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Intervista a Federico Borella, reporter di umanità e Photographer of the Year

Di Barbara Silbe

Un teschio, sorretto da una mano come fosse un trofeo. Come fosse l’intero racconto di una storia antica. E’ l’immagine simbolo del progetto “Five Degrees”, del fotografo bolognese Federico Borella, che ha vinto il premio Fotografo dell’Anno al Sony World Photography Award 2019. In quella serie lui, gran sorriso e notevole umanità, ha voluto raccontare il dramma dei suicidi maschili nella lontana comunità agricola di Tamil Nadu, nel sud dell’India, colpita dalla più grave siccità degli ultimi 140 anni. Partendo da uno studio dell’università di Berkley, che ha trovato una correlazione tra il cambiamento planetario del clima e l’aumento del numero dei suicidi tra i contadini indiani indebitati per i mancati raccolti, Borella ha esplorato l’impatto dei cambiamenti climatici su questa regione agricola e sulla sua comunità attraverso una serie di ritratti, vedute aeree, paesaggi, dettagli e ricordi dei defunti e dei loro cari ancora in vita.

Federico ha conseguito una laurea in lettere e studiato archeologia prima di scegliere il fotogiornalismo come mestiere dieci anni fa. In quello scatto potente e assoluto di un cranio umano ha racchiuso l’essenza del racconto che ha diffuso e di sé, a conferma del fatto che in ciò che si fotografa mettiamo noi stessi e ciò che siamo stati capaci di diventare.

“Hai proprio ragione – esordisce Federico – ho sempre avuto una enorme passione per l’archeologia. Ho una formazione di studi classici e alla fine il mio sguardo abituato a guardare alla gente e alla storia è finito per entrare totalmente nel mio lavoro di reportage!

Come mai hai lasciato l’altra strada? E quando hai capito che volevi fare il fotografo?

Da studente mi interessavo soprattutto alle popolazioni del Centro e Sudamerica, ma alla fine del percorso universitario, parlando con un professore, capii che la strada per esercitare era ancora lunghissima. Avrei potuto forse insegnare, ma ho preferito dedicarmi alla fotografia, parlare della gente, raccontare storie.

La sera in cui hai ricevuto il premio a Londra eri molto emozionato, anche se cercavi di contenerti… 

Mamma mia, è stata una botta forte. Come ti dissi lì, è stato bellissimo e credo di non essermi ancora ripreso, non ho ancora realizzato di aver vinto proprio io un contest così importante.

Sei consapevole di esserti scelto una strada abbastanza faticosa?

Lo so, per “Five Degrees” è stata durissima infatti: l’ho realizzato lo scorso maggio e laggiù quello è il mese più caldo in assoluto. Non si poteva stare fuori per più di due ore. E i primi due giorni che ero lì, non mi aveva ancora raggiunto la ragazza che faceva da traduttrice (lei veniva da un altra città). Ho fatto un sopralluogo in un tempio indù in mezzo a un fiume, per entrare dovevo togliere le scarpe e l’asfalto era bollente. Ho girato scalzo per quegli spazi enormi con i piedi che davvero bruciavano.

Mi stai raccontando il rovescio della medaglia.

Vedi, fare fotografia è fatica, impegno, non solo sul posto, ma anche nella preparazione che precede un progetto, o dopo, quando devi promuoverlo. Da fuori si immagina che chi fa il mio lavoro faccia una bella vita sempre in viaggio e si diverta, invece è molto impegnativo. Serve preparazione, tenacia, devi crederci veramente e sapere cosa stai facendo, altrimenti non vai da nessuna parte.

Che farai ora? 

Ho già due progetti in mente, in realtà. Il primo si intitola “RelationCip” e indaga le relazioni tra l’uomo e le nuove tecnologie, con molti sottocapitoli da sviluppare. La parte che andrò a fare in Giappone riguarda l’assistenza medica. Ho trovato una casa di cura per anziani che ha dei dispositivi sperimentali. Come in cane Aibo presentato da Sony all’ultimo Salone del Mobile a Milano, un cagnolino robot che interagisce con gli uomini, crea empatia. Lo usano anche lì per fare compagnia ai pazienti e aiutarli.

