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Portfolio – LUAP, un orso rosa per indagare il mondo e noi stessi

LUAP, nella vita Paul Robinson, è un artista visuale emergente e poliedrico la cui attività è apprezzata a livello globale da Londra a New York, da Dubai a Hong Kong e Berlino. Ha esposto insieme ad artisti di fama internazionale tra cui Picasso, Banksy, Warhol e Hirst alla Andipa Gallery di Knightsbridge e ha creato grandi opere d’arte su misura per l’esclusivo London Members ‘Club e Daisy Green. Quest’anno celebra i dieci anni dalla creazione del suo “The Pink Bear”, un grosso orso rosa-fluo che usa come alter ego e che porta in luoghi esotici per porre l’accento su temi e tabù che non ci lasciano indifferenti: la salute mentale, l’ambiente, l’isolamento.

LUAP indossa la sua tuta da orso e si carica addosso 20 kg di attrezzatura fotografica professionale fino ai confini della terra, guidandoci in una perlustrazione dentro e fuori se stesso e indagando la perdita dell’innocenza dell’individuo. Ha visitato tutti i continenti tranne l’Antartide e la produzione fotografica che realizza funge da rimbalzo per la fase successiva del suo processo creativo. Impiegando diversi mezzi e tecniche, affronta le questioni legate al crescente senso di eco-ansia che affligge ormai così tanti di noi, in particolare i giovani. LUAP usa la sua arte, quindi, per attirare il suo pubblico e trasmettere un messaggio oscillante tra angoscia e speranza.

L’orso rosa vive e si muove in mezzo a noi. Esplora, si diverte, si sofferma, addirittura pensa: è fotografato mentre fissa un abisso pieno di spazzatura, evocando la realtà affrontata dalla nostra giovinezza. In un altra opera l’artista spruzza vernice acrilica per generare l’illusione di una foresta verde vista da lontano, ma avvicinandosi alla tela i grani acrilici multicromatici diventano distinguibili, richiamando le microplastiche che ora dominano paesaggi un tempo incontaminati. La sua creatività affronta tematiche come l’innocenza dell’infanzia, l’isolamento e la solitudine inquinata che spesso ci travolge nelle grandi metropoli, sensazioni che si amplificano ancora di più oggi, in tempi di Coronavirus e crisi climatica.

“Lo storytelling rende la profondità, definendo il lavoro e stabilendo un dialogo franco su verità scomode” – ci spiega LUAP – L’Orso Rosa nasce dall’essere a disagio nella propria pelle, mentre siamo alla ricerca di noi stessi, per superare la disconnessione generata dal disagio con la realtà. Allo stesso modo, il mio personaggio nella sua ricerca si connette con la natura, sperando di ristabilire un legame perduto da tempo a causa del degrado dell’ambiente. Lui in origine era un orso polare, rappresenta il più onesto ponte di connessione, guarda la realtà dritto negli occhi, sperando di trovare un paradiso perduto “. Una stampa del Pink Bear è stata recentemente venduta a un valore tre volte più alto del prezzo di listino da Christie’s per conto del Terrence Higgins Trust.

In un anno segnato dall’isolamento e dalle crisi esistenziali, l’autore vuole che l’arte stringa la mano alla società civile e aiuti ad attirare l’attenzione sulle questioni più urgenti dei nostri tempi cercando una partnership con cause specifiche, come il cambiamento climatico. Attraverso questa collaborazione cerca di confortare il suo pubblico.

“L’orso rosa – afferma LUAP – è nato per me come un alter ego, uno che cerca di sciogliere la paura e l’oscurità con la gioia e il calore di un ricordo d’infanzia. Quando qualcuno guarda la mia arte, voglio che si senta a suo agio di fronte a quel personaggio, a prescindere da cosa possa essere giustapposto. L’esperienza artistica chiude il cerchio ricreando ricordi felici per gli altri. Donando un momento condiviso di nostalgica felicità, spero di costruire un rifugio per chi osserva “.

 

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Portfolio – Nelson Morales, “Fantastic Woman”

Testo e foto di Nelson Morales

Marsha Tegard è una donna transgender di settantadue anni che vive nella Carolina del Nord, ha cambiato sesso nel 2015. Da quando l’ho incontrata, ho capito che aveva il bisogno di mostrare al mondo la sua storia di vita e che Potrebbe anche essere un esempio e un’ispirazione per altre donne transgender.

Marsha è diventata la mia musa ispiratrice, molto speciale, anche una cara amica. Ho potuto ascoltare e sentire la sua affascinante storia, dall’adozione da neonata alla sua adolescenza ribelle e travagliata. Per molti anni è stato anche militare, ho passato ore ad ascoltare tutte le sue esperienze.

Mi ha dato la sua intera collezione di fotografie. Ho portato assolutamente tutto nel mio studio e ho iniziato a fare collage e sperimentare con tutti i suoi ricordi. Per diversi mesi l’ho fotografata in tanti modi, è stata un’esperienza stimolante per me, è stata emozionante e qualcosa di nuovo anche nella mia esperienza di fotografo. Ho sentito di essere davvero riuscita a ritrarla nelle sue emozioni più profonde, piene di passione e anche di nostalgia.

Parlare di donne anziane transgender è un argomento relativamente nuovo, sebbene la politica sull’argomento rimanga alquanto complicata, dato l’attuale rifiuto da parte del governo conservatore degli Stati Uniti, Marsha è riuscita a farla franca perché ha un buon lavoro, una famiglia che la sostiene. vuole e sente anche un grande amore e valore per se stessa.

