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Lisa Borgiani – What is Europe to you?

What is Europe to you? è un progetto artistico che intende rappresentare il sentimento europeo attraverso immagini e parole espresse dalle storie e dalle idee delle singole persone che compongono la grande comunità dell’Europa.

In mostra dal 1 settembre al 15 dicembre 2020 a Villa Vigoni, Menaggio, Como

What is Europe to you?
Questo è il titolo del viaggio fotografico nelle principali città e capitali europee ideato dalla fotografa Lisa Borgiani. Attraverso una mappatura delle città scelte l’autrice identifica i quartieri dove incontra le persone che ritrae in modo spontaneo e inaspettato mentre rispondono alla stessadomanda: What is Europe to you?, che cosa significa per te l’Europa? Ogni persona è ritratta mettendo in risalto la parola chiave che riassume la sua idea di Europa, riportata in una breve intervista. Immagine e parola entrano così in stretto dialogo.

Lo scopo è quello di cogliere e rappresentare ritratti e sentimenti che provengono da diverse culture ed espressi in varie lingue per rafforzare l’idea di una identità comune europea. Il progetto è iniziato nel 2019 ad Atene e a Berlino -interviste e testi a cura della giornalista Marta Ottaviani- per poi proseguire a febbraio 2020 a Milano e a Roma a luglio 2020. Il viaggio proseguirà nelle altre città europee: Parigi, Bruxelles, Madrid, Vienna etc…

Dal 1 settembre al 15 dicembre 2020 Villa Vigoni, centro italo-tedesco per il dialogo europeo, ospiterà la mostra fotografica “What is Europe to you?” con una scelta di ritratti e interviste realizzati nelle città di Milano e Berlino. La mostra si inserisce in un anno speciale: il trentesimo anniversario della riunificazione
tedesca e verrà inaugurata nell’ambito del Vigoni Forum per studenti, martedì 8 settembre 2020 alle ore 18:00.

Nel rispetto delle normative previste per l’emergenza Covid-19, sarà possibile visitare gratuitamente la mostra ogni giovedì dalle ore 15:30 alle ore 16:30. I posti sono limitati, per la prenotazione vi preghiamo di scrivere a reception@villavigoni.eu  entro il lunedì antecedente la data in cui si desidera visitare la mostra.

Villa Vigoni si impegna nel rafforzamento delle relazioni italo-tedesche in un contesto europeo. Sostiene lo scambio bilaterale nei campi della politica, dell’economia, della scienza, della formazione e della cultura. La mostra è realizzata in collaborazione con POLI.DESIGN | Master in Digital Strategy
(Politecnico di Milano) e Galleria Podbielski Contemporary (Milano). Progetto grafico e dell’allestimento: Alessandro Colombo

Per ulteriori informazioni: www.villavigoni.eu e www.whatseurope.eu

What is Europe to you?- Official Video
ITALIANO: https://youtu.be/rhRkn9Ct9r0
ENGLISH: https://youtu.be/Kze9BR69Ubc
Per partecipare al progetto e sostenere la campagna di crowfunding “The European Project” clicca qui: https://www.gofundme.com/f/what-is-europe-to-you

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Mostra – Gianmarco Maraviglia, “Under Covid”

Apre il 15 settembre, presso l’associazione culturale Zona K via Spalato 11, a Milano, la personale di Gianmarco Maraviglia a cura di Chiara Oggioni Tiepolo. La serie di fotografie esposte racconta il tempo sospeso del lockdown e la conseguente riapertura, in una narrazione a metà fra il racconto intimo e l’indagine fotogiornalistica, pur evitando la dimensione più dettagliata della malattia. Ma anche lui si è ritrovato di fronte al dilemma del “disallineamento”. Come rappresentare e sintetizzare dunque visivamente il cambio di piano sequenza del reale che le nostre esistenze hanno subito? Nasce così il glitch, l’errore di sistema. Immagini di “matrixiana” suggestione che lasciano aperto un interrogativo sul nostro futuro prossimo.

E’ come se qualcosa si fosse inceppato e poi rotto. Rotto il tempo, la realtà, le abitudini. Il senso di libertà, la leggerezza, una certa arroganza nel dare per scontata la vita, perfino. Quella vita. Poi è arrivato il giorno in cui è cambiato tutto. Stroncata la spensieratezza, annullata una gestualità tipicamente italica, spazzato via lo scorrere “normale” delle consuetudini e delle giornate. Ci si è scoperti vulnerabili, l’universo tutto da conquistare si è rimpicciolito fino a entrare
all’interno delle pareti domestiche. Polverizzate le certezze, spogliate le impalcature, ci si è stretti alle uniche sicurezze ancora solide.
Si è aspettato, come se fossimo rinchiusi in un bunker, che un’entità altra ci desse nuovamente il via libera. Si è affidata la nostra esistenza prima a un bollettino, poi alle tecnologie. La parola “controllo” ha assunto le tinte rassicuranti di un mantello di protezione. E infine la riapertura. Evviva. Ecco dunque tutti riversarsi in strada, con la fretta e l’urgenza di riappropriarsi del tempo che fu, la necessità quasi fisica di convincersi che fosse tutto finito, passato, pronto a essere dimenticato. Eppure. Abbiamo fatto finta che non fosse successo niente, volevamo che non fosse successo niente. Ma qualcosa continua a non funzionare. Ed è solo adesso, probabilmente, ora che le emozioni si depositano e sedimentano, che abbiamo il coraggio e la lucidità di comprendere quanto davvero quella frattura del normale si sia fissata dentro di noi in maniera irreversibile.

Inaugurazione – 15 settembre 2020, ore 19. Aperta fino al 24 settembre

Orari: da martedì a domenica 17.00 – 21.00, lunedì 17.00 – 19.00. Ingresso gratuito contingentato a max 20 persone contemporaneamente
ZONA K è un’associazione culturale con attività riservate ai soci. Per accedere alla mostra
occorre inviare la richiesta tesseramento almeno 24 ore prima sul sito www.zonak.it, costo tessera € 2,00.

INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI:
ZONA K – Via Spalato 11 – 20124 Milano
biglietti@zonak.it |T. 02.97378443 – CELL: 393.8767162 (da lunedì a venerdì dalle 10.00 alle
19.00)
www.zonak.it

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Portfolio – Nicola Cordì e “L’Italia della primavera 2020”

Milano

Questo progetto è un viaggio fotografico virtuale nellItalia della primavera del 2020. Raccoglie storie di amici, conoscenti, parenti e sconosciuti. Ogni soggetto è stato fotografato tramite webcam e ha ricevuto un breve questionario al quale ha dovuto rispondere. Ogni ritratto è affiancato da unimmagine di Google Earthraffigurante larea in cui il soggetto ha trascorso la quarantena – che serve a rivelare e sottolineare la solitudine delle persone, e delle stesse città, durante il lockdown imposto per garantire sicurezza ed evitare l’aumento dei contagi. Un isolamento forzato, al quale Nicola non ha voluto totalmente arrendersi. Questa sua serie infatti, testimonia come un giovane autore abituato a esprimersi con le immagini, abbia scommesso sulla sua capacità narrativa valicando le barriere e ovviando ai rischi sanitari grazie alla tecnologia, scoprendo un nuovo modo di raccontare storie e incontrare persone. 

Nicola Cordì nasce a Catanzaro nel 1988. Si innamora della fotografia e inizia da giovanissimo a lavorare come assistente fotografo e a seguire la scena musicale indipendente. Nel 2010  si trasferisce a Milano dove frequenta il corso biennale di Istituto Italiano di Fotografia. Finiti gli studi inizia a lavorare come fotografo e videomaker. Tra i vari clienti con cui ha collaborato ci sono Xfactor, Eni, La repubblica, Nikon, Manfrotto, Opel e Xbox.

I suoi lavori sono stati pubblicati su diversi magazine tra cui Rolling Stone Italia, British Journal of Photography, Italo e Billboard Italia.

Questo è il suo profilo Instagram: @naygo. Ulteriori informazioni qui

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Le città in 3D da indossare tra emozioni e memoria

Quante foto avete portato a casa dai vostri viaggi? E quante volte avete desiderato racchiudere i ricordi dei posti visitati in un’unico oggetto da conservare per sempre? I luoghi simbolo, un monumento, la geografia che vi rimanda ai passi che lì avete percorso, oggi stanno tutti dentro a un gioiello uscito dalla fantasia di una start up italiana, Art is Therapy/3D Box Studio, che progetta e sviluppa idee innovative.  Londra, New York, Roma: parte da queste tre metropoli la loro avventura in bilico tra scultura, architettura, arte e fotografia. Si tratta in effetti di miniature estremamente dettagliate di siti iconici, che stanno racchiuse in un anello chiamato Teti dove tecnologia e design si mescolano. Le figure che si intravedono attraverso il plexiglass trasparente sono i punti di riferimento più riconoscibili: l’Empire State Building o la Statua della Libertà nella Grande Mela, il Big Ben e la ruota panoramica a Londra, il Colosseo a Roma… Piccole fotografie di orizzonti tridimensionali che diventano oggetti di culto.

“L’idea è nata dalla nostra passione per l’arte, il design e, soprattutto, i viaggi”, ha dichiarato il designer Marco Zagaria. “Ciascuno di noi ha ricordi legati a luoghi particolari. Siamo nati tutti da qualche parte, abbiamo casa da qualche parte. Ci siamo innamorati, abbiamo avuto nuovi amici, abbiamo viaggiato e vissuto eventi straordinari in posti meravigliosi che sono diventati i nostri preferiti. E, con un anello Teti, non ti allontanerai da questi ricordi, indipendentemente da dove ti portano i tuoi viaggi”.

Gli altri membri del piccolo team di  creativi sono Nicola Zagoria e Matteo Toriello. E’ loro intenzione trasformare l’idea anche in ciondoli, orecchini e altri gioielli. Protette all’interno di una resina lucida che non si usura con il passare del tempo, le foto-sculture sono prodotte in rame, nichel, argento e oro utilizzando una stampante 3D. Le opere, di alto artigianato artistico, sono frutto di lungi mesi di progettazione e vengono fatte in Italia con materiali eco-compatibili, riciclabili e resistenti, a conferma dello sforzo dell’azienda di produrre a emissioni zero. L’attenzione è posta anche verso i materiali di spedizione,  gli imballaggi del prodotto e il merchandising, dove tutto è creato per essere completamente riciclabile ed eco-friendly.

Gli anelli Teti, forgiati e rifiniti a mano e adatti ai più originali tra noi, partono da 100 euro e possono essere preordinati, acquistati e regalati online a questo link

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Portfolio – Simona Tombesi

Simona Tombesi è una fotografa riminese che inizia la sua produzione artistica con una serie di pubblicazioni di autoritratti e estratti di vita quotidiana sul blog personale “Lalulona”.
Dal 2014 al 2015 Simona utilizza gli scatti per il blog, uno al giorno, come esercizio tecnico-pratico e di ricerca stilistica e, dopo qualche mese, dati i riscontri positivi, viene invitata a presentare i suoi lavori presso RF64 Spazio Minimo di San Marino e partecipa alla mostra collettiva Nove Minime al Museo della Città di Rimini.

Simona partecipa poi a diverse personali e collettive presentando i suoi progetti autoriali, come il FotoConfronti Off di Bibbiena (AR) con la serie “Lalulona Beachwear” e la 26esima edizione del SiFest dove, in collaborazione con la fotografa Cinzia Aze, espone ritratti di famiglie fittizie tra performance art e riproduzione fotografica.

Successivamente Simona si concentra sul ricamo su fotografie, in particolare sull’estetica di parti del corpo “ricucite” con ago e filo, come nella serie “That sticks around like summat in your teeth?”.
Su questa linea nasce” Bright Horses” nuovo progetto a cui l’autrice inizia a lavorare durante la quarantena ispirata dai movimenti della lingua dei segni, osservando gli interpreti durante le conferenze della Protezione Civile e studiando astrologia e mitologia greca.

Tra suggestioni simboliche e rimandi di forme tra linguaggi, cosmologia, corpi e storia, nascono le Costellazioni che qui vi presentiamo.

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Cristina Pappadà – Portfolio

Di Barbara Silbe
Ho incontrato questa giovane e promettente fotografa lo scorso novembre a una lettura portfolio. Il contesto specifico era quello del bellissimo WeLand PhotoFest, ospitato a Specchia, Lecce, e organizzato dall’Associazione Photosintesi. Appena visto il suo lavoro, mi è venuto spontaneo di prenderla un po’ in giro e dirle “Ma tu, sinceramente, che cavolo ci fai qui?”. Da principio rimase sconvolta. Giusto il tempo di un silenzio, poi le spiegai il senso della mia domanda, e il senso era che è piuttosto brava e mi sarei aspettata di confrontarmi con lei a un livello superiore. Cristina Pappadà scoppiò il lacrime per la felicità e non si fermava più. E la sua reazione mi fece pensare a quanto tenesse alla Fotografia, più ancora che al suo ego. Il tema del festival pugliese era dedicato al paesaggio e lei, classe 1990, affascinata dalle immagini fin da bambina e avvicinatasi consapevolmente al mezzo solo nel 2014, usa le forme del corpo e del paesaggio per comunicare sensazioni e stati d’animo.
Il suo stile è già connotato di personalità, nonostante sia evidente la fase ancora acerba dell’espressione artistica, ed è caratterizzato da un sapiente uso del mosso e da bianchi e neri carichi di contrasto e materia, lettura emozionale ed evanescente che utilizza per mostrare al suo pubblico quello che vede nel mondo e che le passa nei pensieri.
 Il portfolio che pubblichiamo si intitola XAOC.
CÀOS. Una parola di origine greca, CHÀOS, il cui significato primario è “fenditura” e – simbolicamente – “abisso”; che rimanda anche a un’altra parola greca, CHÀO, che si traduce come “sono vuoto”. Ogni giorno ci muoviamo tra moltissime informazioni e stimoli. Viviamo sommersi da immagini e testi, in aggiornamento continuo davanti ai nostri occhi via social, web, tv e nella vita reale. Sostenerle e immagazzinarle produce dipersione di energia, confusione, caos appunto.
Con le sue fotografie, Cristina Pappadà, ha cercato di dare un senso al suo caos interiore – che è uguale a quello vissuto da ognuno di noi – inquadrando movimenti, forme umane e luoghi geografici in continuo intercalare tra volumi e prospettive. luci e ombre. Dal paesaggio corporeo a quello che ci circonda e ci ospita, si giunge alla prova finale: l’accettazione di sé e dell’umana condizione. Non c’è ancora quiete, nemmeno nei rami che si arrampicano nel cielo. Non è presente un punto di arrivo per questo vagare. Sembrano istanti, sussuti, stadi di passaggio verso la sua coscienza. La fotografia diventa così una cura, uno sfogo e un modo per dare risposta alle numerose domande che di certo la tormentano.
Instagram: @cristinapappada
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La fotografia che include

Siamo ormai abituati allo sguardo della fotografia sui volti e sui luoghi delle periferie umane, scatti di compassione e di denuncia. Risulta invece inedita questa esposizione che, coraggiosamente, ribalta il punto di vista. Si tratta di immagini scattate da giovani immigrati, fotografi sperimentali, e del loro sguardo sulla città che li ha accolti-non accolti in una più o meno recente esperienza di immigrazione.

La mostra “Percorso sperimentale di inclusione” si colloca all’interno dell’intervento sistemico che Fondazione Monserrate (attiva dal 1994 con programmi di promozione culturale e sociale in Italia, Asia e sud America) sta realizzando a Milano sul tema dell’inclusione sociale dei migranti. In particolare è frutto delle attività della “Finestra d’Amicizia” di Monserrate, che in 12 anni ha permesso di intercettare più di 2000 persone immigrate che vivono nelle periferie, ha favorito emersione di situazioni di fragilità e
integrazione sociale e culturale di giovani e adulti, sostenuto il cammino verso legalità e autonomia di numerose persone/famiglie con minori, il superamento di esperienze di isolamento ed estraneità ai nuovi contesti di vita, anche grazie ad attività di educazione linguistica e civica e iniziative innovative come percorsi di photolangage e tour storico-culturali e fotografici di conoscenza di Milano.
L’esposizione fotografica, ospitata da Milano Photo Week e Milano Photofestival 2019, è frutto di questo lavoro e del cammino personale di ciascuno di questi ragazzi e giovani adulti, di un percorso che li vede protagonisti e non beneficiari di un aiuto.
Accanto alle foto scattate dai giovani immigrati, sono esposte anche alcune foto scattate dai fotografi professionisti che hanno fatto gratuitamente da tutor durante le uscite fotografiche in città.
Una sezione speciale della mostra è dedicata ai ritratti fatti ai protagonisti del progetto dal fotografo Mattia Zoppellaro, noto per le pubblicazioni sulle più importanti riviste di cultura contemporanea italiane e internazionali.

