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James Barnor al MASI Lugano con Accra/London – A Retrospective

Il MASI Lugano in collaborazione con Serpentine Galleries, Londra, presenta la più ampia retrospettiva mai dedicata al fotografo James Barnor (Accra, Ghana, 1929, vive e lavora a Londra). Nella sua lunga carriera, che abbraccia sei decenni e due continenti, Barnor è stato un testimone visivo straordinario dei cambiamenti sociali e politici del suo tempo – dall’indipendenza del Ghana alla diaspora africana fino alla vita della comunità africana londinese. Muovendosi con agilità tra luoghi, culture e i generi più diversi – dal fotogiornalismo ai ritratti in studio, dalla fotografia documentaria a quella di moda e lifestyle – il fotografo anglo-ghanese si è sempre distinto per il suo sguardo potentemente moderno e il suo approccio pionieristico. Nonostante egli abbia influenzato generazioni di fotografi in Africa e nel mondo, la sua opera è stata riscoperta e valorizzata solo di recente. “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” presenta una selezione di più di 200 lavori dal vasto archivio personale di Barnor, tra cui numerose immagini inedite. Oltre ad opere vintage, ristampe e documenti originali, in mostra ci saranno anche copertine di riviste e dischi, con un’attenzione particolare per i decenni 1950-1980. Il percorso espositivo è articolato intorno ai nuclei e momenti chiave nell’opera di Barnor dagli inizi ad Accra ai soggiorni londinesi – e si snoda come un racconto cronologico attraverso le sale storiche di Palazzo Reali. Con la retrospettiva dedicata a Barnor, il MASI Lugano apre la stagione espositiva 2022 nel segno della continuità, confermando la sua costante attenzione per la fotografia contemporanea e storica, coltivata a Lugano da oltre mezzo secolo.

Barnor muove i primi passi nella fotografia nei primi anni ’50 ad Accra, dove fonda il suo studio dal nome programmatico “Ever Young”, centro pulsante di incontro per persone di tutte le età e ceti sociali. Allora il Ghana, colonia inglese, si sta avviando verso l’indipendenza – il giovane Barnor respira appieno il fervore politico e l’energia di quegli anni, che presto si rifletteranno nella sua opera. La struttura rigida della ritrattistica in studio di grande formato, che ancora fa sentire la sua influenza nei suoi primi ritratti in bianco e nero, è destinata a sciogliersi in immagini dinamiche e informali appena egli abbandona studio e treppiedi per avventurarsi sulla strada, a caccia di storie: “Se avevo bisogno di una foto, o di una nuova storia, mi precipitavo al mercato di Makola, dove la gente si comporta in modo più simile a se stessa. Questo mi piaceva di più della fotografia in studio. Usavo una piccola macchina fotografica. Era ottimo per trovare storie” così Barnor, che presto ottiene incarichi per il giornale Daily Graphic, diventando quindi il primo fotoreporter del Paese. Già nei lavori di questo decennio, raccolti in mostra nelle sezioni “Ever Young” e “Independence” emerge la cifra visiva di Barnor, quella sua capacità di riportare allo stesso modo la storia ufficiale e le storie personali su un piano di dialogo intimo, di incontro e relazione umana. In questo senso, tra i suoi scatti più emblematici spicca quello di Kwame Nkrumah mentre prende a calci un pallone, appena liberato dal carcere per diventare leader del Ghana.

Il percorso di Barnor prosegue a Londra, dove si trasferisce dal 1959: qui egli restituirà in immagini vibranti la vita della comunità africana, diventando il più importante testimone della diaspora africana nel tempo e nello spazio. I suoi scatti per la rivista Sud Africana “Drum”, baluardo anti-apartheid, raccontano gli “Swinging Sixties” londinesi attraverso il suo sguardo schietto, diretto e controcorrente. In un mondo di bianchi inglesi, Barnor mette infatti in copertina modelle di discendenza africana come Erlin Ibreck e Marie Hallowi. Spinto dal desiderio di condividere anche le innovazioni tecnologiche, Barnor fa ritorno ad Accra per fondare il primo laboratorio di fotografia a colore nel paese – tecnica che aveva studiato, tra l’altro, presso il Colour Processing Laboratories, principale laboratorio della Gran Bretagna. L’accesso al colore rivoluziona anche il ruolo della fotografia “Il colore ha davvero cambiato le idee della gente sulla fotografia. Il kente è un tessuto ghanese intrecciato con molti colori diversi e la gente voleva essere fotografata dopo la chiesa o in città indossando questo tessuto, quindi la notizia si diffuse rapidamente” così Barnor. Diverse immagini in mostra restituiscono le decorazioni, le acconciature, l’abbigliamento e la moda del tempo – un archivio visivo prezioso per la ricerca storica futura.