Un altro filone che seguo riguarda l’entertainment e i nuovi musei digitali, gli ologrammi e la realtà virtuale applicate all’arte, al cinema… Oppure sto studiando come raccontare il settore delle relazioni sociali, come ad esempio il fenomeno dei matrimoni o dei bambini nati dopo storie d’amore nate sui social network. Una parte di questo progetto vorrei ancora svilupparla in India, dove sono nate cliniche per la digital detox: si tratta di campi sul modello dei loro ashram dove si va in meditazione per disintossicarsi dall’eccesso di connessione che ormai affligge tutto il mondo occidentale.

Proseguirai il tuo impegno per raccontare i cambiamenti climatici e l’ambiente?

Sicuramente sì, ma in modo meno diretto. Mi sono fatto molte domande sulla necessità di cambiamento che ci coinvolgerà tutti. L’umanità è dipendente da molte cose, una fra tutte l’energia elettrica. Dobbiamo andare verso un uso di energie rinnovabili, e non parlo dell’elettrico, perché alla fine anche quello inquina. Le turbine che trasformano una cascata in energia, sporcano l’acqua che ci passa attraverso. La sola vera energia rinnovabile è il sole. In India, con quella enorme densità di popolazione, come pensano di reperire energia per vivere? So che puntano sul solare. Devo capire se posso sviluppare le mie idee per raccontare la green energy, prima di tutto capendo l’accessibilità a certi siti. Una delle più grandi centrali di energia solare è a soli 300 chilometri da dove ho realizzato la serie che ha vinto il Sony.

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Il contest, assegnato a Londra il 17 aprile scorso, quest’anno ha visto protagonista l’Italia. Borella in finale era infatti in ottima compagnia: nelle dieci categorie dela sezione Professional hanno vinto anche Alessandro Grassani, primo premio nella categoria Sport con un lavoro sulle donne di Goma, in Congo, vittime di soprusi e violenze, che boxano per conquistare il loro riscatto, per respingere con i fatti le aggressioni fisiche e psicologiche in un paese che le vorrebbe fragile e sottomesse. Poi il duo artistico composto da Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni, che hanno conquistato il primo posto nella categoria Discovery con un lavoro ambientato a Istanbul, dove ritraggono luoghi e persone nei cui volti si riflette la profonda trasformazione messa in moto dal governo del Paese. Infine c’è un secondo posto nella categoria ritratto di Massimo Giovannini, che con la serie Henkō (parola giapponese che significa “cambiamento” e “luce variabile o insolita”) esplora come la luce possa alterare il modo in cui vediamo e percepiamo cose e persone.

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Una call per avviare giovani fotografi al mercato dell’arte

Al via la open call rivolta ai giovani talenti della fotografia che la galleria milanese 29 Arts In Progress propone annualmente per dare spazio ai nuovi linguaggi della fotografia contemporanea e agli autori non ancora presenti sul mercato di questa giovane arte. La seconda edizione è aperta per le candidature sino al 14 giugno 2019.  Sin dagli esordi, la galleria ha sempre avuto un’attenzione alle nuove espressioni dell’arte fotografica attraverso non solo la valorizzazione dei grandi maestri italiani e internazionali ma anche la creazione di un mercato primario, così difficile da raggiungere, per giovani talenti capaci di una progettualità di valore.
Un comitato di selezione appositamente costituito, in collaborazione con la direzione della galleria, si occuperà di individuare anche quest’anno cinque nuovi autori del panorama fotografico italiano ed internazionale, ai quali sarà data l’opportunità di esporre i propri lavori in una mostra allestita a Milano presso 29 ARTS IN PROGRESS gallery, offrendo ai collezionisti e a tutti gli appassionati nei diversi ambiti spunti interessanti e innovativi.
Gli artisti potranno sottoporre il loro portfolio attraverso l’apposita sezione online su http://29artsinprogress.com/unpublished-photo-2019/ a partire dal 23 aprile e sino al 14 giugno 2019. Le proposte saranno successivamente analizzate dal comitato di selezione ed entro il 1° luglio 2019 saranno annunciati i cinque fotografi selezionati.
Comitato di Selezione – UP19:
  • Giovanni Pelloso, Giovanni Pelloso, giornalista, curatore e critico di fotografia
  • Francesco Paolo Campione, direttore del Museo delle Culture (MUSEC) di Lugano
  • Gianluca Ranzi, curatore e critico d’arte
  • Elena Zaccarelli, specialist modern & contemporary art presso Christie’s Italia
  • Giuseppe Mastromatteo, chief creative officer presso Ogilvy & Mather Italia
  • Barbara Silbe, giornalista e editor-in-chief di EyesOpen! Magazine
  • Due collezionisti d’arte contemporanea
I cinque fotografi finalisti dovranno far pervenire i loro lavori presso gli spazi della galleria, nei tempi e nelle modalità concordate.
La galleria si occuperà di tutti gli aspetti organizzativi e di comunicazione della mostra che sarà allestita dal 10 settembre al 5 ottobre 2019.
29 ARTS IN PROGRESS gallery
29 ARTS IN PROGRESS gallery è una galleria d’arte contemporanea specializzata in fotografia d’arte, situata nel cuore di Milano, accanto al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci, nello storico quartiere di Sant’Ambrogio. 29 ARTS IN PROGRESS rappresenta il lavoro di fotografi internazionalmente riconosciuti e organizza tra cinque e sei mostre ogni anno.              La galleria rappresenta inoltre un ristretto gruppo di giovani artisti contemporanei, con una continua attenzione e spiccata sensibilità alle nuove espressioni dell’arte fotografica.    Sin dalla sua apertura la galleria ha curato esposizioni in partnership con musei pubblici e privati, tra i quali: The Hong Kong Arts Centre; Multimedia Art Museum, Mosca; Erarta Museum of Contemporary Art di San Pietroburgo; Palazzo Reale e La Triennale di Milano.
Informazioni: tel. 02 94387188, staff@29artsinprogress.com
Sito internet: www.29artsinprogress.com
Ufficio stampa – 29 ARTS IN PROGRESS gallery
Tel. 02 94387188
info@29artsinprogress.com
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Il futuro di Sony alla Design Week di Milano

