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Roger Ballen – Il visionario

Roger Ballen è uno degli artisti dell’immagine più originali del mondo, il più “freaky” e visionario di questo nostro secolo. Le sue opere surrealiste sono icone arricchite di graffiti, sculture, disegni e oggetti quasi sempre creati da lui stesso per rappresentare metafore. Mette in scena il brutto, le nostre paure più recondite, i mali che ci minacciano, e li trasforma. Sono simboli, gli servono per enfatizzare il suo bisogno di entrare in noi e nei personaggi che rappresenta con una dirompenza che lascia esterrefatto qualunque spettatore.

Pubblicato su EyesOpen! n. #3

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Johannesburg, per farci raccontare la sua carriera e la sua poetica e Ballen esordisce dicendo:

“Il mio lavoro ha una connotazione estetica e sociologica. Io definisco le mie foto geologiche, perché scavano in profondità e arrivano a disturbare le persone che le osservano perché hanno a che fare con ciò che ci fa più paura. Mi occupo della psiche e della condizione dell’uomo, il mio lavoro ha sempre girato intorno a questo punto fermo. Cerco di indurre le persone a venire a patti con se stessi e con il loro io”. (Roger Ballen)

È come se ci mancasse qualcosa?

Nessuno può giudicare o capire, in ognuno di noi c’è assenza di qualcosa. È come se ci fosse un’identità nascosta da svelare, un perenne cercare se stessi dietro se stessi. È un fatto di ego, è una continua sfida. La gente tende a reprimere le sue paure più profonde proprio per questo.

Nelle sue foto c’è assenza di colore: perché lavora soltanto in bianco e nero?

Ho scattato in bianco e nero e su pellicola per quasi cinquant’anni e non è possibile scindere l’estetica delle mie immagini dal fatto che siano state realizzate con questo mezzo. La scelta è minimalista, è ricerca della minor distrazione possibile e non cerco di imitare ciò che percepisce l’occhio umano. Il bianco e nero è astrazione da ciò che definiamo realtà. Quando la gente dice di ammirare una foto, in realtà molto spesso sta ammirandone i colori. Il mio scopo in fotografia è produrre immagini che sono forme semplici e precise, astratte, ma che contengono significati complessi e profondi. E con il bianco e nero aggiro la dissonanza cognitiva che si verifica tra l’opera in sé e la mente di chi la osserva vedendoci cose che in realtà non ci sono.

Perché ha scelto questa professione?

Mia madre negli anni Sessanta lavorò alla Magnum Photos a New York e poi decise di aprire una sua galleria fotografica, una delle prime in città. Rappresentò importanti autori, Andre Kertesz ad esempio. Avevamo rapporti stretti con diversi esponenti dell’agenzia e con altri fotografi, fui influenzato dal loro lavoro,  da libri e stampe, ne ero circondato. Lei tentò di dissuadermi dall’intraprendere questa strada, ma io già a vent’anni sognavo di trovare tempo per la fotografia. Il mio lavoro ha subito continue metamorfosi nel corso degli anni. Dopo la Magnum, negli anni Ottanta fui ispirato da autori come Walker Evans, Sander, Weegee, fino a che col passare del tempo mi resi conto che il mio immaginario veniva influenzato solo dalle immagini che realizzavo.

Lei si è trasferito dagli Stati Uniti per vivere in Sud Africa. Il contatto con una società tanto diversa ha cambiato il suo modo di vedere e sentire la fotografia?

Sono arrivato a Johannesburg nel 1974, ero giovane, giravo facendo l’autostop e mi fermai un po’ prima di ripartire per altri viaggi. Rientrato in America alla fine degli anni Settanta mi laureai in geologia e ritornati poi in Sudafrica nell’82 perché era un luogo perfetto per le mie ricerche sui minerali. Inoltre qui conobbi mia moglie ed era una terra dove convivevano coloni, Occidente e terzo mondo: questa contraddizione fu motivo di ispirazione per le mie riflessioni sull’esistenza umana. Qui esistono notevoli differenze tra poveri e ricchi, e diversità culturali tra la cultura occidentale e quella africana, e dopo la fine dell’apartheid la globalizzazione ha ulteriormente trasformato la società.

Il mio libro “Platteland” indagava questo. Mostrai i bianchi che vivevano ai margini della società, rompendo il mito della loro supremazia. Dopo quel lavoro nel Paese mi consideravano una spia come Edward Snowden oggi…

Esplorando il lato oscuro della gente, lei esplora anche se stesso? Questo ha a che fare con paure e incubi?

Nelle mie immagini, ciò che disturba va ricercato proprio nelle nostre paure. L’essere umano reprime la sua parte oscura, prova vergogna o fastidio ad ammetterne l’esistenza e tende così a evitarla. Ma per quanti sforzi facciamo, le ansie sono sempre lì che ci aspettano, e più proviamo a scacciarle più affiorano in noi, anche sotto forma di brutti sogni.

Le sue foto sono realtà o fantasia?

È un’interpretazione piuttosto ambigua, questa. Il problema non è se il mio lavoro sia costituito da fatti reali o inventati. Se ognuno di noi si mettesse a ripensare alla sua vita, dopo un po’ anche gli avvenimenti realmente accaduti sembrerebbero un po’ sfuocati. Tutto è molto vago, sviluppato su vari livelli di consapevolezza e non sempre così oggettivo come ci aspetteremmo. Si arriva a un primo livello definendo un concetto, e si scopre che ce n’è un altro e poi un altro ancora, non si finisce mai. In fotografia si rende una realtà trasformata, metamorfosi appunto. L’immagine è un’altra realtà, un’interpretazione, un’estetica (la mia). Incorporo disegni, sculture o installazioni nell’inquadratura, spesso realizzandole io stesso, per completare il processo di trasformazione della realtà. Sono il prodotto della mia immaginazione.

Che cosa la ispira maggiormente?

Non lavoro con ispirazione, ma con la passione.

Che cosa ci dice degli animali che inserisce nei suoi scatti?

Sono affascinato dal loro rapporto con gli uomini, dalla convivenza. Sono in conflitto. Amo profondamente tutto ciò che si trova in natura, anche animali che normalmente fanno paura come i ragni o i serpenti. Nel mio libro “Asylum of the Birds” realizzato nel 2014, i volatili sono il filo conduttore del racconto. Li ho usati come se fossero una metafora, ma non li temo. Gli uccelli sono il legame tra il cielo e la terra, c’è scritto anche nella Bibbia, svolgono una funzione simbolica, archetipica.

Oggi ripubblica il volume “Outland”, sempre con Phaidon, arricchendolo di nuove foto.

Sì, sono presentate più di trenta immagini inedite. È un progetto che mi ha visto impegnato per oltre vent’anni e che si concentra sulla figura umana.

Qual è il suo messaggio per noi?

Questa è una buona domanda, la ringrazio per avermela fatta. Le rispondo dicendo che le foto devono parlare da sole, io non ho messaggi. Io faccio foto e basta. Forse cerco di sollecitare a capire meglio la nostra identità, a trovare un equilibrio anche aprendo la nostra mente.

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale

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One Planet, One Future. La nostra intervista a Anne De Carbuccia

(uscita sul numero  Habitat #10/2017)

di Barbara Silbe

La sua organizzazione non profit si chiama Time Shrine Foundation: nasce nel 2015 con l’obiettivo di creare consapevolezza e proteggere gli ambienti e le culture vulnerabili. Lei, quando la incontri, ti domandi se sia vera o se provenga da un altro mondo, migliore di questo. Anne De Carbuccia si definisce environmental artist, la avvolge un’aura di semplicità e la muove un grande senso etico: indossa abiti realizzati con materiali recuperati, manda inviti su carta riciclata, gira con l’auto elettrica… Ha studiato antropologia e storia dell’arte alla Columbia University, i suoi principi l’hanno dirottata verso l’ecologia. Nelle installazioni che fotografa inserisce il teschio e la clessidra come classici simboli della vanità umana e del tempo che fugge. Questi oggetti, insieme a elementi organici trovati in loco, le danno la possibilità di creare santuari per richiamare attenzione sui problemi del luogo e onorarne la bellezza. L’autrice franco-americana, nel quartiere milanese di Lambrate ha aperto la sede italiana della sua fondazione. In aprile lì ha allestito la mostra “One – One Planet One Future” che ora sta girando il mondo.

