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Don’t Touch My Children, un progetto artistico per i bambini del mondo

Segnaliamo un importante progetto internazionale che apre il 7 maggio a Nuoro: si intitola DTMC , “Don’t Touch My Children”. Voluto e ideato con coraggio, determinazione e molta caparbia da Seb Falchi, artista fotografa sarda che vive e lavora negli Stati Uniti. Il progetto ‐ in prezioso partenariato con l’artista di Orune Nietta Condemi De Felice ‐ è patrocinato da Unicef Italia, Comune di Nuoro ‐ Assessorato alle politiche sociali, Camera di Commercio, Museo MAN, Istituto Scolastico Podda sempre della città di Nuoro e dal museo Midi di Norbello. Ha collaborato nella prima fase l’Associazione Presenza Isole Comprese di Nuoro e nella seconda, l’Associazione Culturale Insula Felix di Olbia. Sponsor di DTMC l’Hotel Centrale di Olbia.
Il format born in USA made in Italy a partire dalla Sardegna, era stato lanciato per il 21 marzo 2020 ma bloccato dal primo lockdown italiano. E’ la seconda volta che le due artiste si uniscono per affrontare attraverso lo strumento dell’arte, temi sociali che toccano l’intera collettività, infatti è del 2017 la performance interattiva contro la violenza di genere (Don’t Touch My Brain) partita da San Francisco per approdare a San Teodoro.

La performance interattiva è divisa in due parti, una creativa e l’altra più scientifica. La prima si terrà a partire dalle 9.30 presso la libreria Mieleamaro in Corso Garibaldi, con l’esplosivo allestimento a terra del coloratissimo photo carpet: un tappeto lungo 130 metri, inondato di fotografie di bimbi donate dagli artisti partecipanti. Prezioso nella posa in opera sarà l’aiuto dei bambini e dei giovani che stenderanno il photo carpet fino a farlo finire all’interno del palazzo del Museo MAN. La parte scientifica sarà ospitata nella Sala Convegni della Camera di Commercio di Nuoro in Via Papandrea 8, con la presentazione di un convegno-dibattito pubblico al quale interverrano numerosi esperti e personalità. Il tema del dibattito sarà “LA TUTELA DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI” indagare dalla radice i danni della violenza psico fisica del minore per iniziare un percorso educativo di cambiamento che, partendo dalla famiglia ‐ prima istituzione del bambino ‐ lavori in sinergia con la scuola e tutte le istituzioni.
Il progetto coinvolge circa 60 fotografi a livello internazionale, come il fotografo nonché docente di fotografia Kevin Bransfield del Monterey Peninsula College e il fotografo afgano Naser Bayat, solo per citarne alcuni.
DON’T TOUCH MY CHILDREN è solo all’inizio ‐ sostiene l’ideatrice Seb Falchi ‐ l’idea è quella di innescare una joint venture con i giovani, le amministrazioni comunali e gli artisti italiani per portare l’idea negli Stati Uniti. Questo è solo il numero zero, la cartina tornasole per capire se la mia terra è pronta a fare un salto coraggioso e presentarsi ovunque con contenuti culturali importanti dei quali spesso non si tiene conto. In programma ci sono altre edizioni in Sardegna e non solo ‐ continua l’artista ideatrice dell’evento ‐ un evento che non avrebbe potuto vedere la luce se non grazie alla sinergia di molteplici attori; chi ha creduto progetto e ha fatto sì che tutta questa bellezza accadesse, a partire da tutti i fotografi e vignettisti, Nietta, tutti i patrocinanti e partecipanti al convegno. Nonché lo staff che dietro le quinte ha lavorato sodo per comporre il meraviglioso puzzle artistico culturale. Abbiamo bisogno di ottimismo, di infondere il desiderio di un futuro buono da costruire tutti insieme per i bambini e gli adolescenti, che sono giovani adulti da rispettare, accompagnare, sollecitare per sviluppare i loro talenti e la creatività di cui sono colmi. In un periodo post pandemico come il nostro, i rapporti umani con la riscoperta del gioco, l’arte come ponte che unisce e mai divide, sono le fondamenta solide sul quale costruire un futuro ex novo, conclude Seb Falchi. Un momento d’arte, d’incontro e di idee tutte da mettere su strada.

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Mostra – Roberto Besana, I segni di Vaia

Dal 28 aprile al 29 ottobre, presso il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige, si terranno due manifestazioni: “I suoni di Vaia” e “I segni di Vaia”, iniziativa di forte impatto emozionale, da un’idea di Claudio Lucchin.

Centinaia di migliaia di immagini hanno raccontato la devastazione di quella tragedia avvenuta a fine ottobre 2018. Ora, con “I suoni di Vaia“, sarà l’audio a stimolare alcune urgenti riflessioni necessarie per elaborare gli effetti devastanti di quel fenomeno meteorologico estremo. La sonorizzazione e le musiche sono di Elisa Pisetta e Claudio Lucchin. L’iniziativa, in tutte le sue parti, costituisce un’opportunità per ragionare insieme sul futuro del nostro Pianeta e di noi che siamo i suoi abitanti. Forse per la prima volta, sarà possibile assistere all’incredibile sovrapposizione di suoni, armonizzazioni, rumori e dissonanze che la tempesta si è portata dietro e ci ha fatto sentire in modo sfuggente. Ma un urlo così forte, il grido di dolore di una Terra sofferente, non poteva che essere introdotto, o meglio accompagnato, da questa misurata, attenta e affascinante selezione d’immagini, che rappresenta, in termini psicologici e cognitivi, esattamente l’opposto di quello che proverete dopo.

Il percorso sonoro sarà preceduto, nell’allestimento, da “I segni di Vaia”, una serie di potenti immagini invernali del  fotografo Roberto Besana, che illustrano il prima e il dopo della distruzione di migliaia di ettari di bosco. Un video sul rapporto uomo-natura, ideato da Davide Grecchi e Roberto Besana su testo di Mimmo Sorrentino, sarà un ulteriore stimolo all’approfondimento. Besana racconta gli alberi, i boschi, la natura e la stessa tempesta con un’educazione e un punto di vista così raffinati e delicati, merito anche del sapiente uso del bianco e nero, da evitare di annichilire la nostra fragile umanità e, di conseguenza, la nostra personale curiosità. Perché queste bellissime fotografie hanno lo scopo di riattivarla, per provare a comprendere la complessità di quanto accaduto e tornare a curiosare in quei luoghi, senza timori, paure o, una più che normale titubanza, in modo da comprendere finalmente che abitare significa ontologicamente prendersi cura, dell’ambiente che ci accoglie e di tutti i viventi presenti.

I singoli fotogrammi in mostra, raccontano di presenze forti, instabili, forse ingombranti, perché Vaia ha inciso pesantemente il territorio con i segni del suo passaggio. Queste immagini, in più, ci permettono di smontare la tragedia, ci consentono una possibile interpretazione dell’evento, codificandone caratteristiche e portata, avviandoci così, sempreché se ne abbia la capacità, a capire come sia possibile procedere oltre. Sapendo, fin d’ora, che per affrontare e metabolizzare un disastro così grande è necessario innanzitutto ricorrere alla parola, con la quale provare a esorcizzare l’angoscia sul futuro; recuperare una certa capacità d’ascolto, per risintonizzare il nostro “stile di vita” con le più naturali necessità del pianeta e, infine, tornare a una più efficace cooperazione tra tutti gli uomini, meglio sarebbe fra tutti gli esseri viventi, perché, se vogliamo affrontare i problemi difficili e complessi di questo nostro tempo, è necessario connettere tra loro tutti i cervelli possibili.

Un ciclo di incontri di carattere scientifico animerà tutto il periodo di allestimento.