Il suo talento multiforme si esprime anche in diverse commissioni commerciali. Tra queste, anche un calendario promozionale per la compagnia petrolifera italiana AGIP, nel 1974 – in mostra uno scatto straordinariamente attuale presenta le modelle di colore, serene ed eleganti sullo sfondo di taniche e camion cisterna. Le commissioni includono diverse fotografie di copertine di dischi per musicisti come E. K. Nyame, padre della musica highlife ghanese. La passione per la musica e l’amore per la comunità ghanese, lo portano a gestire in quegli anni anche un gruppo musicale di bambini chiamato Ebaahi Gbiko (All Will Be Well One Day), poi rinominato Fee Hi (All is Well). La compagnia di musicisti diventa parte importante della vita del fotografo, che accompagna i giovani anche in un tour in Italia nel 1983 come parte di una campagna anti-apartheid. Dal 1994 Barnor tornerà a Londra, dove vive a tutt’oggi.

Completano l’esposizione un video di Campbell Addy, in cui Barnor presenta il suo lavoro, e una videodocumentazione in cui spiega la sua tecnica fotografica. La mostra, organizzata dalle Serpentine Galleries di Londra (19.05 – 24.10.2021), dopo la tappa al MASI Lugano proseguirà in America presso il Detroit Institute of Arts (primavera 2023), con l’intento di diffondere l’impatto artistico e sociale di James Barnor.

 

Presentata in collaborazione con Serpentine, Londra. “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” è ideata e organizzata da Serpentine, Londra. Curata da Lizzie Carey-Thomas, capo curatrice, Serpentine e Awa Konaté: Culture Art Society (CAS), assistente curatrice. Organizzata in collaborazione con Clémentine de la Féronnière, Isabella Seniuta e Sophie Culière, James Barnor Archives.

 

Il catalogo

 “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” è accompagnata da un catalogo edito da König e co-prodotto dalle Serpentine Galleries di Londra, MASI Lugano e Detroit Institute of Arts. Progettato e illustrato da Mark El-khatib, include contributi di Christine Barthe, Sir David Adjaye OBE, David Hartt, Alicia Knock, Erlin Ibreck e una conversazione tra James Barnor e Hans Ulrich Obrist. La pubblicazione è disponibile in lingua inglese.

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Nuova Open Call di Cortona on the Move

Si rivolge agli innovatori della cultura visiva ed è aperta da oggi fino al 16 maggio: stiamo parlando della nuova open call di Cortona On The Move, il festival internazionale di fotografia che si svolte nella città toscana e che è un vero e proprio laboratorio culturale che accogli gli autori e si impegna a fornir loro strumenti, possibilità e opportunità di sviluppare i loro progetti. Il premio è un’interessante occasione gratuita per relazionarsi a una giuria di esperti, il cui compito sarà selezionare dieci progetti finalisti che verranno presentati a metà luglio durante le giornate inaugurali del festival. Alla sua prima edizione, con la partnership di LensCulture e la collaborazione del Consorzio Vini Cortona, il premio si inserisce nella costante ricerca di narrazioni originali e innovative che da sempre connota Cortona On The Move. La partecipazione è a tema aperto, gratuita e accoglie progetti, in fase di sviluppo o inediti, con i più vari approcci fotografici alla contemporaneità: nuove prospettive e nuove visioni.

Ad esaminare le proposte inviate a questo link, dove trovate info e regolamento, una giuria di esperti del settore: Jim Casper, caporedattore e co-Fondatore di LensCulture; Veronica Nicolardi, direttrice di Cortona On The Move; Laura Sackett, direttrice Creativa di LensCulture e Paolo Woods, direttore artistico di Cortona On The Move.

I dieci lavori finalisti saranno proiettati durante l’inaugurazione di Cortona On The Move 2022. Tra questi, l’autore del lavoro primo classificato riceverà un riconoscimento economico del valore di € 5.000 e sarà esposto durante l’edizione 2023 del festival, mentre altri due artisti selezionati dalla giuria vedranno il proprio lavoro pubblicato sul sito web di LensCulture.

cortonaonthemove.com

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Libri – Anna Di Prospero, Nei miei occhi

Contrasto pubblica Nei miei occhi, la prima monografia dedicata al lavoro di Anna Di Prospero. Tra gli sguardi più innovativi del panorama fotografico contemporaneo, la fotografa realizza un racconto che è un’originale ricerca sull’identità e la sua storia personale: il volume raccoglie le sue serie più famose, le fotografie più interessanti, ed è arricchito dal testo vibrante e coinvolgente della scrittrice americana Francine Prose.

Accompagnata dalla macchina fotografica, Anna Di Prospero posa ogni giorno i suoi occhi sul quotidiano, restituendocelo in immagini dal valore intimo e, al tempo stesso, assoluto: «Per me lo straordinario sta nella rielaborazione che faccio attraverso le mie fotografie costruite, dove il mio personale diventa qualcosa di più universale, ma con un mio punto di vista», racconta.

Le fotografie la ritraggono così nella sua casa, nel giardino, insieme alle persone con cui condivide la vita, i genitori, il compagno, i figli. Il suo sguardo si sposta verso la sua città, Latina, o verso quelle che frequenta per lavoro, come Parigi o New York. I ritratti sono l’esatto contrario dei selfie del nostro tempo, perché in ogni immagine Anna Di Prospero ci appare di spalle, assumendo così una nuova forma ogni volta, per raccontare quella complessità che ci accomuna e permettendo il coinvolgimento e l’immedesimazione di chi osserva: «Le straordinarie fotografie di Anna di Prospero ci ricordano che ognuno di noi ospita molti sé. È nella natura degli esseri umani», spiega Francine Prose nel testo che apre il volume.

Così, storia dopo storia, di Anna Di Prospero vediamo il corpo muoversi nello spazio, adagiarsi per terra, stringere al petto il figlio o abbracciare un’amica, ma non vediamo mai il suo viso. La sua presenza, delicata e misteriosa, si muove in ambienti quotidiani che diventano subito scenari da favola e, in ogni immagine, vediamo quel che vedono i suoi occhi e la seguiamo, come seguiremmo Alice alla scoperta del Paese delle meraviglie.

Note biografiche

Anna Di Prospero nasce a Roma nel 1987. Ha studiato fotografia presso l’Istituto Europeo di Design a Roma e presso la School of Visual Arts di New York. La sua ricerca fotografica si caratterizza per il segno introspettivo con cui esplora la quotidianità e il rapporto tra uomo e spazio. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e Stati Uniti, tra cui Les Rencontres D’Arles, Month of Photography Los Angeles, La Triennale di Milano e il Palazzo delle Esposizioni di Roma. Tra i suoi riconoscimenti il Sony World Photography nella categoria Portraiture, il People Photographer of the Year degli International Photography Awards e il Discovery of the Year dei Lucie Awards 2011.

Il volume

NEI MIEI OCCHI, Anna Di Prospero

Con un testo di Francine Prose

FORMATO: 25×25 cm
PAGINE: 128
FOTOGRAFIE: 70 a colori
CONFEZIONE: brossura con sovraccoperta
PREZZO: € 39,90

www.contrastobooks.com

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Paolo Simonazzi. Il filo e il fiume

Dal 26 marzo all’8 maggio 2022, la mostra “Il filo e il fiume di Paolo Simonazzi sarà ospitata nelle sale dello storico Palazzo Pigorini a Parma. L’esposizione, a cura di Andrea Tinterri e Ilaria Campioli e organizzata dall’Associazione Bondeno Cultura (ABC) in stretta collaborazione con il Comune di Parma nell’ambito del programma ufficiale di Parma Capitale della Cultura 2020+21, propone una selezione di venti scatti, tutti di grande formato, tratti dal progetto realizzato dal
fotografo reggiano tra il 2013 e il 2021 e dedicato al Po e ai territori che attraversa. Accompagna la mostra, il volume omonimo edito da Silvana Editoriale, che raccoglie l’intera serie composta da 56 scatti e due contributi critici di Davide Papotti e Francesco Zanot. Le loro parole, insieme a quelle dell’artista, sono parte del prezioso contribuito video del regista Riccardo Marchesini, presente in mostra, che potrà fornire ulteriori elementi di conoscenza e chiavi di lettura del progetto.

Protagonista di “Il filo e il fiume” è il lento, pesante e inesorabile scorrere del Po, che appare anche laddove non viene fotografato direttamente: la sua presenza emerge nel paesaggio circostante e nelle persone che abitano i luoghi solcati dalle sue acque. Il “filo” a cui fa riferimento il titolo è per l’autore al tempo stesso un’evocazione della forma fluviale, un elemento fisico che compare ripetutamente nelle fotografie e una metafora di “cucitura territoriale”. Il risultato è un’antologia di paesaggi differenti ma in relazione tra loro, uniti insieme dalla presenza del fiume, parte di un mondo forse in via di estinzione e di cui l’autore
– nel solco di una tradizione fotografica che inizia nel dopoguerra – ci consegna tracce visive, invitandoci all’ascolto di quello che Francesco Zanot chiama il canto flebile di un territorio sovraterritoriale, all’attacco della geografia politica, aggrappato com’è alla linea traballante dell’acqua per centinaia di chilometri.
Il fiume diventa dunque al contempo sottofondo evocativo e presenza implicita: come scrive Davide Papotti, esso viene esplorato per “sottrazione”, escludendo quasi sempre l’immagine stessa delle acque, […] per provare a indagare fino a quanto riesce a spingersi nell’“entroterra” l’identità fluviale. Papotti sottolinea inoltre che il filo, in ultimo, è anche quello che congiunge, invisibile ma tenace, i lavori di Paolo Simonazzi inanellati nel corso del tempo: sottili rimandi, delicate coerenze, sottese citazioni, giochi di assonanza.

