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Riccardo Piccirillo – Diego

Riccardo Piccirillo, ottimo ritrattista napoletano che abbiamo già pubblicato qualche tempo fa con il suo progetto “Seven Seconds”, ha avuto l’occasione di testare per noi una Sony A7R MKIII dotata di ottica 24-70G Master. Questo è il portfolio che ha realizzato, corredato dal suo racconto:

“A Mergellina, Napoli, ci sono delle cabine bianche e azzurre su una spiaggia. Si trovano alle spalle di quelli che vengono chiamati “gli chalet”, in un’area dove il mare non è balneabile. Lì c’è un molo, piccolo e di legno, dove sono ormeggiate alcune barche. Diego lavora dentro la cabina più vicina al molo e il suo incarico è guardarlo, esattamente come fanno i guardiani dei fari o gli incaricati della sicurezza di un museo. Nella sua cabina c’è un monitor con alcune telecamere e una piccola finestra, da dove può osservare cosa succede fuori senza essere notato. Diego passa la maggior parte del suo tempo lì dentro, in solitudine. Per me quelle cabine sono magiche. Sono sempre stato attratto da quel luogo che ho visitato tante volte. E’ curioso come lì la luce cambi continuamente e le stesse costruzioni possano sembrare nuove o diverse. Vengono fuori sempre nuovi spunti e nuovi scatti.

Diego lavora senza parlare, la sua cabina è silenziosa e umida, ha  un odore simile a quello di un banco di vendita del pesce e, in effetti, tutto intorno è pieno di reti di pescatori. In realtà la strada è proprio alle spalle ed è sempre trafficata, quindi il rumore del traffico è costante, così come il vociare della gente, ma quando ci si trova all’interno di questo suo spazio, non si sente più nulla. Lui osserva da lì dentro, non fa altro che fare quello che faccio io dietro alla mia fotocamera: restare in contemplazione, la sua forzata, la mia libera. E’ il nostro mestiere, è quello che ci accomuna. Quando lo guardo e gli chiedo di raccontarmi il suo lavoro, Diego non fa domande, non mi chiede perché, proprio come se fosse normale che io lo stessi osservando. D’altronde è il nostro mestiere. Così, mi racconta che è tifoso del Napoli, che si chiama Diego non a caso (come Maradona), e che in quella cabina passa spesso le notti e i weekend. Gli domando se succede mai qualcosa e lui mi dice che succedono tante cose, ma quasi mai brutte. Spesso i gabbiani danno fastidio e ci sono animali, gatti, topi, piccioni e cani randagi. Quando c’è una bella giornata, ci sono curiosi che si affacciano o che semplicemente vengono a prendere un po’ di sole. E quando viene il bel tempo, le barche escono. Diego sa tutto, ma nessuno sa di lui. E’ il suo mestiere e somiglia al mio”.
Prima di fare il fotografo, Riccardo era un chitarrista blues. Nel 2010 ha scattato la prima fotografia con una reflex, un anno dopo realizzò uno dei suoi più importanti ritratti durante un concerto. Il prossimo maggio uscirà il suo libro che celebra i primi dieci anni di carriera.
Per altre informazioni www.riccardopiccirillo.com

 

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Antonio Fede – Fiorire perpendicolare

Il lavoro di questo giovane autore di origine siciliana, classe 1992, è caratterizzato da uno stile mosso, da bianchi e neri carichi, da giochi di proporzioni e prospettive che pongono sempre l’accento sulle emozioni. Le nostre, le sue. Fotografa in maniera colta, profonda, come uno che attribuisce peso ad ogni scatto, ed è per questo che abbiamo deciso di pubblicarlo.

“Arrivare tardi, fuori tempo; rincorrere la propria ombra sperando si fermi. Agognare il tanto atteso e ignorarlo quando arriva. Lasciare si ripeta ogni errore, anche il più vituperato. Forse la visione è coniugata all’infinito e il fiorire, perpendicolare.

È proprio “Fiorire perpendicolare” il titolo che ho voluto dare a questo lavoro in fieri che non so bene, ancora, dove mi porterà. Un grido di inadeguatezza e precarietà, forse, generazionali; il tentativo di dare una forma ai miei fantasmi, pensieri e desideri più reconditi. Uno sguardo nella crepa che ci portiamo dentro”.