“Dopo Milano è andata a New York – ci dice – ora è al Museo d’Arte Moderna di Mosca fino al 10 settembre. Negli Stati Uniti sono stata criticata per questa scelta di aprire alla Russia, ma mi interessa di più costruire ponti: non avremo mai futuro se non ci sarà unità politica tra le nazioni e una conseguente collaborazione. Senza accordi non c’è un altro modo”.

L’arte è un mezzo di denuncia?

“Io devo passare il messaggio, la sostenibilità è fondamentale e l’arte è un vettore potente. Il mio progetto è rivolto ai collezionisti, ma anche a programmi didattici di divulgazione etica. Vede, si fa presto a dire che la bellezza salverà il mondo, ma è la sostenibilità a dare anche ritorno, anche economico. Lo stesso riciclo è una opportunità. Cerco strumenti e linguaggio per creare consapevolezza in chi osserva”

Quanto è difficile?

“C’è tanto da fare per essere efficaci. Desidero attirare l’attenzione su alcuni urgenti problemi ambientali e sociali perché siano riflessi nella vita quotidiana, nel nostro modo di vivere, ispirando empatia nelle persone per motivarle a passare all’azione. Insieme possiamo fare la differenza per il nostro futuro. Il mio lavoro non vuole giudicare o accusare, ma mostrare cosa abbiamo, cosa potremmo perdere e cosa possiamo scegliere di preservare”.

La sua Fondazione supporta interventi ambientali in Africa, America, nel Sud Est Asiatico, in Himalaya e in Italia. I proventi delle vendite delle sue opere di grande formato servono o a finanziare le azioni di sensibilizzazione?

“Le mie mostre sono a ingresso gratuito, ma le opere sono messe in vendita ai grandi collezionisti. Ora cerco altri mezzi per portare i miei temi alla gente. Il mio sogno è coinvolgere qualche architetto per creare un museo nomade che giri il mondo. Poi vorrei collaborazioni sul territorio, con i quartieri vicini alla fondazione, per preparare mentalmente i giovani. Nel mondo ci sono 65 milioni di persone senza una casa. Se non cambia qualcosa, entro il 2050 saranno 700 milioni. La siccità e la fame producono rifugiati del clima che cambia e noi costruiamo muri invece di trovare soluzioni. Non esiste alcuna barriera per 700 milioni di individui che cercano una salvezza”.

Perché usa il teschio nelle sue installazioni “I miei studi di arte classica mi hanno fatto scoprire le nature morte antiche. Ero interessata al tema delle vanitas che utilizzano la clessidra e il teschio, due simboli importanti dell’arte occidentale. Chiamo queste composizioni time shrines, “sacrari del tempo”. Dall’inizio della storia gli esseri umani hanno creato sacrari in momenti e luoghi diversi per rappresentare ciò che temevano o che ammiravano. Sono convinta che gli uomini siano sognatori, non invasori. E l’arte sarà complice della nostra resilienza e di una nuova evoluzione”.

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale

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Uliano Lucas – Intervista

Just the mention of his name is enough to take us on a trip through time. Our own time. The second half of the last century was characterised by enormous changes in Italy’s social fabric, which only his discerning and skilled lens has managed to capture so expertly for the future. Uliano Lucas is a deeply insightful photographer, an intellectual whose images are now used in school history lessons. He has collaborated with magazines such as L’Europeo, Il Mondo, L’Espresso, Vie Nuove and with the daily newspapers La Stampa, Il Manifesto and Il Giorno. He is an outstanding personality in the field of photography, a field which is increasingly characterised by approximations, but he prefers to describe himself quite simply as a photojournalist.

“Throughout my life I have always been involved in photography in one way or another,” Lucas tells us. “I used to work for Oggi, a magazine with a circulation of one million copies and a readership twice that number. The middle class was the protagonist, in an Italy that Rusconi had invented. Everything was different back then. Those who produced the stories were highly motivated individuals, free from constraints, and human life was more important than profit. Today, the concept of the freelancer, as I was, barely exists any more. The conditions are no longer there. We need to take note and act, be resilient and adapt to the new ways: print media will cease to exist. The old democracy has shrunk and a new one is emerging. Photographs have become commodities. For photographers, wars have become goods to sell. Globalisation is a fascinating and – at the same time – complicated phenomenon. Intellectual work is being proletarianised. Today, value equates to money: how much does the photograph cost? How much does one photograph cost? Everything has become commercialised, including art.”

What does the job of a photojournalist involve?

The job of a photojournalist requires commitment and dedication, and a desire to tell a story. I have given a face to people who would otherwise have been left out of a country’s history. I have described social, political and civil changes in an Italy that did not accept this inspired society that demanded rights and was in a minority. Now everything has changed. We need to work out where we are heading and get ready. The myth of the intrepid reporter going around the world with a camera around their neck still exists. Generally speaking, I do not think there is a need for myths. What is more, photography nowadays does not delve deeply enough into issues. Photographers no longer think in terms of long projects and do not research things beforehand. They are also obliged to adapt their work to newspapers at the service of those in power and to advertising requirements, working to satisfy a sales approach that is rather different to the photographers’ way of thinking. This is why the various sides no longer understand each other. In order to produce things of worth we must create a new type of journalism with a high social impact, whether in the form of online newspapers or blogs. A journalism that has no customers and that still values the human and artistic aspects.

Were the problems of social inequality in those days better or worse than now?

Today the problems of social inequality are worse than before. Migrants in the post-war period were Italian citizens, but Ugandans who arrive in our country nowadays have no rights. There are some similarities, however. In the ‘60s, the migrants from Matera, for example, organised themselves into clans. They would meet up and talk in their own dialect, including those who were transferred to the northern cities and did not understand the industrial dimension of their transfer to Milan or Turin. Today the same problem faces the Syrians and the Africans.

How have you portrayed the factories?

I’ve not tried to mythicize the factories either. I wanted to document places where ten thousand people were employed, producing wealth. This was a new reality. I started in the early ‘70s photographing the Zanussi factory in Pordenone – a model factory. My approach was very clear: I wanted to capture the workers’ schedules as they worked on the assembly line, their rest breaks, the women workers from the south of Italy, production, the interior of the factory, the gazes of the people inside. The factory was a closed environment which was not easy for a photographer to gain access to. If you think about it, in our cinema industry, there are no films about workers. At the time, I was also working with L’Espresso. It was thanks to the newspaper that I managed to gain access to the plant by negotiating with the trade union. In 1982, I visited Italsider (now Ilva). I was allowed to photograph anything I wanted and in one week I had enough material to tell its story. This work formed the basis for a huge exhibition in Taranto. Those photographs are still the only photographs of the plant as no-one has been back to take any photographs there since.

Have you always worked on long projects, maestro?

Yes, always. Through choice. Even when the wars of liberation and the conflicts in Africa were going on, I went there to understand why these were happening. I also collaborated with African newspapers, I gave them my photographs. Eritrea, Palestine, Algeria. I am a third-worlder. For my book about Guinea Bissau I spent months in the liberated areas. I reported on a democracy and on the way a state that was governed by a foreign power could gain its independence. Stereotypes about African countries still exist. To westerners, Africa is an underdeveloped continent, yet there was a highly structured military organisation there. The political leaders were figures of considerable standing. I produced a book that spoke about things that we were indifferent to. Europe has never been interested in Africa; we have always been more interested in Latin America, even now. The book was sent to the Human Rights Commission and it enabled the UN to ratify the liberation of three quarters of the territory of Guinea Bissau from Portuguese rule.

Didn’t you also witness the Carnation Revolution in 1974?

