro, Il Tratto</a> proviene da <a href="https://eyesopen.it">EyesOpen!</a>.</p>
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		<title>Zone di confusione, l&#8217;identità biculturale italo-svizzera in un contest</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 16:53:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con piacere segnaliamo il progetto fotografico “Zone di Confusione”, filo conduttore di un’iniziativa culturale dedicata alla riflessione sul tema dell’identità biculturale, in particolar modo tra Italia e Svizzera, attraverso il linguaggio della fotografia contemporanea. L&#8217;iniziativa nasce da due associazioni di giovani italo-svizzeri ed è senza scopo di lucro. Si pone l’obiettivo di indagare affinità, divergenze, armonie e tensioni, contaminazioni reciproche attraverso, appunto, le zone di contatto tra due culture, mettendo in dialogo esperienze di appartenenza multipla, confini geografici e simbolici, processi di trasformazione sociale e culturale. Attraverso una call rivolta ad artiste e artisti legati direttamente o indirettamente ai due contesti culturali, una giuria selezionerà i lavori più significativi, che confluiranno in una mostra fotografica collettiva. L’esposizione sarà realizzata in collaborazione con la Società Svizzera di Milano, con il patrocinio del Consolato Generale di Svizzera a Milano, della Biennale di Fotografia Femminile e del Municipio 1 del Comune di Milano. Le opere scelte sapranno raccontare la complessità dell’identità nel dialogo tra due culture, per costruire un racconto visivo che riesce rispecchiare le molteplici sfumature dell’appartenenza culturale di una zona di confine, intesa non solo come insieme di tradizioni, ma anche come costruzione dinamica e reattiva a una società che si trasforma. I lavori selezionati entreranno a far parte di una mostra fotografica, realizzata in collaborazione con la Società Svizzera di Milano e con il sostegno del Consolato Generale di Svizzera a Milano. Tale esposizione si configura come uno spazio di dialogo aperto, in cui lo sguardo fotografico diventa veicolo di narrazione e comprensione, contribuendo a delineare nuove consapevolezze sul concetto di identità culturale, che non sempre è fissa e ben definita ma può conservare un’anima fluida e dai confini in continua evoluzione. Il concetto di confine è da intendersi come uno dei perni fondanti dell’intero percorso di indagine. Possiamo pensarlo da un punto di vista geografico, politico, ma soprattutto come costrutto simbolico e culturale capace di generare appartenenza e al tempo stesso esclusione. Il confine diventa così un luogo di tensione e di possibilità, di separazione e di scambio, di chiusura e di apertura. È un margine in cui si manifestano in modo evidente le differenze, ma anche le similitudini, le contaminazioni, le zone grigie in cui le identità si sovrappongono, si sfumano e si trasformano. Per partecipare: https://unionegiovanisvizzeri.org/eventi/</p>
<p>L'articolo <a href="https://eyesopen.it/zone-di-confusione-lidentita-biculturale-italo-svizzera-in-un-contest/">Zone di confusione, l&#8217;identità biculturale italo-svizzera in un contest</a> proviene da <a href="https://eyesopen.it">EyesOpen!</a>.</p>
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		<title>Hibiki, viaggio a sud del pianeta Giappone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Silbe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 18:08:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>. Tra le svariate iniziative di valore di Istituto Italiano di Fotografia, Milano, che spende molte energie per la formazione dei suoi studenti, c&#8217;è la pubblicazione di un libro che sembra un cahier d&#8217;art per l&#8217;accuratezza e il gusto con il quale è stato confezionato. Si intitola Hibiki, parola giapponese che in italiano significa Risonanza, e riunisce i lavori di Alice Re, Matteo Colella e Alvise Crovato. I tre autori, che in questa scuola si sono formati e hanno vinto una borsa di studio, hanno scelto di indagare una parte di mondo ciascuno con il suo stile, per costruire una narrazione univoca piena di incanto. Il risultato è un raro equilibrio di visioni e confronti, dove gli elementi naturali, le tradizioni, i dettagli e i gesti della vita quotidiana delle comunità si combinano alla perfezione. Il volume, che si compone di 192 pagine, è stato pubblicato da Corsiero Editore lo corso novembre. La sinossi recita così: &#8220;Nel cuore dell’isola di Kyushu, nella quieta città di Ukiha, il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso. Lontano dalla frenesia delle metropoli, qui la vita quotidiana custodisce un equilibrio raro, fatto di gesti antichi, ascolto e profondo rispetto per la natura. L’acqua, elemento vitale, simbolo di purezza e rigenerazione, attraversa questi paesaggi e ne guida il respiro, influenzando il lavoro degli artigiani e il modo stesso di abitare il territorio. Qui la fotografia è più di un linguaggio: diventa un atto di relazione. Hibiki racconta ciò che accade quando tre sguardi diversi