Il progetto prende dichiaratamente ispirazione dal lavoro Sleeping by the Mississippi del fotografo statunitense Alec Soth, un’indagine conoscitiva condotta nel 2004 lungo il corso del più grande bacino idrografico dell’America settentrionale. Il titolo di Simonazzi fa riferimento inoltre all’album musicale The river and the thread (2014) di Rosanne Cash, in cui la cantautrice americana – figlia di Johnny Cash – ripercorre il Sud degli Stati Uniti alla ricerca del passato
e dei ricordi della
sua famiglia.

Note biografiche

Paolo Simonazzi (Reggio Emilia, 1961) vive e lavora a Reggio Emilia. Il suo approccio stilistico rivela uno sguardo al tempo stesso affettuoso e ironico per quei luoghi di provincia dove il reale si confonde impercettibilmente con il surreale. Ha partecipato a numerose mostre e realizzato diverse pubblicazioni tra cui: Tra la Via Emilia e il West (Baldini Castoldi Dalai, 2007), un progetto che illustra la penetrazione dell’iconografia americana nel paesaggio dell’Emilia-Romagna, esposto in anteprima a Villa delle Rose – MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, e poi in altre città, tra cui New York e San Francisco; Bell’Italia (Silvana Editoriale, 2014), presentato prima a Reggio Emilia nell’ambito del festival Fotografia Europea, e successivamente a Sydney, Melbourne, Tokyo e Mosca; Mantua, Cuba (Greta’s Books, 2016), una ricerca sentimentale che indaga una cittadina di provincia ai confini dell’isola di Cuba, con esposizioni tra le altre sedi a L’Avana nel 2016 e molto recentemente a Mantova. So near, so far (Danilo Montanari, 2018), progetto dedicato alla Via Emilia, che segue la mostra realizzata nel 2016 alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia; Icons of Liscio (GuaraldiLAB, 2019), ispirato alla fascinazione dei manifesti iconici delle orchestre da ballo in Emilia-Romagna e presentato nel 2021 al SI Fest – Savignano Immagini Festival. Nel 2019 un’opera del progetto Cose ritrovate (Marsilio editori, 2014), ispirato ai testi di Ermanno Cavazzoni e Raffaello Baldini, è stata selezionata per la mostra Premios de Fotografía Fundación ENAIRE 2019 nell’ambito del festival PHotoEspaña di Madrid. Con La casa di Lenin (I Quaderni di Gente di Fotografia, 2021),nel centenario dalla nascita del Partito Comunista italiano, Simonazzi rende omaggio al poeta e agricoltore reggiano Lenin Montanari.

www.paolosimonazzi.com

Paolo Simonazzi. Il filo e il fiume.
Dal 26 marzo all’8 maggio 2022

A cura di Ilaria Campioli e Andrea Tinterri
Con i contributi critici di
Davide Papotti e Francesco Zanot
Sede espositiva
Palazzo Pigorini, Strada della Repubblica 29/a, Parma
Orari di apertura
mercoledì, giovedì e venerdì: ore 15.30 – 19.30 | sabato e domenica: ore 10.30 – 19.30

Ingresso gratuito

Catalogo
Paolo Simonazzi. Il filo e il fiume, Silvana Editoriale, 2021, 160 pp., edizione bilingue italiano /
inglese. Testi di Davide Papotti e Francesco Zanot

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Festival – Al via la prima edizione di MonFest

A Casale Monferrato, dal 25 marzo al 12 giugno, prende vita la prima edizione di MonFest, festival biennale di fotografia diretto da Mariateresa Cerretelli e promosso dal Comune di Casale Monferrato.

Questa splendida città, ai piedi delle dolci colline del Monferrato, accoglie 11 mostre di caratura nazionale che si dipanano attorno al tema che caratterizza il festival “Le forme del tempo. Da Francesco Negri al contemporaneo”.

Il tempo, nella sua natura fatta di sedimentazione e restituzione amplificata, è infatti il protagonista silenzioso degli scatti esposti ma allo stesso tempo è “una espressione ispirata da Italo Calvino che definiva le città la forma del tempo. Ma che noi – afferma Mariateresa Cerretelli – estendiamo ai paesaggi, alle realtà dei ritratti e alle creatività espresse dai fotografi che saranno qui esposti”.

Grande rilievo hanno anche le sedi che lo rendono un festival diffuso: il Castello, il Teatro, la Cattedrale, la Sinagoga (una delle più belle l’Europa) e Palazzo Gozzani Treville dove ha sede l’Accademia Filarmonica.