Giorno dopo giorno Marsha sfida una società che la sottopone a un certo grado di rifiuto, tuttavia è stata una donna forte che ha vissuto intensamente e ha anche apprezzato le cose semplici della vita. Per queste e molte altre cose Marsha è stata una delle donne più fantastiche che abbia mai incontrato.

 

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Nelson Morales si dedica completamente alla fotografia in modo indipendente dal 2008 e ha frequentato diversi programmi educativi sulla fotografia contemporanea in Messico. Il suo lavoro si concentra principalmente su questioni di genere, corpo, identità sessuale e diversità. Ha realizzato diverse mostre collettive e individuali in paesi come: Germania, Paesi Bassi, Spagna, Canada, Portogallo, Malesia, India, Brasile, Argentina, Colombia, Costa Rica, Grecia, Stati Uniti e Messico.

Tra i risultati che ha ottenuto, spiccano i seguenti: Menzione d’onore al concorso internazionale di fotografia: “Young people in the mirror”, (2010). Vincitore del concorso fotografico “Ti fa vedere di più” sul canale 11 dell’IPN (2012). Vincitore del concorso “I giovani, le loro crisi e speranze” Fotoensayo Grant (2013). Finalista nel concorso di fotografia documentaria latinoamericana “Work and Days”, Finalista nella categoria di ritratti individuali “Kuala Lumpur Photo Fest. Premi. Nominato al festival internazionale di fotografia “Paraty em Focus 2014 e 2015 (Fortaleza, Brasile) Menzione d’onore al POY LATAM 2015. Menzione d’onore al 2 °. Biennale Héctor García. Nel 2016 ha ottenuto la borsa di studio Young Creators (FONCA). Selezionato nelle biennali di Oaxaca 2014 e 2016. Selezionato nella terza della fotografia contemporanea (2017). Selezionato alla Biennale di fotografia dell’Image Center (2018). Finalista al concorso FOLA PHOTOBOOK (2018). È stato uno dei vincitori del bando “Arte per tutti” dell’Università Autonoma dello Stato del Messico (2019). Menzione d’onore al concorso POY Latam per il suo libro fotografico Musas Muxe (2019). Finalista al concorso The Rencontres d’Arles Book Awards, Francia (2019). Primo posto al concorso internazionale PRIDE PHOTO AWARD nei Paesi Bassi (2019). Recentemente è entrato a far parte del National System of Fonca Creators.

Il suo lavoro è stato pubblicato su Aperture, New York times, Vogue Italia, Vice, Mexicanísimo, Enfecto visual, TETU, L’ Oeil de la photograpie, The British Journal of photography, Der Greif e altri.

Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro fotografico, “Musas Muxe” e nel 2019 ha pubblicato il suo secondo libro fotografico “Fantastic Woman”.

Il suo lavoro appartiene a diverse collezioni, sia pubbliche che private.

 

 

 

 

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Portfolio – Vivienne B

Di Barbara Silbe

VivienneB (nome d’arte di Vivienne Bellini), è una fotografa italiana il ​​cui lavoro si concentra sulla moda e sul ritratto. Recita così l’attacco della sua biografia che dice e non dice. Ho scoperto il talento che indubbiamente possiede questa fotografa scorrendo il suo profilo Instagram e sono rimasta colpita da uno stile originale che ricorda la pittura preraffaellita di Dante Gabriele Rossetti o John Everett Millais. E’ quello il primo rimando che viene in mente guardando le sue opere. Poi pensi ad altro, a quella pittura dove fiori e frutta hanno rappresentato un genere che tornò spesso a popolare le tele fino alla fine del Settecento, epoca dove gli elementi naturali, seppure nelle evidenti diversità stilistiche, conservavano la loro doppia natura di indagine naturalistica e allusione simbolica. Viene in mente anche Proust, tra questi scatti, e il suo affresco della Recherche, dove i dettagli descrittivi di pizzi e merletti narrano la bellezza e l’incanto dell’universo femminile verso il quale il grande romanziere richiede la nostra totale attenzione nella lettura, per non venirne esclusi. Le donne di VivienneB sono creature sensuali e dolci, forti e fragili, vere eppure enigmatiche, che oscillano e fanno oscillare nelle emozioni osservate da un’altra donna, la fotografa, che su di loro fa sostare uno sguardo senza voyeurismo e scevro da ogni convenzione. Emanano luce e profumo, queste immagini, e svelano movenze, pensieri, fantasie grazie a quel lato creativo che in fotografia non andrebbe abbandonato mai.

Biografia
VivienneB ha iniziato il suo viaggio fotografico a Venezia, con un corso di fotografia e psicologia dell’immagine. Poi si è trasferita in Sudafrica, a Città del Capo, per un progetto charity e per imparare l’inglese. Al suo ritorno in Italia, ha iniziato a concentrarsi e costruire il suo stile personale sulla figura umana e sulla moda come conseguenza dei suoi studi a Torino presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, principalmente sulle Arti Didattiche, Critica d’Arte, Storia dell’Arte e Arte Contemporanea. La sua sensibilità fotografica è ispirata dal flusso costante di immaginazione che incontrava nelle sue emozioni, esperienze di vita e sentimenti riguardo alle cose che la circondano. La fotografia di VivienneB è romantica, nostalgica, appassionata con un punto di vista a tratti drammatico o delicato. I suoi personaggi sono ritratti con sensualità, dolcezza, usando uno stile cinematografico. Il suo intento è creare immagini e storie che possano impressionare le emozioni e l’immaginazione dello spettatore. Ma, soprattutto, l’obiettivo che vuole raggiungere è creare un nuovo modo di fare fotografia di moda, dove il cinema e il gusto della moda possano convivere. I suoi lavori sono stati ospitati su diverse pubblicazioni internazionali, anche con interviste personali.