Immaginate un mondo in cui l’intelligenza e la tecnologia sono integrate nella vita di ogni giorno. Questo è “Affinity in Autonomy”, nuovo progetto di Sony che suggerisce un nuovo sguardo alla relazione tra esseri umani e robot esposto allo Spazio Zegna, Via Savona, 56/A, Milano, fino al 14 aprile. L’esposizione analizza l’emozione, la relazione e il comportamento dei robot, nonché il modo in cui gli esseri umani possono interagire e co-esistere con gli stessi oggi e in futuro, e considera l’impatto sui sensi attraverso la tecnologia. Dal lancio del primo Entertainment Robot, ‘AIBO’, nel 1999, Sony ha continuato ad approfondire e accrescere la propria conoscenza e comprensione in ambito di Intelligenza Artificiale e Robotica.

La visione di Sony sulla robotica è “umanista”, ha progettato macchine in grado di arricchire le nostre vite e guardare alle relazioni che queste nuove tecnologie possono favorire, perché sono “capaci di provare emozioni”. L’obiettivo è quello di mostrare come cambia il nostro approccio: quando gli uomini capiscono che gli “amici robot” sono “vivi”, allora iniziano a provare un senso di affinità nei loro confronti e abbassano le loro difese provando empatia.

Il percorso espositivo permette ai visitatori di attraversare diverse “zone” sensoriali alla scoperta di cinque interazioni chiave tra esseri umani e robot:

1. Awakening: la prima zona intensifica la consapevolezza sensoriale attraverso la quale i visitatori fanno esperienza di un nuovo tipo di intelligenza, che si rivela sulle pareti attraverso luci e suoni e che li guida verso un futuro in cui viene rivelato come gli esseri umani interagiranno con i robot in modi inaspettati e imprevedibili

2. Autonomous: questo ambiente esplora l’indipendenza e la reazione spontanea dei robot attraverso un braccio meccanico che assume il centro della scena: gli ospiti vengono rilevati autonomamente dal braccio nel momento in cui entrano. Ciò può portare i visitatori a porsi delle domande su ciò che provano e su come reagiscono a questa situazione.

3. Accordance: si passa poi a una zona abitata da “sfere”, ognuna con una propria personalità distinta. Le sfere interagiscono, cooperano e agiscono in armonia tra di loro. I movimenti imprevedibili di questi robot possono dare vita alla creazione di comunità.

4. Affiliation: attraverso l’interazione continua con gli esseri umani, i robot evolveranno sia dal punto di vista intellettuale sia da quello emotivo – cosa di cui si potrà fare esperienza in quest’area. Incominciando a intuire questa relazione simbiotica, gli ospiti potranno immaginare un futuro in cui i robot sembreranno più “vivi”.