Questa prima edizione prende avvio dalla mostra Omaggio a Francesco Negri, a cura di Luigi Mantovani ed Elisa Costanzo e che si terrà in Castello. Avvocato, Sindaco di Casale Monferrato dal 1881 al 1888, Francesco Negri fu soprattutto un grande fotografo noto per la sua attività instancabile di sperimentatore. Con lui ci si immerge pienamente nel mondo scientifico, tecnologico, artistico, culturale, sociale dalla seconda metà dell’Ottocento fino al primo quarto del Novecento. Le microfotografie, le stereoscopie, le tricromie, così come il teleobiettivo da lui brevettato consentono di guardare il mondo del visibile e dell’invisibile in modo, per l’epoca, incredibile e innovativo.

MonFest avrà una ricca componente femminile, con tre eccellenti fotografe esposte: Lisetta Carmi, Valentina Vannicola e Silvia Camporesi.

Lisetta Carmi sarà protagonista di una mostra molto intensa, Viaggio in Israele e Palestina, a cura di Daria Carmi e Giovanni Battista Martini. Negli spazi senza tempo della splendida Sinagoga di Casale Monferrato, numerosi scatti inediti realizzati in Israele durante i due soggiorni del 1962 e del 1967, in cui Lisetta ha colto la complessa realtà di cui era costituito il nuovo Stato di Israele. Uno Stato dove la convivenza tra le varie componenti del suo popolo, fra immigrati provenienti da paesi lontani con culture e tradizioni diverse, era costantemente messa alla prova.

Completamente diverso è il lavoro di Valentina Vannicola e della sua Living Layers, a cura di Mariateresa Cerretelli e ospitata in Castello. Tra le principali rappresentanti in Italia della staged photography, la fotografia della “messa in scena”, Valentina ha riletto il territorio del VI Municipio di Roma ricorrendo a dei tableaux vivants in cui la città perde i propri riferimenti naturali di spazio e tempo, assumendo una valenza simbolica, quasi onirica.

Silvia Camporesi invece ha realizzato con la sua Domestica un diario umano e personale, un racconto fantastico della quotidianità. A cura di Benedetta Donato, e vincitrice del concorso “Storie di donne” indetto dal Soroptimist, le foto della Camporesi nascono tra le mura domestiche della fotografa nei giorni difficili del lockdown di marzo-aprile 2020. L’esposizione propone una serie di opere in un allestimento che induce in chi guarda le stesse emozioni che l’autrice ha provato nei giorni dell’isolamento.

L’Accademia Filarmonica presso Palazzo Gozzani Treville sarà la sede che la ospiterà, assieme alla videoproiezione a cura di Stefano Marchino che omaggia le finaliste del concorso “Storie di donne” e alla collettiva  a cura di Ilenio Celoria dal titolo Guardarsi per rinascere. Ritratti e autoritratti al femminile.

Protagoniste le studentesse dell’Istituto Leardi e del Liceo Artistico Morbelli che hanno realizzato una serie di autoritratti durante il primo lockdown del 2020.

Sempre a cura di Mariateresa Cerretelli e con la collaborazione della galleria Dadaeast di Roma, la Cattedrale di Sant’Evasio di Casale Monferrato ospiterà Tributo a Leonardo di Maurizio Galimberti, che reinterpreta il Cenacolo vinciano esponendolo nell’atrio della splendida chiesa. La sacralità e l’intensità sublime del Cenacolo vengono restituiti nella loro pienezza secondo il ritmo e lo stile caratteristico dell’autore, il cui lavoro ha richiesto un processo delicatissimo, mettendo in sinergia Polaroid / Fuji Instax e digitale.

Gabriele Basilico nel Monferrato, a cura di Andrea Elia Zanini presso il Castello di Casale, presenta una selezione delle fotografie realizzate nel 2006: Casale, Alessandria, Ovada, Tortona sono le protagoniste di ritratti, che raccontano piazze, architetture e vicoli delle città del Monferrato. Nel 2009 è la volta del delta del Po, ripercorrendo i luoghi già ritratti a partire dagli anni Cinquanta da Pietro Donzelli. Con identico “linguaggio documentario”, che impone il rispetto “oggettivo” dei luoghi fotografati, lo sguardo di Basilico si spinge fino all’Adriatico, fino a quei paesaggi nei quali terre e acque si alternano e si contrappongono, chiudendo idealmente il viaggio iniziato a Casale.

L’alessandrino Vittore Fossati proporrà Il Tanaro a Masio, mostra a cura di Giovanna Calvenzi. Corrispondente a due quaderni pubblicati nel 2012 e nel 2018, la mostra coglie la bellezza del paesaggio alessandrino nella semplicità voluta di questi scatti racchiudono l’essenziale: gli alberi, i colori del cielo e dell’acqua e un disegno di rami sempre diversi. Per vedere come è possibile racchiudere l’essenza di un luogo senza sovrastrutture o particolari costruzioni tecniche. Anche questa mostra sarà ospitata in Castello.