Biografia

Nasco a Messina, città nella quale tuttora risiedo. Mi avvicino alla fotografia a diciotto anni, quando, per sopravvivere alla noia della periferia, decido di acquistare una macchina fotografica. Apprendo i rudimenti da autodidatta; studio i maggiori fotografi, la storia della fotografia, e mi appassiono al racconto ma soprattutto al linguaggio. Comincio così a fotografare quello che mi sta intorno (una frazione del messinese di circa cinquecento anime) e ne nasce un lavoro, durato quattro anni: “Vite ad acqua”. Accresciuto l’interesse per le vicende e l’animo umani, decido di iscrivermi alla facoltà di Lettere moderne, presso la quale sto ancora studiando. Negli ultimi tre anni ho partecipato a diverse attività fotografiche di rilievo, tra cui un workshop tenuto da Settimio Benedusi e un altro da Letizia Battaglia (entrambi organizzati da SFM scuola di fotografia di Messina).

 

 

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Umberto Verdoliva – Procida, “isola non-trovata”

Di Barbara Silbe

Procida sta lì, sospesa tra il vento e il mare, a raccontare secoli di storia e a srotolare paesaggi da incanto come fossero un sipario. E’ anche un ramo di Napoli, un comune della città metropolitana per la precisione, proteso nel suo golfo, che insieme ad Ischia, Vivara, Nisida e Capri fa parte dell’Arcipelago Campano. Lei però è diversa da tutte. Antica, autentica, un po’ segreta, tanto da meritarsi il fregio di Capitale della Cultura 2022. L’anno prossimo si aprirà a molte iniziative e al turismo, ne sarà invasa, speriamo, quando la pandemia avrà allentato i suoi morsi su tutti noi. Noi abbiamo incontrato un fotografo che da tempo la racconta nella sua più profonda intimità. Si tratta di Umberto Verdoliva, residente a Treviso, ma nato a Castellammare di Stabia e ancorato alle sue radici come una quercia. Vive da pendolare da molti anni, con molte difficoltà, e il suo sguardo sull’isola si addentra tra le sue strade, si affaccia ai suoi balconi, si ferma con le persone e tra le architetture, come a voler osservare quello che noi non sappiamo vedere. Uno stile, il suo, che mescola sapientemente un approccio analitico-geometrico del paesaggio architettonico a inquadrature più emotive e ampie, dove le sensazioni che ci rimanda sono quelle che egli stesso prova e lascia sedimentare. I soggetti ritratti sono spesso al centro della composizione, a testimoniare quanto l’incontro con l’altro sia determinante nella sua fotografia. Le situazioni riprese sono dinamiche, spesso mosse, le diagonali e le proporzioni perfette, come in un balletto classico. Autore di strada, che si esprime usando medium analogici, Umberto ha una notevole profondità di pensiero, quella che serve a raccontare le vie che percorre senza cadere nella superficialità improvvisata tipica della street photography contemporanea. Queste le sue parole a descrizione del portfolio che pubblichiamo.

“In questo percorso, che ancora continua, Procida è stata il mio transito, il rifugio, una porta svelata con la chiave della mia fotocamera, essa ha permesso di ritrovarmi, di scoprire, di lasciar fuori stanchezze e incomprensioni di una vita che avrei voluto forse diversa.

Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata” sono i versi di una poesia di Guido Gozzano, un luogo immaginario che è lì per essere reinventato continuamente da chi ne percepisce l’animo e la grazia. Nell’isola troviamo però anche un approdo, una stazione momentanea di un transito, il fermarsi per recuperare le forze e poi proseguire. L’isola e il mare, elementi da sempre contenuti nella narrazione, hanno permesso di abbandonarmi alla bellezza del vento, alla luce, all’odore della salsedine e ai propri silenzi facendo nascere in me il desiderio ancestrale di raccontare e svelare l’enigma profondo dentro di me.

Nel termine “isolamento” la parola isola come luogo ne costituisce l’ossatura, e la vicinanza stessa con la terraferma accentua la dimensione di distanza, guardi da lontano le tue paure e sembri dimenticarle”

Note biografiche

Sono nato nel 1961 a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli. Vivo a Treviso. Fotografo dal 2006. Ho amato immediatamente la fotografia di strada, questa consapevolezza nel tempo mi ha spinto ad indagare con profondità il mio “quotidiano”, fino alla ricerca costante della poesia e della bellezza come qualità essenziali da evidenziare dell’uomo.

Dal 2010 al 2017 sono stato membro del collettivo internazionale “ViVo” e nel 2013 ho fondato “SPONTANEA” un collettivo italiano dedicato alla street photography sciolto nel 2019 che ha lasciato un significativo segno nella comunità street italiana.