Con inaudita intensità la tempesta nota con il nome di Vaia, si abbatté a fine ottobre 2018 su tutto il Nordest italiano, in particolar modo sul Trentino Alto Adige e su tutta l’area delle Dolomiti patrimonio dell’UNESCO. Venti fortissimi raggiunsero la velocità di 217,3 chilometri orari sul passo Rolle. Piogge torrenziali, che in soli tre giorni fecero registrare sulle montagne del Trentino e del Veneto fino a 715,8 mm caduti, superando di molto i dati dell’alluvione del 1966. Otto persone persero la vita, i danni furono elevatissimi, stimati in oltre tre miliardi di euro. Una ricchezza forestale di milioni di alberi venne schiantata al suolo dalle potentissime raffiche di vento, vennero distrutte decine di migliaia di ettari (41.000) di foreste alpine di conifere. Gli effetti della tempesta Vaia hanno posto, da subito, molti quesiti ad esperti di vari ambiti, a tutte le persone che vivono nei territori colpiti e ad un vastissimo pubblico attento alle problematiche del genere umano. Perché quella tragedia? Perché quella pioggia torrenziale così insolita per le latitudini dell’Italia settentrionale, perché quel vento di scirocco a velocità “uragano”, perché tutti quei danni da vento mai ricordati a memoria d’uomo? Che cosa ha provocato quel fortissimo vento che, secondo le stime ha abbattuto 42 milioni di alberi, un dato mai registrato in epoca recente in Italia? Al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina saranno diverse e in varie modalità le occasioni per riflettere insieme.

Testo di Roberto Besana

Silenziosa, consapevole tristezza

È nelle occasioni come questa che sento con certezza che la fotografia riesce a parlare alla nostra mente, a documentare, a tenere vivo il ricordo del passato e, in modo particolare, di quanto avvenuto nell’ottobre del 2018 sulle Dolomiti e le Prealpi Venete a causa dell’uragano Vaia.

Momenti e sensazioni che ho cercato di fissare indelebilmente con le mie immagini e di presentare in questa mostra, portandoli al vostro sguardo per non dimenticare.

Le parole, a mio avviso, non hanno altrettanta forza nel dare evidenza dell’accaduto.

Solo il suono, i rumori e le immagini possono raccontarci quanta distruzione si è abbattuta sulle montagne, quanti alberi si sono adagiati dopo essere stati estirpati con violenza.

Perché la vista e l’udito sono i sensi che più velocemente raggiungono la mente e il cuore, e che ancora meglio della parola rimangono impressi nella memoria.

Ecco, la fotografia scuote il cuore, l’anima di chiunque non ha potuto vedere né vagare per i versanti e le valli, ammutolito come me, incredulo e tristemente consapevole che siamo di fronte alla necessità di comprendere e condividere quanto la scienza ci dice da tempo: l’equilibrio ambientale si sta rompendo, si accelerano i fenomeni dirompenti per la nostra incuria di una vita dispendiosa di energia, di suolo, di risorse.

Nulla di male per la natura, lei è riuscita a sopravvivere nei milioni di anni passati a catastrofi ben più grandi e continuerà a farlo in un eterno infinito che viene prima degli uomini e continuerà dopo di loro.

Non è certo questo mammifero “Homo” che ne causerà la distruzione, ma dovrebbe essere lui ad agitarsi nel considerare l’avvenimento come presagio, avvertimento per la sua esistenza futura.

Rispettare la natura è portare rispetto a noi stessi, alla nostra qualità di vita sul Pianeta Terra, in cui siamo ospiti.

Solo così l’uragano Vaia, con il suo nome di donna madre, ci servirà per rigenerarci come gli alberi che via via ricresceranno, noi migliori di prima, più consapevoli, più umani.

Note biografiche

Roberto Besana nasce a Monza nel 1954 e risiede a La Spezia. È un uomo curioso e di talento con un lungo passato da manager editoriale che lo ha portato fino alla direzione generale della De Agostini Editore. Opera nella realizzazione di progetti culturali con mostre, convegni e pubblicazioni come i libri “Il paesaggio” del 2021 o “L’albero” del 2020. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, quindi temi legati alla natura, all’ambiente e al paesaggio e, come tali, i suoi principali filoni di ricerca. Un continuo indagare verso questo nostro terribile e meraviglioso mondo, con una meraviglia trovata nella brina sui fili d’erba al mattino, nella pioggia, nei campi lavorati dall’uomo e, soprattutto, negli alberi. Alberi che affondano le radici nel terreno dei primordi, ma che dalle cui gemme fioriscono le stelle, il sole e l’universo.

MUSEO DEGLI USI E COSTUMI DELLA GENTE TRENTINA

Aperto da martedì a domenica, ore 9.00 – 12.30 / 14.30 – 18.00

tel. 0461 – 650314, fax 0461 – 650703

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Mostre – WESTON Edward, Brett, Cole, Cara. Una dinastia di fotografi

Fino al 24 luglio, al Museo di Santa Giulia di Brescia, saranno esposte ottanta opere dei quattro autori, quaranta solo del più celebre Edward, tra cui i suoi maggiori capolavori: dai ritratti plastici ai nudi che esaltano forme e volumi, dalle dune di sabbia agli oggetti trasformati in sculture, sino ai celebri vegetable – peperoni, carciofi, cavoli – e le conchiglie riprese in primissimo piano. Spesso direttamente paragonata alla pittura e alla scultura, la fotografia di Edward Weston è l’espressione di una ricerca ostinata di purezza, nelle forme compositive come nella perfezione quasi maniacale dell’immagine. L’autore indaga gli oggetti nella loro quintessenza, eleggendoli a metafore visive degli elementi stessi della natura.

La collettiva è il principale appuntamento del Brescia Photo Festival – iniziativa promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana che quest’anno verterà sul tema Le forme del ritratto – e raccoglie anche quaranta fotografie realizzate dai figli dell’artista, Brett e Cole, e della nipote Cara. Una dinastia, appunto, che si sviluppa poi con la ricerca di Brett Weston che ridefinisce la rappresentazione della natura, dalla grande veduta al primo piano, in chiave astrattista; il fotografo sovente opera per sottrazione, isolando pochi elementi che graficamente, come fossero disegnati a matita sul foglio, animano e giustificano i vuoti. L’indagine formale di Cole Weston, fatta eccezione per la serie dei Landscape, si caratterizza per la fisicità dell’immagine, al punto che sembra di poter toccare gli elementi naturali che la compongono. L’aver visto centinaia di opere e aver curato, nel periodo in cui dirigeva la Weston Gallery, mostre di importanti autori americani, ha contribuito a sviluppare in Cara Weston un senso critico accurato che, traslato nella propria esperienza, induce un approccio alla fotografia meditativo e intenso.

L’intera collettiva è curata da Filippo Maggia, prodotta dalla Fondazione Brescia Musei e da Skira e progettata in stretta sinergia con la famiglia Weston. Riunisce, per la prima volta, le fotografie dei quattro autori. “La disponibilità offerta dalla famiglia Weston nel costruire questa mostra – afferma Filippo Maggia – si è rivelata un valore aggiunto unico e fondamentale per avere una selezione di opere preziosa e completa, di veri capolavori del padre Edward, un genio assoluto della fotografia, e di opere significative dei figli Brett e Cole che di fatto scopriamo solo ora in Italia, come la nipote Cara ancora in attività”.

“Sono veramente pochi i fotografi che hanno modernizzato la lingua della propria arte – commenta Stefano Karadjov, direttore di Fondazione Brescia Musei – intervenendo profondamente con la propria poetica nel definire le architravi stesse di una disciplina. In questo senso la mostra che portiamo a Brescia propone uno straordinario esercizio di modernità che in tutto il Novecento, prima Edward e poi in modo diverso i suoi figli Brett e Cole e la nipote Cara hanno professato, la modernità che pone sullo stesso piano il corpo, gli elementi vegetali e del regno animale trattati con l’occhio del ritrattista, esplorando in questo modo un filone narrativo che nel secondo Novecento trasformerà anche tecnologicamente la fotografia con l’invenzione delle macro e con la grande attenzione allo sguardo trasversale sugli oggetti del nostro microcosmo. La città di Brescia e Fondazione Brescia Musei possono dirsi orgogliosi di proporre per la prima volta in Italia questo sguardo trasversale cross-generazionale. La mostra di Edward Weston è uno straordinario avanzamento della nostra capacità organizzativa e produttiva con un salto di qualità verso il benchmark internazionale che il contenitore fotografico di Santa Giulia ormai può consapevolmente presidiare”.