I spent a long time in Portugal, often undercover. There were some years when I was constantly travelling. The Captains’ Movement met me. I arrived there on 27 April (the revolution had started on the 25th [Ed.]). These were opposition troops, officers and lower-rank soldiers who seized power in order to restore dignity to the people after 80 years. They occupied Lisbon and other cities and rediscovered democracy. People were exasperated due to the depletion of the public coffers also as a result of colonial rule in Asia and Africa. Later on, the African states that were under foreign rule were also liberated.

Perhaps we can finish by talking about how it all started: tell us about your beginnings in the Brera district. What was it like in that period?

I first went into Bar Jamaica when I was only 16 years old. I practically lived there, I even had my office in there. The intelligence that the province would send to Milan passed through there. For the intellectuals and the artists it was a safe haven around Brera Academy where age was not a problem. What is more, prices were cheap. We would find ourselves discussing Surrealism, Jonesco, the Avanguard Movement or the Cobra Group. We would learn things, exchange opinions. It was the district of artisans and workers, an extraordinary place where you could meet new people and create and breathe in culture. Photography would open up debates and discussion without mythicizing, debates which would end up coming full circle. In the ‘50s and ‘60s in Italy, there were around twenty photographers who were the best in the world.

Did you already know then that you wanted to be a photojournalist?

By the age of 18 I had already decided that I wanted to be in control of my own life and not have to answer to anyone. I still feel that way. You see, inside every system, one has to make choices. Recently, a friend who I was having a meal with showed me his children’s school books. They contained many of my photographs. That’s what proves the impact of my work. It allows me to fully understand what I have achieved.

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
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Editoriale numero 6/ 2016 – Est

Vi aspettavate forse qualcosa di più esotico e variopinto, più verso quelle terre dove la gente ha gli occhi a mandorla e lo sguardo dei fotografi è così differente da qui. Ma è di un Est vicino che vi vogliamo parlare. Armenia, Georgia, Albania, Russia, perfino Rimini. Abbiamo deciso di osservare gli avvenimenti dietro l’angolo di casa, a Oriente da noi, dentro quella storia e quella geografia vicine caratterizzate dai grandi cambiamenti politici e sociali che tutti abbiamo nella memoria. Sarà per questo che troverete in queste pagine così tanto bianco e nero: la vecchia Europa si è modellata intorno a crisi, esodi, genocidi, dittature. I fotogiornalisti sono in giro a documentarli, a testimoniare rivoluzioni che a volte fanno paura, che in certi casi premono appena fuori dall’uscio per dirci qualcosa, o entrano nei nostri spazi cercando un posto dove stabilirsi. Mario Laporta per primo, nell’89 fermò i momenti concitati e allegri della caduta del Muro di Berlino con inquadrature che lo hanno reso uno dei nostri migliori autori. In quei giorni si sono sgretolate molte convinzioni, lì per noi europei cominciò un cambiamento epocale. Da quel punto cardinale, l’Est di una città spaccata in due dagli errori della storia, quel giovane reporter napoletano ha assistito incredulo alla fine di un’era e alla nascita di un’altra che, come suggerisce Francesco Cito nella sua analisi a pagina 74, non è detto che sia poi stata tanto migliore.

Viene facile pensare alle condizioni in cui versa oggi il continente europeo, agli equilibri che si reggono su speculazioni finanziarie invece che su basi che tutti possano percepire, alla povertà che lo minaccia da dentro fino a far rischiare il collasso di un Paese come la Grecia. I motociclisti di Niccolò Rastrelli però non si disperano e alla recessione rispondono con la resilienza e i sorrisi di un popolo abituato ad adattarsi. A farci rivedere schemi e condizionamenti pensa un’autrice portoghese, Violeta Santos-Moura, con i suoi ritratti ai soldati israeliani pentiti dei loro trascorsi. Senza marcati riferimenti storici o ideologici è invece il lavoro di Sara Munari, onirico viaggio che ha toccato dodici Paesi dalla Russia fino alla Bulgaria in bilico tra fiabe e folklore e che sfocia oggi in un libro.

Non vi anticipo tutti i contenuti. Aggiungo soltanto che su questo numero estivo ci sono due perle di cui vado particolarmente fiera.

Troverete il nostro tributo a uno dei più grandi fotoreporter italiani, Uliano Lucas, per cinque decenni impegnato a sondare la nostra epoca attraverso approfondite inchieste sulla società e sulle sue trasformazioni. Ci ha affidato immagini antologiche e di grande significato simbolico: gli operai in fabbrica, i migranti, le lotte operaie, le manifestazioni… ritratti di persone e situazioni che senza l’intervento dell’autore sarebbero rimaste fuori dalla storia del Paese, come ci racconta nell’intervista che abbiamo realizzato. L’altra firma che impreziosisce le nostre pagine è quella di Rankin: poche presentazioni per un fotografo ritrattista che è anche editore e inventore di alcune delle più belle riviste di moda del panorama editoriale internazionale. Lo conoscete già, aveva firmato l’affascinante copertina del numero che EyesOpen! ha dedicato al “Tempo” lo scorso inverno. Ora Rankin ha deciso di stringere con noi rapporti culturali e artistici, di aprire una finestra sul nostro mondo affidandoci i suoi talentuosi autori emergenti. Ci porterà dove non sapremmo arrivare, nei labirinti delle nuove tendenze internazionali della fotografia di moda e di ritratto, con quell’originalità provocatoria e stupefacente di cui soltanto lui è capace. E questo è soltanto l’inizio di un bellissimo sodalizio.

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
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Vi sveliamo la foto di copertina – numero 1/2015 – Fame

 

La foto che ospitiamo in copertina sul numero di marzo si intitola “Goddess”, ed è stata realizzata nel 2011 dall’artista cinese Wang Qingsong. Mostra il busto d’argilla di una Statua della Libertà quasi in prigione, una figura che ha perduto il suo fare altezzoso e possente lasciandosi ingabbiare da impalcature arrugginite e teli sporchi. Ricoperta di crepe e vestita con una giacca militare dell’esercito maoista, questa dea postmoderna nella realtà è, prima che un’immagine iconica, una scultura alta circa otto metri per un peso di venti tonnellate, modellata dallo stesso Wang Qingsong nel suo studio alla periferia di Pechino in soli 22 giorni. Tra le macerie lascia razzolare anche alcune galline, unici esseri viventi in uno scenario totalmente morto. Irriverenti e liberi, i polli, di quella stessa libertà negata invece al popolo cinese. La scena ci parla di una fame primaria: il bisogno di essere e vivere da uomini liberi in un mondo senza dittature. E’ piena di simbologie, “Goddess”, come lo sono tutte le opere di questo maestro della messa in scena che è tra i più famosi artisti cinesi contemporanei.

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
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Intervista ad Alberto Prina, del Festival di Fotografia Etica

Alberto Prina coordina con Aldo Mendichi il Festival di Fotografia Etica di Lodi, evento interessante organizzato dal 2010 dal Gruppo Fotografico Progetto Immagine alle porte di Milano. Le molte proposte che ogni anno ospita attirano un numero sempre maggiore di visitatori. Lo abbiamo incontrato per porgli qualche domanda.

Ci racconti dal principio l’avventura del Festival. Come è nata l’idea? E perché?

Nasce otto anni fa e come tutte le cose improvvisate e del tutto casuali. Ci parlano di un festival interessante in Francia, vicino alla Spagna, e allora io e Aldo Mendichi andiamo a vedere Visa pour l’Image e niente, folgorati sulla via del rientro diciamo “dobbiamo provare a fare qualcosa del genere” e quella è stata la focalizzazione di tutto. In realtà c’è un articolo di circa 15 anni fa in cui dico in un’intervista che mi piacerebbe e che sarebbe bello, Lodi è una città e adesso dopo qualche anno possiamo dire che sicuramente l’obiettivo è raggiunto. E da lì in poi si è sempre evoluto.

Come è cambiato nel corso degli anni?

Sempre qualcosa in più, mai fermi. Parte la prima edizione con le mostre delle ONG, quindi il nome Festival della Fotografia Etica prende origine da quando la fotografia serve a comunicare dei contenuti, delle attività di un alto valore etico come possono essere gli interventi umanitari e via dicendo. La prima edizione è da subito fortunata, parte con nomi straordinari (Robert Knott (?), Francesco Zizzola) e da lì in poi le mostre delle ONG diventano uno degli spazi di cui è composto il festival.