La fotografia è uno strumento parallelo alla mia vita professionale e personale che utilizzo per entrare in un mondo tutto mio in cui raccontare, sognare, ricaricarmi, stare bene con me stesso e con gli altri. Narro attraverso le immagini, tutto ciò che vivo giorno dopo giorno, dalle strade sotto casa, all’ambiente di lavoro, dalla famiglia ai luoghi in cui vivo, indagando con occhio attento e profonda sensibilità, il mio vissuto per lasciare tracce e memoria anche di altri.

In questi anni ho realizzato numerosi progetti fotografici che, sebbene siano ben distinti, rappresentano il mio progetto unico, la mia storia di uomo, la memoria e il mio pensiero sulla vita.

Non amo citare i premi vinti o in cui sono stato finalista, sono elencati sul mio sito web così come tutte le esposizioni personali e collettive a cui ho partecipato. La fotografia, per me, non ha nulla a che vedere con il guadagnarsi da vivere e soprattutto non è una competizione. Considero i premi ricevuti un riconoscimento del mio percorso fotografico.

Mi piace, oltre a fotografare, trasmettere la mia passione curando laboratori, mostre, letture di portfolio, presentazioni, scrivere articoli ed approfondimenti sulla fotografia. Molte mie foto e progetti fotografici sono stati pubblicati nelle principali riviste di fotografia italiane e internazionali.

Dal dicembre 2016 collaboro con il dipartimento social della FIAF e con la rivista FOTOIT nella recensione di autori e progetti specifici.

www.umbertoverdoliva.com  

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Margherita Micheletti – Ginevra

Margherita Micheletti ci racconta una storia.  La protagonista, attraverso la quale sceglie di narrare, è una giovane donna di nome Ginevra che cerca la sua strada nel mondo, che affronta ostacoli, interruzioni, paure, attrazioni e trasformazioni. Se questa storia fosse stata scritta, la giovane autrice sarebbe passata di continuo dalla terza alla prima persona: Ginevra è un modello, è lei, Ginevra siamo un po’ tutti.  Gli scatti selezionati di questa sua serie sono parte di un lungo racconto visivo che l’autrice ha realizzato durante un corso fatto da Barbara Silbe, direttore di EyesOpen! Magazine, in collaborazione con la scuola milanese di Bottega Immagine, e che riconsegna al pubblico comunicando con ognuno di noi, pur parlando a se stessa. Lo fa prendendo in prestito questa figura simbolica femminile per trattare temi universali e, al contempo, molto personali come l’accettazione di sé, la consapevolezza, il coraggio. Margherita stessa è la protagonista di questa metamorfosi e usa l’obiettivo come se fosse un microscopio, le serve a comprendere, le serve per analizzare quello che le accade. Lo fa con uno stile personale già connotato, pungente, producendo immagini eteree, contrastate, sulle quali interviene manualmente, ponendosi in bilico fra il ritratto, l’autoritratto, l’estetica e la concettualizzazione del pensiero, mescolando differenti linguaggi artistici come interventi grafici, collage e scrittura, per un risultato che ci parla inevitabilmente di fragilità e riscatto.

Questa è la sua descrizione del lavoro che con piacere pubblichiamo.

“Ginevra, la protagonista di questo racconto, è un personaggio mutevole. Persegue una continua metamorfosi (1) senza interruzioni di sorta. Ginevra non ha un volto predefinito, ne ha molti. Tutti volti di donne, che vanno a celebrare il mondo femminile in tutta la sua forza. E nella sua totale fragilità.

Lei è volubile, instabile, disturbata, disfunzionale, ma anche tenace e coraggiosa, una che va dritta agli obiettivi che si prefigge con perseveranza, una che lotta continuamente.

Viene mostrata inizialmente in tutta la sua totalità, passando da una fase all’altra. Il suo mondo è alquanto complesso, tanto da risultare contorto e intrecciato agli occhi del mondo. Così com’è intrecciata visceralmente la sua persona alla natura, con la quale si mescola inevitabilmente.

Ginevra ama senza riserve un’altra donna, con la quale ha un fitto scambio di lettere, ma è impaurita dall’amore di per sé stesso.

Durante il suo percorso, decide, in modo in apparenza consapevole, di prendere una scelta definitiva: buttarsi da un balcone, invero lo fa senza nessuna cognizione del fatto a cui sta andando incontro, quasi volesse diventar parte di quel mondo che lei vede da lassù e che non l’ha mai accettata pienamente”.