L’aspetto d’eccellenza che caratterizza l’intera esposizione è stato quello di poter lavorare a stretto contatto con la famiglia Weston. La totalità delle immagini di Edward presenti in mostra è stata stampata dal maestro e dagli eredi: alcuni scatti da lui stesso, altri dal figlio Cole, seguendo le istruzioni trasferite dal padre. Negli ultimi anni della malattia del maestro, i figli lo hanno infatti assistito in camera oscura, dando in questo modo vita a una delle collezioni più organiche di tutto il Novecento, con cui Fondazione Brescia Musei ha avuto l’onore di potersi confrontare.

Catalogo pubblicato da Skira

Al Museo di Santa Giulia e in altre sedi espositive cittadine, grandi mostre e importanti eventi intorno alle molteplici declinazioni del “ritratto” nella storia della fotografia italiana e internazionale. Giunta alla sua V edizione, l’iniziativa promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini, verte sul tema Le forme del ritratto, consolidando nuovamente la città di Brescia quale uno dei centri propulsivi di quest’arte. La kermesse si dispiega in vari luoghi della città e della provincia, tra cui la Pinacoteca Tosio Martinengo, il Mo.Ca. – Centro per le Nuove Culture, il Museo Civico di Scienze Naturali, la Fondazione Vittorio Leonesio di Puegnago del Garda e la Cantina Guido Berlucchi di Corte Franca.

WESTON.Edward, Brett, Cole, Cara.Una dinastia di fotografi 

31 marzo – 24 luglio 2022Brescia, Museo di Santa Giulia

Orari di apertura: martedì – domenica, ore 10-18

Aperture straordinarie: lunedì 18 aprile e 25 aprile

www.bresciamusei.com

www.bresciaphotofestival.it

Fondazione Brescia Musei

tel. 030.2977833 – 834 | santagiulia@bresciamusei.com

 

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Mostra – Lorenzo Castore, Interior

Inaugura mercoledì 6 aprile alle 18, presso Alessia Paladini Gallery via Pietro Maroncelli 11, la personale di Lorenzo Castore dal titolo “Interior”. Sarà esposta una selezione di polittici e opere singole realizzate tra il 2008 e il 2022. Interior è un’estensione del lavoro pubblicato nel libro Ultimo Domicilio (edizioni l’Artiere, 2015) che nel tempo si evolve attraverso l’aggiunta di nuovi capitoli. La ricerca di Lorenzo Castore è caratterizzata da progetti di lungo termine che hanno come tema principale l’esperienza personale, l’identità, la memoria e la relazione tra piccole storie in-dividuali, il presente e la storia.

“Ognuna delle opere in mostra –  afferma l’autore  – parla di uno spazio fisico interiore e dell’universo emotivo a cui si riferisce. Sono tutte case che non esistono più, lasciate per i più disparati motivi (morte, guerra, separazione, vendita, cambio di vita…), da chi le aveva vissute arredandole a propria immagine e somiglianza, donandogli così una specifica personalità, frutto dei caratteri e dei gusti, delle circostan-ze e del quotidiano, della cultura, dell’educazione e della provenienza geografica dei suoi abitanti. Ho conosciuto queste case per varie ragioni: sono case che sono state vissute e poi abbandonate, case che ho frequentato o solo visitato, case di amici, familiari o sconosciuti. Tutte parlano di qualcosa che ho cercato in anni di girovagare, di un senso di appartenenza alla nostra parte di mondo. Ogni casa rappresenta il complesso mondo interiore di chi l’ha abitata certamente legato alla mia esperienza, ma anche ad una più vasta, collettiva. Parlano di un passaggio, di intimità e di un territorio comune; sono mappe di un atlante domestico occidentale. Il modo in cui questo lavoro è strutturato è estremamente personale: scaturisce dalle coincidenze, dall’identificazione e dall’immaginazione e crea corrispondenze che sono arbitrarie e strutturate allo stesso tempo”.

Note biografiche

Lorenzo Castore è nato a Firenze il 22 giugno 1973. È stato rappresentato dall’Agenzia Grazia Neri dal 2001 al 2009 e membro dell’Agence e Galerie VU’ dal 2002 al 2017.

MOSTRE PERSONALI (SELEZIONE):

PARADISO Galerie VU’. Paris, FR (2004) Photokina. Cologne, DE (2006) Espace Le Mejan, Ren-contres d’Arles. Arles, FR (2006) Mai Mano’ House of Photography. Budapest, HU (2007) NERO Palazzo Reale. Milan, IT (2004) PRESENT TENSE Galerie VU’. Paris, FR (2015) PORTRAITS Trienna-le. Milan, IT (2010) POLONIA 1999-2013 Polish Institute of Culture. Rome, IT (2013) SING ANO-THER SONG BOYS(with Michael Ackerman) Interzone. Rome, IT (2015) ITALIA (with Anders Petersen + Martin Bogren) Dunkers Kulturhus. Helsingborg, SE (2017) SOGNO #5 MACRO. Rome, IT (2017) INVITO AL VIAGGIO Leica Galerie. Milan, IT (2017) ULTIMO DOMICILIO Galleria del Cembalo. Rome, IT (2018) EWA & PIOTR Images Festival. Vevey, CH (2018) LAND Czytelnia Sztuki. Gliwice, PL (2018) 1994-2001 | A BEGINNING Galerie Folia. Paris, FR (2019) THÉO & SALO-MÉ. Planches Contact Festival. Deauville, FR (2020) GLITTER BLUES Unsocial Studio Gallery. Modena, IT (2021)

LIBRI MONOGRAFICI:

NERO (2004) Federico Motta Editore (IT) PARADISO (2005)Actes Sud (FR), Dewi Lewis Publishing (UK), Edition Braus (DE), Apeiron (GR), Lunwerg (ES), Peliti Associati (IT) ULTIMO DOMICILIO (2015) L’Artiere (IT) EWA & PIOTR (2018) Les Editions Noir Sur Blanc (CH/FR) LAND (2019) Blow Up Press (PL) 1994-2001 | A BEGINNING (2019) L’Artiere (IT) GLITTER BLUES (2021) Blow Up Press (PL)

La mostra resterà aperta fino all’11 giugno con ingresso gratuito. Orari: da martedì a venerdì ore 11-14 e 16-19. Sabato 12-19.

 

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James Barnor al MASI Lugano con Accra/London – A Retrospective

Il MASI Lugano in collaborazione con Serpentine Galleries, Londra, presenta la più ampia retrospettiva mai dedicata al fotografo James Barnor (Accra, Ghana, 1929, vive e lavora a Londra). Nella sua lunga carriera, che abbraccia sei decenni e due continenti, Barnor è stato un testimone visivo straordinario dei cambiamenti sociali e politici del suo tempo – dall’indipendenza del Ghana alla diaspora africana fino alla vita della comunità africana londinese. Muovendosi con agilità tra luoghi, culture e i generi più diversi – dal fotogiornalismo ai ritratti in studio, dalla fotografia documentaria a quella di moda e lifestyle – il fotografo anglo-ghanese si è sempre distinto per il suo sguardo potentemente moderno e il suo approccio pionieristico. Nonostante egli abbia influenzato generazioni di fotografi in Africa e nel mondo, la sua opera è stata riscoperta e valorizzata solo di recente. “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” presenta una selezione di più di 200 lavori dal vasto archivio personale di Barnor, tra cui numerose immagini inedite. Oltre ad opere vintage, ristampe e documenti originali, in mostra ci saranno anche copertine di riviste e dischi, con un’attenzione particolare per i decenni 1950-1980. Il percorso espositivo è articolato intorno ai nuclei e momenti chiave nell’opera di Barnor dagli inizi ad Accra ai soggiorni londinesi – e si snoda come un racconto cronologico attraverso le sale storiche di Palazzo Reali. Con la retrospettiva dedicata a Barnor, il MASI Lugano apre la stagione espositiva 2022 nel segno della continuità, confermando la sua costante attenzione per la fotografia contemporanea e storica, coltivata a Lugano da oltre mezzo secolo.