imparano a percepire lo stesso respiro, entrando in dialogo con una comunità e con la propria interiorità. Le immagini nascono lentamente, da un processo di ascolto reciproco fatto di incontri, sospensioni, scambi e meraviglia. Il nostro fare fotografia assume un ritmo più lento: nasce per custodire la cura degli artigiani, la dedizione con cui i maestri (Sensei) tramandano il sapere in continua evoluzione tra tradizione e contemporaneità. Le 192 pagine del volume compongono un racconto corale che alterna ritratti, ambienti e dettagli, restituendo la delicatezza delle storie che abitano questi luoghi. Le immagini non solo documentano: ascoltano, si lasciano attraversare e custodiscono quel legame invisibile che unisce persone, gesti e paesaggi. Hibiki invita il lettore a rallentare e a lasciarsi guidare dalla risonanza, addentrandosi nei volti e nei luoghi significa intraprendere un viaggio inatteso, in cui le storie incontrate diventano un dono per chi sa osservare. È un viaggio visivo in cui emerge il legame intimo tra l’uomo e la natura, che conduce all’introspezione e apre a quella sottile armonia capace di unire persone, culture e tempi diversi&#8221;. Note biografiche Alice Re è una narratrice visiva che vive e lavora a Milano. Diplomata nel 2023 presso l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, dà vita a fotografie e immagini in movimento esplorando i concetti di legame, memoria collettiva e la relazione uomo-ambiente. La sua pratica si distingue per un approccio poetico e l’uso frequente di media diversi. Ha esposto in mostre nazionali e internazionali. Alvise Crovato nasce a Milano nel 1977. Inizia a fotografare a sedici anni, avvicinandosi al paesaggio e alla caccia fotografica in quanto volontario presso la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli), esperienza che durerà due anni. Dopo un lungo stop fotografico con alcune brevi parentesi, riprende a fotografare con continuità dal 2007, abbracciando la pratica e il linguaggio del digitale. La fotografia è diventata negli anni lo strumento che gli ha permesso di approfondire creativamente gli studi geografici, portandolo in diverse zone del mondo, tra cui molti paesi africani, l’India, gli Stati Uniti e, ultimamente, il Giappone. Dal 2019 è il fotografo di Campsirago Residenza &#8211; centro di ricerca e produzione di arti performative in natura e teatro per l’infanzia – presso cui la dinamica uomo-ambiente viene approfondita e ulteriormente sviluppata. Ha collaborato e collabora con agenzie di comunicazione, organizzazioni non governative in Italia e all’estero (AMREF, Soleterre), centri di produzione e compagnie teatrali. La conoscenza degli ambienti naturali maturata durante gli studi accademici, insieme alla sempre maggiore attenzione verso chi l’ambiente lo anima e trasforma, animali compresi, hanno condotto la sua fotografia verso un’indagine visiva per cui soggetto e ambiente diventano tutt’uno in reciproco rapporto. Matteo Colella è nato a Roma. Laureato in Legge, di recente ha intrapreso a Milano, un percorso legato alla fotografia. Lega lo studio della luce nella pittura alla fotografia, interessandosi del ritratto fino al Surrealismo. “Cerco l’Anima nei Volti, nel silenzio di qualcuno”. Attivista nei diritti umani, ad oggi fotografo di moda, di ritratto e di ricerca.</p>
<p>L'articolo <a href="https://eyesopen.it/hikibi-viaggio-a-sud-del-pianeta-giappone/">Hibiki, viaggio a sud del pianeta Giappone</a> proviene da <a href="https://eyesopen.it">EyesOpen!</a>.</p>
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		<title>Marco Pesaresi, un docufilm per celebrarlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Silbe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 18:52:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Barbara Silbe]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema Arlecchino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pesaresi ci ha lasciati il 22 dicembre 2001, come è noto aveva solo 37 anni. Come è altrettanto noto, le circostanze della morte furono tragiche: un salto con l&#8217;auto nel porto della sua Rimini, quasi che volesse riconsegnare al mare il suo sguardo e tutto ciò che lo affliggeva. Come ogni fotografo complesso e sensibile, Marco usava la fotocamera come una potente torcia per fare luce sul mondo che lo circondava e, a distanza di un quarto di secolo, le sue immagini continuano a restituirci storie, emozioni e frammenti di realtà con la stessa forza di allora. A ricordarle l&#8217;autore e l&#8217;uomo che si celava dietro quell&#8217;obiettivo, per farlo vivere eternamente, c&#8217;è anche un docufilm dal titolo &#8220;Il granchio nudo. La storia di Marco Pesaresi&#8221;, che dopo il successo ottenuto a Rimini verrà presentato al cinema Arlecchino di Milano il prossimo 16 febbraio. Ci fa piacere segnalarlo perché si tratta di una piccolissima produzione indipendente che non dispone di una distribuzione ufficiale e che consente di conoscere più a fondo una figura così importante del panorama della fotografia italiana di