1 metamòrfoṡi s. f. [dal gr. μεταμόρϕωσις, der. di μεταμορϕόω «trasformare», comp. di μετα- «meta-» e μορϕή «forma»]. –1. Trasformazione, e in particolare trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, come elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, spesso soggetto di opere letterarie, spec. del mondo classico, nelle quali il termine è usato anche come titolo (nella traduz. ital.), soprattutto al plur.: le «Metamorfosi» di Ovidio, di Apuleio, di Nicandro di Colofone; «La metamorfosi» (ted. Die Verwandlung) di Franz Kafka.

Biografia

Classe 1985. Affascinata dal mondo della pellicola e dalle camere fotografiche del nonno, inizia a fotografare sin da piccola. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali e la specialistica ad indirizzo Arti Digitali, intraprende un percorso di forte sperimentazione artistica dove la fotografia è protagonista e le consente di esprimere il suo immaginario. Partecipa ad un paio di mostre e vince un concorso con una delle sue fotografie. Definisce l’obiettivo un “terzo occhio”, attraverso il quale osserva e congela in modo istantaneo oggetti e persone e la loro collocazione nell’ambiente circostante, il loro amalgamarsi, slegarsi e poi recuperarsi. Utilizza il mezzo digitale, accostato a quello analogico, nel quale si sta immergendo assiduamente. Per la sua ricerca trova sia essenziale l’unione di linguaggi artistici differenti, per questo motivo utilizza spesso l’ausilio della grafica, del collage, del disegno e della macchina da scrivere di un tempo. Il bianco e nero marcato, la luce e i colori che escono dai vinili e dall’atmosfera degli anni Sessanta, l’ambiente teatrale, che l’ha accompagnata in tutti questi anni, e una continua sperimentazione, sono una costante del suo lavoro.

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Monia Marchionni – Never again the fog in the desert

Abbiamo deciso di pubblicare un altro progetto di questa autrice marchigiana, per il rinnovato valore di quanto ci ha presentato e per i diversi aspetti che ci hanno catturati nelle sue immagini. Facciamo riferimento alle valenze estetiche, ma anche alla profondità del racconto e all’originalità del linguaggio. Questa è una storia forte, dolente. Un crimine che la coscienza del mondo non può dimenticare, ma che spesso viene lasciato in un cassetto della memoria troppo faticoso da aprire. Lei lo ha fatto, con una consapevolezza acquisita una volta arrivata in Cile e che non le ha mai più permesso di ignorare il problema. Questo è la sua narrazione, poetica ma chirurgica, della storia:

“Questa serie è nata durante un viaggio nel Nord del Cile nel 2014, dopo aver conosciuto delle famiglie locali che mi hanno accompagnata alla scoperta del deserto di Atacama, ed è lì che ho visto una mano scolpita alta più di undici metri uscire dalla sabbia. Una vera e propria richiesta di aiuto, tesa a testimoniare tutte quelle mani che si trovano sotto e appartenute a persone ancora senza nome, senza identità, vittime della dittatura di Pinochet: i desaparecidos. Il dittatore fece sequestrare, torturare, uccidere e sparire tutti coloro sospettati di avere idee anti governative. Molte volte le vittime venivano portate in veri campi di concentramento dai quali non uscivano più se non per fare i “voli della morte” così tristemente chiamati perché i cadaveri venivano gettati in volo nell’oceano Atlantico. Diversi campi di prigionia si trovavano nel deserto di Atacama e perciò molti resti sono ancora seppelliti in fosse comuni e coperti da strati e strati di sabbia. Da quel momento ci sono povere figlie, mogli e madri che cercano ancora oggi senza sosta qualche resto dei loro amati padri, mariti e figli, le chiamano mujeres del desierto – le mogli del deserto. Vogliono solo piangere i propri cari e portare fiori di carta colorati sulle loro tombe, che neanche il sole potrà mai seccare.
Fino a quel momento avevo apprezzato la magia e il mistero del nord del Cile, ero rimasta affascinata dalle Salitrere, città nate nell’Ottocento nei pressi delle raffinerie e miniere che ospitavano le famiglie degli operai. Ma dopo aver visto quella mano ho preso coscienza di un dramma e non potevo più chiuderlo in qualche angolo della mente, così ogni luogo da lì in poi fotografato ha assunto una valenza metaforica. Ho lavorato sulle emozioni di una madre che perde il proprio figlio, sulla scomparsa, sul vuoto indescrivibile dopo un rapimento, sulla storia solo accennata a scuola.
L’indifferenza di molti di fronte ai crimini di guerra avvolge come una fitta e impossibile nebbia il deserto intero, perché quelli che non vedono
dimenticano e quelli che dimenticano non credono in ciò che è accaduto. La nebbia divora le strade, le montagne, il mare intero. La nebbia è l’oblio”.