Come è strutturata l’edizione di quest’anno? Ci sveli in dettaglio ospiti ed eventi più importanti

Gli ospiti sono praticamente tutti i fotografi, ognuno è un evento importante per noi perché è un momento particolare in cui gli dedichiamo massima attenzione. Quest’anno in particolare raddoppiamo tutte le visite guidate. Per noi non c’è un’inaugurazione del festival, non c’è un momento di inaugurazione delle singole mostre, abbiamo aperto alle 9.30 di sabato mattina, l’8 Ottobre. Da lì in poi sono partite le visite guidate e vengono raddoppiate perché crediamo che dare voce alle mostre e alle foto sia un elemento estremamente importante e il ritorno, il riscontro che abbiamo avuto dalle edizioni precedenti è tale da suggerirci aumentare di aumentare, di raddoppiare il numero delle visite guidate. Non abbiamo apportato nulla di nuovo strutturalmente rispetto alle edizioni precedenti. C’è uno spazio tematico che quest’anno si chiama “Le vite degli altri” ed è dedicato a quei luoghi, per la loro posizione geografica, quelle culture, quelle storie o quegli ambienti in cui le persone vivono che creano delle fortissime condizioni e le caratterizzano in modo incredibile. Quindi le vite degli altri sono vite molto differenti dalle nostre però proprio per questo, in modo molto eterogeneo, le quattro storie sono completamenti differenti, sia per luogo, sia per argomento, sia per stile e cifra stilistica con cui il fotografo interpreta i luoghi. Si passa dal Ku Klux Klan alle banlieue francesi, ben note per quello che sta succedendo adesso, con “Suburbia”,da ”Days of night” in estrema Siberia dove la temperatura raggiunge facilmente i -40° gradi, al centro America con le popolazioni indigene degli indiani d’America fotografate dal fotografo del National Geographic Aaron Huey.

Lo Spazio Approfondimento è intimo, di analisi interiore, affronta sempre tematiche molto difficili e si avvicina molto alla sofferenza della singola persona. Quest’anno abbiamo Nancy Borowick con “A Life in Death”: la storia, raccontata dal fotografo che è la figlia, di suo padre e di sua madre appunto, che si ammalano e muoiono entrambi della malattia del secolo.

“Uno sguardo sul mondo”: ogni edizione scegliamo quegli avvenimenti, quei fatti non di cronaca, ma di storia, oppure diciamo di movimenti molto importanti, uno su tutti il lavoro di Woods e Galimberti “The Heavens”, la problematica enorme dei paradisi fiscali. Dopodiché abbiamo un lavoro proprio di attualità, da questo punto di vista molto importante, che è “Political Theatre” di Mark Peterson che lavora sul discorso delle elezioni americane, proprio contemporanee; Andrè Liohn con il Brasile prima e dopo le Olimpiadi e invece un lavoro, “Where the Children Sleep” di Magnus Wennman, con un modo diverso di leggere e interpretare le grandi migrazioni di questo momento. Poi abbiamo altri due spazi: come dicevamo, lo spazio ONG dedicato quest’anno a Survival International, Greenpeace e Unicef Libano con tre lavori molto molto differenti anche qua come cifra stilistica, che raccontano delle realtà, delle situazioni estreme per ognuna delle zone in cui intervengono le ONG. Infine lo spazio World.Report Award |Documenting Humanity, composto da quattro sezioni particolari, un concorso internazionale che quest’anno ha avuto il pregio di vantare nella giuria Francis Kohn, presidente del World Press Photo (penultima edizione). I vincitori poi li trovi, sono quattro lavori molto eterogenei, siamo veramente contenti delle scelte perché c’è veramente una qualità ai massimi livelli dei concorsi internazionali e contemporaneamente una partecipazione veramente molto grande (i numeri li trovi sul sito ma credo che abbiamo superato i mille lavori presentati).

Infine una particolarità di uno spazio che c’è solo quest’anno: lo spazio Premio Voglino. Ospitiamo i due vincitori di questo concorso, dedicato ad Alessandro Voglino che è scomparso due anni fa, e portato avanti dal Festival Photo Frame di Salsomaggiore. Quest’anno il Festival non poteva esserci e allora ci ha passato idealmente questa fiaccola, la portiamo e la teniamo viva e accesa noi ospitando sia i vincitori del premio dell’anno scorso sia le letture portfolio in cui saranno decretati i due nuovi vincitori dell’edizione 2016 del Premio Voglino. Sperando e augurando loro l’anno prossimo la possibilità di essere ben presenti e di ospitare, restituiremo il premio Voglino al suo luogo originale. Ecco, la cosa molto importante e molto bella secondo noi è questo fatto di darsi una mano tra festival, come ti dicevo l’altro giorno sicuramente è una chiave di volta fondamentale. Non è una corsa da soli, pensiamo che sia una corsa a staffetta.

Che filosofia ruota intorno alla vostra idea? E perché un festival etico?
Diciamo che lo spazio ONG è stato l’elemento fondamentale che ha dato proprio le origini per parlare di un Festival della Fotografia Etica. Dopodiché è una fotografia sicuramente molto attenta all’umanità, a tutto ciò che è umano e alle relazioni tra le persone, e quindi con dei risvolti profondamente etici da questo punto di vista. Una “fotografa etica” chiaramente non è una definizione perfetta, come non può essere definita con esattezza l’etica; è un modo di procedere e di selezionare lavori, è una filosofia alla base, è un complesso di elementi che tendono a rendere un po’ particolare questo Festival della Fotografia Etica.

Chi sono i collaboratori che lavorano con lei dietro le quinte? Come si fa a collaborare al festival?

In realtà siamo un team, tutto nasce da un’associazione culturale e fotografica che è il Gruppo Fotografico Progetto Immagine. Io ne sono il fondatore 25 anni fa e all’interno di questa associazione c’è tutto il mondo delle persone che lavorano insieme a noi e che collaborano. La cosa particolare è che sono tutti volontari, nel senso che non è un’associazione no profit: è proprio puro volontariato. A questo giro importante di persone che vengono dall’associazione se ne aggiunge un altro, più largo e più esteso, che chiamiamo Amici del Festival: quest’anno superiamo le 300 persone che ci danno una mano. Sono cittadini di Lodi, sono persone comuni. Quest’anno c’è stata anche una risposta straordinaria anche da città vicine come Modena o Milano. Abbiamo fatto una chiamata generale e hanno risposto veramente tante persone, complessivamente 300 appunto, che ci danno una mano a portare avanti questo Festival che dura ben 4 weekend, non solo espositivi ma ricchi allo stesso modo di incontri, dibattiti, letture, visite guidate: un programma veramente molto ricco e quindi senza questo grande sforzo di volontariato, senza questa motivazione che sta dietro al Festival, sarebbe stato impossibile realizzarlo, specialmente con i contributi pubblici.

Se potesse avere una bacchetta magica, cambierebbe qualcosa o vorrebbe qualcosa in più?

Diciamo che una bacchetta magica la consumerei a forza di utilizzarla. La nostra filosofia è cambiare sempre qualcosa, vorremmo aggiungere sempre qualcosa in più quindi diciamo che la bacchetta magica è un po’ nel nostro codice genetico. Noi abbiamo un obiettivo: people, people, people. Vogliamo portare queste storie, questi racconti, a quante più persone è possibile. Questo è quello che vorremmo sempre di più.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’organizzare un evento del genere?

Di difficoltà ovviamente ce ne sono tantissime. Diciamo che la difficoltà principale è quella che tutti noi possiamo vivere adesso, in questo momento, in una situazione generale molto molto difficile che naviga contro tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che è diverso, tutto ciò che spicca. Le istituzioni e le leggi davvero molto spesso livellano il più possibile, come se fosse una forma di comunismo senza essere definito comunismo, e quindi nei momenti in cui hai delle idee nuove c’è sempre qualcuno che deve dire: “no, non è possibile, c’è una legge che non lo permette, non è possibile perché se no lo dovrebbero fare tutti”. Quindi è una definizione veramente semplice, ma le condizioni al contorno di dove si opera sono le principali difficoltà. Tutto il resto si risolve e anche semplicemente il tempo aiuta, col tempo piano piano si risolve anche quello.

Ci sveli un aneddoto divertente, se le viene in mente.

No, non me ne vengono in mente, però una battuta: “appendile tu le dida se ci riesci”. C’è uno scatto che ho fatto in uno dei giorni in cui siamo andati il giorno dopo e c’erano tutte le nostre belle dida appese in modo preciso e perfetto che si erano disposte casualmente, cadendo e disponendosi in modo estremamente artistico. E quindi questo è un aneddoto divertente: tutto sommato, come dire, lavori in una direzione e non è detto che questa funzioni.

(Foto di Peter Van Agtmael)

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale

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Intervista con Francesco Cito

Ripubblichiamo in questi spazi una conversazione che il reporter Francesco Cito ha avuto con il giornalista Enrico Ratto, e già pubblicata sul sito di Maledetti Fotografi (http://www.maledettifotografi.it) CI fa piacere riproporla per celebrare orgogliosamente l’inizio di una stretta collaborazione che Cito ha voluto iniziare con EyesOpen! Magazine. Dal numero di marzo potrete leggere i suoi contributi giornalistici sulle nostre pagine cartacee.

 

Francesco Cito: il fotogiornalismo non ha fallito
di Enrico Ratto –  

http://maledettifotografi.it/interviste/francesco-cito/

Francesco Cito, qualche anno fa a Perpignan Don McCullin ha detto noi reporter di guerra abbiamo fallito, non siamo riusciti a cambiare niente.

Non è vero. Forse è così nel presente, ma nel passato il fotogiornalismo ha avuto una sua forte valenza. La strage di Mỹ Lai in Vietnam è stata conosciuta dall’opinione pubblica americana grazie al lavoro dei fotogiornalisti. Eugene Smith, con il suo lavoro su Minamata, ha portato alla luce i versamenti inquinanti nelle acque di quei territori. Ci sono decine di esempi.
Probabilmente il fotogiornalismo è diventato ininfluente oggi perché i media hanno smesso di fare informazione, soprattutto una certa carta stampata.
Non ci sono più i contenitori, ma i fotogiornalisti continuano ad esserci, solo che fotografano storie che non trovano poi spazio sui giornali.

Manca il committente?

Chi ha fallito è l’editoria, non il fotogiornalismo.

L’editoria in generale o l’editoria italiana?

L’editoria italiana non ha mai avuto voce in capitolo in termini internazionali. In Italia la figura del fotografo non è mai stata considerata, quando andavo in giro con un giornalista, il più delle volte io ero il suo fotografo, e, non il collega fotogiornalista.

Oggi però i fotogiornalisti italiani sono tra i più interessanti al mondo.

Sì, ma non esiste una scuola italiana, non esistono università in cui si studia fotogiornalismo come negli Stati Uniti o in altri paesi all’avanguardia. Non sono i giornali italiani, soprattutto oggi, addetti alla formazione delle nuove leve, e nel passato l’unica scuola di fotogiornalismo italiana, è stata quella dei paparazzi a Roma, anche se vilipesa, ha creato un genere, poi ripreso a livello internazionale, come cronaca leggera, o meglio rosa.
Molti fotogiornalisti italiani non si sono formati in Italia, Romano Cagnoni si è formato in Inghilterra, come pure io, o anche Mitideri e altri. Gli Alex Majoli, i Paolo Pellegrin, si sono formati in Magnum, lavorando per la stampa americana e anche quelli cresciuti in Italia, in Contrasto, come Francesco Zizola, Luigi Baldelli e  altri, sono cresciuti avendo sempre uno sguardo sull’estero.

Siamo a Pietrasanta e hai appena inaugurato la HYPERLINK “http://www.seravezzafotografia.it/fotografi/francesco-cito-17.html” \n _blank tua mostra a Seravezza Fotografia. I fotoreporter espongono i loro lavori più completi nelle mostre anziché pubblicarli sui giornali.

Io parto dal presupposto che se faccio un lavoro giornalistico, lo faccio prima di tutto per me stesso, vedere con i miei occhi ciò che accade, conoscere delle verità che non siano quelle raccontate da altri, e questo lo si capisce stando sul posto. A quel punto potrei anche non fotografare, ma essendo la fotografia il mio lavoro, fotografo a che la storia che realizzo sia divulgata attraverso i media, in particolare sulle pagine dei settimanali con cui mi sono sempre rapportato, anche se poi utilizzano solo cinque o dieci foto, che da sole non raccontano tutto il lavoro.
È anche alla bravura del fotografo sintetizzare tutto in poche immagini.
Quando fai una mostra o un libro fotografico, allora lì metti in luce tutto quello che è stato realizzato e non mostrato.
Io personalmente, preferisco vedere le mie foto su un giornale, più che altro per un motivo di diffusione: se pubblico su una rivista ho la consapevolezza che quel lavoro verrà visto da qualche migliaia di persone, se faccio una mostra da qualche centinaia di persone, se faccio un libro da qualche decina di persone.
Il libro, comunque, è ciò che alla fine rimane, è una testimonianza che va al di là del tempo.

Quando un’immagine viene isolata, stampata ed esposta in una mostra, fa ancora parte del lavoro di reportage?

Dipende. La fotografia di Steve McCurry che è diventata un’icona della fotografia, “La ragazza afgana”, non posso considerarla fotogiornalismo, non racconta una verità. Faceva parte di una storia vista con gli occhi americani. Se uno conosce abbastanza profondamente la realtà afgana, si accorge che in quel contesto non è rara una ragazza con gli occhi verdi, che gli afgani non sono arabi, che solo nell’immaginario americano la ragazza con gli occhi verdi in Afghanistan è un’ essere unico, oppure raro e può diventare un’icona.

Esiste un solo tipo di fotogiornalismo?

No. Innanzitutto dipende dal paese a cui proponi il lavoro. Un giornale francese, uno inglese e uno italiano utilizzano le stesse fotografie in un modo molto diverso. Nella fotografia, a differenza per esempio della scrittura, la storia può cambiare completamente. Il mio lavoro sulla mattanza del tonno in Sicilia è stato raccontato in Inghilterra partendo dal marinaio sulla barca che ricorda un personaggio da “Il vecchio e il mare”.
Quando l’ha pubblicata Epoca sono andati subito sul sensazionalismo, hanno aperto con il mare rosso di sangue intorno alla barca. Diventano due storie diverse.

Tu puoi intervenire?

Purtroppo no, almeno in Italia. Non sono più scelte mie. La mia scelta è quella di selezionare le foto partendo da un mio racconto, poi questo può essere più o meno rispettato.

Costruisci la storia mentre fotografi o durante l’editing?

Ho imparato in Inghilterra che si deve prima di tutto avere un’idea sulla  la foto di apertura. La foto di apertura di un lavoro fotogiornalistico significa molto, deve darti l’idea immediata di ciò che stai raccontando, è come l’attacco del testo.
Più in generale, la storia si costruisce prima di partire, i giornali richiedono questo. Quando in Inghilterra ho proposto un lavoro sulla camorra, dopo essere ritornato dal Libano della guerra civile, e dopo aver letto le cronache italiane, mi accorgevo che a Napoli, nelle faide di camorra, in una guerra non dichiarata, c’erano più morti che a Beirut. Allora proposi al Sunday Times di fare una storia sulla mafia e la risposta fu: Cito come mi fotografi la mafia, in che modo, se non è mai stata fotografata? Io risposi: sinceramente non lo so, se non vado sul posto non lo so.
Il lavoro mi fu negato, ma sono partito lo stesso, rischiando di mio.
Ho incominciato a scavare ed è venuta fuori la storia, una delle migliori da me realizzate.

Quando segui progetti di lungo periodo ti capita di cambiare idea e punto di vista?