5. Association: nei prossimi anni, i robot avranno un ruolo essenziale nelle nostre vite, nella società e nelle infrastrutture. Nell’ultima parte del viaggio proposto dall’esposizione, sarà chiesto ai visitatori di esprimere i propri pensieri sul futuro dell’affinità in autonomia con i robot.

Yutaka Hasegawa, Head del Creative Center ha commentato, “‘Affinity in Autonomy’ mostra l’evoluzione della relazione tra esseri umani e tecnologia: uno sguardo su come potrà essere il futuro dell’Intelligenza Artificiale applicato alla Robotica, alla scoperta dell’intelligenza e delle emozioni dei robot. Dall’anno della sua fondazione nel 1961, Sony è stata all’avanguardia nel campo del design e dell’innovazione, in linea con i principi dei propri fondatori esplicitati in “fare ciò che non è mai stato fatto prima” ed “essere sempre un passo avanti.

Dal lancio del primo Entertainment Robot, ‘AIBO’, nel 1999, Sony ha continuato ad analizzare e accrescere la propria conoscenza e comprensione in tema di Intelligenza Artificiale. La mostra affonda le radici nelle credenziali di Sony in questo ambito: evoluzione, emozione e comportamento dei robot suggeriscono una capacità di apprendimento, crescita e sviluppo, in cui la relazione di “amicizia” con gli esseri umani gioca una parte importante.”

Titolo: ‘Affinity in Autonomy’

Dove: Spazio Zegna, Via Savona, 56/A, Milano, Italy

FIno al 14 aprile

Dettagli: sito internet: sony.net/AiA/

Instagram: www.instagram.com/sonydesign_official/

www.sony.net/design

Principali tecnologie utilizzate per l’esposizione:

Nella mostra “Affinity in Autonomy”, sono state utilizzate le tecnologie all’avanguardia dei sensori di immagine di Sony. Camere stereo con sensori d’immagine Time-of-Flight retroilluminati e sensori CMOS per applicazioni di rilevamento equipaggiati con global shutter rendono possibili nuove esperienze interattive, attraverso la percezione dell’ambiente circostante tra uomini e i robot.

– Sensori d’immagine Time-of-Flight retroilluminati

Con la tecnologia ToF viene misurata la distanza da un oggetto attraverso il tempo in cui la luce proveniente da una fonte luminosa raggiunge l’oggetto e la riflette al sensore. I sensori d’immagine ToF rilevano le informazioni sulla distanza per ciascun pixel, consentendo la creazione di mappe di profondità estremamente accurate. Il nuovo sensore, che adotta l’architettura del sensore d’immagine CMOS retroilluminato, consente una rilevazione più accurata della luce riflessa, grazie a una migliorata sensibilità del sensore.

– Sensori d’immagine CMOS per applicazioni di rilevamento con funzione di global shutter (IMX418)

Il nuovo prodotto trae forza dai vantaggi del sensore d’immagine CMOS equipaggiato con una funzione di global shutter senza distorsione sul piano focale, con minor consumo energetico. Questo prodotto impiega un angolo di visione con un rapporto di 1:1, che minimizza la perdita di informazione dovuta all’inclinazione del dispositivo, sia che la camera sia montata davanti, dietro, sopra, sotto, a sinistra o a destra di un HMD, drone o robot autonomo.

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Zeiss Photography Award, winner announced

American photographer Rory Doyle is today announced as the winner of the fourth annual ZEISS Photography Award. His Outstanding series documenting Mississippi Delta’s African American cowboys and cowgirls.
Selected from nearly 58,000 images submitted by photographers from 150 countries, Doyle’s series Delta Hill Riders provides a thought-provoking visual insight into the subculture of African American cowboys and cowgirls in the rural Mississippi Delta.
The work stood apart in the competition for judges Simon Frederick (artist, photographer, director and broadcaster, UK), Shoair Mavlian (Director, Photoworks, UK) and Dagmar Seeland (Picture Editor, STERN Magazine, Germany), who were tasked to reward exceptional bodies of work of 5-10 images with a strong narrative that answered the brief, ‘Seeing Beyond: The Unexpected’.
Impressed by the creative response to the brief, the judges also shortlisted the work of six further artists: Michela Carmazzi (Italian), Ken Hermann (Danish), duo Benedicte Kurzen & Sanne De Wilde (French & Belgian), Petra Leary (New Zealander), Lara Wilde (German), Gangfeng Zhou (Mainland Chinese).