 

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Portfolio – Antonio Cauciello, Intimus

Di Barbara Silbe 

Ho una spiegazione per aver voluto accompagnare questo progetto. Ha a che fare con l’impegno, con la cura che Antonio Cauciello ha messo in quello che ha realizzato. Normalmente diffido di chi fotografa spazi abbandonati: è una moda che da qualche anno ha appassionato professionisti e amatori e che affligge chi di fotografia si occupa a tutto tondo. Forse da principio era anche originale. Era un modo per aprire finestre sul patrimonio architettonico in abbandono, ma oggi questa produzione è inflazionata, abusata, post prodotta uguale ovunque e da chiunque, senza un vero pensiero di spessore e progettazione a originarla. 

Così, quando Antonio si è presentato al mio desk al Photolux2018, a Lucca, per farsi leggere il portfolio lo scorso novembre, guardando quel suo malloppo ero svagatamente sulle difensive. Ero inquieta all’idea dell’ennesimo esercizio estetico dentro palazzi fatiscenti. Lui però era serio, accompagnato da due amici a sostenerlo emotivamente e quella sua agitazione mi rivelò quanto tenesse a ciò che aveva realizzato. Così mi misi comoda e attenta e, sfogliando stampa dopo stampa (ogni opera era realizzata ottimamente), mi resi conto che il suo era un investimento importante, come fondamentale era quello che lo aveva condotto lì a scattare: l’amore per la sua terra e per l’umanità. Traspariva dagli oggetti, dalle abitudini svelate e congelate in quegli istanti, era come se lui volesse aggiustare ogni cosa, ogni crepa nei muri, e il suo attrezzo per compiere il restauro era la fotocamera. 

Questo paese fantasma è un simbolo ed è pieno di rimandi metaforici che si insinuano tra vuoti e pieni, tra ingressi e scale dove sono andati i passi stessi dell’autore, testimone di un abbandono che lo rende curioso e addolorato. Da parte mia andava soltanto fatto un lavoro di presentazione, per raccontare al meglio la storia che narravano quei vani incrostati, ma lui il più l’aveva visto e reso immortale anche in caso di crollo. 

Nelle sue foto non c’è nessuno. Nessun essere umano, a parte chi scatta, è presente in quelle inquadrature. Eppure sembra di sentire rumori di passi e di vita di chi è appena stato lì. Come nei teatri di Candida Hofer, come nelle città americane di Walker Evans o nei palazzi giganteschi di Andreas Gursky e Thomas Struth, le persone vengono omesse e, nonostante questo,le si avverte presenti e tangibili. L’architettura si trasforma in un tema a sé stante, con il quale dialogare, attraverso il quale rivivere e sanare i ricordi. 

Con una lucidità assoluta e una chiarezza capace di avvolgere il più spesso dei ragionamenti, l’autore tocca uno dei problemi fondamentali della fotografia contemporanea: quella del legame tra realtà e rappresentazione estetica, sofferenza e bellezza, tragedie e uso massmediatico delle stesse. E quel problema lo aggira con un approccio di tipo accademico, lui che fa un lavoro umile, ma ha una laurea in filosofia, materia che a molti di noi risulta contorta eppure è tanto utile per analizzare la vita. Antonio cerca una sua verità senza sensazionalismi e sulla quale non è molto disposto a cambiare punto di vista. Lo so bene io, che ho dovuto seguire l’editing del lavoro battagliando per convincerlo su certe scelte e qualche volta (lo dico sorridendo sotto i baffi che non ho), ha vinto lui. Ha una precisione chirurgica nel dirti il perché di ogni scelta che ha fatto. E ha uno scopo: quello di donare l’eterno a un borgo dimenticato dove tutto è rimasto come era, dove una culla, un calendario o un soprabito appeso dicono a noi del paesaggio e dei suoi abitanti, e lo fanno senza retorica, grazie a delle armoniche, formali, immagini in bianco e nero scarnificate da ogni orpello.

Così parla invece l’autore stesso:

“L’uomo moderno è sempre più abituato a “violare” l’intimità altrui. Ormai è diventato quasi come un bisogno spiare le vite degli altri, attraverso quello che definiamo “ingresso principale”;  lo facciamo quasi inconsapevolmente postando e condividendo immagini e pensieri. Ci sentiamo, a nostra volta, osservati e ciò ci spinge a creare un’immagine distorta e fittizia di noi stessi: una sorta di alter ego che ostenta, attraverso la rete, il suo ideale di vita perfetta. Tutto questo contribuisce paradossalmente, a creare quel vuoto incolmabile che l’uomo si porta dietro e che cerca vanamente di riempire riducendosi in uno stato di insoddisfazione latente. Il mio intimus è diverso: non è una rappresentazione di un modello sociale di bellezza e perfezione bensì le mie immagini ritraggono quei luoghi in cui un evento “straordinario” e distruttivo ha stravolto lo stato delle cose. Sono luoghi improvvisamente abbandonati, “svestiti” del loro abito migliore. Un cataclisma, come fu il terremoto nell’Irpinia del 1980, che con la propria forza distruttrice ci rese infermi facendo emergere solo la parte più vera di noi. Mettendo insieme gli scatti che negli anni avevo realizzato in questi luoghi, mi si è materializzata un racconto: la storia di uomini, donne, bambini, che sorpresi nella loro intimità, dovettero abbandonare le stanze segrete del loro animo per salvarsi. Quello che per loro è stato un momento di enorme smarrimento, perché nella società moderna la casa rappresenta ancora tutto ciò che si possiede, luogo inaccessibile dove realmente si può scoprire e vedere la vera essenza dell’umanità, dove ognuno di noi è messo a nudo, dove si vivono anche momenti più dolorosi, più felici, quelli che per una certa pudicità non siano ancora pronti a condividere con gli atri, oggi è per me uno scrigno di ricordi, una narrazione, un’incursione nella loro intimità”.   

(Antonio Cauciello)

Biografia

Antonio Cauciello è nato a Salerno nel 1981. Ha conseguito la laurea in Filosofia, con una tesi in Estetica e Storia dell’Arte Contemporanea sul fotografo napoletano Mimmo Jodice. La passione per la fotografia è stata alimentata nel corso degli anni ed è maturata grazie alla frequentazione di varie associazioni fotografiche amatoriali, come il Museo Nazionale della Fotografia di Brescia, il Circolo Fotografico Salernitano e il Photo Club Mugello, tutti associati FIAF. Dopo diverse mostre nel circuito culturale salernitano e alcune pubblicazioni, nelle sezioni amatoriali,  su riviste nazionali, come Fotografia Reflex e il Fotografo, espone per due anni consecutivi al “The Darkroom Exhibition”, manifestazione organizzata da Luciano Corvaglia nell’ex Convento dei Domenicani a  Muro Leccese. Poi, per quattro edizioni, dalla 10’ alla 13’, è tra i fotografi selezionati per la mostra collettiva “Il Mostro” tenutasi presso la TAG, Tevere Art Gallery di Luciano Corvaglia. Nel 2018, viene selezionata una sua foto per Le Festival  des Recontres d’Arles, nel circuito Voies Off.  Attualmente vive e lavora a Firenze.

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Lisa Borgiani – What is Europe to you?

What is Europe to you? è un progetto artistico che intende rappresentare il sentimento europeo attraverso immagini e parole espresse dalle storie e dalle idee delle singole persone che compongono la grande comunità dell’Europa.

In mostra dal 1 settembre al 15 dicembre 2020 a Villa Vigoni, Menaggio, Como

What is Europe to you?
Questo è il titolo del viaggio fotografico nelle principali città e capitali europee ideato dalla fotografa Lisa Borgiani. Attraverso una mappatura delle città scelte l’autrice identifica i quartieri dove incontra le persone che ritrae in modo spontaneo e inaspettato mentre rispondono alla stessadomanda: What is Europe to you?, che cosa significa per te l’Europa? Ogni persona è ritratta mettendo in risalto la parola chiave che riassume la sua idea di Europa, riportata in una breve intervista. Immagine e parola entrano così in stretto dialogo.

Lo scopo è quello di cogliere e rappresentare ritratti e sentimenti che provengono da diverse culture ed espressi in varie lingue per rafforzare l’idea di una identità comune europea. Il progetto è iniziato nel 2019 ad Atene e a Berlino -interviste e testi a cura della giornalista Marta Ottaviani- per poi proseguire a febbraio 2020 a Milano e a Roma a luglio 2020. Il viaggio proseguirà nelle altre città europee: Parigi, Bruxelles, Madrid, Vienna etc…

Dal 1 settembre al 15 dicembre 2020 Villa Vigoni, centro italo-tedesco per il dialogo europeo, ospiterà la mostra fotografica “What is Europe to you?” con una scelta di ritratti e interviste realizzati nelle città di Milano e Berlino. La mostra si inserisce in un anno speciale: il trentesimo anniversario della riunificazione
tedesca e verrà inaugurata nell’ambito del Vigoni Forum per studenti, martedì 8 settembre 2020 alle ore 18:00.

Nel rispetto delle normative previste per l’emergenza Covid-19, sarà possibile visitare gratuitamente la mostra ogni giovedì dalle ore 15:30 alle ore 16:30. I posti sono limitati, per la prenotazione vi preghiamo di scrivere a reception@villavigoni.eu  entro il lunedì antecedente la data in cui si desidera visitare la mostra.

Villa Vigoni si impegna nel rafforzamento delle relazioni italo-tedesche in un contesto europeo. Sostiene lo scambio bilaterale nei campi della politica, dell’economia, della scienza, della formazione e della cultura. La mostra è realizzata in collaborazione con POLI.DESIGN | Master in Digital Strategy
(Politecnico di Milano) e Galleria Podbielski Contemporary (Milano). Progetto grafico e dell’allestimento: Alessandro Colombo

Per ulteriori informazioni: www.villavigoni.eu e www.whatseurope.eu

What is Europe to you?- Official Video
ITALIANO: https://youtu.be/rhRkn9Ct9r0
ENGLISH: https://youtu.be/Kze9BR69Ubc
Per partecipare al progetto e sostenere la campagna di crowfunding “The European Project” clicca qui: https://www.gofundme.com/f/what-is-europe-to-you