Quando ho iniziato il lavoro sul Palio di Siena, in un primo momento non ne conoscevo gli aspetti più profondi. Poi, in loco, ho cominciato a capire aspetti per me nuovi, da indurmi a raccontare il Palio e mostrarlo solo attraverso il racconto di una contrada.
Tuttavia mi è capitato di partire per fare una storia e di tornare con un’altra storia, perché probabilmente quella storia che mi era stata assegnata, nella realtà non esisteva, o le informazioni ricevute erano distorte, come quando inviato in Niger da Panorama, avrei dovuto  raccontare del traffico clandestino di uranio verso l’Iraq. Ma questo traffico non esisteva affatto.

È da questo servizio che è nata la seconda guerra del Golfo.

Non lo definisco un servizio, lo definisco una vigliaccata, per strani interessi dell’allora direttore di Panorama che ricevette documenti così detti segreti, in cui si formulava  questo contrabbando, e lui anziché verificare con un’inchiesta se la storia fosse vera o meno, inviò i documenti ritenuti segreti, all’ambasciata americana a Roma. Il direttore di un giornale ha il dovere di verificare se la storia è vera, come nel Watergate di Nixon memoria,  oppure manda i documenti alla magistratura, e non ad una ambasciata straniera. I non conoscevo l’antefatto, altrimenti non sarei mai partito, anche se appena conosciuto il contenuto, avevo asserito che fosse una bufala. Arrivato in Niger ne ho avuto subito conferma, ma non sono rientrato a mani vuote, ho scavato e realizzato una storia sulla penetrazione del fondamentalismo islamico nel cuore dell’Africa nera, e oggi ne stiamo vedendo le conseguenze.
Peccato che poi quei documenti fasulli, sono stati impugnati dall’allora presidente americano George W. Bush, per muovere guerra contro l’Iraq di Saddam.

Il fotogiornalista deve credere alla storia che racconta?

Sì, se non ti interessa solo il lavoro e il guadagno. Io sono sempre stato dell’avviso che chi produce informazione emette dei giudizi, li propone e altri devono poter analizzare e capire. Se fai il fotogiornalista analizzi cose che interessano prima di tutto te stesso, a prescindere da come ti vengono proposte dalle redazioni.
Quando sono andato a documentare la prima guerra del Golfo, non avevo alternative se non stare insieme allo esercito americano, anche se, per raccontare quella storia, avrei preferito   farlo dal lato degli iracheni, ma questi non consentivano accesso ai media internazionali.
Ciò nonostante, oggi se si guardano le mie foto, è chiaro che ho raccontato la storia degli iracheni, più che quella degli americani.  Decidere con chi partire a volte è possibile e a volte è una scelta obbligata, però il fatto che sia obbligata non significa che si traccia con enfasi la storia di quelli con cui ti accompagni.

Puoi cercare il committente più in linea con la tua opinione?

Sì, ho sempre lavorato con giornali che mi davano possibilità di manovra e libero arbitrio.

E il tuo punto di vista è sempre stato rispettato?

In realtà la fotografia che più mi appartiene non è mai stata usata come avrebbe dovuto. Quando sono andato a fare la storia dell’invasione del Kuwait da parte irachena, e seguivo i marines americani, la foto che meglio sintetizzava tutto quanto, era quella di un marine seduto su di un lussuoso divano made in Italy, anche se piuttosto kitsch, e i ritratti dei tre regnanti sauditi alle sue spalle. Bastava questa foto per raccontare tutta la vicenda della guerra del Golfo.
L’intervento USA, più che per liberare il Kuwait, era dovuto alla salvaguardia  degli interessi del suo maggior partner petrolifero, l’Arabia Saudita, che poi è quella che ha generato Osama Bin Laden…
La foto, definita da Adrian Evans, critico inglese, il miglior scatto degli anni novanta, è stata pubblicata solo dieci anni dopo.

Le storie hanno bisogno di tempo per essere raccontate?

Quando ho iniziato la Palestina, ho pensato che l’avrei terminata quando i palestinesi avrebbero creato un loro Stato e raggiunto l’indipendenza, cosa che non è ancora successa, e probabilmente questo è un lavoro che continuerà nel tempo e non troverà la parola fine.

Come è nato il tuo lavoro sul coma?

Avevo letto una notizia su un giornale in cui si raccontava di un ragazzo che viveva una non vita in questa condizione, e di alcuni volontari militari che andavano ogni giorno ad aiutare la famiglia.
Questo lavoro fu  pubblicato quasi subito, successivamente quando ho approfondito il problema, è diventato problematico pubblicarlo, è un tema triste. Così viene definito, e quindi rifiutato.

Quando decidi che è finito un progetto?

Mai. Penso sempre che si possa raccontare di più, si possa raccontare meglio.

Riesci a lavorare contemporaneamente su progetti diversi?

No, se mi concentro su una storia, lavoro su quella. Naturalmente se sono lavori di tre settimane. Se è una storia a lungo termine, faccio altre cose insieme.

Pensi di avere gli stessi valori di quando hai iniziato a fare questo mestiere?

Sì. Continuo ad essere il solito sognatore di allora.

E che cosa pensi sia cambiato rispetto a quando hai iniziato?

È cambiato il mio modo di guardare. Non per un fatto di pensiero e ideologia, ma per una questione compositiva. Probabilmente mi sono affinato, cerco di sintetizzare meglio tutto ciò che vedo, di riassumerlo in una sola immagine. Cerco una trama, un disegno, una grafica. Soprattutto da quando lavoro in bianco e nero.

Hai iniziato a colori e sei passato al bianco e nero.

In passato ho lavorato molto a colori, i giornali cercavano foto a colori. Però il colore prestava meno attenzione al soggetto, al fatto primario. Le foto erano scelte dai direttori dei giornali e dai grafici, in base alle loro cromie, alle tonalità dei colori, non si guardava al contesto. E allora ho iniziato a lavorare in bianco e nero.
Però il bianco e nero è più difficile, è composto da una costruzione geometrica, è una fotografia più grafica, e deve contenere l’essenziale senza essere un’immagine piatta, scialba.

Non credi che la grafica del bianco e nero semplifichi una realtà più complessa?

No, toglie il colore, ma rimane l’anima. I colori puoi anche immaginarli. Il sangue, anche se lo vedi nero, capisci che è sangue.

 

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale

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Intervista con Benedetta Donato

Benedetta Donato è una curatrice indipendente che da molti anni si occupa di fotografia in modo egregio. Con il primo numero del 2016 di EyesOpen! Magazine, inizia la sua collaborazione per questa testata e per questo abbiamo fatto una chiacchierata con lei per farvela conoscere meglio. Formatasi tra Roma e Parigi, è Presidente di pianoBI per cui ha curato e prodotto diversi progetti fotografici. Nel 2010 viene inserita all’interno della lista dei Consulenti Esperti dell’ ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC). Dal 2012 rappresenta la Sezione Donne e Arte nell’ambito di Progetto Donne e Futuro. Già Art Curator in Giart – Società di Art Management e Produzione, che ha ideato e realizzato  FOTOGRAFIA ITALIANA, la serie di otto film sui grandi maestri della fotografia italiana edita da Contrasto e distribuita in tutto il mondo. Collabora con gallerie d’arte contemporanea, istituzioni e manifestazioni di settore come consulente e lettore portfolio. E’ responsabile dei progetti espositivi ed editoriali di Maurizio Galimberti, ha collaborato con Giuseppe Mastromatteo, Niccolò Biddau, Paolo Troilo.

Come è approdata alla fotografia e perché?

Per caso, fui invitata ad una mostra di fotografia. Durante quella visita rimasi colpita perché, per la prima volta, osservavo fotografie diverse da quelle che ero solita vedere pubblicate sui giornali. Erano fotografie che riproducevano il reale, ma caratterizzate da un forte senso estetico. Vidi la fotografia non più solo come documento che registrava la realtà, ma come prodotto artistico. L’autore delle immagini era Mimmo Jodice che ebbi il piacere di conoscere anni dopo.

Ha studiato arte e fotografia e poi scelto di affiancare gli artisti, più che diventare artista lei stessa. Ci spiega la sua scelta?