Biografia

Monia Marchionni (Fermo, 1981) si diploma nel 2005 all’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel 2008 si laurea alla facoltà di Lettere e Filosofia con specializzazione in Storia dell’Arte Contemporanea. Dopo un periodo dedicato all’installazione, sceglie di proseguire da autodidatta lo studio della fotografia, linguaggio che le permette di allestire ambienti per le sue visioni. Lo sguardo è autoriale, lo stile riconoscibile, l’approccio è quello della staged photography.
Il punto di svolta per l’autrice si presenta nel 2014 durante un viaggio con suo marito in Cile: rimane impressionata dal deserto di Atacama e dalle atmosfere surreali e silenziose di vasti territori, così eterogenei tra loro. Porta con sé una Nikon, un vestito bianco e un libro di Isabelle Allende e torna con in grembo sua figlia e la sua prima serie fotografica “Never Again the fog in the desert”, premiata con le ”Nominee” ai FAPA Awards di Londra nel 2017 e con la “Honourable Mentions” agli IPA-Lucie Awards del 2018.
Dal 2016 al 2019 si dedica al progetto “Fermo Visioni Extra Ordinarie”, diversi scatti ottengono premi internazionali, tra questi: IPA-Lucie Awards, Artrooms Fair di Londra, Premio Arte Laguna. Nel 2019 vince il Life Framer Award di Londra con uno scatto della serie “The gardens from the sky”.
Il 2020 rappresenta un anno di conferme, il progetto di lunga data “Primo Amore” dedicato alla sua città Porto San Giorgio, vince il Premio Ghergo – Giovane Talento, si classifica al terzo Posto al FAPA – Fine Art Photography Award, è finalista al Premio Marco Pesaresi e anche SkyTG24 gli dedica un approfondimento. Sempre nel 2020 vince l’Honourable Mentions al SIPA – Siena International Photography Awards e, a seguito della lettura portfolio all’IMP Festival – International Month of Photojournalism, entra nell’“Italian Collection – Nuovi Talenti della Fotografia” curata da Italy Photo Award.
Durante il lockdown imposto per arginare la pandemia da Covid_19 realizza il progetto domestico “I Giorni Necessari” che viene ripubblicato dalle riviste e agenzie di fotografia più importanti: Contrasto, Perimetro, PhotoVogue, Collateral, EyesOpen!, Il Fotografo Magazine. Il progetto è finalista alla call “Isolation: you me we” della Lucie Foundation di Los Angeles e pubblicato sulla rivista internazionale Musée Magazine.
Monia Marchionni ha esposto in Italia e in Europa, in fiere d’arte e festival, in mostre collettive e personali; lavora a progetti personali e commerciali.

Il suo indirizzo Instagram è @monia_marchionni

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Paola Gallo Balma – Corniglia

Le Cinque Terre, patrimonio dell’Unesco, sono l’Appennino che si tuffa nel Mar Ligure. Una combinazione che ha portato alla creazione di meravigliosi paesaggi: le coste alte e frastagliate, scogliere scoscese con calette profonde, terrazzamenti di muretti a secco coltivati, sentieri e mulattiere fra boschi e olivi. A fare da cornice in questo territorio ci sono cinque piccoli borghi marinai, incastonati nelle insenature delle pietra, che si affacciano direttamente sul mare. Luoghi dove l’uomo di queste parti ha tenacemente ha posto le sue radici e sulla roccia ha costruito le case, strette una all’altra, separate solo da carrugi e baciate dal sole. Qui il contadino ha addomesticato i pendii , ricavando lembi di terra dove coltivare il proprio orto, piantare le vigne e gli olivi per poter celebrare ogni anno il rito della vendemmia e della spemitura delle olive. Unica eccezione dei cinque borghi è Corniglia, che si trova a 100 metri sul livello del mare ed è più un paese rurale e montano piuttosto che marino, sito permeato di una conoscenza che sa di terra, di mare e dell’odore di libro antico.