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Portfolio – Marco Merati, “1000 metri da casa”

1000 METRI DA CASA
Questo progetto fotografico nasce dal tempo, dalla sorpresa di camminare lentamente per le vie di un quartiere che dovrei conoscere bene, considerato che ci abito da sette anni. E che invece, ho sempre vissuto di fretta. Viviamo veloci e non abbiamo tempo di fermarci a guardare quello che abbiamo intorno. Quando lo facciamo, ci stupiamo delle molte cose che ci passano davanti e che neppure vediamo. Succede con le strade, ma immagino che sia così anche con le persone che incontriamo sul nostro cammino. Ho imparato ad osservare lentamente, ad avere tempo, a ritornare più volte negli stessi luoghi e nelle stesse strade, sullo stesso angolo di strada, scoprendo sempre punti di vista differenti e angolazioni nuove. Ho cominciato a portarmi la macchina fotografica, in una tracolla, come se non ci fosse e, camminando e osservando lentamente, ho iniziato a fotografare. Le strade che avevo percorso mille volte acquistavano un aspetto nuovo. Un muro di mattoni, un giardino, una vecchia fabbrica, un grande viale, un cancello chiuso, uno spazio abbandonato, un’architettura moderna. Ho passato un mese così, poi è cresciuta la curiosità di scoprire di più. Allora sono entrato all’interno di vecchie fabbriche, di capannoni in disuso, in aree chiuse e abbandonate, nel grande bosco della Goccia, sono salito sui gasometri per ammirare il paesaggio e sono entrato in decadenti palazzotti di inizio ‘900, con enormi turbine, dove gli zingari avevano lasciato un segno del loro passaggio, negli spazi del Politecnico, in uffici di spedizionieri. Ho conosciuto tanta gente che mi ha arricchito. Vagabondi, ex operai della Montedison, proprietari di antiche fabbriche che hanno resistito al tempo, ingegneri nostalgici, rom, studenti fuori sede del Politecnico, immigrati, comitati di lotta, genuine signore milanesi dai ricordi ancora vividi, scultori ed artisti che hanno arricchito di opere d’arte un luogo sconosciuto. Mi sono spostato di solo un chilometro da casa mia ed ho scoperto il mondo. Forse è un mondo un po’ decadente per alcuni, troppo cittadino o metropolitano. Ma la poesia è ovunque. Se solo camminassimo sempre un po’ più lentamente…

BOVISA o del nessun luogo
Il progetto fotografico nasce con l’dea di cristallizzare il paesaggio e le trasformazioni urbane di un quartiere, attraverso una ricerca fotografica di luoghi e di simboli che consumiamo quotidianamente, senza però coglierne l’essenza sociale e il valore storico. Le grandi fabbriche di un tempo, amate da Testori, da Luchino Visconti e Le Corbusier, ritratte da Sironi, sede di cultura del lavoro e lotte operaie, hanno lasciato profonde cicatrici nel territorio: luoghi senza nome, capannoni silenziosi, cancelli chiusi sul vuoto e muri di cinta innalzati sul nulla. Le architetture industriali sono a ricordarci il tempo passato, come le vecchie
cascine, che a dispetto di ingombranti e colorati palazzi, sembrano quasi indifferenti al passare del tempo. Nella chiesa della Bovisa, a lato dell’altare maggiore, è quasi nascosto un affresco sacro, dove alle spalle di una Madonna in preghiera si riconoscono le ciminiere delle vecchie fabbriche della zona. Simbolo di un legame inscindibile tra la sacralità e la cultura del lavoro, che qui è sempre stato presente.
Un angolo di Milano che offre sorprendenti contrasti urbanistici, un paesaggio urbano unico in continua trasformazione, eppure immobile nelle sue contraddizioni e nelle sue dissonanze. Un luogo sospeso tra memoria e riscatto, in bilico tra passato e futuro dove il tempo sembra scorrere in modo circolare. Un luogo costellato di non luoghi. Il profondo processo di recupero edilizio di ampi insediamenti produttivi si mescola ancora con le poche architetture di un’archeologia industriale che, con le ciminiere delle vecchie fabbriche abbandonate, gli scheletri delle officine e dei gasometri dismessi, resistono schiacciati tra la ferrovia e la circonvallazione. Le scellerate decisioni di varie giunte comunali che si sono susseguite negli ultimi trent’anni hanno cancellato un patrimonio culturale, sociale e architettonico unico.
Nei luoghi dove si ergevano grandi fabbriche ora resta il vuoto. E con il vuoto si cancella la memoria. Intanto, la riqualificazione urbana avanza colorata e prepotente, come a scrollarsi di dosso la polvere dell’indifferenza, del declino. E da qui riparte la mia ricerca fotografica: una narrazione visuale per riscoprire il passato e fissare su una stampa il presente, in un dialogo onirico con il futuro.

Biografia

Marco Merati è nato a Milano. Terminati gli studi di fotografia, inizia a lavorare come assistente in diversi studi fotografici che si occupano di fotografia industriale e pubblicitaria. Contemporaneamente inizia a collaborare con studi di architettura e imprese di costruzioni. Pubblica su riviste del settore ( Costruire, VetroSpazio, Abacus) e realizza diverse brochure di presentazione per imprese ed architetti. Pubblica anche su” l’Arca” e “Ville e Giardini” La passione per l’architettura lo spinge a ritrarre vari luoghi di Milano realizzatI in grande formato, e una serie di fotografie  vengono esposte nel 1995 alla galleria “Il Diaframma” di Lanfranco Colombo nell’ambito di un concorso per giovani fotografi. Da oltre vent’anni lavora nel turismo.