qualità. Come ci ha confessato Michela Fragomeni, autrice e produttrice esecutiva della pellicola, &#8220;Nonostante il valore della sua opera, Pesaresi è purtroppo ancora poco noto al pubblico milanese, se si esclude una ristretta cerchia di esperti di fotografia. Il nostro desiderio più profondo è quello di portare la sua arte oltre i confini in cui è rimasta confinata finora, perché siamo convinti che la sua eredità umana e artistica lo meriti ampiamente. La proiezione all’Arlecchino rappresenta per noi un’occasione unica: un buon riscontro in questa data milanese ci permetterebbe di fare leva sul successo dell’evento per promuovere ulteriori proiezioni e dare un futuro al percorso del film&#8221;. Affidandosi ai racconti di chi gli è stato vicino, il film narra la storia del fotografo riminese Marco Pesaresi (1964-2001) che, nonostante un talento ampiamente riconosciuto, decide di suicidarsi nel fiore degli anni lanciandosi con l’auto in mare. I suoi scatti, di grande forza comunicativa, ancora ci parlano e ci invitano a riflettere, emozionarci, cercare la bellezza nei dettagli. Gli autori si sono domandati come sia stato possibile che di lui e del suo lavoro sia rimasta così poca memoria al di fuori dei suoi luoghi e di un’élite di “addetti ai lavori”. Chiunque si avvicini alle immagini di Marco Pesaresi ne rimane inevitabilmente conquistato: sono fotografie che &#8211; ancora oggi, venticinque anni dopo &#8211; parlano a tutti e con tutti, con candore e immediatezza, senza discriminazioni e pregiudizi. “Il granchio nudo” racconta la storia di questo fotografo, e lo fa attraverso le testimonianze delle persone che, a diverso titolo, hanno fatto parte della sua vita. L’ambientazione prevalente è Rimini: questa città dalla duplice anima che muta d’aspetto con cadenza stagionale è la protagonista del progetto fotografico più intimo di Marco. Sospeso tra le luci sguaiate e stranianti delle discoteche della riviera estiva e la malinconia della costa innevata semideserta durante l’inverno, il bianconero struggente di quelle immagini ricalca la spaccatura insanabile e ben più profonda che lo porterà a togliersi la vita nel 2001. La narrazione ripercorre anche gli anni in cui Marco lavora e viaggia. I suoi reportage compaiono sulle più significative riviste internazionali e gli permettono di siglare la collaborazione con l’agenzia Contrasto: sono proprio le prestigiose firme dell’agenzia che lo hanno seguito in quegli anni – oggi autorevoli personalità in ambito artistico/editoriale &#8211; a raccontarci il loro particolarissimo rapporto personale e professionale con Marco. L&#8217;autore si rivela una figura complessa, stratificata e contrastante ma intrisa di una dolcezza e una vulnerabilità rare; l’ambizione di questo film è di restituirne la misura, evitando che venga dimenticato. Per volere della madre e delle sorelle, l&#8217;intero archivio dell&#8217;autore (che si compone di 140mila documenti tra negativi, provini, stampe e fotocolor), è oggi conservato alla Fototeca comunale a lui intitolata, ed è stato acquisito da Savignano città della fotografia. . Ideazione e soggetto di Riccardo Caccia e Michela Fragomeni, regia di Marta E. Antonioli ed Elena Padovan L&#8217;evento al cinema Arlecchino è aperto al pubblico. Per prenotarsi: https://www.cinetecamilano.it/film/il-granchio-nudo-storia-di-marco-pesaresi/</p>
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		<title>I giovanissimi talenti della fotografia premiati ai Sony World Photography Awards</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Silbe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2026 11:39:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Concorsi]]></category>
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		<category><![CDATA[Sony World Photography Award]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; I Sony World Photography Awards annunciano oggi i finalisti dei concorsi Student e Youth 2026, che premiano i fotografi più promettenti nella fase iniziale della loro carriera. La shortlist Student mette in luce un’intensa serie di immagini ispirata al tema Together, mentre quella relativa alla categoria Youth dà risalto alle migliori immagini singole prodotte da fotografi di età inferiore ai 19 anni. Mettendo in luce l&#8217;abilità e il talento di giovani professionisti che esplorano e sperimentano attraverso la fotografia, le selezioni finali pubblicate offrono uno sguardo sui professionisti di domani. Un vero peccato che questi due rami del contest più vasto al mondo non ricevano dall&#8217;Italia così tante candidature come avviene per gli autori delle altre nazioni partecipanti. I fotografi, professionisti e non, del Belpaese aderiscono numerosi alle altre sezioni, ma queste dedicate alle scuole e agli under 18 sembrano non avere ancora la diffusione che meriterebbero, considerando i premi di tutto rispetto che vengono assegnati e la visibilità mediatica che ne consegue. Come testata da sempre attenta alle leve emergenti di questa arte, ci auguriamo con questo articolo