Dal Piemonte alla Campania, con Fotografare il Tempo, Pompei e dintorni, immagini di Claudio Sabatino ospitate in Castello. Città sepolta e dimenticata per oltre 1700 anni, metafora del tempo imponderabile e della vulnerabilità umana, il lavoro di Sabatino è sulle stratificazioni della Storia per riflettere sulla relazione mutevole che il paesaggio intrattiene con il passato e il presente. Le rovine, magnifiche testimoni della catastrofe e l’insediamento odierno, testimone della selvaggia espansione edilizia, danno vita a una relazione paradossale che ridefinisce in senso sociale il nostro patrimonio e la sua tutela.

Questa mostra, a cura di Renata Ferri, sarà accompagnata da un video proiettato accanto a quello della mostra di Basilico.

Il mondo di Silvio Canini a cura di Elena Ceratti nelle sale del Castello, offre uno spaccato della fervida attività creativa dell’artista romagnolo Silvio Canini. “Silvio è un artista poliedrico, un vero creativo e come i veri creativi è un eterno ragazzo che ti permette con i suoi lavori di sorridere e sognare, sempre”.

Raoul Iacometti, con #homeTOhome, racconta nel Foyer del Teatro Municipale di Casale Monferrato, i ballerini di tutto il mondo ritratti con il cellulare nelle loro case in posizioni plastiche durante il lockdown. A cura di Luciano Bobba, quando nei teatri internazionali regnava ancora il silenzio a causa della pandemia, Raoul ha creato un set a casa sua e nelle case dei grandi protagonisti della danza internazionale e su questo nuovo palcoscenico virtuale ha lanciato il suo progetto #homeTOhome. Sono più di quaranta gli artisti coinvolti, tra i quali ci sono primi ballerini e solisti, tutti impegnati in corpi di ballo di alcuni tra i teatri più importanti dislocati in diversi luoghi nel mondo.

I soggetti delle fotografie di Ilenio Celoria, Fotomorfosi Infernot sono le piccole architetture ipogee scavate nella pietra che, dal 2014, sono state iscritte nella World Heritage List dell’UNESCO nell’ambito de “I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato”. Le immagini in mostra sono state realizzate con una speciale fotocamera che produce immagini sferiche a 360° poi trasformate in rappresentazioni stereografiche. L’esposizione è curata da Simona Ongarelli e si svilupperà negli spazi del Castello.

Infine le foto dei 34 vincitori del concorso Da Casale al Po alle colline del Monferrato saranno esposte in un ampio spazio del Castello a cura di Paola Casulli e con la videoproiezione curata da Stefano Marchino. Questo effervescente clima creativo accoglierà gli ospiti del Festival che, com’è prassi, nelle tre giornate ufficiali “occuperanno” Casale Monferrato con incontri, talk e letture portfolio già dal primo fine settimana di apertura. Le mostre resteranno godibili fino al 12 giugno.

 

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Reportage – Ugo Panella: Grecia, le prèfiche di Mani

Ugo Panella è uno dei migliori fotoreporter italiani, attivo in molti Paesi del mondo fin dagli anni Settanta. Qui trovate la sua biografia completa.

Ci ha scelti per diffondere un approfondimento potente, dedicato a una tradizione che sta scomparendo, con foto che sono accompagnate da testi suoi e della giornalista Melissa Corbidge. Siamo molto grati a entrambi.

Di Ugo Panella

Nella parte centrale del Peloponneso si protende verso il mare la regione di Mani. Un territorio fatto di montagne brulle, terreno pietroso, torri di avvistamento che guardano il mare Egeo di un blu intenso. Oltre la rudezza del paesaggio, sopravvive una tradizione antica che accompagna i morti in una cerimonia rituale che comprende litanie, pianti, urla e ricordi di frammenti di vita del morto, recitate da donne molto anziane. Sono le “prèfiche di Mani”. Una tradizione che nasce dall’idea che il dolore dei parenti venga attutito da queste rappresentazioni plateali che le prèfiche recitano per tutto il tempo dell’esposizione del defunto alla vista di chi viene a portare le condoglianze alla famiglia. Melissa Corbidge, una giornalista esperta di cultura greca, propose la storia a Marie Claire Italia che accettò di produrre il reportage. Partimmo per Atene e da lì, prendemmo una macchina all’aeroporto ed arrivammo dopo qualche ora di comodo viaggio nel paesino di Gerolimenas. C’informammo se nei paesi vicini vi fossero dei funerali in programma ma nulla era previsto. Passavano i giorni, eravamo in contatto con il pope locale che avrebbe dovuto avvertirci nel caso fosse morto qualcuno. Niente da fare. Un pomeriggio, tanto per far trascorrere il tempo, ci segnalano una vecchia prèfica, molto nota nella regione, che potevamo intervistare e fotografare. Andiamo a conoscerla e ci accoglie sotto un pergolato. Ha novant’anni ed è cieca. Inizia a raccontare una lunga storia che Melissa mi traduce… e ad un certo punto si interrompe e, dopo un lungo silenzio , dice che non passeranno 24 ore che nel paese si piangerà molto. Finisco di fotografarla, la salutiamo e torniamo nel nostro alberghetto convinti di aspettare ancora altri giorni vuoti.
Alle 10 di sera chiama il pope e ci dice che da Atene stanno arrivando una coppia di anziani morti in modo tragico. Tornano nel loro paese di origine accompagnati dai figli. Lei morta a 80 anni per un tumore e lui, a 85 anni, due ore dopo, si è sparato con il fucile da caccia perché incapace di sopravviverle. La profezia della prèfica si era avverata dopo poche ore.

