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Andrea Alfano – Intervista

Andrea Alfano, giovane ed emergente talento napoletano della fotografia già pubblicato sull’ultima edizione cartacea di EyesOpen!, di recente è stato selezionato da Leica Camera Italia per una residenza fotografica con i due fotografi di Magnum Alex Webb e Harry Gruyaert, un bando vinto con lo stesso lavoro pubblicato sulle nostre pagine cartacee. Vogliamo approfondire con lui alcune tematiche legate al suo modo di lavorare e alla sua visione, certi che la sua carriera sia solo agli esordi e che avrà ancora parecchie cose da raccontare attraverso le immagini.

Con il suo lavoro Matáia Óle, Lei ha scelto di raccontare una Matera in bilico tra la necessità di conservare le sue bellezze architettoniche e storiche e quella di offrire benessere ai suoi abitanti, e lo ha fatto scegliendo un linguaggio molto contemporaneo.

Per prima cosa, grazie a EyesOpen Magazine per aver selezionato e accolto nel numero di marzo 2015 Matáia Óle. La questione è delicata perché sullo sfondo di questo lavoro ci sono due esigenze molto sentite dalla popolazione locale e che, tuttavia, non sempre coincidono: valorizzazione del patrimonio storico e sviluppo del turismo, entrambe forme diverse di ricchezza per i materani. Matera l’ho vista per la prima volta nel 2013 e dopo la sensazione di iniziale stupore per la bellezza di quel paesaggio, man mano mi sono reso conto che il luogo in cui ero entrato mi appariva artefatto. Era come se il soggiorno dei turisti dovesse trasformarsi in un’esperienza puramente commerciale, mentre la storia millenaria dei Sassi passava in secondo piano. Ovviamente, credevo fosse una mia sensazione, legata ad una visione personale di quello che osservavo. Invece una mattina incontrai per caso una vecchia signora in uno dei mille vicoli dei Sassi: era ferma e mi sembrava davvero molto triste, così mi avvicinai per chiederle se avesse bisogno d’aiuto. Lei, indicandomi un’abitazione, si commosse e mi spiegò che un tempo quella era stata la sua casa, appartenuta alla sua famiglia per generazioni, mentre oggi nello stesso posto c’era un residence turistico che affittava stanze nelle stesse grotte di pietra dove lei aveva vissuto da bambina. Mi disse anche che ogni mattina, per arginare la solitudine, usciva molto presto e percorreva lentamente le strade dei Sassi fino alla sua vecchia casa, dove si fermava a ricordare gli anni della sua giovinezza, prima che i Sassi fossero sfollati.  Ho capito allora che una buona prospettiva per affrontare il problema, poteva essere quella di fotografare lo smarrimento emotivo delle persone che un tempo abitavano i Sassi e che oggi osservano impotenti la trasformazione dei luoghi della loro memoria, devoluti alla speculazione turistica. Ho deciso che dovevo andare alla ricerca di queste persone e fotografare i loro ricordi: così avrei potuto colmare il vuoto tra la storia millenaria dei Sassi e la loro immagine attuale. Da qui l’idea del nome “Matáia Óle”, che in greco antico significa “tutto vacuo” e che è stato anche il primo nome di Matera.

Come mai ha voluto usare un cellulare?

A proposito del linguaggio che ho usato, ho inserito le foto nel mio taccuino, con il relativo racconto, perché mi sembrava il modo più semplice per “far parlare” le storie che ho incontrato. E ho scelto l’uso del cellulare perché mi interessava essere percepito dai turisti come uno di loro.

Quali vantaggi e quali svantaggi, nella scelta dell’iPhoneography rispetto a quella di utilizzare magari una fotocamera?

Premesso che secondo me il mezzo va scelto in funzione del risultato da ottenere, questo è il primo lavoro che faccio con un iPhone e, come dicevo prima, in questo caso il cellulare mi ha permesso di passare inosservato come fotografo e di seguire liberamente gli spostamenti dei turisti. Un’altra cosa che ho apprezzato molto è il fatto di ritrovarsi una fotocamera sempre in tasca. Trovo anche molto divertenti le app Hipstamatic e Instagram. Tra gli svantaggi, potrei dire la durata delle batterie e la limitata gamma dinamica dei sensori dei vecchi iPhone (come il mio), anche se questo è stato uno stimolo ad agire in maniera più ragionata, a fare molta attenzione alle luci perché dopo non ci sono margini di recupero. In generale, credo che i limiti siano degli stimoli a lavorare meglio e più attentamente, per questo continuo anche a lavorare in analogico ogni volta che posso.

Perché ha preso appunti? Non è una scelta di molti fotografi abbinare gli scatti alle parole.