Non ho mai desiderato diventare un’artista, a me interessavano i fenomeni della società con particolare attenzione riguardo le espressioni artistiche contemporanee. Per questo ho studiato sociologia, approfondendo gli studi in storia dell’arte.

Una volta compreso che la fotografia poteva essere prodotto artistico, ho voluto tentare di capire come ragionava, pensava, sentiva, lavorava un fotografo e così, durante l’università, iniziai a frequentare la scuola di fotografia a Roma, con la consapevolezza che sarei stata una frana in tutto ciò che avesse riguardato la pratica, ma con la volontà di avere cognizione della materia, di acquisire informazioni da ogni punto di vista: storico, critico e tecnico.

Che cosa ha seminato a Parigi e perché ha deciso di tornare? Quali sono le sue attività principali in Italia, attualmente?

A Parigi sono approdata in seguito all’ottenimento di una borsa di studio per completare la formazione universitaria presso la Nouvelle Sorbonne e seguire un corso di critica fotografica all’École du Louvre. È stata una grandissima opportunità per me, anche perché in quegli anni, non esistevano ancora in Italia scuole di critica e storia della fotografia così altamente specializzate e fondate su una grande tradizione. A Parigi e in generale in Francia, mangi pane e fotografia. C’è un’offerta incredibile, non solo a livello formativo, ma nella quantità e qualità di musei e sedi che ospitano mostre fotografiche, di incontri e seminari, di manifestazioni di settore… Pensiamo solo che in Francia sono nati il ParisPhoto e i Rencontres ad Arles, rispettivamente la fiera e il festival di fotografia più antichi del mondo. La fotografia si respira perché è considerata un fatto culturale.

Ho deciso di tornare perché Parigi faceva parte di un momento intenso di approfondimento e di esperienza che volevo proseguire in Italia e precisamente a Roma dove sono rientrata per lavorare in qualità di curatrice in una galleria d’arte e in seguito ho fondato pianoBI.

Ben presto ho compreso che Roma non aveva la freschezza e l’immediatezza di Parigi. Esistevano poche realtà di confronto per la fotografia e una mentalità ancora poco professionale e specializzata da questo punto di vista, mancava la cultura di questa disciplina.

Così ho iniziato a collaborare con altre realtà e a spostarmi perché un curatore freelance deve potersi confrontare con più interlocutori, in diversi territori, ma la Francia continua ad essere un punto fermo per me, in cui tornare spesso e raccogliere nuovi stimoli.

Con quali autori collabora, ci racconta qualcosa di loro?

Collaboro con autori molto diversi fra loro per età, tipo di produzione, linguaggio. Ne cito due rappresentativi: Alberto Alicata, giovane fotografo con il quale abbiamo iniziato a collaborare lo scorso anno e con cui stiamo strutturando un percorso espositivo, il primo per lui, con un progetto che secondo me avrà molto riscontro. Mi piace perché le sue fotografie appaiono leggere, come sintesi e frutto di un grande lavoro di approfondimento e studio da parte del fotografo. Alberto lavora nel campo della fotografia Fashion e questo sarà un po’ il suo debutto in ambito artistico, mi auguro vada bene.

Un altro autore è Maurizio Galimberti, con cui ho iniziato a collaborare qualche anno fa per alcuni progetti che sono poi sfociati in Paesaggio Italia, un lavoro cui sono molto legata perché ne sono nati un libro e una mostra che abbiamo presentato a Venezia. Per un curatore così come per un artista, Venezia rappresenta una direzione verso cui tendere. Sì, perché Galimberti è un artista vero, di quelli che studiano in continuazione, che hanno la necessità di contaminare la propria arte, che nutrono curiosità nei confronti di quello che non conoscono, che sanno anticipare la realtà e interpretarla. Lavorare con lui ti fa prendere consapevolezza di quanto la macchina sia mero strumento, il resto è tutto nella testa!

Con lui è nata una sinergia che ci vede tuttora insieme su alcun progetti: una mostra e una pubblicazione che presenteremo nell’ambito della prossima edizione di PARMA360 Festival della Creatività Contemporanea, un libro antologico su una parte molto importante della produzione del fotografo che riguarderà i suoi celebri ritratti.

Abita a Roma, ma ha collaborazioni in tutta Italia e all’estero. Frequenta gallerie, festival, spazi istituzionali con i quali avvia progetti di valore e scrive per riviste del settore. Sempre in viaggio, o ha anche una sede?

In realtà ho sempre avuto una sede, un piccolo studio nel ghetto ebraico di Roma che ho mantenuto per cinque anni e che, ultimamente, ho deciso di lasciare perché non ci sono mai. Mentre rispondo alle tue domande sono in treno e mi rendo conto che manco da Roma da 20 giorni!

Il movimento fa parte del mio modo d’essere e sta nella logica del mestiere di freelance: spostarsi, muoversi, confrontarsi con nuove e diverse realtà, visitare lo studio di un fotografo per visionare il suo archivio, fare un sopralluogo in un nuovo spazio espositivo, partecipare ad un festival, progettare una mostra per una sede museale o per la galleria con cui sto collaborando in quel momento. Oltre ad assorbire gran parte delle mie energie, tutto questo mi offre nuovi stimoli di approfondimento e ricerca.

Mi fermo solo quando devo scrivere: che si tratti di un testo critico, un articolo o della descrizione di un progetto, allora lì mi fermo, spesso mi isolo e mi concentro unicamente sulla scrittura.

Cosa le piace e cosa non le piace del suo lavoro?

La prima cosa che mi piace del mio lavoro è che rappresenta una scelta costante, mi responsabilizza ogni volta che devo decidere quale nuovo progetto sposare e con quale artista lavorare, è una crescita continua che ti fa capire che mare magnum sia la fotografia e quanto tempo allo studio si debba sempre dedicare.

Non riesco a definire nello specifico cose che non mi piacciono, perchè rammento sempre di essere stata fortunata a poter fare il lavoro che volevo, a poter individuare qual’era l’ambito in cui mi sarebbe piaciuto operare. Certo, i sacrifici non mancano, ma prevale la sensazione di sentirti nel tuo mondo e se c’è qualcosa che non ti piace, cerchi di migliorarla o semplicemente di accettarla, inquadrandola all’interno di un bilancio che è sempre positivo.

Dove sta andando la fotografia oggi? La vede in crisi oppure la pensa diversamente? E cosa si potrebbe fare per migliorarne la percezione?

Posso dire che, rispetto a qualche anno fa, abbiamo imparato a confrontarci con realtà al di fuori dei nostri confini. Non siamo più chiusi nei nostri piccoli feudi a combattere per salvaguardare quelle fette infinitesimali di territorio d’azione. La fotografia, come sappiamo, nasce democratica e il volerla relegare a ristretti gruppi di critici, curatori, giornalisti e fotografi non si rivela più una strategia vincente. Da noi, in Italia, questo tipo di atteggiamento ha prevalso fino a qualche tempo fa. Ora noto che la situazione sta cambiando, che abbiamo preso coscienza di essere un punto in mezzo al mondo, che il confronto è fondamentale, che si vanno a creare nuove sinergie tra interlocutori diversissimi tra loro per esperienza e tipo di progettualità. Non esistono i cenacoli di una volta che rientravano in logiche di quartiere, ma esistono dialoghi che si possono instaurare tra nord e sud, oltreoceano, in Asia con molta più facilità e fluidità rispetto a prima. I nostalgici e qualunquisti ti diranno che la fotografia è in crisi, quasi a decretarne la fine, imputando gran parte della responsabilità all’utilizzo sempre più diffuso degli smartphone.

Sappiamo invece che in ogni esperienza umana la crisi è un’opportunità, un momento fondamentale perché impone una riflessione profonda, ti costringe a rivedere te stesso e ciò che stai facendo, ti suggerisce che forse dovresti mettere in atto una metamorfosi. Certamente esiste una crisi del mercato, che è globale e non riguarda solo la fotografia. Sicuramente in Italia c’è un discorso relativo alla tassazione molto alta che viene applicata sull’acquisto delle opere d’arte che non aiuta. In generale nel mondo si è di fronte al congelamento dei compensi relativamente alla fotografia editoriale.