Corniglia è costituita di persone che hanno scelto questa vita e che tengono stretti i ricordi di un tempo passato. Corniglia è Mario, che ti accoglie nella sua casa e condivide le sue giornate fatte di gesti antichi e umili e che racconta di meravigliosi luoghi lontani. E’ il sapere di Stefano, un conoscenza che nemmeno i suoi 15.000 libri potrebbero contenere. E’ la memoria di una vecchia fotografia che porta Vittoria a raccontare cosa le sue stanche mani hanno raccolto.
Corniglia è oggetti sommersi sul fondo del mare, sacralità, storia, durezza, impegno e dedizione.
Corniglia è il mare che si fa rarefatto, risale la costa e si adagia leggero sulle case e sulle vite degli abitanti, il vento che cambia l’andamento delle giornate e il camminare fra i carrugi.
Corniglia è magia dove paesaggio e persone si mostrano ai miei occhi per la loro vera natura.
Corniglia è sospesa sul mare e sospesa nel tempo

BIOGRAFIA

Paola Gallo Balma è nata nel 1982 e cresciuta in un piccolo paese vicino a Torino. Si laurea prima nella specialistica e poi nella magistrale al Politecnico di Torino nella prima facoltà di Architettura.
Negli stessi anni universitari si avvicina alla fotografia come autodidatta. All’età di 24 anni inizia a collaborare con un fotografo locale dapprima in negozio, a contatto con le persone e nelle impaginazioni di album e successivamente sul campo per i vari lavori su commissione.

Architettura e fotografia diventano due percorsi di analisi, progettazione visiva e ricerca personale che viaggiano parallelamente.
Negli anni successivi decide di portare avanti entrambe le passioni nelle esperienze lavorative. Collabora così nello stesso momento sia in studi di architettura che con diversi fotografi locali.

Negli ultimi anni, spinta dalla voglia di migliorare, decide di concentrarsi solo sulla fotografia e frequenta alcuni workshop: Assisi wedding reportage nel marzo 2018 con fotografi di matrimonio quali Roberto Panciatici, Victor Lax e Sergio Pieri e il fotografo di moda Marco Onofri. Successivamente, sempre nel 2018, segue il workshop di Maria Zavaglia, fotografa di matrimonio, la quale le suggerisce di incontrare il fotografo Giovanni Marozzini.

Con quest’ultimo, ad aprile 2019, frequenta il workshop “Le vie dei pastori – Marche e Abruzzo”, e si avvicina alla fotografia autoriale, descrittiva e interpretativa.
A novembre-dicembre 2019 parte per l’Argentina e dopo due settimane di sosta a Buenos Aires si unisce al gruppo di Marrozzini viaggiando nella Patagonia tra Bahia Blanca e Ushuaia .

Partecipa a due concorsi fotografici con il progetto fotografico “il gaucho Pol” :

  • –  BIFOTO FEST 2020 (SARDEGNA) arrivando fra i 13 portfoli selezionati dalla giuria
  • –  RIAPERTURE 2020 (FERRARA) arrivando fra ii 20 portfoli selezionati dalla giuria

    Partecipo ad alcune letture portfolio del circuito FIAF (PORTFOLIO ITALIA) arrivando nella rosa dei selezionati sempre del portfolio “il Gaucho Pol” :

– Portfolio SEGNALATO nelle letture di CORIGLIANO CALABRO.

A Luglio 2020 inizia questo progetto fotografico su Corniglia.

 

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Isabella Franceschini – The garden

Isabella Franceschini vive da sedici anni a contatto con la natura della campagna circostante Ozzano dell’Emilia e il giardino è sempre stato il suo rifugio segreto, la sua oasi rigenerante, una bolla di leggerezza e libertà dove si ritrova. “Nei giorni della pandemia – racconta lei stessa – quel giardino è stato il luogo che mi ha permesso di indagare su me stessa e di confrontarmi con le mie insicurezze. Così, l’oppressione provocata in me dalla battaglia contro il nemico invisibile, è diventata matrice di sogni malinconici che mi hanno aiutato a non smarrirmi, ma di continuare a sperare”.

Un incedere poetico, il suo, attento ai dettagli, alle sensazioni, alla percezione di se stessa tradotta in gesti e brandelli di quel mondo protettivo, pieno di sorprese e di appagamento, che l’autrice racconta con uno stile carico di percezioni tattili, perfino uditive e olfattive, ottenute nonostante la “costrizione” della bidimensionali del mezzo fotografico. In questo sua oasi verde, come esistesse un Dio delle piccole cose, tutto è fondamentale, perfino l’ombra di un fiore al tramonto. Ed è importante la sua grande capacità di narrazione, che rende speciale l’ordinario e spazia dal ritratto all’indagine documentale: questa attitudine denota una grande curiosità per l’essere umano e le sue infinite sfaccettature.