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Portfolio – Monia Marchionni, “I Giorni Necessari”

Ecco un altro sguardo diverso sui mesi del lockdown, progetto di un’autrice marchigiana che pare tenuto insieme da quei fili invisibili che sono i rapporti tra le persone. Quasi a voler sottolineare l’importanza dei valori autentici, dei sentimenti, che fanno da appiglio nei momenti più complessi da attraversare, Monia Marchionni si muove in un universo molto intimo, ma con il cuore aperto ad accogliere e l’obiettivo puntato verso un racconto praticamente perfetto. Così lei stessa presenta i suo portfolio:

“Quanti giorni dobbiamo restare chiusi in casa mamma?” E’ stata la domanda più frequente posta da mia figlia di cinque anni. E ogni volta le rispondevo: “I giorni necessari”. Ce ne sono voluti 56 per arginare la pandemia da Covid_19 in Italia, sono morte più di 33.000 persone durante il lockdown e altre continuano a morire tutt’ora.

Dal 10 marzo al 4 maggio ho documentato con immagini e parole quello che succedeva in Italia e nell’intimità della mia casa.

Lo sguardo è privato, domestico, da una finestra, dal mio cortile. E’ un progetto che guarda alle emozioni, ai racconti di ogni giorno, alle relazioni umane, perchè quando non si può osservare fuori, allora si va alla ricerca di quello che accade dentro di noi. E’ un progetto che interpreta la nostalgia, le attese, la paura, la noia, la mancanza, la solitudine, l’evasione, il sacrificio, la morte, la stasi, l’amore verso l’altro. 

I Giorni Necessari ha anche un riscontro positivo, l’amore verso l’altro: il tempo dedicato a mia figlia, gli abbracci a mio padre, l’amore di mio marito sono essi stessi delle isole che ho avuto modo di indagare letteralmente sotto un’altra luce. Le fotografie sono presentate come dittici e raccontano alcuni giorni dei 56 vissuti in isolamento, necessari per la sopravvivenza.

Biografia

Nasco a Fermo nel 1981, vivo a Porto San Giorgio. Nel 2005 mi laureo all’Accademia di Belle Arti di Bologna; nel 2008 conseguo una seconda laurea in Lettere e filosofia con specializzazione in Storia dell’Arte Contemporanea, ho sempre lavorato per avere l’indipendenza necessaria per realizzare progetti artistici.

Gi anni accademici sono stati importanti per sperimentare diverse tecniche e linguaggi; gli studi della seconda laurea mi hanno permesso di approfondire temi legati alla letteratura, all’antropologia, alla filosofia e di specializzarmi nella critica d’arte. Di conseguenza ho messo in discussione tutto quello realizzato fin lì, il mio sguardo s’è fatto più profondo, ho maturato un linguaggio personale, sono diventata più riflessiva e autocritica. Nel 2008 mi avvicino da autodidatta alla fotografia sentendo il bisogno di una forma d’arte che mi aiutasse a guardarmi dentro, a mostrare la realtà per come la percepisco e non per quello che è, con la fotografia posso creare mondi veritieri, ma non reali, posso inscenare le mie visioni.

Nel 2014 durante un viaggio in Cile nasce la serie ”Never Again the fog in the desert”, premiata con le ”Nominee” ai FAPA Awards di Londra nel 2017 e con le ”Honourable Mantions” agli IPA-Lucie Awards del 2018. Dal 2016 al 2019 ho lavorato al progetto ”Fermo visioni Extra Ordinarie”, diversi scatti del progetto hanno ottenuto premi e segnalazioni internazionali, tra questi: IPA-Lucie Awards, Artrooms Fair di Londra, Premio Laguna, Malamegi Prize. Dal 2018 ad oggi sto lavorando a diversi progetti fotografici a medio termine, “Primo amore” ancora in corso e già vincitore del Premio Ghergo 2020, dei FAPA Awards 2020. un altra mini serie ”The Gardens from the sky” che ha vinto il secondo premio al Life Framer International Award e premiato con Honorable Mantion al SIPA Awards di Siena 2020 e Honorable Mantion agli IPA Lucie Award 2019. Diverse riviste del settore hanno pubblicato le mie foto: Vogue, Il Fotografo Magazine, Musee Magazine, FotoIT, Inside Art, Kult Magazine, etc…

Durante il periodo di isolamento forzato dovuto alla pandemia da Covid_19, ho realizzato il progetto “I Giorni Necessari”. Il mio sguardo è privato, domestico, da una finestra, dal giardino di casa. Come un rituale, ho scritto pagine del diario e scattato foto fino all’ultimo giorno dell’isolamento, fino al 4 maggio quando è stato possibile far visita ai congiunti, sono corsa al camposanto da mia madre.

Per 56 giorni ho raccontato il mio mondo, familiare ed emotivo; quando lo sguardo fuori è limitato non si può far altro che guardarsi dentro.