Per me il problema era inglobare i racconti dei vecchi abitanti nelle foto: quelle parole erano troppo importanti per essere lasciate alle didascalie, volevo che fossero parte dell’immagine. E quindi ho pensato che la cosa più naturale da fare fosse inserire le fotografie nel mio taccuino di lavoro, dove abitualmente prendo nota di quello che mi raccontano le persone. Così, ho fatto delle piccole stampe, le ho inserite nel taccuino e le ho ri-fotografate con i testi. So che a molti non piace l’accostamento tra immagini e parole, io invece lo trovo molto interessante, a volte necessario, anche se faccio sempre attenzione a che il testo non spieghi la fotografia. Per quello ci sono le didascalie… Quindi ecco, credo che sia molto importante cercare un giusto equilibrio tra i due linguaggi. Le parole in Matáia Óle sono semplicemente degli input che aiutano l’osservatore a entrare nella storia dei Sassi e delle persone che li abitarono.

Ci sono altri posti da lei raccontati così? Se sì, quali?

E’ la prima volta che sperimento il format immagini-parole in un’unica foto. Per gli altri lavori che ho in corso, le parole restano un elemento importante, ma sono un pochino più distanti dalla foto.

Le piace di più raccontare i luoghi o le persone? E perché?

Mi piace fotografare entrambi perché credo che persone e luoghi siano molto legati, anche se sto imparando a capire che necessitano di approcci diversi: l’intimità con le persone la raggiungi attraverso uno scambio, che può essere sia emotivo sia fisico e che può coinvolgerti a 360 gradi; mentre con i luoghi il discorso è più introspettivo, devi poter avvertire la loro energia ed essere in grado di ascoltare le sensazioni che risvegliano in te. Credo che luoghi e persone ti spingano a pensare in due modi diversi, come se tirassero fuori lati diversi della tua personalità.

Quali sensazioni prova arrivando in una città e come decide il suo modo di procedere? E’ casuale o c’è un metodo? E da cosa prende ispirazione?

Ogni città, ogni luogo, trasmette sensazioni diverse, che ovviamente dipendono anche da quanto sei disposto a recepire gli stimoli o dal tuo grado di empatia. Quando devo fotografare qualcosa in un posto nuovo, innanzitutto mi informo il più possibile, leggendo, guardando film o documentari, guardando la produzione artistica del luogo o ascoltandone la musica. Ad esempio, per Matáia Óle ho letto delle parti del “Cristo si è fermato a Eboli”, ho studiato un documento storico della Fondazione Olivetti e ho guardato tre documentari. Una volta sul posto, entro in contatto con la gente locale che è una fonte di conoscenza importantissima e, contemporaneamente, inizio a fotografare, lasciandomi guidare dall’istinto e dalla curiosità: In un secondo momento, dopo aver elaborato il materiale raccolto, inizio a fotografare impostando il lavoro sul risultato che intendo raggiungere e, se è necessario, ritorno altre volte sul posto per aggiungere ulteriori elementi alla narrazione. Nel frattempo, faccio un editing provvisorio, che magari viene modificato molte volte, e quando credo che il lavoro sia abbastanza completo cerco di farne uno definitivo. Iinsomma è un processo lungo, ma a me piace lavorare così quando mi è possibile.

Con Bereniceil suo lavoro su Napoli, ha vinto il Premio Celeste 2014. Come ha scelto di raccontare la sua città?

In un certo senso il lavoro che sto facendo con Berenice è ancora più complesso, perché non solo vale tutto quello che le ho appena detto, ma Napoli è anche la città in cui sono nato e cresciuto. E se questo da un lato può avvantaggiarmi perché conosco il territorio e la cultura locale, dall’altro so bene che la mia è una città su cui si è già prodotto tantissimo a ogni livello espressivo; quindi la parte difficile del lavoro è cercare di costruire una visione libera dagli stereotipi negativi o positivi che fanno parte del nostro background partenopeo. Quello che voglio fare è creare un immaginario personale, che sarà il modo di pensare alla mia città quando sarò lontano e il mio luogo di rifugio quando ne avrò bisogno.

Ci svela qualche suo futuro progetto?

Nei miei piani futuri c’è innanzitutto diffondere Matáia Óle e completare Berenice. Attualmente sto osservando il sorprendente microcosmo del libro fotografico d’autore e sto raccogliendo materiale informativo su un nuovo lavoro che vorrei iniziare quanto prima, ma per una questione di onestà nei confronti miei e degli altri, preferisco non parlare delle cose che non ho ancora prodotto. Posso anticiparle che ho intenzione di tornare in Sud America per completare un progetto che avevo iniziato nel 2012 e che sarà costruito in modo molto particolare, a cavallo tra fotografia e scrittura (io mi occuperò solo della fotografia). Vedremo cosa ne verrà fuori, ma per il momento sono pieno di aspettative.

 

http://www.andrealfano.com/

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale