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Libri – Nobuyoshi Araki, Polarnography

Polarnography è una raccolta di cento Polaroid inedite realizzate da Nobuyoshi Araki nel 2016, nelle quali ritratti femminili e squarci di cielo si dividono equamente lo spazio, secondo un abbinamento mai casuale. I controversi nudi di donne giapponesi legate secondo la tecnica
kinbaku l’hanno reso famoso in tutto il mondo, così come è noto l’amore viscerale che Araki nutre verso la città di Tokyo, celebrato in molte sue serie di immagini e pubblicazioni, da Tokyo Lucky Hole a Tokyo Diary, Tokyo Novelle o Suicide in Tokyo. Donna e cielo dunque non
solo convivono nel tradizionale quadrato Polaroid, quanto si completano l’una nell’altro, nelle forme come nei colori: cento combinazioni per altrettante opere uniche, inedite e irripetibili. Le cento Polaroid dell’autore sono riprodotte in facsimile e contenute in una scatola che è a sua volta il facsimile di quella che conteneva le foto Polaroid vergini. La composizione retorica tra Polaroid e Pornografia è ovviamente all’origine del titolo Polarnography. Le opere, in perfetto facsimile, sono un prezioso oggetto da collezione.

Il libro, un pezzo da collezione, è pubblicato da Skira editore: 8,7 x 10,8 cm in scatola 9 x 11.5 x 6.5 cm contenuta in confezione 29 x 35.5 x 6.8 cm in tela e acetato. Prezzo: € 89,00

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La “Rimini sparita” rivive grazie a un’associazione che, in sei anni, ha già raccolto 140mila immagini

Il 16 luglio 1942 quasi 13mila ebrei – donne e bambini compresi – vengono rastrellati a Parigi in sole 48 ore e rinchiusi nel Velodromo d’Inverno, in quello che verrà tragicamente ricordato come “Rafle du Vél’ d’Hiv” (il Rastrellamento) . Di questo episodio, uno dei più drammatici del Novecento francese, rimarranno pochi testimoni (800 persone, solo adulte) e nessuna fotografia, se si esclude un’istantanea dei bus utilizzati per il trasporto dei prigionieri scattata clandestinamente da un cittadino. Sottolineo: nessuna fotografia.
In una quotidianità permeata dalle immagini, in cui il flusso digitale scandisce le attività personali, professionali e informative di ognuno, su cui si basa ormai il nostro libero arbitrio e la formazione dell’opinione pubblica, appare inconcepibile l’esistenza di un fatto storico nonostante l’assenza di documentazione visiva; documentazione, però, che in epoche passate, laddove le attrezzature e i materiali costituivano dotazione elitaria perché costosa e appannaggio di pochi abbienti e competenti, ci è pervenuta e perviene progressivamente sempre più rarefatta nello spingerci a testimoniare contesti remoti nel tempo.
Da questa constatazione e dalla volontà di parlare un linguaggio visivo adeguato alle nuove generazioni che, appunto, formano loro stesse attraverso il flusso fotografico, nasce l’Associazione “Rimini Sparita”, no-profit dedicata alla scoperta e alla narrazione delle trasformazioni urbanistiche, culturali, sociali ed economiche di un territorio soprattutto attraverso le immagini, affinché siano immediatamente fruibili e condivisibili dai più giovani secondo le dinamiche contemporanee di comprensione e divulgazione.
Un ritorno alla fotografia, quindi, come pura testimonianza storica e come realtà fattuale al di là delle narrazioni testuali, delle opinioni soggettive e delle interpretazioni dialettiche, tornando al pregio incorruttibile delle immagini che restano, per superare la convenzione delle fotografie “da social network”… che passano in un batter di streaming e rivalutare, con la forza del soggetto e l’unicità irripetibile del contesto, il valore di uno scatto.
“Rimini Sparita”, nata per gioco tra alcune persone accomunate dalla sola passione, in sei anni di attività ha ormai raccolto circa 140mila immagini (scattate tra il 1875 e il 2000), contestualizzate specificatamente nel territorio romagnolo, sì provinciale dal punto di vista dimensionale e culturale, ma piuttosto importante – anche a livello europeo – per il ruolo assunto nel turismo di massa e nell’industria del divertimento (leggi divertimentificio) nazionale tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento. Rimini come monumento al pop(olare), realizzato attraverso una narrazione prettamente visiva in cui le cartoline, la foto ricordo e il manifesto hanno costituito l’ossatura di un racconto lungo un secolo. Da souvenir a testimonianza.
Un patrimonio iconografico che “Rimini Sparita” cerca tuttora di rintracciare costantemente in archivi pubblici e privati, altrettanto sconfinati, spesso privi di valorizzazione e doverosa premura nella conservazione: è infatti drammaticamente frequente il reperimento di materiale irreversibilmente degradato (e mai digitalizzato) sia in cassetti e bauli di comuni cittadini, sia – purtroppo e incredibilmente – in fondi fotografici ufficiali e, presumibilmente, strutturati dalle pubbliche istituzioni precluse all’intervento (volontario e gratuito) di associazioni private come la nostra; materiale di cui, presto, si perderà definitivamente lo status qualitativo e, con esso, la descrizione di un’intera epoca.
(Testo a cura di Nicola Gambetti)

 

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Mostre – Bruno Cattani, l’arte dei luoghi

Il nucleo esposto al Leica Store di Roma fino al 4 marzo fa parte di un lavoro, molto più ampio che Bruno Cattani sta portando avanti da alcuni anni sui luoghi dell’arte. Si tratta di siti che sono come una vera macchina del tempo dentro la quale poter viaggiare con gli occhi e con la mente e perfino sentirsi vivere a ritroso nella storia passata, per ritrovare le radici della nostra cultura. Sono musei dove la statua, il quadro, l’opera d’arte, sono spettatori, fermi testimone del tempo e della nostra storia.

“Nel fotografare ho tentato di tenere vivo sempre il rapporto dell’uomo con le proprie opere” – dice Bruno Cattani. “La presenza dell’uomo è continua, e anche là dove sono rappresentati oggetti materiali, il punto di vista non è quello della pura forma, del gioco della luce e dell’ombra, ma quello dell’assidua memoria della nostra vita e dei segni che l’usura del tempo lascia sugli oggetti che ci sono compagni, non mi sono soffermato a mostrare dettagli, ma voglio riprendere l’insieme indissolubile formato dall’oggetto d’arte e dallo sguardo del visitatore.

Per arrivare a questa particolare visione dove l’atto del guardare e la cosa da vedere si confondono in una sola materia, ho impiegato la pellicola a infrarossi sensibile al calore e, proprio per questo, adatta a cogliere il calore dei corpi vedenti che si muovono all’interno dei musei  ovunque l’arte sia esposta. Il risultato è che lo spettatore perde la sua sostanza, come se si dissolvesse nel gesto rituale della contemplazione.

Il messaggio del museo trovo che sia molto complesso, è un luogo che invita non solo alla consultazione, ma anche all’emozione estetica, in pratica non è solo un luogo dove si stratificano oggetti e reperti secondo i loro tempi storici, ma è anche un deposito. D’emozioni.

 

Bio

Bruno Cattani inizia a fotografare nel 1982 ed è fotogiornalista dal 1988. Nel 1996 partecipa a una ricerca fotografica sui Musei di Reggio Emilia, iniziando il suo studio su i luoghi dell’arte. Negli anni riceve numerosi incarichi nell’ambito della ricerca fotografica per musei quali il Musée Rodin, il Musée du Louvre, l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, l’Istituto Nazionale per la Grafica, il Pergamonmuseum di Berlino e la Soprintendenza Archeologica di Pompei. Nel 2000 è presente nell’esposizione D’après l’Antique al Museo du Louvre e, nello stesso anno, la sua mostra L’arte dei luoghi è inserita all’interno del programma del Mois de la Photo di Parigi. Figure Nel Tempo è il titolo della personale che si tiene, nel 2002,  alla Galleria Civica di Modena a cura di Walter Guadagnini. Nel 2003 espone alcune sue fotografie che gli sono state commissionate dal Musée Rodin di Parigi, nella mostra curata da Sandro Parmiggiani  Camille Claudel. Anatomie della vita interiore tenutasi a Palazzo Magnani di Reggio Emilia.

Nel 2005 inizia la sua ricerca sulla memoria che si snoda come un viaggio all’interno del ricordo, nel quale egli cerca di far rivivere il passato emozionale attraverso immagini narrative ed evocative. Nel 2008 partecipa alla terza edizione della manifestazione Fotografia Europea di Reggio Emilia. Nella primavera del 2010 presenta la mostra personale Memorie con un libro edito da Allemandi a cura di Sandro Parmiggiani.

E’ tra gli artisti invitati ad esporre al Padiglione Italia della 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia con sei fotografie del lavoro Memorie selezionate da Italo Zannier.

Il suo progetto Eros, dedicato alle forme corporee nel mondo della statuaria, frutto di anni di ricerca stilistica all’interno di spazi espositivi in tutta Europa, viene proposto per la prima volta al Chic Art Fair di Parigi nel 2012

Sognare giocando, un’incursione nel mondo fantastico dell’infanzia attraverso i giocattoli, è tra i suoi ultimi lavori e viene proposto ad Arte Fiera di Bologna 2013 e al Mia di Milano nel 2014.

Il 2014 è l’anno della ristampa del volume Memorie, edito da Danilo Montanari Editore, nuovo capitolo della sua ricerca che prosegue con molti nuovi scatti, in  occasione della personale alla Bugno Art Gallery di Venezia e di quella al festival di Spilimbergo, promossa dal CRAF e a fine 2015 presso la Photographica Fine Art di Lugano.  Il coreografo Valerio Longo sceglie le sue immagini per il video di Nude Anime, spettacolo realizzato per La Fondazione Nazionale per la Danza Aterballetto.

Nel 2016 partecipa a collettive in diverse gallerie. Il progetto The Memory Box, tratto dalla serie Memorie, è esposto a Palazzo Ducale, Fondazione per la Cultura di Genova, durante lo stesso anno. Nel mese di dicembre presenta, sempre a Genova, una sua personale Carousel  presso la VisionQuesT contemporary photography.  Qualche mese più tardi, nel numero di Febbraio 2017, il British Journal of Photography gli dedica un articolo sul progetto Carousel nella sezione Projects.

È presente in molte fiere di fotografia in tutto il mondo (Arte Fiera Bologna, Mia Milano, Torino, Verona, Parigi, Bruxelles, Miami,Lione e Photo London ). Per due anni consecutivi è tra i finalisti del premio BNL al Mia  2013- 2014 e vicitore nel 2015.

Sue fotografie sono conservate presso: Archives Photographiques du Musée du Louvre, Maison Européenne de la Photographie di Parigi, The New York Public Library for the Performing Arts, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Bibliotéque Nationale de France di Parigi, Musée Réattu  d’Arles, Musée de la photographie di Charleroi, Musée Nicephore Niépce Ville de Chalon sur Saône, Maison Europeenne de la Photographie di Parigi, Polaroid  Collections, Stati Uniti Museum of Photography, Museo di Thessaloniki (Grecia).

http://www.brunocattani.it/

La mostra è aperta con i seguenti orari: lunedi 14.30/19.30; martedi – sabato 10.30/19.30. Domenica chiuso.
Leica Store, Via dei Due Macelli 57, 00187, Roma.

 

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Portfolio – Vincenzo Pagliuca, Mónos

mónos

L’autore ha realizzato la sua ricerca con una Mamiya 7, usando il colore e un’ottica fissa, setacciando tutto l’Appennino meridionale, dal basso Lazio all’Aspromonte, cercando e realizzando gli scatti in condizioni di luce precisa, fotografando nei mesi invernali e prima del sorgere del sole. Al centro dell’immagine, nel processo di costruzione essenziale, le case isolate, per alcuni versi attrattori metafisici, immerse nel contesto naturale. Quelle case dei margini, spesso costruite senza nessuna ambizione, se non quella di occupare o presenziare lo spazio della natura ai bordi, architetture casuali, alle quali la fotografia restituisce relazioni, dimensioni, equilibrio. Le “sculture dell’uomo comune” raccolgono segni e geometrie, aprono alla soggettività e all’amplificazione mentale, condizione paesaggistica che riflette un paesaggio topografico interiore. Il cemento dialoga con la terra, i mattoni e le lamiere interagiscono con gli alberi e l’erba, le tegole e le finestre parlano con cieli ancora stinti, le geometrie delle case si integrano alle linee difficilmente controllabili della natura. Queste case, nello sguardo prolungato e dialettico, l’una dopo l’altra, l’una insieme all’altra, sono il luogo del raccoglimento e del sogno, il set di un b-movie che alimenta la possibilità di comprendere lo spazio e definire, pensare, visionare la complessità dell’uomo e di un territorio a lui proprio. [Giovanni Fiorentino]

 

Biografia

Vincenzo Pagliuca è nato a Broni (Pavia) nel 1980. Vive e lavora a Milano. La sua attività di ricerca si rivolge all’architettura ed alle differenti tipologie di insediamenti umani. I suoi lavori sono stati esposti in musei e festival tra cui: il Copenhagen Photo Festival, il Darmstädter Tage der Fotografie, il Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, il museo Arcos di Benevento, la Galleria del Cembalo di Roma, il Centro per l’Arte Contemporanea SMMAVE ed il museo MADRE di Napoli,  la galleria aA29 Project Room di Caserta, l’Ulster Museum di Belfast, il Kolga Tblisi Photo Festival. Finalista alla quattordicesima edizione di “Portfolio Italia – Gran Premio Hasselblad”. Vincitore nel 2013 del Premio Reportage Napoli Monitor. Ha partecipato a diverse residenze d’artista tra cui BoCs Art (Cosenza), falía* (Lozio) e TiefKollektiv (Glorenza). Dal febbraio 2015 è parte del gruppo Lab02 creato dal fotografo Antonio Biasiucci.

Per maggiori informazioni sul suo lavoro, www.vincenzopagliuca.com

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Nasce Noc Sensei – Portale multidisciplinare per la buona Fotografia

Partiamo col dire che cosa sia New Old Camera, ammesso di esserne capaci. La banalizziamo, così si capisce di più: si tratta di un negozio che vende “ferro”, fotocamere e accessori, vecchi e nuovi. Si trovano a Milano, in via Dante 12, per esser più precisi fa da collettore per fotografi e appassionati di materiale nuovo e usato che convogliano qui anche solo per l’assistenza, per un consiglio, una chiacchierata, uno scambio di prodotti e opinioni con chi certamente ne sa. Una volta ci ho trovato dentro clienti dall’Iran, a sottolineare la visione piuttosto internazionale del suo incredibile proprietario, il signor Ryuichi Watanabe. Un giapponese, sotto la Madunina da decenni, che trattiene i clienti e li fa tornare anche solo per la simpatia che sprigiona il suo volto. Che EyesOpen! sia da sempre amico di New Old Camera è cosa nota: ci hanno ospitati, venduti, raccontati sul loro seguitissimo canale youtube. Ora il negozio di fotografia più accogliente d’Italia ha deciso di fare un grande salto nell’etere, per essere ancora più vicino ai suoi clienti e trovarne di nuovi e, soprattutto, per fare cultura, tema tanto caro al signor Watanabe che si è sempre speso anche per organizzare convegni, eventi, mostre, talk e incontri intorno all’arte fotografica. Sostenuto dal suo stretto collaboratore e factotum, Giordano Suaria, ha aperto da qualche settimana un nuovo portale dove anche io pubblico contenuti. Si chiama NOC SENSEI, il “Chi siamo” recita così:

Sensei (先生 lett. “persona nata prima di un’altra”, pron. [‘sen.seː]) è un termine giapponese che ha spesso l’accezione di “maestro” o “insegnante”. Il termine viene spesso erroneamente pronunciato con la i finale, quando in realtà quella non è altro che un allungamento dell’ultima e, che quindi andrebbe pronunciata “sensee”.
NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia.
Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti.
Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori.
Queste le firme: Maurizio Vagnozzi, Marco Cavina, Giuseppe Ciccarella, Massimiliano Terzi, Raffaela Lepanto, Barbara Silbe, Gloria Daluiso, Claudio Trezzani, Ryuichi Watanabe.
E le collaborazioni: Gerardo Bonomo, Ugo Marinelli, Giulia Bianchi, Gabriele Lopez, Roberto Mutti.
In redazione: Giordano Suaria, Michela Avanti.
Si naviga su NOC SENSEI per informarsi, per imparare, seguire un corso, controllare i nuovi prodotti e approfondirne l’uso, ma anche leggere la recensione a una mostra o vedere un’intervista video a un esperto del settore o a un grande autore. Collabora con questo spazio perfino un’avvocato del lavoro, che vi illuminerà sui diritti di chi pratica la fotografia, e sui vostri doveri. La differenza è che ora la bravura di New Old Camera e dei suoi collaboratori sarà disponibile anche a utenti di altre regioni italiane o, perché no, oltreconfine. Il progetto è ambizioso ed è già decollato. I numeri degli accessi al sito sono importanti, le risposte sui canali social danno loro ragione: sollecitare l’interesse trattando argomenti utili, validi, colti, fa tornare la voglia di fotografia. Quella buona.
(Barbara Silbe)
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Portfolio – Michele Pavana

Mati, Nea Makri – regione Attica, Grecia.

Nella notte tra il 23 e 24 di luglio scoppia un furioso incendio nella zona costiera tra Rafina e Maratona. I forti venti caldi (124 km/h con temperatura di 40° circa) hanno favorito lo sviluppo del fuoco, di origine dolosa, che travolge le cittadine di Mati e Nea Makri, due delle zone turistiche più frequentate dagli ateniesi.

Il fuoco, partito dall’alto di una collina, distrugge tutto ciò che incontra nella sua discesa verso il mare. La velocità del vento lo rende talmente violento da non dare scampo a nessuno: l’incendio è cosi rapido da non dare il tempo alle persone di scendere dalle loro auto e uscire dalle case.

In una villa, a Mati, sono stati ritrovati 26 corpi carbonizzati abbracciati tra di loro, in una scena che, a detta di molti, ha ricordato Pompei nel 79. Il bilancio è pesantissimo: 100 morti, 25 dispersi e più di 550 feriti.

Queste immagini sono state realizzate nei luoghi della tragedia, le rovine deserte raccontano il dramma, come dolorosa testimonianza di un evento che non si deve ripetere.

 

Biografia

Michele Pavana, classe 1988, è un fotografo italiano. Ha iniziato la sua ccarriera collaborando con alcune riviste locali e come fotografo outdoor in occasione di eventi DC Shoes, Red Bull e altre aziende outdoor. Nel 2010 ha iniziato a lavorare su progetti a lungo termine e reportage; dopo il suo lavoro (2014/2915) sulla crisi dei rifugiati con i progetti “Postcards from far away”, in cui i rifugiati possono inviare la propria foto per i parenti in patria, è stato allievo di Alex Majoli presso Cesura Lab. Nel 2012 ha fotografato l’uragano Sandy a New York, per vedere gli effetti dell’uragano sui luoghi simbolo a Manhattan. Nel 2017 ha realizzato un reportage nel ghetto ebraico di Venezia, il più antico ghetto del mondo; le immagini sono scattate solo di notte perché durante i secoli la porte del ghetto venivano chiuse durante la notte e la popolazione ebraica non poteva uscire. Nel 2018 ha coperto le conseguenze dell’incredibile tragedia avvenuta a Mati, vicino ad Atene, in cui un rogo doloso ha distrutto due paesi e ucciso più di 100 persone. Quest’anno ha iniziato un progetto sul “decreto sicurezza”, per vedere come questa legge cambierà il modo di vivere di richiedenti asilo e di dipendenti delle associazioni che si occupano di accoglienza. Oggi lavora come fotografo freelance, per progetti a lungo termine, reportage e pubblicità.

 

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Mostra – Thomas Struth. Nature & Politics

Fino al 22 aprile, la Fondazione Mast di Bologna presenta ‘Nature & Politics’, una selezione di grandi foto a colori realizzate da Thomas Struth. Il fotografo, famoso per i suoi scatti di vedute urbane, ritratti individuali e di famiglia, immagini di grande formato nei musei e foto della serie ‘Paradise’, dal 2007 si è interessato anche a scienza e tecnologia, in siti industriali e centri di ricerca di tutto il mondo.

Le 25 immagini esposte mostrano luoghi inaccessibili come laboratori di ricerca spaziale, impianti nucleari, sale operatorie, piattaforme di perforazione.  Struth propone un viaggio che conduce il visitatore dove le immagini parlano e svelano anche quello che non vediamo, l’aspetto invisibile.

Nella fotografia “Measuring, Stellarator Wendelstein, Tokamak Asdex Upgrade, Laser Lab o Grazing Incidence Spectrometer” il flusso del racconto conduce al caos della giungla industriale con grovigli di cavi, sbarre, giunzioni, coperture metalliche e rivestimenti plastici. Una grande confusione di oggetti dove lo sguardo si perde. Un’altra foto ci mostra un intervento su un corpo realizzato con l’aiuto di un robot e di strumenti chirurgici manovrati a distanza. Si tratta di un’operazione chirurgica alla prostata. La macchina aleggia sul corpo creando un mix di umano e tecnologico, in un’atmosfera surreale ed estranea. Attraverso queste immagini, Struth esplora l’estetica di macchinari tecnologicamente avanzati che influenzano la nostra esistenza e suggerisce la complessità di un tema come la delega tecnologica che affascina e inquieta, più o meno consapevolmente, noi tutti. Affidiamo ai ritrovati tecnologici compiti e funzioni un tempo di nostro appannaggio. Queste fotografie fanno pensare al nostro rapporto futuro con le macchine e l’intelligenza artificiale e sulla possibilità che esse prendano il sopravvento sull’essere umano.

Come ha spiegato Urs Stahel – curatore della mostra – “Con la consueta precisione e meticolosità e con una spiccata sensibilità estetica, Thomas Struth realizza grandiose immagini del mondo della ricerca contemporanea e dell’alta tecnologia. Attraverso le sue fotografie siamo in grado di percepire tutta la complessità, la portata, la forza dei processi, ma anche di intuire il potere, la politica della conoscenza e del commercio che essi celano. Col tempo impariamo a dare un nome alle singole parti di questi processi, ce ne appropriamo integrandoli nel mondo che conosciamo, ma il nesso complessivo sfugge alla nostra comprensione e non ci resta altro che un grande stupore, a volte divertito, di fronte all’alterità straniante di questi ‘ingranaggi’ ipertecnologici del presente e del futuro.”

Al livello zero della Photogallery, si trova la videoinstallazione del 2003 “Read this like seeing it for the first time” (Leggilo come se lo vedessi per la prima volta) dove l’artista tedesco rappresenta il lavoro umano, l’ interazione tra insegnante e studenti  nell’ambito di una lezione di musica. I ragazzi devono imparare ad “arrendersi” all’insegnamento e apprendere con  la massima precisione manuale e artistica.

MAST di Bologna, via Speranza 42. Termine della mostra: 22 Aprile.

INGRESSO GRATUITO. Orari di apertura: Martedi-Domenica dalle 10 alle 19

Informazioni: www.mast.org

 

 

(Testo a cura di Carolina Masserani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sony World Photography Award – Comincia lo spettacolo

Oggi la World Photography Organisation ha rivelato i nomi dei finalisti dei concorsi Open e Giovani dei Sony World Photography Awards 2019, che premiano i migliori scatti singoli realizzati nel 2018 in tutto il mondo. Tra i fotografi selezionati, spiccano i nomi di otto italiani.

Un successo notevole, tanto più che l’edizione 2019 degli Award è stata caratterizzata da una partecipazione da record, con 326.997 candidature provenienti da 195 Paesi. Gli otto artisti italiani gareggeranno in sette delle dieci categorie in cui sono suddivise le straordinarie opere realizzate dai finalisti del concorso Open. Questi i loro nomi e i loro lavori:

● Il milanese Marco Zaffignani è stato selezionato nella categoria Viaggio grazie a uno scatto intitolato “Whale Shark Encounter.Realizzata nel parco nazionale di Teluk Cenderawasih (Papua Occidentale), l’immagine rappresenta l’incontro tra il fotografo e alcuni squali balena nel mese di settembre 2018.

● L’insegnante torinese Rosaria Sabrina Pantano è una fotografa autodidatta. L’opera selezionata per la categoria Street Photography, “Walking Among the Stars”, è stata scattata nella sua città, in Piazza Castello.

● Alessandro Zunino è tra i finalisti della categoria Fotografia creativa con “Wires and Pigeons”, un accattivante lavoro in cui un gioco di luci e ombre crea un effetto suggestivo.

● Il fotografo documentarista Niccolò Cozzi, di origini toscane, presenta nella categoria Ritratto un’opera dal titolo “Portrait in Night Lights”.

● David Salvatori e Roberto Marchegiana rientrano entrambi tra i finalisti della categoria Natura e animali selvatici. L’immagine proposta da Salvatori, “The Assault”, è uno straordinario scatto subacqueo che ritrae un banco di sardine e dei delfini al largo del fiume Mbotyi, in Sudafrica. “Ethiopian Wolf” di Marchegiana, invece, è ambientato nel parco nazionale dell’altopiano di Sanetti in Etiopia e vede come protagonista uno degli animali più rari al mondo.

● Nella categoria Paesaggio, Sara Bianchi presenta il panorama innevato della penisola Yamal illuminato dall’aurora boreale. Quest’area costituisce l’habitat naturale del popolo dei Nenet e delle loro renne.

● Alessandro Zanoni, di professione Graphic Designer, è uno dei finalisti per la categoria Cultura. Con il suo scatto “Bright Minuet”, realizzato nei pressi del cancello principale del Palazzo Gyeongbokgung di Seul, vuole sottolineare i contrasti di una città in rapida evoluzione, in cui tradizione e modernità sembrano spesso scontrarsi.

I finalisti si sfideranno con i più talentuosi fotografi al mondo per potersi aggiudicare la vittoria nelle rispettive categorie e il titolo di Fotografo dell’anno Open. I riconoscimenti per i vincitori includono attrezzature fotografiche Sony di ultima generazione, biglietti aerei per partecipare alla cerimonia di premiazione degli Award a Londra e premi in denaro pari a 5.000 dollari.Gli scatti finalisti dei fotografi italiani potranno essere ammirati alla mostra dei Sony World Photography Awards presso la Somerset House di Londra e, in un secondo momento, in un tour globale. Inoltre, le opere saranno pubblicate sul catalogo annuale degli Award.

Prodotti dalla World Photography Organisation e acclamati in tutto il mondo, i Sony World Photography Awards rappresentano uno degli appuntamenti più importanti per il settore fotografico internazionale. Giunti al 12° anno di preziosa collaborazione con lo sponsor principale Sony, gli Award includono quattro concorsi: Professionisti (per i progetti fotografici), Open (per gli scatti singoli), Student Focus (per le istituzioni accademiche) e Giovani (per i fotografi di 12-19 anni). I finalisti del concorso Professionisti saranno annunciati il 26 marzo.