 

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Portfolio – “Black Hole” di Antonio Verrascina

Durante il lockdown molti autori hanno cercato un modo per registrare cosa accadeva intorno. Uno dei progetti più originali ci è sembrato quello di un giovane fotografo milanese relegato nella solitudine del suo appartamento, che ha deciso di guardare dal buco della serratura e tradurre in immagini le senzazioni di quei giorni di tempo dilatato e sordo. La serie, fatta di bianchi e neri sgranati e ripetitivi, di luci che tagliano ombre evanescenti, ricorda certe inquadrature da thriller psicologico, una sorta di estetica della solitudine osservata da due diverse prospettive e raccontata con semplici accenni. Il lavoro sarà esposto alla galleria “Tête” di Berlino dal 15 al 18 ottobre in 2020.

Ecco che cosa ha scritto e prodotto Antonio Verrascina:

“Le ore sono secoli.
Bisognerebbe poter sparire.
Tempo, tempo, troppo tempo.
Una bimba chiama la sua mamma,
una donna urla disperata contro il marito, dice che non
ce la fa più. Un signore farfuglia qualcosa da solo,
non è chiaro quello che dice.
Guardare il mondo da un buco deforma tutto.
La luce ed il buio si mescolano, un punto di bianco mi
porta nel nero, il nero si apre in uno squarcio di
bianco, ci fluttuo e la realtà, la finzione, il sogno, il
ricordo, il desiderio, diventano proiezioni della mente,
un unico film proiettato da quel buco.
Qual è l’interno e quale l’esterno?
I giorni si ripetono allo stesso modo.
Quella piccola finestra sul mondo è l’unica scansione del
tempo per riconoscere un giorno dall’altro, come lancette
di un orologio. Posso capire in che momento della
giornata sono, solamente guardando attraverso quel buco.
Le luci cambiano in continuazione, disegnando nuove linee
o aprendo nuovi scenari.
Ho imparato a riconoscere rumori, suoni, passi, voci. Gli
odori.
Mi alzo la mattina e meccanicamente mi metto in attesa di
quei segni che accadono lì fuori.
A volte però capita che le lunghe attese rimangano tali.
Nessuno era pronto a qualcosa del genere. Fino a qualche
momento prima pensavo che certe cose facessero parte di
una storia non mia, o inventata.
Il mio buco nero, la mia finestra spazio-tempo. Come la
materia è sospinta con un attrazione gravitazionale così
forte che nulla può sfuggirvi, così passato presente e
futuro sono risucchiati dalla mia piccola finestra a
misura di occhio, entro ed esco, cerco un’uscita, cerco
un’entrata, cerco di squarciare la mia paura, cerco un
passaggio per il poi.
Cerco cunicoli per accedere ad altri universi.
Poche ore vicine ad un buco nero,
possono significare anni nello spazio aperto.
Che giorno è?”

Biografia

Antonio Verrascina (Milano, 1983) è un fotografo che vive e lavora a Milano. Con un background nel mondo della finanza, usa la fotografia come mezzo di espressione e strumento di indagine. Nella sua ricerca passione ed ossessione convivono e si nutrono vicendevolmente, la macchina
fotografica diviene estensione dei sensi nell’incontro con il mondo esterno, che nelle sue immagini appare sempre come il riflesso di una ricerca introspettiva: il suo processo è istintivo, lascia fluire le domande attraverso le immagini e viceversa. Il suo lavoro sfiora temi come la memoria, il passaggio del tempo, la solitudine, il sogno come luogo in cui si rivelano i molteplici aspetti dell’io e della realtà. Sperimenta spesso accostando immagini, parole, musica, attraverso il video e la realizzazione di piccole pubblicazioni.

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“7 SECONDS” – Foto distrutte per conservarne la memoria

La performance di un fotografo ritrattista pone l’accento sull’importanza di assaporare la bellezza prendendosi il giusto tempo per osservarla. L’era digitale, quella degli smartphone sempre connessi e dei social network, quella dove le informazioni sono accessibili h24, ci ha fatto fare indigestione di immagini che scorrono a ciclo continuo sulle nostre home page, un clic dopo l’altro, e la successiva ci fa dimenticare quella appena vista. Gattini, tramonti, selfie, fatti di cronaca e attualità, una bulimia fotografica che non ci lascia più il tempo per distinguere il bello dal brutto, l’arte dalla spazzatura.

Il fotografo napoletano Riccardo Piccirillo, RicPic il suo nome artistico, dieci anni di attività e tanti musicisti e attori che hanno scelto i suoi ritratti a rappresentarli, lancia www.7seconds.it, installazione artistica che segue le regole di questo mondo digitalizzato e poi le stravolge, per farci pensare, dopo soltanto sette secondi.  Tramite un semplice processo di selezione e distruzione, l’autore intende difendere apertamente l’importanza della memoria che, con l’aumentare del numero di fotografie scattate con gli smartphone, rischia di perdersi per sempre. Così, in www.7seconds.it, invita i visitatori di quello spazio a selezionare, da una griglia di foto da lui realizzate nel corso dei suoi dieci anni di attività, una o più di queste, che verranno visualizzate a schermo pieno solo per 7 secondi e poi si distruggeranno per sempre. Scomparire per trasformarsi in eternità, un po’ come per il ciclo vitale di ogni essere vivente, la cui esistenza acquista più valore proprio per la sua caducità

“La mia convinzione – afferma Piccirillo – è che se sapessimo di non poter mai più vedere una foto, ci verrebbe voglia di godercela e di conservarla. La bellezza va vissuta e 7 secondi sono una mia personale scommessa: puoi guardare un’immagine per quel tempo limitato, assaporandola, imprimendola nella tua mente, e ne conserverai per sempre il ricordo senza bisogno di possedere una stampa della stessa. Così, con l’attenzione, manterrai viva la memoria e l’emozione del momento. Preferisco che le mie fotografie vengano distrutte, piuttosto che restino inosservate in mezzo a miliardi di altre. Noi siamo fatti di ricordi, dobbiamo averne cura”.