BIOGRAFIA

Isabella Franceschini è una fotografa freelance italiana. Si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Bologna. Dal 2008 si è avvicinata alla fotografia viaggiando all’estero e da allora la fotografia è diventata parte fondamentale della sua vita. Ha cominciato a studiare fotografia nella sua città approfondendo il reportage, il ritratto, il bianco e nero, la street photography. Successivamente ha frequentato a Roma la Masterclass di fotogiornalismo annuale. Attualmente Isabella si dedica alla fotografia documentaria, sviluppando progetti a lungo termine principalmente ispirati da tutto ciò che influenza gli esseri umani e le loro relazioni. Il suo interesse per il mondo è rivolto principalmente verso le persone e la quotidianità. Ha già ricevuto diversi premi e pubblicato su molte riviste specializzate e generaliste, anche all’estero. 

Sito: www.isabellafranceschini.com

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Marco Lorini – Tresigallo, Luglio 2020

Prendendo spunto dalla iscrizione (SOGNI) sovrastante un edificio dei tanti che fanno di Tresigallo, piccolo centro del ferrarese, uno degli esempi più fulgidi dell’architettura razionalista, è sorta una considerazione fra quella scritta e la struttura che la sostiene. L’architettura razionalista, sviluppatasi fra le due guerre del ‘900 in mezza Europa e principalmente in Germania, Russia e Italia, aveva nella sua concezione di progettazione e costruzione l’eliminazione di ogni componente emotiva ed estetizzante e la purificazione delle forme da ogni apparato decorativo.
Il Sogno è qualcosa di irrazionale che si contrappone, quindi, alla razionalità. In progetto fotografico composto da 8 dittici e incentrato sugli edifici di progettazione razionalista di Tresigallo, vuole mettere a confronto le rigorose e schematiche linee, frutto anche del pensiero del loro tempo, con aspetti decorativi, multiformi ed estetici di particolari presenti sulle strutture. Nei particolari si possono leggere rotture delle linee, contrapposizioni fra il razionalismo della forma con l’irrazionale del cielo, con l’estetismo dei decori, con le ombre viste come elemento di rottura

Biografia.
Marco Lorini è nato a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, nel 1957. Ha iniziato la passione per la fotografia a fine anni Settanta, finalizzando gli scatti in camera oscura. Dopo anni in cui la fotografia è stata usata solo per raccontare la famiglia, nel 2010 ha ripreso vigore la passione venendo in contatto con il circolo fotografico di zona, il Photo Club Mugello, di cui è presidente dal 2017. Ha partecipato a varie mostre collettive di circolo e una personale (Terre di Siena) in Borgo San Lorenzo. L’interesse fotografico è volto su fotografia a progetto, concettuale, astratta, di strada, ma principalmente su ciò che desta curiosità e che pone riflessione. Ha partecipato a diversi workshop a partire dal 2014.

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Portfolio – Elsa Falciani, Parkesine

21 maggio 2019: I deputati del Parlamento europeo – 560 voti favorevoli, 35 contrari e 28 astensioni –
hanno confermato il loro appoggio alla proposta della Commissione Europea per ridurre l’impatto
ambientale della plastica. Nel 2021 sarà vietata la produzione di vari oggetti di plastica ritenuti più
inquinanti.
Questa legislazione ridurrà il danno ambientale di 22 miliardi di euro, il costo stimato dell’inquinamento da
plastica in Europa fino al 2030.
Questo lavoro è titolato Parksine perché la storia della plastica comincia nell’XIX° secolo, quando, tra il
1861 e il 1862, l’Inglese Alexander Parkes, sviluppando gli studi sul nitrato di cellulosa, isola e brevetta il
primo materiale plastico semisintetico, che battezza Parkesine Si tratta di un primo tipo di celluloide,
utilizzato per la produzione di manici e scatole, ma anche di manufatti flessibili come i polsini e i colletti
delle camicie.
La plastica nonostante il suo carattere altamente nocivo è nata e si evoluta in pochissimo tempo, negli
ultimi 60 anni, quindi un processo recente e veloce.
Il lavoro è proiettato nell’anno 3020 (per essere archeologia la distanza deve essere almeno di 1000 anni)
la fotografa ha immaginato un ipotetico ritrovamento di uno strato geologico di plastica e quindi l’inizio di
un processo archeologico.
Le domande che hanno portato avanti il lavoro della fotografa sono state:
Si può ipotizzare la nascita di un’archeologia della plastica?
La plastica diventerà una nuova parte della natura?
L’intuizione è stata quella di combinare la teoria e la pratica della disciplina Archeologica al disagio
ambientale, creato dalla plastica, seguendo le fasi di un processo di ritrovamento archeologico come fase
strutturale del processo artistico.
Secondo l’artista l’ immaginazione è un mezzo potente per comprendere dove ci troviamo e chi siamo, e
che l’invenzione poetica possa agevolare la riflessione e la comprensione dei problemi ambientali di oggi
senza dover ricorrere al messaggio visivo esplicito dei media.