Doyle, Winner

Located in Cleveland, Mississippi, Rory Doyle is a photographer whose work has been published worldwide.  Doyle’s  winning images are part of an ongoing series which has been shot across the Delta,challenging the stereotypes of cowboy culture and preconceptions of the rural South.

Explaining the work, Doyle says: “It is estimated that just after the Civil War, one in four cowboys were African American. Yet this population was drastically underrepresented in popular accounts. And it is still. The “cowboy” identity retains a strong presence in many contemporary black communities.  My ongoing project about African American cowboys and cowgirls in the Mississippi Delta sheds light on an overlooked subculture – one that resists historical and present-day stereotypes.

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Mostre – Valentina Murabito

A volte accade che i migliori talenti italiani decidano di migrare all’estero, dove trovano terreno più accogliente per esprimersi. E’ questo il caso di Valentina Murabito, artista di origini siciliane, nata a Giarre nel 1981 che da tempo opera sulla scena internazionale stando di base a Berlino. Viene da studi liceali classici e da tanto impegno messo poi nello studio della grafica presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, dove ha fatto pratica sia con moderni software grafici che con vecchie tecniche come xilografia, litografia e fotografia. Nel 2008 ha vinto due borse di studio per studiare fotografia alla Moholy Nagy University of Arts and Design di Budapest. Durante questo periodo ha creato la sua prima grande serie “Melankólikus”, che riunisce la video arte, la fotografia e la documentazione video. Oggi Valentina Murabito fa esperimenti in camera oscura con luce, prodotti chimici o dissolvendo e rimodellando direttamente lo strato fotosensibile, l’emulsione fotografica. I suoi lavori fotografici sono un ibrido complesso di varie forme d’arte combinate nella fotografia analogica sperimentale. Negli ultimi quindici anni ha lavorato con la fotografia analogica in bianco e nero, trattantola in modo molto sperimentale fino agli ultimi sviluppi in cui lavora direttamente con il nitrato d’argento che applica e sviluppa su materiali diversi dalla carta (cemento, legno, acciaio o intere pareti). Le sue creazioni sono pezzi unici.  Sfoca i confini del mezzo della fotografia analogica e crea esseri intermedi che giocano con i ruoli di genere o la separazione tra uomo e animale. Mette in discussione il concetto di identità, trattando le teorie dei pensatori classici greci e latini come Eraclito, Socrate e Apuleio e filosofi come Hannah Arendt e Giorgio Agamben.

Noi ci auguriamo che prima o poi Valentina Murabito decida di tornare in patria e che anche qui ci siano gallerie disposte a investire in lei. Tre diverse sedi espositive tedesche attualmente raccolgono e propongono la sua poetica visione artistica:

Resta aperta fino al 28 aprile la sua personale “A Dream within a Dream”, ospitata e organizzata dalla Galleria Ingo Seufert di Monaco di Baviera. In mostra fotografie analogiche di esseri umani e animali e tutto ciò che è “in mezzo”, che ha sviluppato su carta baritata e d’acquerello, legno, acciaio e blocchi di cemento. Mentre la galleria di Monaco Størpunkt celebra i suoi pezzi di piccolo formato con la mostra “Half a pound of art” fino al 29 maggio. Infine a Berlino le sue opere sono affiancate da lavori di René Groebli, Donata Wenders, Stefan Moses e altri autori, nell’esposizione dal titolo “Magic of silence” alla galleria Johanna Breede Fotokunst per il suo decimo anniversario, sempre fino al 29 maggio.

(Barbara Silbe)

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Mostra – Sandro Mele, Appunti per una rivoluzione

Inaugura oggi, giovedì 4 aprile, alle ore 19, la personale di Sandro Mele. Ospitata presso Bottega Immagine Centro per la Fotografia di via Carlo Farini 60 a Milano, a cura di Luca Galofaro. L’intento della mostra è esporre una selezione di opere che rimandino ai lavori ’schierati’, come appunti di progetti di ricerca con cui nel tempo, Mele ha studiato e messo a fuoco  diverse situazioni sociali e universali precarie e complesse, spesso poste sullo sfondo del mondo del lavoro. Da ‘Fansipat’ del 2006, che comprende dipinti, fotografie e documentazione video, e racconta la storia di Fabrica Sin Padrones in Patagonia, dove gli operai gestiscono la fabbrica, a ’The American brothers’ del 2013 che pone il punto di vista operaio sulla dirigenza Marchionne della Fiat; o la video installazione ‘ Ti avevo avvertito’  2014, dove il racconto come testimonianza di vita emigrante si intreccia a quello famigliare, convergendo nella figura del padre, il protagonista della storia, o ancora ‘gasnero’, un progetto editoriale sulle attuali trasformazioni del territorio salentino (edizioni Maretti 2018).Priva di una struttura narrativa rigida, la mostra anima il doppio livello dello spazio, secondo un percorso informale e non cronologico che invita il visitatore ad entrare in una sorta di archivio, una raccolta di numerose opere le cui tematiche, riflessioni e dichiarazioni appartengono profondamente all’artista, in primo luogo come persona – e al contempo definiscono le scelte poetiche e politiche su cui Mele da sempre imposta la propria ricerca.

Con le parole del curatore Luca Galofaro : “ Appunti per una rivoluzione è una stratificazione di eventi. Un andare lenti tra le pieghe del reale. Un estremo tentativo quello di Sandro Mele di metterci in guardia nei confronti di un mondo che lentamente sta cancellando la nostra voglia di confrontarci. Lotte sindacali, territori consumati, cronaca.
Sandro Mele scrive attraverso la pittura una dichiarazione di intenti, un atto di resistenza estremo per metterci in guardia : sostiene con forza che stiamo lentamente distruggendo il futuro dei nostri figli. Arte e politica sono da sempre in conflitto tra di loro, quando l’arte infatti è dichiaratamente politica esiste una difficoltà ad accettarla, ma anche a trasformarla in un prodotto commerciale o tanto meno in uno spazio di dialogo.
Gli appunti di Sandro Mele rifiutano ogni visione estetizzante del mondo, sono frammenti che fanno sentire le persone dentro il proprio tempo. Anche guardando tempi e paesi lontani, Mele ci chiede di essere informati, ci chiede ancora di costruirci un’opinione sensibile al mondo, e non al flusso di informazioni che lo attraversa.
Inconsapevolmente questi appunti costruiscono il nostro ritratto. Il ritratto è una ricerca iconografica capace di fermare il tempo.”

 

Sandro Mele è nato a Melendugno (Lecce) nel 1970. vive e lavora a Roma, dove ha collaborato con l’artista Fabio Mauri. Tra le mostre personali SPUNTI PER L’AVVENIRE (Bologna, Galleria AF Contemporary, 2015), SACROSANCTUM (Oratorio San Mercurio, Palermo, 2015) THE AMERICAN BROTHERS (Venezia, Galleria Michela Rizzo, 2013), LUCHA (Roma, Fondazione Volume! Officine Farneto, 2010), CAMPO ARGENTINO (Roma, Galleria L’Union, 2006). Tra le mostre collettive: FANGO VOL. 2 ( Grimmuseum, Berlino), WONDERMORE (Roma, MAXXI, 2018), LA FINE DEL NUOVO CAP. XIII (Zagabria – HDLU, Mestrovic Pavilion,2017), EVIDENCE OF ABSENCES (MoREMuseum of refused and unrealised art projects, 2016), LAVOROWORKVORE (Buttrio, SPAC – Spazio Pubblico per l’Arte Contemporanea, 2013), VIDEO ARTE ITALIANA 2004‐2012 (Buenos Aires, Museo d’Arte Moderna, 2012), GAP GENERAZIONI A CONFRONTO (Roma, MAXXI B.A.S.E., 2012), NON TUTTO È IN VENDITA (Bologna, via Farini 33, 2011), HEAR ME OUT (Genazzano, Castello Colonna, 2011), ENTE COMUNALE DI CONSUMO (Genazzano, Castello Colonna, 2010), IL CAOS (Isola di San Servolo, evento collaterale alla Biennale d’Arte di Venezia, 2009), MEDITERRANEAN (Roma, Palazzo Rospigliosi, 2009).

INFO

Appunti per una rivoluzione – mostra personale di Sandro Mele, a cura di : Luca Galofaro

allestimento : Fuga_ Officina dell’Architettura

sede : Bottega Immagine – CENTRO FOTOGRAFIA MILANO

indirizzo : Via Carlo Farini, 60 – Milano

inaugurazione : Giovedì 4 aprile 2019 ore 19

date : 4 Aprile – 7 Aprile 2019

orari : 10 – 22

info : +39 392 6125954