Barnor muove i primi passi nella fotografia nei primi anni ’50 ad Accra, dove fonda il suo studio dal nome programmatico “Ever Young”, centro pulsante di incontro per persone di tutte le età e ceti sociali. Allora il Ghana, colonia inglese, si sta avviando verso l’indipendenza – il giovane Barnor respira appieno il fervore politico e l’energia di quegli anni, che presto si rifletteranno nella sua opera. La struttura rigida della ritrattistica in studio di grande formato, che ancora fa sentire la sua influenza nei suoi primi ritratti in bianco e nero, è destinata a sciogliersi in immagini dinamiche e informali appena egli abbandona studio e treppiedi per avventurarsi sulla strada, a caccia di storie: “Se avevo bisogno di una foto, o di una nuova storia, mi precipitavo al mercato di Makola, dove la gente si comporta in modo più simile a se stessa. Questo mi piaceva di più della fotografia in studio. Usavo una piccola macchina fotografica. Era ottimo per trovare storie” così Barnor, che presto ottiene incarichi per il giornale Daily Graphic, diventando quindi il primo fotoreporter del Paese. Già nei lavori di questo decennio, raccolti in mostra nelle sezioni “Ever Young” e “Independence” emerge la cifra visiva di Barnor, quella sua capacità di riportare allo stesso modo la storia ufficiale e le storie personali su un piano di dialogo intimo, di incontro e relazione umana. In questo senso, tra i suoi scatti più emblematici spicca quello di Kwame Nkrumah mentre prende a calci un pallone, appena liberato dal carcere per diventare leader del Ghana.

Il percorso di Barnor prosegue a Londra, dove si trasferisce dal 1959: qui egli restituirà in immagini vibranti la vita della comunità africana, diventando il più importante testimone della diaspora africana nel tempo e nello spazio. I suoi scatti per la rivista Sud Africana “Drum”, baluardo anti-apartheid, raccontano gli “Swinging Sixties” londinesi attraverso il suo sguardo schietto, diretto e controcorrente. In un mondo di bianchi inglesi, Barnor mette infatti in copertina modelle di discendenza africana come Erlin Ibreck e Marie Hallowi. Spinto dal desiderio di condividere anche le innovazioni tecnologiche, Barnor fa ritorno ad Accra per fondare il primo laboratorio di fotografia a colore nel paese – tecnica che aveva studiato, tra l’altro, presso il Colour Processing Laboratories, principale laboratorio della Gran Bretagna. L’accesso al colore rivoluziona anche il ruolo della fotografia “Il colore ha davvero cambiato le idee della gente sulla fotografia. Il kente è un tessuto ghanese intrecciato con molti colori diversi e la gente voleva essere fotografata dopo la chiesa o in città indossando questo tessuto, quindi la notizia si diffuse rapidamente” così Barnor. Diverse immagini in mostra restituiscono le decorazioni, le acconciature, l’abbigliamento e la moda del tempo – un archivio visivo prezioso per la ricerca storica futura.

Il suo talento multiforme si esprime anche in diverse commissioni commerciali. Tra queste, anche un calendario promozionale per la compagnia petrolifera italiana AGIP, nel 1974 – in mostra uno scatto straordinariamente attuale presenta le modelle di colore, serene ed eleganti sullo sfondo di taniche e camion cisterna. Le commissioni includono diverse fotografie di copertine di dischi per musicisti come E. K. Nyame, padre della musica highlife ghanese. La passione per la musica e l’amore per la comunità ghanese, lo portano a gestire in quegli anni anche un gruppo musicale di bambini chiamato Ebaahi Gbiko (All Will Be Well One Day), poi rinominato Fee Hi (All is Well). La compagnia di musicisti diventa parte importante della vita del fotografo, che accompagna i giovani anche in un tour in Italia nel 1983 come parte di una campagna anti-apartheid. Dal 1994 Barnor tornerà a Londra, dove vive a tutt’oggi.

Completano l’esposizione un video di Campbell Addy, in cui Barnor presenta il suo lavoro, e una videodocumentazione in cui spiega la sua tecnica fotografica. La mostra, organizzata dalle Serpentine Galleries di Londra (19.05 – 24.10.2021), dopo la tappa al MASI Lugano proseguirà in America presso il Detroit Institute of Arts (primavera 2023), con l’intento di diffondere l’impatto artistico e sociale di James Barnor.

 

Presentata in collaborazione con Serpentine, Londra. “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” è ideata e organizzata da Serpentine, Londra. Curata da Lizzie Carey-Thomas, capo curatrice, Serpentine e Awa Konaté: Culture Art Society (CAS), assistente curatrice. Organizzata in collaborazione con Clémentine de la Féronnière, Isabella Seniuta e Sophie Culière, James Barnor Archives.

 

Il catalogo

 “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” è accompagnata da un catalogo edito da König e co-prodotto dalle Serpentine Galleries di Londra, MASI Lugano e Detroit Institute of Arts. Progettato e illustrato da Mark El-khatib, include contributi di Christine Barthe, Sir David Adjaye OBE, David Hartt, Alicia Knock, Erlin Ibreck e una conversazione tra James Barnor e Hans Ulrich Obrist. La pubblicazione è disponibile in lingua inglese.

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Paolo Simonazzi. Il filo e il fiume

Dal 26 marzo all’8 maggio 2022, la mostra “Il filo e il fiume di Paolo Simonazzi sarà ospitata nelle sale dello storico Palazzo Pigorini a Parma. L’esposizione, a cura di Andrea Tinterri e Ilaria Campioli e organizzata dall’Associazione Bondeno Cultura (ABC) in stretta collaborazione con il Comune di Parma nell’ambito del programma ufficiale di Parma Capitale della Cultura 2020+21, propone una selezione di venti scatti, tutti di grande formato, tratti dal progetto realizzato dal
fotografo reggiano tra il 2013 e il 2021 e dedicato al Po e ai territori che attraversa. Accompagna la mostra, il volume omonimo edito da Silvana Editoriale, che raccoglie l’intera serie composta da 56 scatti e due contributi critici di Davide Papotti e Francesco Zanot. Le loro parole, insieme a quelle dell’artista, sono parte del prezioso contribuito video del regista Riccardo Marchesini, presente in mostra, che potrà fornire ulteriori elementi di conoscenza e chiavi di lettura del progetto.

Protagonista di “Il filo e il fiume” è il lento, pesante e inesorabile scorrere del Po, che appare anche laddove non viene fotografato direttamente: la sua presenza emerge nel paesaggio circostante e nelle persone che abitano i luoghi solcati dalle sue acque. Il “filo” a cui fa riferimento il titolo è per l’autore al tempo stesso un’evocazione della forma fluviale, un elemento fisico che compare ripetutamente nelle fotografie e una metafora di “cucitura territoriale”. Il risultato è un’antologia di paesaggi differenti ma in relazione tra loro, uniti insieme dalla presenza del fiume, parte di un mondo forse in via di estinzione e di cui l’autore
– nel solco di una tradizione fotografica che inizia nel dopoguerra – ci consegna tracce visive, invitandoci all’ascolto di quello che Francesco Zanot chiama il canto flebile di un territorio sovraterritoriale, all’attacco della geografia politica, aggrappato com’è alla linea traballante dell’acqua per centinaia di chilometri.
Il fiume diventa dunque al contempo sottofondo evocativo e presenza implicita: come scrive Davide Papotti, esso viene esplorato per “sottrazione”, escludendo quasi sempre l’immagine stessa delle acque, […] per provare a indagare fino a quanto riesce a spingersi nell’“entroterra” l’identità fluviale. Papotti sottolinea inoltre che il filo, in ultimo, è anche quello che congiunge, invisibile ma tenace, i lavori di Paolo Simonazzi inanellati nel corso del tempo: sottili rimandi, delicate coerenze, sottese citazioni, giochi di assonanza.