Biografia

Elsa Falciani, nata nel 1977, psicoterapeuta di professione, lavora a Milano.
Dal 2017 ha iniziato a prendere sul serio il suo ruolo di fotografa.
“Fotografo perché sento visceralmente il bisogno di fotografare”.
Raccontare storie con fotografie è diventata la sua ossessione che le permette di conoscere nuove culture, nuovi punti di vista e affrontare nuove sfide tutto ciò la porta a conoscere nuove parti di sé e nuovi modi per raccontare le sue storie.
“La fotografia e le arti visive mi insegnano sempre a scavare dentro di me per poter superare i miei limiti prospettici per leggere e raccontare il mondo che incontro fuori e dentro di me”.
Autodidatta, cerca sempre di migliorare frequentando corsi e seminari.

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Portfolio – Noemi Cilenti

Pubblichiamo il portfolio di una giovane autrice milanese che, con un taglio introspettivo e poetico, racconta la sua storia personale utilizzando le immagini. Il suo lavoro  si concentra soprattutto sul corpo e sulle emozioni, messe in scena con l’espediente dell’autoritratto e di alcune simbologie. Noemi compie un viaggio di rinascita, un percorso a ostacoli che diventa archetipo nel quale riconoscersi, dove la sofferenza riscatta se stessa senza narcisismo, pur mettendosi al centro della ricerca. Pare piuttosto un dialogo interiore, possibile grazie al medium fotografico che la conduce a trovare risposte sulla sua identità.
Non rendermi triste, non farmi piangere. 


A volte l’amore non è abbastanza e la strada diventa dura.

Sento il mio cuore spezzarsi a ogni passo che faccio.

Scappare… Perchè? Da chi? Da cosa? Inciampare e incrociare una voce sconosciuta:
“Lasciati baciare sotto la pioggia battente” mi disse “Ti piacciono le ragazze folli!” gli risposi come sfida. Ma questa, è un’ altra “canzone”.

Fermarmi invece di correre, in un attimo mi sono ritrovata da sola sotto questa pioggia nera,  un mondo parallelo, rinchiusa in un Paradiso Oscuro.

Il cielo azzurro diventa grigio, come il mio amore, un contrasto confusionale, un vuoto incolmabile.

Hai portato via una parte di me, lasciandomi sola con la mia parte più tenebrosa.

Se fosse questa la parte migliore di me?

Ho incontrato molte persone in questo mondo.
“Chi veglierà su di te quando me ne sono andato?” Tutto brucia lentamente  come parole che macchiano una lettera.

Mi sento persa ma non spaesata,
nel cammino abbiamo perso noi stessi.
Ma io vorrei sentirmi rinata.

Il mio stomaco è stato calpestato,

il mio cuore anch’esso vuoto e soffocato.

Il dottore dice che io non sono il mio passato.

Vorrei urlare, ma la mia voce non la sente nessuno.

“Chi interromperà la tua caduta?” il fuoco brucia lasciando cadere i sensi di colpa. “Lascia che tu perda tutto” le mie mani sporche di terra mi sollevano piano piano.

Camminando parallelamente ho rotto quello specchio fatto di bugie e lacrime.
Mi sono rialzata, lasciando morire il vuoto colmandolo con la fame del coraggio.

E se fosse questo il mondo che mi appartiene?
“Chi si prenderà cura di te quando me ne sarò andato?” ME STESSA, la persona che ho ritrovato.”

 

Biografia

Noemi Cilenti è nata nel 1990 in provincia di Milano, ma risiede in un piccolo paese della Brianza. Ha iniziato il suo percorso studiando turismo da adolescente, periodo  nel quale si è interessata sempre di più al mondo dell’arte e della ristorazione. Ha conseguito un master post diploma in Comunicazione e all’università frequentato  Lettere Moderne. Sognava di fare la giornalista e questo l’ha ricondotta alla sua passione più grande di quando era bambina: la fotografia. Dopo aver approfondito diverse tematiche, studia cucina per affinare la tecnica della food photography e lavora come assistente in uno studio fotografico. Inizia così a collaborare con riviste, agenzie e ristoranti. Nel 2016 realizza la sua prima mostra personale dedicata alla fotografia del cibo durante il Fuori Salone di Milano. Ancora oggi le raccontare il mare come facevo da bambina, utilizzando una macchinetta Kodak usa e getta. Ha al suo attivo già alcune mostre personali e collettive. Per saperne di più: https://www.noemicilenti.com/food.html