Mostra fotografica “Percorso sperimentale di inclusione”
Palazzo Bovara, Corso Venezia 51 – Milano
dal 5 al13 giugno 2019

INAUGURAZIONE 4 giugno ore 18
Contatti:
Fondazione Monserrate Via San Vittore, 36/1 20123 Milano
segreteria@monserrate.it tel. 02 4818453 / 338 5411759

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The Phair – la fiera esclusiva che indaga il futuro della fotografia

Un peccato non esserci, ma le scelte degli organizzatori di The Phair sono categoriche: alla prima edizione possono esporre solo gallerie che siano state invitate a farlo, quasi a voler sottolineare che il comitato scientifico ha un’idea precisa e alta di che cosa debba essere una fiera di fotografia. Nel nome inglese di questa kermesse piemontese si condensano due parole: Photography e Fair, apre il 3 maggio a Torino nella ex Borsa Valori della centralissima via San Francesco da Paola, per restare aperta fino a domenica. I comitato di esperti coinvolti sembra aver guardato davvero nella giusta direzione per dialogare, proporre, riflettere sulla natura stessa di questa arte a centottanta anni dalla sua nascita, sulle nuove strade del collezionismo, sulle motivazioni e sulle scelte delle gallerie. Fanno parte della squadra Luca Panaro, critico e docente a Brera, che assume anche il ruolo di coordinatore del gruppo, Lorenzo Bruni, anche coordinatore di The Others che garantisce una family feeling tra le due fiere, Alessandro Carrer, curatore e docente a Urbino, Cristiana Colli, giornalista e curatrice, Giangavino Pazzola, consulente curatoriale di Camera, e Carla Testore esperta d’arte.

Il progetto, fortemente voluto da Roberto Casiraghi e Paola Rampini, è stato concepito per valorizzare in modo esclusivo un linguaggio artistico su cui è racchiusa una grande dinamicità e fermento culturale, ma pochi contesti di rifermento per proporre a collezionisti, curatori, direttori di musei e collezioni pubbliche e private, l’innovazione e riflessioni sull’immagine. Quasi a voler cercare quel fil rouge che rimetta in ordine la confusione in un mercato relativamente giovane, Roberto Casiraghi spiega:  “Ad inviti, perché si voleva selezionare le migliori gallerie italiane tra quelle che focalizzano le loro scelte sulla fotografia. Saranno 35 in spazi di venti mq. uguali per tutti, un allestimento sartoriale, più simile a una serie di mostre che a un impianto fieristico. Si è scelto di dare grande leggibilità all’esposizione per entrare in sintonia con le opere proposte, senza filtri. La formula è piaciuta molto e le adesioni, già in questa prima edizione, sono di altissimo profilo.”

Le gallerie che partecipano sono: 1/9 unosunove di Roma, Francesca Antonini di Roma, Alfonso Artico di Napoli, Enrico Astuni di Bologna, Valeria Bella di Milano (che accoglie alcune opere di Toni Thorimbert), Continua di San Gimignano in provincia di Siena, Massimo de Carlo di Milano, Raffaella De Chirico di Torino, Tiziana Di Caro di Napoli, Doppelgaenger di Bari, Fabbrica EOS di Milano, Studio G7 di Bologna, Gagliardi & Domke di Torino, Guidi &Shoen di Genova, In Arco di Torino, Giò Marconi di Milano, MATÈRIA di Roma, METRONOM di Modena, Montrasio Arte di Milano, Franco Noero di Torino, Davide Paludetto di Torino, Francesco Pantaleone di Palermo, Alberto Peola di Torino, Giorgio Persano di Torino, Photo & Contemporary di Torino, Pinksummer di Genova, Poggiali di Firenze, PrimoPiano di Napoli, Lia Rumma di Napoli, Tucci Russo di Torre Piellice in provincia di Torino, Shazar di Napoli, Paola Sosio di Milano, Traffic di Bergamo, VisionQuesT 4rosso di Genova e Z2o Sara Zanini con sede a Roma.

Una grande varietà di artisti contemporanei italiani e stranieri, nomi affermati a livello internazionale e nuovi foto-artisti frutto di un’attenta politica di scouting, per citarne alcuni: Anri Sala, Simone Mussat Sartor, Tomas Saraceno, Paola De Pietri, Olivo Barbieri, Guido Guidi, Myriam Laplante, Mario Airò, Annette Kelm, Lida Abdul, Giovanno Ozzola, Andy Warhol, Luca Vitone, Robert Capa…

Otto macro argomenti da approfondire, dei quali si parlerà sulla web tv, fruibile sul sito thephair.com attraverso incontri e interviste: l’editoria, i new media, il collezionismo, le fondazioni, i giovani autori, il mercato, il ruolo dei musei e le committenze. Nel programma anche un contest supportato da Nikon per raccontare per immagini l’esperienza di visita con un massimo di 5 scatti condivisi su Instagram: i 10 scatti che otterranno il maggior numero di “like” andranno al giudizio del comitato di consulenza che selezionerà i tre più meritevoli di ricevere una reflex digitale. Lo scatto vincitore assoluto sarà anche pubblicato su La Stampa l’8 maggio 2019.

Nello spazio Polaroid Originals un’esposizione di scatti, non in vendita, realizzati dal fotografo ed artista Alan Marcheselli, capaci di raccontare alla perfezione la magia dello scatto istantaneo analogico Polaroid. Inoltre, ogni giorno, due performance live di Alan Marcheselli che daranno una visione artistica e personale della versatilità della fotografia istantanea Polaroid Originals.

Nella tradizione torinese lo spazio lettura: una libreria con titoli dedicati al tema tutti da sfogliare e acquistare e una bouvette rievocazione storica di un caffè d’altri tempi il “Bar Maggiora” a cui ben si addice l’elegante stile mitteleuropeo del caffè Illy.

L’appuntamento sarà annuale. Dettagli su thephair.com

Viste guidate gratuite condotte dai curatori di The Phair, con prenotazione obbligatoria: orari e iscrizione sul sito www.thephair.com – Orario di apertura al pubblico dalle 12,00 alle 21,00.

Ingresso: biglietto intero 12 euro, 10 euro per i membri della Community Nikon Club (www.nikonclub.it), Abbonamento Musei Torino Piemonte; Torino+Piemonte Card: ridotto 8 euro giovani 12/18 anni e studenti universitari fino a 25 anni

Aurora Valade
“Ritratti di Torino” Il Signore dei sentimenti
2010
Stampa lambda su dibond
80 cm x 65 cm
Courtesy: GAGLIARDI E DOMKE
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Intervista a Federico Borella, reporter di umanità e Photographer of the Year

Di Barbara Silbe

Un teschio, sorretto da una mano come fosse un trofeo. Come fosse l’intero racconto di una storia antica. E’ l’immagine simbolo del progetto “Five Degrees”, del fotografo bolognese Federico Borella, che ha vinto il premio Fotografo dell’Anno al Sony World Photography Award 2019. In quella serie lui, gran sorriso e notevole umanità, ha voluto raccontare il dramma dei suicidi maschili nella lontana comunità agricola di Tamil Nadu, nel sud dell’India, colpita dalla più grave siccità degli ultimi 140 anni. Partendo da uno studio dell’università di Berkley, che ha trovato una correlazione tra il cambiamento planetario del clima e l’aumento del numero dei suicidi tra i contadini indiani indebitati per i mancati raccolti, Borella ha esplorato l’impatto dei cambiamenti climatici su questa regione agricola e sulla sua comunità attraverso una serie di ritratti, vedute aeree, paesaggi, dettagli e ricordi dei defunti e dei loro cari ancora in vita.

Federico ha conseguito una laurea in lettere e studiato archeologia prima di scegliere il fotogiornalismo come mestiere dieci anni fa. In quello scatto potente e assoluto di un cranio umano ha racchiuso l’essenza del racconto che ha diffuso e di sé, a conferma del fatto che in ciò che si fotografa mettiamo noi stessi e ciò che siamo stati capaci di diventare.

“Hai proprio ragione – esordisce Federico – ho sempre avuto una enorme passione per l’archeologia. Ho una formazione di studi classici e alla fine il mio sguardo abituato a guardare alla gente e alla storia è finito per entrare totalmente nel mio lavoro di reportage!

Come mai hai lasciato l’altra strada? E quando hai capito che volevi fare il fotografo?

Da studente mi interessavo soprattutto alle popolazioni del Centro e Sudamerica, ma alla fine del percorso universitario, parlando con un professore, capii che la strada per esercitare era ancora lunghissima. Avrei potuto forse insegnare, ma ho preferito dedicarmi alla fotografia, parlare della gente, raccontare storie.

La sera in cui hai ricevuto il premio a Londra eri molto emozionato, anche se cercavi di contenerti… 

Mamma mia, è stata una botta forte. Come ti dissi lì, è stato bellissimo e credo di non essermi ancora ripreso, non ho ancora realizzato di aver vinto proprio io un contest così importante.

Sei consapevole di esserti scelto una strada abbastanza faticosa?

Lo so, per “Five Degrees” è stata durissima infatti: l’ho realizzato lo scorso maggio e laggiù quello è il mese più caldo in assoluto. Non si poteva stare fuori per più di due ore. E i primi due giorni che ero lì, non mi aveva ancora raggiunto la ragazza che faceva da traduttrice (lei veniva da un altra città). Ho fatto un sopralluogo in un tempio indù in mezzo a un fiume, per entrare dovevo togliere le scarpe e l’asfalto era bollente. Ho girato scalzo per quegli spazi enormi con i piedi che davvero bruciavano.

Mi stai raccontando il rovescio della medaglia.

Vedi, fare fotografia è fatica, impegno, non solo sul posto, ma anche nella preparazione che precede un progetto, o dopo, quando devi promuoverlo. Da fuori si immagina che chi fa il mio lavoro faccia una bella vita sempre in viaggio e si diverta, invece è molto impegnativo. Serve preparazione, tenacia, devi crederci veramente e sapere cosa stai facendo, altrimenti non vai da nessuna parte.

Che farai ora? 

Ho già due progetti in mente, in realtà. Il primo si intitola “RelationCip” e indaga le relazioni tra l’uomo e le nuove tecnologie, con molti sottocapitoli da sviluppare. La parte che andrò a fare in Giappone riguarda l’assistenza medica. Ho trovato una casa di cura per anziani che ha dei dispositivi sperimentali. Come in cane Aibo presentato da Sony all’ultimo Salone del Mobile a Milano, un cagnolino robot che interagisce con gli uomini, crea empatia. Lo usano anche lì per fare compagnia ai pazienti e aiutarli.

Un altro filone che seguo riguarda l’entertainment e i nuovi musei digitali, gli ologrammi e la realtà virtuale applicate all’arte, al cinema… Oppure sto studiando come raccontare il settore delle relazioni sociali, come ad esempio il fenomeno dei matrimoni o dei bambini nati dopo storie d’amore nate sui social network. Una parte di questo progetto vorrei ancora svilupparla in India, dove sono nate cliniche per la digital detox: si tratta di campi sul modello dei loro ashram dove si va in meditazione per disintossicarsi dall’eccesso di connessione che ormai affligge tutto il mondo occidentale.

Proseguirai il tuo impegno per raccontare i cambiamenti climatici e l’ambiente?

Sicuramente sì, ma in modo meno diretto. Mi sono fatto molte domande sulla necessità di cambiamento che ci coinvolgerà tutti. L’umanità è dipendente da molte cose, una fra tutte l’energia elettrica. Dobbiamo andare verso un uso di energie rinnovabili, e non parlo dell’elettrico, perché alla fine anche quello inquina. Le turbine che trasformano una cascata in energia, sporcano l’acqua che ci passa attraverso. La sola vera energia rinnovabile è il sole. In India, con quella enorme densità di popolazione, come pensano di reperire energia per vivere? So che puntano sul solare. Devo capire se posso sviluppare le mie idee per raccontare la green energy, prima di tutto capendo l’accessibilità a certi siti. Una delle più grandi centrali di energia solare è a soli 300 chilometri da dove ho realizzato la serie che ha vinto il Sony.

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Il contest, assegnato a Londra il 17 aprile scorso, quest’anno ha visto protagonista l’Italia. Borella in finale era infatti in ottima compagnia: nelle dieci categorie dela sezione Professional hanno vinto anche Alessandro Grassani, primo premio nella categoria Sport con un lavoro sulle donne di Goma, in Congo, vittime di soprusi e violenze, che boxano per conquistare il loro riscatto, per respingere con i fatti le aggressioni fisiche e psicologiche in un paese che le vorrebbe fragile e sottomesse. Poi il duo artistico composto da Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni, che hanno conquistato il primo posto nella categoria Discovery con un lavoro ambientato a Istanbul, dove ritraggono luoghi e persone nei cui volti si riflette la profonda trasformazione messa in moto dal governo del Paese. Infine c’è un secondo posto nella categoria ritratto di Massimo Giovannini, che con la serie Henkō (parola giapponese che significa “cambiamento” e “luce variabile o insolita”) esplora come la luce possa alterare il modo in cui vediamo e percepiamo cose e persone.

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La “Rimini sparita” rivive grazie a un’associazione che, in sei anni, ha già raccolto 140mila immagini

Il 16 luglio 1942 quasi 13mila ebrei – donne e bambini compresi – vengono rastrellati a Parigi in sole 48 ore e rinchiusi nel Velodromo d’Inverno, in quello che verrà tragicamente ricordato come “Rafle du Vél’ d’Hiv” (il Rastrellamento) . Di questo episodio, uno dei più drammatici del Novecento francese, rimarranno pochi testimoni (800 persone, solo adulte) e nessuna fotografia, se si esclude un’istantanea dei bus utilizzati per il trasporto dei prigionieri scattata clandestinamente da un cittadino. Sottolineo: nessuna fotografia.
In una quotidianità permeata dalle immagini, in cui il flusso digitale scandisce le attività personali, professionali e informative di ognuno, su cui si basa ormai il nostro libero arbitrio e la formazione dell’opinione pubblica, appare inconcepibile l’esistenza di un fatto storico nonostante l’assenza di documentazione visiva; documentazione, però, che in epoche passate, laddove le attrezzature e i materiali costituivano dotazione elitaria perché costosa e appannaggio di pochi abbienti e competenti, ci è pervenuta e perviene progressivamente sempre più rarefatta nello spingerci a testimoniare contesti remoti nel tempo.
Da questa constatazione e dalla volontà di parlare un linguaggio visivo adeguato alle nuove generazioni che, appunto, formano loro stesse attraverso il flusso fotografico, nasce l’Associazione “Rimini Sparita”, no-profit dedicata alla scoperta e alla narrazione delle trasformazioni urbanistiche, culturali, sociali ed economiche di un territorio soprattutto attraverso le immagini, affinché siano immediatamente fruibili e condivisibili dai più giovani secondo le dinamiche contemporanee di comprensione e divulgazione.
Un ritorno alla fotografia, quindi, come pura testimonianza storica e come realtà fattuale al di là delle narrazioni testuali, delle opinioni soggettive e delle interpretazioni dialettiche, tornando al pregio incorruttibile delle immagini che restano, per superare la convenzione delle fotografie “da social network”… che passano in un batter di streaming e rivalutare, con la forza del soggetto e l’unicità irripetibile del contesto, il valore di uno scatto.
“Rimini Sparita”, nata per gioco tra alcune persone accomunate dalla sola passione, in sei anni di attività ha ormai raccolto circa 140mila immagini (scattate tra il 1875 e il 2000), contestualizzate specificatamente nel territorio romagnolo, sì provinciale dal punto di vista dimensionale e culturale, ma piuttosto importante – anche a livello europeo – per il ruolo assunto nel turismo di massa e nell’industria del divertimento (leggi divertimentificio) nazionale tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento. Rimini come monumento al pop(olare), realizzato attraverso una narrazione prettamente visiva in cui le cartoline, la foto ricordo e il manifesto hanno costituito l’ossatura di un racconto lungo un secolo. Da souvenir a testimonianza.
Un patrimonio iconografico che “Rimini Sparita” cerca tuttora di rintracciare costantemente in archivi pubblici e privati, altrettanto sconfinati, spesso privi di valorizzazione e doverosa premura nella conservazione: è infatti drammaticamente frequente il reperimento di materiale irreversibilmente degradato (e mai digitalizzato) sia in cassetti e bauli di comuni cittadini, sia – purtroppo e incredibilmente – in fondi fotografici ufficiali e, presumibilmente, strutturati dalle pubbliche istituzioni precluse all’intervento (volontario e gratuito) di associazioni private come la nostra; materiale di cui, presto, si perderà definitivamente lo status qualitativo e, con esso, la descrizione di un’intera epoca.
(Testo a cura di Nicola Gambetti)