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Di Melissa Corbidge

Lezione di pianto

Terra e sasso, carne e ossa, femmina o maschio: c’è una terra ai margini dell’Europa dove è ancora libero di manifestarsi un grande potere delle donne, quello di entrare e uscire dal magma delle loro emozioni. E dove quel potere è messo al servizio di una divinità onnipresente, la stessa che ha impedito agli dèi olimpici e al Dio unico di Cristianesimo e Islam di piantarvi radici profonde. Non sono ammesse mediazioni nel micro-universo arcaico di Mani, estremo avamposto del continente greco a sud, dove gli antichi hanno collocato la “bocca dell’Ade”. Su questo territorio/fortezza in fondo alla penisola mediana e più angusta delle tre che concludono in basso il Peloponneso, il dogma cristiano è approdato – ma solo per sfiorarlo – con mille anni di ritardo rispetto al resto del mondo ortodosso. Forse perché quaggiù è difficile credere davvero in una vita futura e migliore quando già quella presente non è che duro travaglio, con la notte e il maledetto inverno sempre in agguato, a segnare la fine del giorno o di una stagione più mite. Così, dice papa Yorgos, il pope, è sempre dietro l’angolo la morte, momento conclusivo di un altro ciclo (stavolta l’esistenza) che, proprio al pari della nascita, stabilisce un contatto tra il dentro e il fuori, il visibile e l’invisibile, tra l’ordine, insomma, e il caos.

In una società dominata dagli uomini, organizzata all’ombra di case/torri che la proiettano tanto più lunga e scura quanto maggiore è la statura sociale dei rispettivi padroni, tocca alle donne, creature dall’ombra “sottile” – insinuano da queste parti – affacciarsi sulla condizione ignota, e in quanto tale ostile, del trapasso. Loro sole sanno come affrontare il vuoto. A loro tocca ristabilire la continuità tra il “prima” e il “dopo”, e trasformare il dolore individuale in pianto collettivo e quel pianto in un canto – il moïroloi –  triste come un lungo addio. Madri, figlie, spose, cugine, zie, cognate, o lontane parenti che siano, soltanto le donne i morti li accarezzano, li profumano e li vestono affinché possano affrontare con decoro l’esilio definitivo. A loro, che con dolore partoriscono, spetta l’ultima parola.

Loro sono le moïroloistres, rivelatrici della moïra – il destino –, interpreti dei sogni e capaci di accedere a una dimensione fuori dal tempo e dalla logica, di oscillare tra la divinazione ermetica e le frasi di senso comune. Le sostiene un accurato tirocinio, molto simile al mestiere delle prefiche che nell’antica Roma venivano incaricate di intonare lodi al defunto durante i rituali funebri. Con la differenza che queste venivano pagate, le lamentatrici di Mani no. Per loro comporre il peana finale è uno strumento di potere. Un dichiarare alto e forte che sono loro le padrone della vita e della morte.

Kalliope a detta di tutti era la più brava. Oggi ha quasi novant’anni e ai funerali non ci va più. Ha speso una vita a piangere, ha esaurito, dice, le lacrime. Inutile chiederle un saggio di prova. Recitare un moïroloi senza cadavere è come volersi ubriacare senza vino. Quasi un sacrilegio. Quando le si chiede di mostrare almeno il gesto delle mani o la postura del busto mentre si canta, guarda l’interlocutore fisso attraverso i suoi occhi velati dalla vecchiaia e non capisce perché si debba scomodare proprio lei, visto che domani, fa sapere, “si farà tanto di quel piangere” per Eleni, morta a soli quarant’anni, lasciando orfani sei figli che non ha fatto in tempo a “sistemare”. Eleni, continua, era di buona famiglia e aveva un marito rispettato. Certo, se a morire fosse stato un uomo aitante e fresco d’anni, o meglio un soldato, oppure un capofamiglia magari più avanti con l’età, ma ancora robusto e bene in vista nella comunità, la perdita sarebbe stata ancora più importante.