Il progetto prende dichiaratamente ispirazione dal lavoro Sleeping by the Mississippi del fotografo statunitense Alec Soth, un’indagine conoscitiva condotta nel 2004 lungo il corso del più grande bacino idrografico dell’America settentrionale. Il titolo di Simonazzi fa riferimento inoltre all’album musicale The river and the thread (2014) di Rosanne Cash, in cui la cantautrice americana – figlia di Johnny Cash – ripercorre il Sud degli Stati Uniti alla ricerca del passato
e dei ricordi della
sua famiglia.

Note biografiche

Paolo Simonazzi (Reggio Emilia, 1961) vive e lavora a Reggio Emilia. Il suo approccio stilistico rivela uno sguardo al tempo stesso affettuoso e ironico per quei luoghi di provincia dove il reale si confonde impercettibilmente con il surreale. Ha partecipato a numerose mostre e realizzato diverse pubblicazioni tra cui: Tra la Via Emilia e il West (Baldini Castoldi Dalai, 2007), un progetto che illustra la penetrazione dell’iconografia americana nel paesaggio dell’Emilia-Romagna, esposto in anteprima a Villa delle Rose – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, e poi in altre città, tra cui New York e San Francisco; Bell’Italia (Silvana Editoriale, 2014), presentato prima a Reggio Emilia nell’ambito del festival Fotografia Europea, e successivamente a Sydney, Melbourne, Tokyo e Mosca; Mantua, Cuba (Greta’s Books, 2016), una ricerca sentimentale che indaga una cittadina di provincia ai confini dell’isola di Cuba, con esposizioni tra le altre sedi a L’Avana nel 2016 e molto recentemente a Mantova. So near, so far (Danilo Montanari, 2018), progetto dedicato alla Via Emilia, che segue la mostra realizzata nel 2016 alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia; Icons of Liscio (GuaraldiLAB, 2019), ispirato alla fascinazione dei manifesti iconici delle orchestre da ballo in Emilia-Romagna e presentato nel 2021 al SI Fest – Savignano Immagini Festival. Nel 2019 un’opera del progetto Cose ritrovate (Marsilio editori, 2014), ispirato ai testi di Ermanno Cavazzoni e Raffaello Baldini, è stata selezionata per la mostra Premios de Fotografía Fundación ENAIRE 2019 nell’ambito del festival PHotoEspaña di Madrid. Con La casa di Lenin (I Quaderni di Gente di Fotografia, 2021),nel centenario dalla nascita del Partito Comunista italiano, Simonazzi rende omaggio al poeta e agricoltore reggiano Lenin Montanari.

www.paolosimonazzi.com

Paolo Simonazzi. Il filo e il fiume.
Dal 26 marzo all’8 maggio 2022

A cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri
Con i contributi critici di
Davide Papotti e Francesco Zanot
Sede espositiva
Palazzo Pigorini, Strada della Repubblica 29/a, Parma
Orari di apertura
mercoledì, giovedì e venerdì: ore 15.30 – 19.30 | sabato e domenica: ore 10.30 – 19.30

Ingresso gratuito

Catalogo
Paolo Simonazzi. Il filo e il fiume, Silvana Editoriale, 2021, 160 pp., edizione bilingue italiano /
inglese. Testi di Davide Papotti e Francesco Zanot

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Mostra – Alberto di Leonardo. Lo sguardo inedito di un grande fotografo

Fino all’8 maggio, il WeGil di Roma, hub culturale della Regione Lazio nel quartiere Trastevere, ospita la mostra dedicata a un autore del secondo Novecento rimasto letteralmente nascosto in soffitta e il cui lavoro viene proposto per la prima volta al pubblico in questa esposizione inedita ed emozionante.  Il progetto è curato da Carlotta di Lenardo, nipote del fotografo, che ne ha svelato il talento dopo la sua morte, avvenuta nel 2018, dando vita al volume “An Attic Full of Trains”, della casa editrice londinese MACK, in cui è raccolta una selezione dello sterminato archivio di immagini ereditato dal nonno. La mostra esposta al WeGil è promossa dalla Regione Lazio ed è realizzata da LAZIOcrea in collaborazione con Creation. Uno scorcio del passato del nostro paese attraverso lo sguardo di un autore rimasto sconosciuto fino alla sua morte. Con questa retrospettiva, il WeGil torna a ospitare la grande fotografia ma lo fa, questa volta, puntando l’obiettivo sul patrimonio artistico nascosto del nostro paese. Previsti anche una serie di incontri con esperti e addetti ai lavori (il cui calendario sarà presto disponibile sul sito del WeGil) e un fotocontest dedicato a tutti gli appassionati di fotografia.

“Alberto di Lenardo. Lo sguardo inedito di un grande fotografo” raccoglie 154 immagini che raccontano uno spaccato di vita personale del fotografo: spiagge, montagne, bar, viaggi in auto catturati nei loro colori più vividi e che portano con sé il segno e la bellezza del tempo. Negli scatti di Alberto di Lenardo si ritrova la poesia dei sentimenti che non possono essere espressi a parole ma che, attraverso la pellicola, vengono fissati in un ricordo, condividendo quelle stesse emozioni che il fotografo provò nel mostrare le proprie memorie alla nipote.

Carlotta di Lenardo racconta come, appena sedicenne, durante un pranzo di famiglia, il nonno volle parlarle della sua grande passione per la fotografia e condividere con lei il suo archivio di oltre 10.000 scatti. “Mio nonno ha sempre amato fotografare e ha continuato a farlo per tutta la vita. Era il suo modo di comunicare i suoi sentimenti e gli permetteva di rivelare emozioni che la sua generazione faticava ad esprimere a parole. Le sue immagini riflettono accuratamente la sua serenità interiore, uno stato d’animo che ha sempre cercato di trasmetterci, e allo stesso tempo manifestano la sua costante ricerca di uno scatto rubato e mai banale. Preferiva infatti che i suoi soggetti fossero quasi sempre ignari della macchina fotografica, così da essere spontanei e reali, un puro riflesso del momento. Queste immagini e il modo in cui lui si emozionava mentre le condivideva con me, disegnandole nella sua incredibile e dettagliata memoria, mi hanno fatto innamorare della fotografia e hanno condizionato la mia intera vita lavorativa in questo campo. La fotografia era qualcosa di nostro, qualcosa che lui ed io condividevamo e custodivamo gelosamente. Al punto di riuscire a incidere sul mio stesso modo di guardare, sul mio gusto estetico. Da quando ho iniziato a lavorare alla selezione delle tante immagini dell’archivio, però, mi è stato chiaro quanto la fotografia di mio nonno, quella personale visione del mondo, rappresentasse molto più che una memoria familiare. La mostra ha l’ambizione di svelare proprio quella particolare lettura della realtà, lo sguardo inedito e la cifra stilistica del fotografo Alberto di Lenardo. Tra i soggetti delle sue fotografie ci sono sia familiari che volti sconosciuti, sia luoghi della quotidianità che momenti di viaggio. Ma ogni scatto è in grado di trasportare lo spettatore in un passato intriso di emozioni, rendendolo partecipe di un mondo fatto al contempo di avventura e intimità”.

Il progetto espositivo porta al pubblico un ritratto intimo e colorato del lavoro fotografico di Alberto di Lenardo, svolto in oltre cinquant’anni di attività. La mostra costituisce un’opportunità davvero unica di consegnare un nome nuovo alla storia della fotografia. In un’epoca che vede il moltiplicarsi di esposizioni dedicate ai grandi maestri o agli interpreti dell’arte visiva a loro ispirati, lo sguardo dell’autore emerge per un suo personalissimo stile che vede l’uso costante di cornici e finestrature che fermano nel tempo momenti di vita vissuta.