di poter dare il nostro piccolo contributo nella diffusione dell&#8217;impegno di World Photo Org per i promettenti maestri dell&#8217;obiettivo del futuro. ECCO I FINALISTI DEL CONCORSO STUDENT La 19esima edizione dei Sony World Photography Awards ha ricevuto oltre 430.000 candidature da più di 200 paesi e territori in tutto il mondo. Nell’ambito del concorso Student 2026, gli studenti di fotografia sono stati invitati a ispirarsi al tema Together realizzando una serie di 5-10 immagini. Le serie selezionate offrono una vasta gamma di interpretazioni del concetto di “unione”, osservando in profondità le comunità dei fotografi, fino a rivolgersi ai momenti di vita quotidiana in cui i legami si rafforzano. Ogni fotografo selezionato crea un’efficace narrazione visiva nella propria serie di immagini, dimostrando il proprio approccio distintivo e la propria prospettiva. In particolare, Together evoca interpretazioni incentrate sulle relazioni. Adottando un approccio autobiografico, il progetto Triplets di Julian Cabral (Argentina, Universidad Nacional de San Martín) racconta la storia del fotografo e dei suoi due fratelli, riflettendo il loro stretto legame familiare. La serie The Place Where I Used To Play di Jubair Ahmed Arnob (Bangladesh, Counter Foto &#8211; A Center for Visual Arts) è intrisa di un senso di nostalgia e traccia il panorama in rapida evoluzione della Green Model Town a Dhaka, in Bangladesh. Dall&#8217;altra parte del globo, Ci Song (Cina continentale, Drexel University, USA) fotografa le comunità di West Philadelphia, mentre i loro quartieri vengono trasformati a causa della gentrificazione. Aakash Gulzar (India, MERC, Università del Kashmir) invita gli spettatori nell’intimo mondo degli allevatori di piccioni, mettendo in evidenza il legame speciale che li unisce a questi animali. Diversi progetti finalisti affrontano il tema Together, ponendo in luce le esperienze condivise che legano le comunità. La serie Stillgestanden di Teresa Halbreiter (Germania, Università di Scienze Applicate di Amburgo) apre un dialogo sulla femminilità e l&#8217;individualità nell&#8217;istituzione, tipicamente maschile, delle forze armate tedesche. Yulai Xu (Cina continentale, Università delle Arti di Londra, Regno Unito) analizza le complessità delle relazioni familiari nella serie Fish Tail. La serie Suspiria de Profundis (2025) di Matte Dixon (Australia, Griffith University) mira a esplorare come il disagio possa invitare alla riflessione sulla condizione umana e orientare il pubblico verso una comprensione condivisa. I progetti finalisti si addentrano anche nel cuore delle comunità attraverso gli spazi che condividono. Laura Anna Rossa (Belgio, LUCA School of Arts Sint Lukas, Bruxelles) stringe amicizia con Patrick, un residente di De Vallei, reparto psichiatrico di lunga degenza nella campagna belga, e documenta il tempo trascorso insieme. Chanel Grobler (Sudafrica, Open Window Institute) osserva i luoghi condivisi che conservano tracce silenziose della presenza umana. La serie di Zifan Zhang (Cina continentale, Danish School of Media and Journalism (DJMX), Danimarca) documenta la vita quotidiana dei giovani lettoni, mentre raggiungono la maggiore età e assumono diversi ruoli per rimodellare il futuro del proprio Paese. Il vincitore del premio Student Photographer of the Year sarà selezionato tra i 10 studenti e verrà annunciato durante la cerimonia dei Sony World Photography Awards 2026, che si terrà a Londra il 16 aprile. L&#8217;università vincitrice riceverà attrezzature di Digital Imaging di Sony per un valore di 30.000 euro. La selezione finale del concorso Student di quest&#8217;anno è stata valutata da Tess Raimbeau, Photo Editor, Libération (Francia). &#160; FINALISTI DEL CONCORSO YOUTH La shortlist del concorso Youth comprende immagini singole di 10 fotografi di età pari o inferiore ai 19 anni. Quest&#8217;anno i partecipanti sono stati invitati a condividere le loro fotografie migliori attraverso una selezione aperta a tutti. Nella shortlist finale, i fotografi hanno catturato diverse immagini, dai paesaggi montani a quelli subacquei. Riley Shickle (Regno Unito, 19 anni) ha fotografato il Monte Fuji, incorniciato dalle foglie autunnali rosso vivo vicino al lago Kawaguchi, in Giappone. La fotografia di Abdallah Islam (Egitto, 19 anni), che raffigura una scultura triangolare che incornicia la Grande Piramide in Egitto, mostra l&#8217;armonia tra le linee nette della scultura contemporanea e l&#8217;architettura antica. In modo simile, Doğa Ergün (Turchia, 15 anni) realizza un’inquadratura simmetrica in cui un cavallo e il suo cavaliere entrano in mare, mostrando la linea di galleggiamento sopra e sotto in un unico fotogramma. Altri fotografi della rosa dei finalisti hanno puntato le fotocamere sugli abitanti del mondo naturale: Jeirin Anton (Sri Lanka, 16 anni) cattura l&#8217;aura regale del pavone che domina un paesaggio dorato e luminoso, mentre Victor Reichert (Francia, 19 anni) ritrae un momento di tenerezza tra una famiglia di scimmie. Keira Pereira (Canada, 17 anni) ha incontrato una raganella dagli occhi rossi nella foresta pluviale costaricana, appollaiata immobile su una piccola foglia. I fotografi finalisti si sono concentrati anche sull&#8217;arte di rappresentare il movimento e l&#8217;immobilità. Ayden Feagle (Stati Uniti, 16 anni) ha immortalato il lavoro di squadra in azione durante una partita di calcio a Lake Wales, negli Stati Uniti. Philip Kangas (Svezia, 16 anni) ha fotografato un momento di collaborazione tra due vigili del fuoco mentre trasportano un&#8217;opera d&#8217;arte fuori dalla Royal Academy of Fine Arts di Stoccolma durante un incendio. Jane Mozzi (Argentina, 15 anni) cattura il momento in</p>