Siamo di fronte ad un’evoluzione, ad un cambiamento di quello che viene percepito come fotografia.

Trovo che l’abitudine diffusa di dare così tanta importanza fuggevole alle immagini, anche amatoriali, a volte risulti compulsiva, ma che nulla sottragga a chi della fotografia fa mestiere. Questo è un punto fondamentale: la fotografia, quella vera, è un lavoro che presuppone una progettualità, un pensiero costante e profondo, una dedizione come succede in qualunque altro mestiere creativo. Quello che mi piacerebbe accadesse, ed è un pò il senso del mio lavoro, è che si comprendesse come un’immagine o una serie di immagini rappresentino la sintesi di un percorso pieno, denso e che la bravura e l’attitudine del fotografo sia quella di riuscire a rendere questa sintesi. Uno scatto con migliaia di like sui social come instagram o facebook, per me non vuol dire nulla, se non riesco a rintracciare il progetto. Sarà un bello scatto in mezzo a milioni di altri, ma non rimarrà nella mia memoria, fra cento anni non rimarrà e non farà parte della storia della fotografia.

Ci sono, a suo avviso, luoghi più ricettivi alla fotografia, in Italia? E se ci sono, perché lì e non altrove? E cosa accade di diverso, all’estero?

Sì, esistono luoghi deputati più di altri. Città con una più solida tradizione come Venezia, Torino e Milano, ma anche realtà più piccole che stanno nascendo negli ultimi anni, potrei citarti Lucca e ultimamente Pietrasanta e altri centri ancora.

Accade in luoghi dove innanzitutto si realizzano con un certo ritmo, manifestazioni sulla disciplina: fiere, mostre, festival, incontri, dibattiti. Si instaura, intorno alla fotografia, un sistema condiviso che vede interagire il mercato con la critica, le scuole di formazione, le sedi museali e le istituzioni.

All’estero, come ti dicevo prima parlando della Francia, esistono sistemi consolidati, la fotografia viene accettata e considerata come fatto culturale. Non solo, se pensi ad alcune realtà dell’Asia o agli Emirati Arabi, ti rendi conto di quanto il fattore investimenti in cultura abbia il suo peso. Non tanto come capacità d’acquisto all’interno del mercato, come tassazione più agevolata sulle acquisizioni, ma anche come esposizioni che vengono proposte, manifestazioni che vengono organizzate, come offerta formativa e di specializzazione. Anche qui si crea un sistema intorno alla fotografia.

Vede nuove tendenze e nuovi spiragli per questa arte?

Difficile capire quale sarà la direzione per la fotografia. Posso dirti che, rispetto a venti anni fa, la fotografia in senso professionale conta sempre meno fotoamatori, quelli che arrivavano al mestiere attraverso un percorso da autodidatta. Oggi, sempre più persone, entrano in questo mondo dopo aver maturato una scelta che non prevede solo lo studio e la preparazione, ma un ragionamento in senso creativo. Emergono molte più donne rispetto ad un recente passato in cui la fotografia e l’arte in generale erano dominate dagli uomini.

Sono cambiati i contesti operativi e di fruizione: penso alla quantità di piattaforme in cui è possibile presentare e promuovere i propri lavori.

Prende piede inoltre una concezione sempre più astratta della fotografia, sempre più compenetrata in un ambito artistico e sperimentale. Diventa più labile la distinzione tra ricerche prettamente fotografiche e indagini di valenza artistica.

Non so dirti se la soggettività autoriale prevalga perchè viene operata una scelta artistica coerente o se sia un’escamotage creativo di fuga e reazione alle incognite sul futuro che i fotografi stessi avvertono e traducono in senso creativo.

Se dovesse descriversi con solo tre aggettivi, quali sceglierebbe?

Gesù…Non lo so, ci provo in base ad un piccolo sondaggio. Nel lavoro certamente rigida, appassionata, lungimirante (che non so se è un aggettivo, ma nel senso di provare ad avere la visione, di non soffermarmi sull’immediato)

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale

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Vi sveliamo la foto di copertina del numero 4/2015 – Tempo

La copertina del numero invernale, il quarto del 2015, è colorata e seducente. Ed è di nuovo diversa da tutte le precedenti per scelte stilistiche, di genere, di linguaggio, eppure con le altre perfettamente coerente. Illustra il tema del numero, è firmata dal grande Rankin, ritrattista di moda tra i più noti al mondo la cui intera carriera è un’indagine sulla bellezza e una sfida al tempo. Lui ci parla di questo, nella lunga intervista che ci ha concesso nelle pagine interne, e racconta il ruolo che nel corso degli anni ha assunto la sua creatività trasgressiva riguardo a questo argomento. Ai nostri lettori viene incontro un volto diafano, bocche che sembrano ciglia che sembrano bocche, tutte e tre socchiuse a sottolineare il bisogno di una pausa: idealmente si compie il primo anno di vita di EyesOpen! Magazine, passato in corsa e con gli occhi aperti. Ora riposeremo per pensare a quello che verrà.

Una pioggia di strass cade sulla guancia della modella e ci rimanda, confezionata, una storia di lacrime indolore che sembrano sgorgate per mettere in scena un sogno. Quello del tempo immobile, congelato nel luccichio che richiama la finzione delle passerelle dell’alta moda, di un mondo perfetto dove il passare degli anni non esiste. Grazie al trucco e alla fotografia. Da questo scatto emerge tutta la fantasia di Rankin, al secolo John Rankin Waddell, autore inglese avvezzo alla sperimentazione che ha anche fondato alcune delle riviste di moda contemporanee più di successo nel mondo. Le sue mostre sono in bilico tra arte, costume e fotografia irriverente. I suoi documentari, video e gli innumerevoli libri sono opere da collezione, dove la sua estetica si traduce in ricerca dell’intelligenza.

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
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Vi sveliamo la foto di copertina del numero 3/2015 – Identità

In questa copertina non c’è niente da spiegare.

E’ tutto lì, in quelle facce, in quelle posture impalate, nel salotto pieno degli oggetti che hanno scandito una vita: una teiera, una candela, quadri appesi, qualche fiore.

A firmare questo lavoro, la cui parte inedita e pensata apposta per EyesOpen! Magazine si sviluppa poi nelle pagine interne, è Settimio Benedusi. Lui, tra i nostri più apprezzati fotografi di moda, è in piedi accanto all’anziana madre. Entrambi svestiti si prestano a un autoscatto fatto con il cellulare.

L’immagine è comparsa per la prima volta lo scorso agosto sui social network, momento celebrativo di un papà scomparso otto anni prima e svelato al mondo da un fotografo notoriamente più abituato a spogliare gli altri piuttosto che a mettere a nudo se stesso.

Un ritratto di famiglia, insomma, che arriva dritto alla nostra parte emotiva, sottolineando un senso di perdita vivo nel tempo e ancora doloroso. La loro assenza parla della nostra, dei lutti che sono bagaglio comune, come condivise e inevitabili sono le paure da affrontare.

Non manca però ironia, in questa messa in scena: quella di una donna ultraottantenne che sta al gioco del figlio, quella del figlio che la coinvolge e la fa girare per la rete in mutante e reggiseno, quella di un pudore che cade di fronte a chi li osserva.

Per parlarci di un’assenza che sopravvive e si salva nella memoria, che è presenza in noi.

Barbara Silbe vive e lavora a Milano. Co-fondatrice e direttore responsabile di EyesOpen! Magazine, fin dagli anni Novanta scrive di arte, fotografia, tecnologia,cultura e turismo anche sulle pagine del quotidiano il Giornale. Ha inoltre collaborato con varie testate, tra cui Style, Il Fotografo, Espansione, Digitalic, Donna Moderna. Anche i suoi lavori fotografici seguono gli stessi percorsi e sconfinano spesso in altri. È specializzata nel ritratto e nel reportage di viaggio.
Ha un blog che si occupa di fotografia ospitato sulla home page del sito del quotidiano Il Giornale