La mostra si divide in tre sezioni. Nella prima, il visitatore potrà immergersi in una galleria di immagini tratte dal campionario di viaggi e situazioni familiari vissute da Alberto di Lenardo, facendo leva sui rimandi di sguardi, sulle associazioni di temi e colori, sui tagli delle inquadrature in grado di condensare e raccontare l’universo visivo del fotografo. La seconda sezione, più raccolta, comprende scatti in qualche modo autobiografici, con alcune immagini in bianco e nero, scattate dal fotografo a partire dall’età di 18 anni, un autoritratto e tre ritratti fatti dalla curatrice durante un pranzo di famiglia nel 2013. Immagini che ripercorrono la storia personale dell’autore e che aiutano a comprendere tre aspetti fondamentali della personalità dell’artista di Lenardo: austera, solare e sempre autoironica. La terza sezione è composta da nove pareti tematiche che ripropongono situazioni ricorrenti su cui il fotografo amava puntare l’obiettivo e che si ripresentano quindi costantemente in tutto il suo archivio: parchi di divertimento, ritratti di persone che prendono il sole o guardano l’orizzonte, strade e vedute da macchine e aerei, terminando infine con alcune delle diapositive su cui era solito scrivere la parola “FINE”, per indicare appunto, la fine di un viaggio.

A tutti gli appassionati di fotografia, infine, è dedicato il fotocontest “Alberto di Lenardo – Memoria di Viaggio”: concorso gratuito, promosso da Creation, a cui professionisti e appassionati di tutte le età potranno partecipare con le proprie immagini sul tema della memoria di viaggio, soggetto centrale di tutta l’opera di Alberto di Lenardo. Dal 12 febbraio al 4 aprile, ogni partecipante potrà postare gli scatti sui propri account Facebook o Instagram utilizzando uno dei seguenti hashtag: #contestmostradilenardo, #contestdilenardo, #contestalbertodilenardo. In alternativa, le fotografie potranno essere inviate via mail a info@creationculture.it indicando in oggetto la dicitura “Contest di Lenardo”. Tra il 4 e l’8 aprile, una giuria di qualità (composta dalla curatrice Carlotta di Lenardo, il fotografo Denis Curti, la coordinatrice del WeGil, Lucia Bianco, e l’AD di Creation, Umberto Pastore) selezionerà le tre foto più belle ed evocative per creatività, originalità, qualità della fotografia e aderenza al tema che verranno esposte dal 14 aprile all’8 maggio in una sezione dedicata all’interno della mostra. Tutte le informazioni relative al contest sono disponibili sul sito del WeGil e sul blog di Creation al link www.creationculture.it.

Note biografiche

Alberto di Lenardo è nato il 28 maggio 1930 ad Ontagnano, un paesino in provincia di Udine, dove si trovava la tenuta di campagna della sua famiglia.

Passa l’adolescenza tra Trieste e Udine per poi trasferirsi a Bologna, a causa della guerra. Lì, nell’agosto del 1948, all’età di 18 anni, scatta la sua prima fotografia ereditando dal padre questa grande passione. Nel suo diario annota: “Bologna: veduta dalla mia casa di Viale Risorgimento. Nella casa di fronte, all’ultimo piano, abita una ragazza che mi piacerebbe conoscere…”

Da quel momento non si separerà mai più dalla sua fedele macchina fotografica, una Pentax che avrebbe portato con sé dappertutto, usandola in ogni momento libero, senza cavalletto, alla ricerca dell’attimo perfetto, della giusta angolazione.

All’età di 24 anni ritorna ad Ontagnano con i genitori e inizia a lavorare nell’azienda di famiglia. Nel 1960 conosce Maria Pia Rossaldi, la donna cui rimarrà legato per tutta la vita e dalla quale avrà due figli.

Stabilitosi definitivamente in Friuli-Venezia Giulia, non rinuncia mai all’altra sua grande passione, il viaggio, che lo porterà a visitare molti angoli del mondo: Stati Uniti, Grecia, Croazia, Inghilterra, Francia, Spagna, Egitto, Marocco, Brasile, Repubblica Ceca, Emirati Arabi, Svizzera, Austria, Ungheria.

Apparentemente austero e sempre in giacca anche nelle occasioni informali, come fosse un’uniforme, Alberto non parlava molto dei suoi sentimenti, che riusciva però a esprimere attraverso ironia e autoironia o con gesti, azioni e tramite la fotografia.

Meticoloso anche nel descrivere i singoli momenti catturati con la macchina fotografica, ripercorrendo le emozioni provate durante lo scatto, Alberto fissava i propri ricordi nella memoria.

Negli ultimi anni della vita, persa la mobilità fisica che lo aveva contraddistinto, inizia a rallentare la sua produzione fotografica, senza mai interromperla del tutto. Comincia invece a riguardare e catalogare il suo immenso archivio fotografico, ricordando quanto fatto ma anche ciò che avrebbe potuto fare.

Si ammala gravemente nel 2018 e viene a mancare nel giugno dello stesso anno, all’età di 88 anni.

INFO MOSTRA

“Alberto di Lenardo. Lo sguardo inedito di un grande fotografo”,  WEGIL Trastevere – Largo Ascianghi, 5, Roma

Orari: tutti i giorni dalle 10  alle 19

Biglietto intero € 6; ridotto € 3 (18-26 anni e over 65); gratuito under 18 e disabili con accompagnatore. Gratuito per possessori di LAZIO YOUth CARD fino a esaurimento fondi.

Info www.wegil.it; info@wegil.it tel. 334 6841506 (tutti i giorni ore 10 -19) Facebook /WEGILTrastevere Instagram/WEGIL Twitter/wegiltrastevere

Ente promotore Regione Lazio

Organizzazione LAZIOcrea S.p.a. in collaborazione con Creation

A cura di Carlotta di Lenardo

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Mostra – Mario Ermoli, Analog Nature

“Niente può essere uguale ad un altra cosa nel mondo reale”. Così esordisce Mario Ermoli nella sua presentazione.

Questa serie fotografica tratta il tema dell’unicità e si intitola “Analog Nature” in contrapposizione al mondo digitale e virtuale. Proviamo a pensare che tutto quello che vediamo di fronte a noi è in realtà unico e irripetibile, ogni singolo attimo è diverso dal precedente e dal successivo, spesso non ce ne rendiamo conto, ma quello che la fotografia congela è in realtà ogni volta una piccola unica meraviglia e quando finalmente te ne accorgi è una cosa che potrebbe cambiarti la giornata.

“E’ possibile affermare che l’acqua di un bicchiere è uguale all’acqua di un altro bicchiere? – prosegue – Penso all’acqua che scorre dentro a un calorifero, apparentemente immobile e silente, ad un qualsiasi frutto, dentro come è? Ce n’è un altro uguale? Saranno mai esistite due uova veramente identiche? Proprio come le nuvole…  Il frame fotografico diventa la nostra unica certezza. All’interno troviamo le possibilità e i tentativi di rappresentare un oggetto e quando lo sguardo si posa su un dettaglio, ecco che il pensiero ci porta alla natura stessa della materia di cui è fatto. Mi accorgo, però, che quello che ho visto non è rappresentato né dall’immagine appena scattata, né tantomeno dall’oggetto reale ancora appoggiato sul set”

“La fotografia mi porta dunque ad una nuova visione delle cose, dove nulla può essere uguale perché è la memoria stessa di quell’oggetto che lo modifica e lo trasforma rispetto al suo aspetto oggettivo. Come ogni oggetto non può essere uguale ad un altro, anche un pensiero, un’emozione si comportano allo stesso modo e quindi il fotografare diventa solamente il tentativo di fermare il tempo e gli oggetti nello spazio; la fotografia è come il buco della serratura e l’abilità sta nel far guardare attraverso il buco e non il buco solamente. Però la domanda finale è : Hai visto anche tu quello che ho visto io?”

Questi pensieri nascono da una riflessione sulla bellezza che l’autore ha fatto durante il lockdown.