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		<title>Anna Caterina Masotti. EDEN, il giardino dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jan 2026 15:16:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>. Dopo Thea Maris. Risonanze del Mare, Anna Caterina Masotti torna a Bologna nell&#8217;ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, in occasione di Arte Fiera con un progetto inedito che si svilupperà negli spazi dello splendido Palazzo Tubertini, organizzato da Laura Frasca Art Manager della fotografa. La mostra sarà accompagnata da un testo di Benedetta Donato, nota e apprezzata curatrice e critica della fotografia. Il nuovo lavoro dell&#8217;autrice si intitola Eden. Il Giardino dell’anima. L’Eden che Anna Caterina prova a scoprire e a portarci è un luogo dove uomo e natura, corpo e materia si ascoltano in silenzio. Nel punto in cui si sfiorano accade qualcosa, una forma viva prende respiro. Le immagini non raccontano una storia, ma una soglia: un luogo dove la percezione diventa presenza e dove l’umano non domina, ma accoglie. Questo percorso trova la sua più compiuta sintesi concettuale e visiva nella sala principale di Palazzo Tubertini, sede di Azimut a Bologna, che diventa il cuore pulsante dell’esposizione. L’ambiente, caratterizzato da ampie vetrate in ferro battuto, da un soffitto che richiama l’architettura di una serra e da colonne decorate, evoca con forza l’atmosfera dei Giardini d’Inverno vittoriani e Liberty. Un luogo sospeso tra interno ed esterno, tra natura e architettura, che diventa metafora visiva ed emotiva del progetto espositivo. La mostra presenta diciassette opere fotografiche, un numero carico di significati simbolici. È tradizionalmente associato alla speranza, alla trasformazione spirituale, alla realizzazione del desiderio e all’immortalità dell’anima. Rappresenta un cammino di evoluzione e crescita interiore, riflettendo il bisogno di mutamento e di libertà che attraversa l’universo femminile al centro della ricerca dell’artista. Le foto, come da tratto distintivo di Anna Caterina, sono stampate su chiffon in seta con ricami in Lurex color oro a creare dei piccoli e delicati contrappunti all&#8217;interno dell&#8217;immagine. La selezione iconografica si articola attorno a nuclei tematici precisi. Le figure femminili, incarnazione dell’anima della donna, sono interpretate dalla figlia dell’artista, elemento che introduce un profondo livello di autenticità legato alla maternità, all’identità e alla continuità generazionale. Elementi centrali della narrazione visiva sono la farfalla, simbolo universale di trasformazione, rinascita ed evoluzione dell’anima, e i dettagli botanici. I primi piani di piante come Monstera deliciosa, papiro ed edere rampicanti richiamano il vocabolario decorativo dell’Art Nouveau e del Liberty, che celebravano la vitalità, la sinuosità e la forza generativa della natura. Infine le ombre, spesso avvolgenti le figure, assumono un ruolo simbolico potente: rappresentano l’inconscio, il paesaggio interiore e le zone non illuminate dell’identità femminile, suggerendo una dimensione introspettiva e psicologica che attraversa l’intera esposizione. L’esperienza della mostra è completata da un allestimento sensoriale e multimediale che amplifica il concetto di giardino interiore. È stato creato infatti un brano musicale che lo accompagnerà, una rielaborazione curata dal produttore musicale Giorgio Cencetti. La composizione unirà brani di musica classica moderna a un tappeto sonoro tipico dei giardini d&#8217;inverno, includendo il cinguettio dei passeriformi all&#8217;interno delle voliere e il suono ambientale della pioggia che colpisce il vetro della serra. Nella sala secondaria, a sinistra dell’ingresso, un video mapping di una fontana proiettato sulla parete introduce l’elemento dell’acqua, simbolo di emozione, vita e flusso interiore, evocando al contempo il lusso decorativo dei giardini d’inverno storici. Il corridoio d’entrata diventa infine un percorso intimo verso l’inconscio. Qui, due installazioni guidano il visitatore: sul fondo del corridoio, la proiezione di un’ombra femminile che sussurra una frase e batte le ciglia accompagna simbolicamente l’ingresso nel “Giardino dell’anima”; nella sala adiacente a destra, un video mapping di rami e foglie mossi dal vento simula la luce filtrata da una vetrata, alludendo al mondo esterno