7 seconds è il primo sito dove l’utente distrugge ciò che vede. Tecnicamente è basato sugli indirizzi IP, perciò le distruzioni rimarranno attive per sempre solo per il singolo visitatore. Il motore del sito, studiato “ad hoc”, prevede statistiche sulle foto più distrutte. RicPic pubblicherà in seguito le classifiche date dalle scelte dei visitatori.

Per il lancio di 7 Seconds, visibile dallo scorso 7 maggio, alcuni artisti fotografati da RicPic hanno lasciato un videomessaggio che ne ha accompagnato la nascita: https://youtu.be/he2usvUVvNg. Tra loro, Saturnino Celani, Cristina Donadio, Giovanni Block, Raiz, Sergio Maglietta dei Bisca, Dario Sansone dei Foja, Lorenzo Marone, Lino Vairetti, Fabrizio Poggi, Maldestro, Simona Boo, Emilia Zamuner, Greta Zuccoli, Annalisa Vandelli, Speaker Cenzou, Roberto Colella de La Maschera, Andrea Melis e Flo.   

“Ogni anno vengono scattate migliaia di miliardi di fotografie – afferma l’autore sul suo sito – la stragrande maggioranza con lo smartphone. Di queste, ne vengono stampate e conservate pochissime. Ho 12 album di famiglia di mio nonno che raccolgono i momenti più significativi della mia famiglia e della mia vita. Queste foto rappresentano la mia memoria, suscitano le mie emozioni e sono frutto di una selezione severa anche se naturale: “Questo era mio zio” dico a mio figlio sfogliando l’album, “questa la tua bisnonna e questo papà da piccolo”. Mio figlio invece avrà uno smartphone per fermare i suoi momenti e dopo avere fatto migliaia di foto difficilmente ne selezionerà qualcuna. Sarà Google piuttosto, a riproporgli le foto casualmente e senza criteri decisi da lui. Questa cosa mi lascia pensare: l’essenza della fotografia è la memoria e senza selezione rischiamo di perderla finendo per subire le immagini distrattamente invece di osservarle e conservarle. Perciò seleziona una mia foto. Con un clic avvii un processo di distruzione: sappi che la foto scelta vivrà solo per 7 secondi, il tempo massimo per imprimerla nella memoria. Voglio che sia tu a fare scomparire le mie foto. Voglio che sia tu a selezionarle per farne memoria”

Per altre informazioni: www.riccardopiccirillo.com

 

 

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Portfolio – Vincenzo Pagliuca, Mónos

mónos

L’autore ha realizzato la sua ricerca con una Mamiya 7, usando il colore e un’ottica fissa, setacciando tutto l’Appennino meridionale, dal basso Lazio all’Aspromonte, cercando e realizzando gli scatti in condizioni di luce precisa, fotografando nei mesi invernali e prima del sorgere del sole. Al centro dell’immagine, nel processo di costruzione essenziale, le case isolate, per alcuni versi attrattori metafisici, immerse nel contesto naturale. Quelle case dei margini, spesso costruite senza nessuna ambizione, se non quella di occupare o presenziare lo spazio della natura ai bordi, architetture casuali, alle quali la fotografia restituisce relazioni, dimensioni, equilibrio. Le “sculture dell’uomo comune” raccolgono segni e geometrie, aprono alla soggettività e all’amplificazione mentale, condizione paesaggistica che riflette un paesaggio topografico interiore. Il cemento dialoga con la terra, i mattoni e le lamiere interagiscono con gli alberi e l’erba, le tegole e le finestre parlano con cieli ancora stinti, le geometrie delle case si integrano alle linee difficilmente controllabili della natura. Queste case, nello sguardo prolungato e dialettico, l’una dopo l’altra, l’una insieme all’altra, sono il luogo del raccoglimento e del sogno, il set di un b-movie che alimenta la possibilità di comprendere lo spazio e definire, pensare, visionare la complessità dell’uomo e di un territorio a lui proprio. [Giovanni Fiorentino]

 

Biografia

Vincenzo Pagliuca è nato a Broni (Pavia) nel 1980. Vive e lavora a Milano. La sua attività di ricerca si rivolge all’architettura ed alle differenti tipologie di insediamenti umani. I suoi lavori sono stati esposti in musei e festival tra cui: il Copenhagen Photo Festival, il Darmstädter Tage der Fotografie, il Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, il museo Arcos di Benevento, la Galleria del Cembalo di Roma, il Centro per l’Arte Contemporanea SMMAVE ed il museo MADRE di Napoli,  la galleria aA29 Project Room di Caserta, l’Ulster Museum di Belfast, il Kolga Tblisi Photo Festival. Finalista alla quattordicesima edizione di “Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad”. Vincitore nel 2013 del Premio Reportage Napoli Monitor. Ha partecipato a diverse residenze d’artista tra cui BoCs Art (Cosenza), falía* (Lozio) e TiefKollektiv (Glorenza). Dal febbraio 2015 è parte del gruppo Lab02 creato dal fotografo Antonio Biasiucci.

Per maggiori informazioni sul suo lavoro, www.vincenzopagliuca.com