“Una volta trovata la chiave del romanzo giallo (cit. Blow up), ho cominciato a ragionare su come le fotografie che volevo realizzare avrebbero potuto stuzzicare in maniera sotterranea la sensibilità dello spettatore e quindi ho scelto un approccio minimale e vagamente surreale per evitare ogni tipo di didascalismo. Unica eccezione la serie dei bicchieri d’acqua che, al contrario, nella loro semplicità per me rappresenta una perfetta metafora del rapporto tra contenuto e contenitore, dove spesso il livello dell’acqua all’interno del bicchiere rappresenta più che altro una condizione umana, uno stato di coscienza. Per quanto riguarda l’aspetto estetico sento chiaramente l’influenza dei miei punti di riferimento di sempre (Man Ray, Andre Kertesz, Irving Penn) ma anche di artisti come Gino De Dominicis e Morandi. Le fotografie sono tutte realizzate con luce naturale; in alcuni casi, ho utilizzato anche una torcia elettrica. Ho usato differenti macchine fotografiche a seconda dell’esigenza (Reflex dslr, medio formato digitale e banco ottico analogico).

Aperta dal 25 febbraio al 10 marzo, inaugurazione giovedì 24 febbraio dalle 18:30 presso la Galleria Valeria Bella, Milano Via Santa Cecilia 2, entrata da Via San Damiano • 20122 Milano

 

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Mostre – Luca Casonato, Riaffioramenti

Inaugura questa sera all’Acquario Civico di Milano, e resterà aperta dall’11 febbraio al 13 marzo, la personale di Luca Casonato a cura di Giovanni Pelloso al titolo “Riaffioramenti. Asia on my mind”. Si compone di novanta fotografie di piccole (21x15cm e 44x30cm), medie (60x45cm) e grandi dimensioni (85x60cm) e si propone di “ridar vita”, attraverso il ricordo e l’azione artistica, alle magnifiche carpe che popolano gli stagni del giardino Qinghui a DaLiang in Cina. E’ promossa dal Comune di Milano, settore Cultura e dall’Acquario e Civica Stazione Idrobiologica.

Su sue stampe in bianco e nero, Luca Casonato interviene in molteplici sessioni colorando a mano con inchiostri di china il medesimo soggetto. Il progetto espositivo offre al visitatore, oltre all’espressività dell’intervento, una riflessione sulla memoria visiva e sull’inafferrabilità del colore, manifestazione di quelle vite che attraversano lo specchio d’acqua.

“Foglio dopo foglio, nella ricorsività del gesto, in quel continuo ritorno all’inizio, sempre uguale, nel suo cominciamento, e sempre diverso, nel suo epilogo, riporta a una dimensione dell’essere. Ciò che affiora alla mente non è una memoria ascrivibile a un’azione di duplicazione della realtà, tale da potersi ritenere oggettiva e cristallina, ma il risultato di un’esperienza della visione e della rievocazione filtrata da un carico emotivo ricco di suggestioni e di fascinazioni, di pulsioni dell’animo e di invenzioni immaginative che fa di quel vissuto non solo una storia personale e particolare, ma oltremodo incapace di rendersi definitiva poiché sempre in grado di accogliere nuove impressioni e reminiscenze. L’opera di Luca Casonato ci ricorda, in un mondo dove tutto si vorrebbe indubitabile e immutabile, dove a tutto è chiesto di cadere nella cesta della logica e del dato analitico, della contabilità e del metodo sperimentale, di quanto l’uomo sia un essere inafferrabile, capace di sottrarsi a ogni pretesa”.

Giovanni Pelloso

Un viaggio compiuto in Cina nel 2010 ha permesso all’autore di visitare il famoso Qinghui Garden nella regione del Guangdong. Ricco di alberi, fiori, rocce, padiglioni e bacini d’acqua, il classico giardino cinese in miniatura esprime pienamente l’armonia del rapporto tra l’uomo e il paesaggio naturale, ricreando artificialmente quegli equilibri visivi che si hanno in natura e che, fonte di ispirazione e di elevazione, nutrono lo spirito. Pur essendo ancora vivo il ricordo di quel luogo e di quegli istanti, l’autore non recupera mentalmente la certezza della sensazione cromatica, risultando invece indefinita, cangiante, in continuo mutamento. Pur concentrandosi, il colore, questo elemento distintivo, perdendo consistenza, oggettività, ridefinendosi ogni volta, sembra qui appartenere a una realtà soggettiva dipendente da una concatenazione emotiva.

Note biografiche

Luca Casonato (1977), conseguita la laurea in ingegneria edile e la specializzazione in fotografia, decide di completare la sua formazione professionale nel delicato ruolo di assistente: sarà Gabriele Basilico il suo mentore per alcuni anni (2004-2006). Sin dall’inizio, per scelta autoriale, affianca all’attività professionale di fotografo una costante ricerca artistica rivolta alla rappresentazione del frammentato paesaggio contemporaneo e all’estetica dell’ingegneria.

Nel 2019 è uno degli artisti segnalati dalla giuria al Premio Combat Prize 2019.

Nel 2017 vince due menzioni come finalista al One Eyeland Awards 2017, nelle sezioni “Architecture/Historic” e “Architecture/Industrial”.

Nel 2015 partecipa alla residenza d’artista Serre Salentine – Bitume Photofest. Nello stesso anno collabora con la Harvard Graduate School of Design e l’Università di Bergamo al progetto “Casoncelli: from the cow to the stomach (and viceversa)”, REAL Cities – Bergamo 2.035 | Smarter Citizens.

Nel 2014 riceve una menzione d’onore al MIFA, Moscow International Foto Awards.

Nel 2013 collabora al progetto “Watersheds” in mostra alla 2013 Bi-City Biennale of Urbanism\Architecture (UABB), Shenzhen, Cina.

Nel 2012 “Colliders” è primo classificato all’ International Photo Awards 2012 nella categoria “Architecture – Industrial”. Nello stesso anno è invitato a partecipare al festival internazionale “Darmstädter Tage der Fotografie” a Darmstadt, Germania; ed è fra i finalisti al Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee.

Nel 2010 e nel 2011 è Visiting Expert presso la South China University of Technology, Guangzhou, Cina.

Nel 2010 col progetto “Colliders” è secondo classificato al Sony World Photography Awards nella categoria “Fine Art – Architecture”. Nello stesso anno è invitato a partecipare a “Le Cose e il Paesaggio”, premio fotografico istituito dal Sistema dei Musei di Valle Camonica.

Nel 2008 partecipa alla Biennale Fotografica di Cracovia nella sezione Voice OFF. È  un autore segnalato al “Premio della Qualità Creativa in Fotografia Professionale” indetto dall’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti – TAU Visual.

Nel 2007 è fra i finalisti al premio “Atlante Italiano 007 Rischio Paesaggio” indetto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e dalla DARC.

Nel 2005 riceve una menzione a “Netshot”, premio di fotografia-web organizzato dal Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano).

Nel 2004 cura la riedizione della mostra “Nelle altre città” di Gabriele Basilico presso il Design Centre, San Donà di Piave (Venezia).

Riaffioramenti. Asia on my mind, di Luca Casonato e a cura di Giovanni Pelloso

 Acquario Civico di Milano dall’11 febbraio al 13 marzo

Viale G. Gadio 2, Milano. (MM2 Lanza), Tel. 02 88465750

Orari: martedì – domenica, ore 10:00 – 17:30, ultimo ingresso ore 17:00 (con biglietto). Chiusura biglietteria ore 16:30. Chiuso il lunedì.

Ingresso: 5.00 euro intero, 3.00 euro ridotto, la visita alla mostra è compresa nel biglietto d’ingresso all’Acquario.

Info: www.acquariodimilano.it, www.museicivicimilano.vivaticket.it

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Mostre – Vivian Maier inedita

A partire da oggi e fino al al 26 giugno 2022, le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano la mostra di Vivian Maier (1926-2009), una delle massime esponenti della cosiddetta street photography.  Fin dal titolo, Inedita, l’esposizione, che giunge in Italia dopo una prima tappa al Musée du Luxembourg di Parigi, si prefigge di raccontare aspetti sconosciuti o poco noti della misteriosa vicenda umana e artistica di questa recente grande scoperta della fotografia, approfondendo nuovi capitoli o proponendo lavori finora inediti, come la serie di scatti realizzati durante il suo viaggio in Italia, in particolare a Torino e Genova, nell’estate del 1959.

La mostra, curata da Anne Morin, è co-organizzata da diChroma e dalla Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais, prodotta dalla Società Ares srl con i Musei Reali e il patrocinio del Comune di Torino, e sostenuta da Women In Motion, un progetto ideato da Kering per valorizzare il talento delle donne in campo artistico e culturale. L’esposizione presenta oltre 250 immagini, molte delle quali inedite o rare, come quelle a colori, scattate lungo tutto il corso della sua vita. A queste si aggiungono dieci filmati in formato Super 8, due audio con la sua voce e vari oggetti che le sono appartenuti come le sue macchine fotografiche Rolleiflex e Leica, e uno dei suoi cappelli.

“La mostra – dichiara Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali di Torino, propone una parte dell’opera ancora sconosciuta di Vivian Maier, universalmente apprezzata dopo il ritrovamento dei suoi archivi nel 2007, e indaga le origini della sua poetica, legata soprattutto alla sua tipica e ormai iconica osservazione street, un tema chiave oggi frequentato e condiviso anche tramite i social media da fotografi di diversa cultura ed estrazione. La strada come attualità e contemporaneità, e, accanto, l’itinerario privato di una donna alla ricerca della sua identità”.

“Vivian Maier – afferma Anne Morin – è una fotografa amatoriale che cercava nella fotografia uno spazio di libertà; benché il suo lavoro sia passato inosservato per tutto il corso della sua vita, si ritrova nella storia della fotografia a fianco dei più grandi maestri quali Robert Doisneau, Robert Frank o Helen Levitt”.

“Dopo Capa in color – ricorda Edoardo Accattino, amministratore Ares srl – proseguiamo la nostra collaborazione con i Musei Reali. Così come per Robert Capa, anche in questa mostra abbiamo voluto raccontare al pubblico gli aspetti meno noti di un grande fotografo. Con orgoglio apriamo la prima grande retrospettiva dedicata a una delle maggiori esponenti della street photography, attraverso un percorso che unisce fotografie, filmati e audio, strumenti complementari che permetteranno di scoprire un nuovo aspetto della produzione di Vivian Maier e la sua continua ricerca nello studio dell’immagine”.

Il percorso espositivo tocca i temi più caratteristici della sua cifra stilistica e si apre con la serie dei suoi autoritratti in cui il suo sguardo severo si riflette negli specchi, nelle vetrine e la sua lunga ombra invade l’obiettivo quasi come se volesse finalmente presentarsi al pubblico che non ha mai voluto o potuto incontrare. Una sezione è dedicata agli scatti catturati tra le strade di New York e Chicago. Vivian Maier predilige i quartieri proletari delle città in cui ha vissuto. Instancabile, cammina per tutto il tessuto urbano popolato da persone anonime che davanti al suo obiettivo diventano protagoniste, anche per una sola frazione di secondo, e recitano inconsciamente un ruolo. Le scene che diventano oggetto delle sue narrazioni sono spesso aneddoti, coincidenze, sviste della realtà, momenti della vita sociale a cui nessuno presta attenzione. Ognuna delle sue immagini si trova proprio nel luogo in cui l’ordinario fallisce, dove il reale scivola via e diventa straordinario.

Mentre cammina per la città, Vivian Maier a volte si sofferma su un volto. La maggior parte dei visi che scandiscono le sue passeggiate fotografiche sono quelli di persone che le assomigliano, che vivono ai margini del mondo illuminato dall’euforia del sogno americano. Parlano di povertà, lavori estenuanti, miseria e destini oscuri. Ognuno di questi ritratti, impassibile e austero, è colto frontalmente nel momento dello scatto. A essi fanno da contraltare quelli delle signore dell’alta borghesia, che reagiscono in modo offeso al palesarsi improvviso della fotografa. Oltre ai ritratti, Vivian Maier si concentra sui gesti, redigendo un inventario degli atteggiamenti e delle posture delle persone fotografate che tradiscono un pensiero, una intenzione, ma che rivela la loro autentica identità. Le mani sono spesso le protagoniste di queste immagini perché raccontano, senza saperlo, la vita di coloro a cui appartengono.

Agli inizi degli anni sessanta si nota un cambiamento nel suo modo di fotografare. La sua relazione con il tempo sta cambiando, e il cinema sta già cominciando a insinuarsi e ad avere la precedenza sulla fotografia. Vivian Maier inizia a giocare con il movimento, creando sequenze cinetiche, come se cercasse di trasportare le specificità del linguaggio cinematografico in quello della fotografia, creando delle vere e proprie sequenze di film. Come naturale conseguenza, Vivian Maier inizia a girare con la sua cinepresa Super 8, documentando tutto quello che passava davanti ai suoi occhi, in modo frontale, senza artifici né montaggi.

Un importante capitolo della mostra è dedicato alle fotografie a colori. Se da un lato, i lavori in bianco e nero sono profondamente silenziosi, quelli a colori si presentano come uno spazio pieno di suoni, un luogo dove bisogna prima sentire per vedere. Questo concetto musicale di colore sembra riecheggiare nello spazio urbano, come il blues che scorre per le strade di Chicago e, in particolare, nei quartieri popolari frequentati da Maier. Non poteva mancare una sezione dedicata al tema dell’infanzia che ha accompagnato Vivian Maier per tutto il corso della vita. A causa della sua vicinanza ai bambini per così tanti anni, era in grado di vedere il mondo con una capacità unica. Come governante e bambinaia per quasi quarant’anni, Maier ha preso parte alla vita dei bambini a lei affidati, documentando i volti, le emozioni, le espressioni, le smorfie, gli sguardi, così come i giochi, la fantasia e tutto il resto che abita la vita di un bambino.

Note biografiche

Nata a New York da madre francese e padre austriaco, Vivian Maier (1926-2009) trascorre la maggior parte della sua giovinezza in Francia, dove comincia a scattare le prime fotografie utilizzando una modesta Kodak Brownie. Nel 1951 torna a vivere negli Stati Uniti e inizia a lavorare come tata per diverse famiglie. Una professione che manterrà per tutta la vita e che, a causa dell’instabilità economica e abitativa, condizionerà alcune scelte importanti della sua produzione fotografica. Fotografa per vocazione, Vivian non esce mai di casa senza la macchina fotografica al collo e scatta compulsivamente con la sua Rolleiflex accumulando una quantità di rullini così numerosa da non riuscire a svilupparli tutti.

Tra la fine degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio, cercando di sopravvivere, senza fissa dimora e in gravi difficoltà economiche, Vivian vede i suoi negativi andare all’asta a causa di un mancato pagamento alla compagnia dove li aveva immagazzinati. Parte del materiale viene acquistato nel 2007 da John Maloof, un agente immobiliare, che, affascinato da questa misteriosa fotografa, inizia a cercare i suoi lavori dando vita a un archivio di oltre 120.000 negativi. Un vero e proprio tesoro che ha permesso al grande pubblico di scoprire in seguito la sua affascinante vicenda.

VIVIAN MAIER. INEDITA

Torino, Musei Reali | Sale Chiablese (piazza san Giovanni 2)

9 febbraio – 26 giugno 2022. Catalogo Skira.

Orari: dal martedì al venerdì dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica dalle 10.00 alle 21.00

(ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)

Biglietti:

Intero: € 15,00; Ridotto: € 12,00; over 65, insegnanti, ragazzi tra 18 e 25 anni, gruppi, giornalisti non accreditati.

Ridotto ragazzi: € 6,00 tra 12 e 17 anni compiuti

Pacchetto famiglia: fino a due adulti € 12,00 cad. e ogni ragazzo tra 12 e i 17 anni € 6,00 cad.

Gratuito: possessori dell’Abbonamento Musei Piemonte Valle d’Aosta, Torino+Piemonte card, bambini da 0 a 11 anni, persone con disabilità, dipendenti MiC, giornalisti in servizio previa richiesta di accredito all’indirizzo info@vivianmaier.it

Informazioni: Tel. 338 169 1652; info@vivianmaier.itwww.vivianmaier.it