che sfiora delicatamente la serra. Eden. Il Giardino dell’anima si configura così come un’esperienza immersiva e poetica, in cui fotografia, spazio, suono e immagine in movimento concorrono a costruire un racconto intimo e universale sul femminile, sulla trasformazione e sulla ricerca di un luogo interiore di armonia. “Attraverso dettagli fugaci — una spalla nuda accarezzata da una farfalla, l’edera che si arrampica su un muro antico, la pelle che si fa corteccia — si dischiude un mondo in cui ogni forma vivente è eco dell’altra. Il corpo si fa paesaggio e la natura assume tratti umani. Come nei manifesti di Mucha o nelle architetture vegetali di Gaudí, anche nel mio progetto ogni immagine si fa ornamento, ogni frammento si lega con l’altro in un fluire armonioso di forme e sensazioni. Fiori che sembrano sussurrare, fontane che si aprono come petali d’acqua, cortecce che portano i segni del tempo: sono tracce, segni lasciati dalla natura sulla pelle del mondo, e viceversa. Non si tratta solo di osservare, ma di sentire il battito comune che unisce ciò che cresce, si trasforma, si posa, respira. Un invito alla tenerezza, alla cura, alla consapevolezza di far parte di un tutto più grande. In un tempo in cui il legame con la natura è spesso spezzato o dimenticato, vorrei suggerire una bellezza che non urla, ma sussurra. Una bellezza che si arrampica silenziosa come l’edera, si posa lieve come una farfalla, e ci ricorda che vivere è appartenere.” Info: EDEN. Il giardino dell’anima, di Anna Caterina Masotti Bologna, Palazzo Tubertini dal 29 gennaio al 12 febbraio 2026 Orari mostra 9.00 &#8211; 18.30 (orari apertura Azimut sabato e domenica chiusi) Aperture straordinarie: sabato 7 febbraio (Art City White Night) 10.00 &#8211; 13.00 17.00-24.00. Domenica 8 febbraio dalle 10.00 &#8211; 13.00 16.00 &#8211; 20.00 NOTE BIOGRAFICHE Anna Caterina Masotti nasce negli anni 70 a Bologna, dove attualmente vive con le sue tre figlie. Sin da piccola ama giocare creando collage con foto, tessuti e ricami in compagnia della amata nonna Ada, fondatrice dell&#8217;azienda di Famiglia, che produce Lingerie di Lusso. Dall&#8217;età di 10 anni inizia ad appassionarsi di fotografia: passione trasmessa dalla madre Olga, stilista innovativa che amava fotografare, nel tempo libero, fiori e paesaggi. Anna Caterina fotografa tutto ciò che vede intorno a sé, prima con una Polaroid, poi con una Olimpus Xa. Alternando, successivamente, alla fotografia le riprese video, con una delle prime telecamere Video8, la Sony CCD-V8. Terminati gli studi a 22 anni entra</p>
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		<title>Mostra &#8211; Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 16:03:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; Fino al 27 febbraio 2026 nello spazio Corner del MAXXI – il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma &#8211; è allestita la mostra Il paese della biodiversità. Il patrimonio naturale italiano di National Geographic Italia e del National Biodiversity Future Center (NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità finanziato da PNRR-Next Generation EU. Raccoglie una cinquantina di magnifici scatti di The Wild Line, il collettivo di fotografi naturalistici composto da Marco Colombo, Bruno D’Amicis e Ugo Mellone, selezionati da National Geographic Italia. Esplorano in modo altamente suggestivo il complesso rapporto tra l’uomo e l’ambiente, e l&#8217;impatto delle attività umane sulla biodiversità. La mostra risponde al desiderio di utilizzare la forza delle immagini per trasmettere a un pubblico intergenerazionale e multisociale, un messaggio importante: la biodiversità italiana e mediterranea va protetta con la forza del sapere, della scienza e dell’innovazione. La missione di conservazione e valorizzazione ambientale, restituendo centralità a ciò che ci circonda e ripristinando l’equilibrio perduto tra l’uomo e la natura, rimanda a una responsabilità condivisa. Queste le parole di Luigi Fiorentino, presidente di NBFC: «NBFC fa della scienza non solo un ponte tra paesi attraverso la recente ratifica di accordi internazionali e l’inaugurazione di una stagione della diplomazia scientifica – ma anche tra discipline. La collaborazione del centro con National Geographic Italia nell’allestimento della mostra ne è la dimostrazione concreta e nasce con l’intento di parlare attraverso le immagini ad un pubblico sempre più ampio capace di coinvolgere anche giovani e giovanissimi, stimolando curiosità per lo studio scientifico e per la salvaguardia della biodiversità, come sancito dall’art 9 della nostra Costituzione. La fotografia diventa una nuova forma di comunicazione che va oltre il soggetto inquadrato, uno strumento di sensibilizzazione rispetto a tematiche di estrema urgenza.»  «Il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha creduto fin dall’inizio nel valore scientifico e culturale del progetto Il paese della biodiversità, ospitandone la prima edizione nella sua sede storica di piazzale Aldo Moro. La sinergia con il National Biodiversity Future Center e con National Geographic Italia dimostra l’importanza di unire ricerca e divulgazione di qualità per accrescere la consapevolezza del ruolo cruciale della biodiversità per il futuro del Paese. La fotografia può diventare uno strumento di conoscenza: le immagini in mostra raccontano ecosistemi, specie e fragilità ambientali con una forza comunicativa che avvicina la ricerca ai cittadini. L’approdo della mostra al MAXXI non può che consolidare questo dialogo virtuoso tra scienza, cultura e società.» dichiara Andrea Lenzi, presidente CNR. Il percorso espositivo multimediale rappresenta un vero e proprio viaggio alla scoperta del lato più selvaggio e meno conosciuto della flora e della fauna del nostro Paese. Lo fa attraverso lo sguardo di tre fotografi naturalistici, scienziati, che danno testimonianza di un paesaggio policromato e della stupefacente varietà della biodiversità italiana. Grazie alla sua posizione strategica protesa nel Mediterraneo, alla sua geomorfologia, e al fatto di trovarsi sulle importanti rotte migratorie di molte specie di uccelli tra l’Africa e il Nord Europa, l’Italia è il Paese europeo con la più grande varietà di specie viventi e il più alto tasso di specie endemiche. Più del 50% delle specie vegetali e il 30% delle specie animali in Europa sono presenti esclusivamente nel nostro Paese. La sua posizione privilegiata, con l’intera area mediterranea considerata un hotspot, la espone, tuttavia, a rischi significativi legati al cambiamento climatico: siccità e desertificazione nelle regioni meridionali, aumento della temperatura del mare e incremento degli eventi meteo estremi sono tutti elementi che possono concorrere ad alterare ecosistemi fragili, spesso già sotto pressione per l’impatto delle attività umane. Lo spiega bene il documentario che quest’anno arricchisce l’esposizione: il National Biodiversity Future Center ha identificato nel recupero a lungo termine e duraturo della biodiversità vegetale e animale e nel ripristino degli ecosistemi terrestri e marini una delle sfide cruciali per l&#8217;Italia e l&#8217;intero bacino del Mediterraneo, i cui ecosistemi sono gravemente compromessi (oltre il 30%), poiché la tutela della biodiversità non è solo una questione ambientale, ma è anche intrinsecamente legata alla dimensione economica di un Paese. Ogni ecosistema, infatti, produce valore grazie a cose come l’acqua pulita, il suolo fertile e l’aria respirabile: elementi invisibili e nondimeno fondamentali, che conferiscono alla biodiversità un valore economico ed essenziale per la salute dei cittadini. «Il potere evocativo delle immagini esposte in mostra invita i visitatori a riflettere sulla ricchezza e sulla fragilità degli ecosistemi italiani e sull’urgenza di adottare nuove strategie per conservare gli habitat naturali &#8211; spiega iI direttore generale di NBFC Riccardo Coratella che ha coordinato i lavori. Dalle piante agli invertebrati, dagli uccelli agli animali acquatici, ad alcuni dei mammiferi più iconici del nostro patrimonio naturalistico, ogni fotografia è il racconto di una specie, del suo comportamento, dei rischi a cui è sottoposta.» «Questa mostra è, prima di tutto, un piccolo racconto della ricchezza del nostro patrimonio naturale, che ritrae specie iconiche come l’orso marsicano, il lupo, la lince, ma anche animali di cui molti di noi non conoscono nemmeno l’esistenza e che pure hanno un ruolo cruciale nei nostri ecosistemi. In questo senso, il messaggio che racchiude è che la natura va salvaguardata nel suo insieme, nella sua complessità, e che la biodiversità del nostro paese è un capitale di valore inestimabile» afferma Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Italia. &#160; &#160; Il collettivo The Wild Line Marco Colombo (1988) è laureato in Scienze Naturali e si occupa di divulgazione scientifica. Collabora con GEO (Rai 3) e con riviste come National Geographic Italia e BBC Wild Life, così come con università e aree protette. Autore di 12 libri, ha scoperto una nuova specie di ragno in Sardegna e le sue foto sono state premiate al Wildlife Photographer of the Year in varie occasioni. Bruno D’Amicis (1979) vive all’ombra dell’Appennino, ma lavora spesso all’estero. È laureato in Scienze Biologiche e le sue immagini sono state premiate (World Press Photo, Wildlife Photographer of the Year) e pubblicate (National Geographic Italia, GEO, Smithsonian) in tutto il mondo. Ha realizzato sette libri, tre documentari e ideato diversi progetti di</p>
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		<title>Libro &#8211; Igor Mattio, Skin and Under</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Silbe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 17:19:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia Albertina Torino]]></category>
		<category><![CDATA[Artfineline]]></category>
		<category><![CDATA[EyesOpen!]]></category>
		<category><![CDATA[EyesOpen! Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Igor Mattio]]></category>
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		<category><![CDATA[Skin and under]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; In un&#8217;epoca nella quale si discute di mascolinità tossica e nuovi modelli identitari, l&#8217;artista visivo di origine italiana, ma residente a New York, Igor Mattio pubblica la sua nuova indagine dal titolo “Skin and Under” (Artfineline LLC, 2025), libro fotografico che sfida gli stereotipi del machismo attraverso 192 scatti, per invitare lo spettatore ad andare oltre le apparenze e scoprire l’umanità universale. La sua pubblicazione si presenta come un&#8217;indagine sul corpo maschile e sull’identità contemporanea, esplora le tensioni tra mascolinità e vulnerabilità nel corpo maschile giovane. Attraverso i suoi ritratti, l’autore mette in discussione le aspettative culturali legate al machismo, rivelando espressioni delicate e vulnerabili spesso celate sotto un’armatura sociale. I giovani soggetti sono maggiorenni e compaiono nudi o semi nudi in un delicato equilibrio tra forza e fragilità, consapevolezza e abbandono. Le fotografie, in bianco e nero o a colori, sono frutto di una serie di viaggi e incontri realizzati da Mattio tra il 2023 e il 2025 in Colombia, Italia, Stati Uniti e Francia e sono state realizzate in contesti spesso remoti e in condizioni di intimità e apertura emotiva. “In un&#8217;epoca in cui la nudità è spesso ridotta a una forma di consumo, ipersessualizzata, mercificata, svuotata di significato, cerco di ristabilire una prospettiva differente. Qui, il corpo non è un oggetto, ma un contenitore di ricordi, emozioni e identità. – ha commentato l’autore &#8211; La mia speranza è che Skin and Under faccia pensare, metta in discussione ciò che ci si aspetta e contribuisca a una più ampia comprensione di cosa significhi essere realmente visti. Ogni immagine è un atto di resistenza e un messaggio di speranza, un tentativo di catturare qualcosa di reale, qualcosa di indifeso, qualcosa di profondamente umano”. Al centro di questo lavoro c&#8217;è l&#8217;idea dell&#8217;armatura, sia letterale che metaforica. Dalle armature di metallo medievali ai tatuaggi e ai piercing, queste forme di protezione sono espressione di un conflitto universale: la necessità di proteggersi pur desiderando profondamente una connessione con gli altri. Le immagini non si limitano a documentare: costruiscono un linguaggio visivo che interroga chi guarda. Cosa riveliamo quando ci spogliamo, non solo dei vestiti, ma dei ruoli, delle maschere? Con Skin and Under, Mattio studia il mondo maschile nella sua forma più autentica, catturando i momenti inespressi di fragilità che permangono dietro a culture plasmate da rigide tradizioni. La pelle (ricoperta di cicatrici, di tatuaggi, segnata dal tempo) diventa una mappa dell&#8217;identità, un confine tra il mondo esterno e il sé privato. Oltre la superficie, emergono storie più profonde: vulnerabilità, resilienza, aneliti, resistenza. Mattio non si considera un fotografo nel senso classico del termine, un osservatore della realtà o un documentarista. Si serve piuttosto delle immagini come mezzo di indagine, come strumento per sondare queste tensioni e contraddizioni. Tale esplorazione ha condotto l’artista a viaggiare attraverso i continenti. In Italia ha cercato spazi che ricordassero la monumentalità della forma umana: chiese romaniche, fortezze medievali, antiche rovine che parlano di perseveranza. In Colombia ha fotografato all’interno di vecchie fincas e attici moderni, luoghi in cui la storia e la modernità si intrecciano. Gli scenari che ha scelto rispecchiano gli uomini che lui ha incontrato, sospesi tra passato e presente, tra forza e fragilità, tra tradizione e autodefinizione. In questo dialogo, la luce gioca un ruolo fondamentale: quella naturale filtrando attraverso finestre secolari, quella artificiale disegnando sagome contemporanee. Attraverso lunghe esposizioni, ha cercato di catturare la tensione tra movimento e staticità, tra composizione classica e rapidi gesti moderni. Nato a Milano nel 1964 , Igor Mattio si è formato all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La sua pratica si è evoluta dai media misti e dai disegni su larga scala verso un impegno continuativo con la fotografia, fondendo questa con disegno e pittura per esplorare i temi della mascolinità, della vulnerabilità e dell’identità. Il suo lavoro, esposto in varie mostre internazionali, è presente in collezioni private in tutta Europa e Nord America. Il volume è un&#8217;edizione d&#8217;arte limitata di 1.200 copie (di cui 100 in edizione speciale numerata), ed è distribuito in tutta Europa e negli Stati Uniti. Le foto sono accompagnate da racconti brevi scritti da autori emergenti in quattro lingue (italiano, inglese, spagnolo e francese). È pensato per un pubblico attento alla fotografia contemporanea, alle tematiche LGBTQ+, e più in generale ai cambiamenti culturali che oggi ridefiniscono l’idea stessa di mascolinità. Per approfondire: https://artfineline.com/artworks/skin-and-under-order-now/ &#160;</p>
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