Si scopre così che qui esistono esatti parametri per determinare la solennità, il peso, se così si può dire, di un funerale. Le esequie degli uomini sono in testa alla classifica religiosa e mondana. Poi conta l’anagrafe. Il decesso di una donna giovane “pesa” in ogni caso più di quella di un vegliardo malconcio o di un fanciullo che non abbia potuto realizzare un proprio status. Seguono le anziane, gli storpi, gli idioti. In coda si collocano i neonati, mai usciti dalla zona ambigua di passaggio tra l’aldilà e l’aldiqua, mai realmente vissuti.

Kalliope non sa con precisione dove si piangerà Eleni, deceduta in un ospedale di Atene. Abitava da almeno quattro lustri nella capitale, come la maggior parte della gente di qui. I pochi rimasti s’interrogano se i suoi ragazzi, nati e cresciuti in città, la vorranno seppellire nel suolo natale, e sottoporla quindi a un rito pagano da molti oggi considerato anacronistico, isterico, una faccenda di donne. Kalliope non sa, ma “sente” che la veglia ci sarà. Lei è sicura che Eleni tornerà. “Tutti alla fine tornano”, spiega. Ed Eleni è tornata. Il giorno dopo avere esalato l’ultimo respiro.

Ora suona, distante, una campana. Qui anche le sorde odono il suo lugubre messaggio. Il soffio della morte le penetra e le scuote come una vibrazione, vola di bocca in bocca, si spande tra un villaggio e l’altro. Ecco allora che nugoli di figure nerovestite, sempre curve, come sotto il fardello di una sorte impossibile, all’improvviso si sollevano, drizzano la schiena acciaccata dalla fatica nei campi, interrompono le chiacchiere segrete tra i vicoli, sollevano i pugni al cielo in segno di rabbia, e si ritirano per prepararsi all’appuntamento con l’unica dea. Il giorno della cerimonia si levano all’alba e, animate da un’intima eccitazione, si dirigono verso il luogo convenuto per la celebrazione. Indossano i vestiti migliori, cappello in testa, borsetta in mano con dentro l’indispensabile fazzoletto, corvine dalla testa ai piedi. Rammentano le “macchie di lutto rinunciate all’amore” descritte da Fabrizio De André in Disamistade di Anime salve. Sbucano dalle torri di pietra, attraversano la campagna punteggiata di ulivi e fichidindia, e al loro passare altre prefiche ingrossano il corteo.

Basta seguirlo, per sapere dove si piange Eleni. Conduce in una chiesa, la casa di famiglia è chiusa da anni. Alle sei del mattino, il feretro e i fiori ci sono già, portati dai parenti e amici che la notte precedente hanno seguito il carro funebre in pullman dalla capitale. Anche le prime moïroloistres hanno già intonato il lamento. Hanno lasciato scivolare lo scialle dal capo sulle spalle, qualcuna si è sciolta i capelli, di solito stretti in trecce annodate dietro la nuca. Hanno iniziato a tessere il filo del lungo poema di commiato. All’ingresso di ogni nuova venuta nel tempio, il volume delle voci si alza, la disperazione si moltiplica grazie allo stabilirsi di un’ulteriore assonanza. Il pianto diviene tanto più intenso quanto più forte è il legame tra chi si affaccia sul portone e la defunta. Di uomini a quest’ora, in giro non se ne vedono. Sono andati tutti a scavare la fossa al cimitero. Nell’arco di due ore l’ambiente si riempie di un popolo femminile che si scambia abbracci e sussurri intanto che si accomoda sulle panche. Ma dalle panche, sospinte da altri arrivi, le moïroloistres passano a disporsi in un cerchio sempre più stretto intorno alle spoglie, chi seduta e chi no.

Quando le presenti bastano a formare un buon coro, dal gruppo emerge a un certo punto una korifea, la capocoro, colei che lo guida e che dipana il componimento. Inizia lei il resoconto circostanziato della vita e della morte di Eleni. Racconta quanto Eleni fosse bella, buona e onesta, brava cuoca, una moglie e madre esemplare. La chiama corona e colonna del focolare. La sgrida per essersi lasciata vincere dal tumore. Per averla abbandonata. Per avere inflitto un torto tanto grave soprattutto ai suoi figli, e al povero Costantino che l’ebbe in sposa bambina, lui che avrebbe potuto essere suo padre. La implora di cambiare idea. Insiste: “Perché non te non torni finché sei in tempo?”. Rincara la dose: “Tirati su da quel giaciglio sepolcrale, lo sai che questo è il giudizio finale. Ti sei scordata che c’è ancora una cambiale da pagare?”. Poi passa a consolare le sorelle, i fratelli, i familiari intimi. Ogni korifea può tirare avanti mezz’ora, o più, le altre a echeggiare le frasi più significative, aggiungere i tasselli mancanti e a ordire, con moti del corpo e con la tragica voce, la metamorfosi che fa di una morte una “buona morte”, contrapposta alla morte “nuda e silente”, vissuta come pubblica vergogna.

E’ la metamorfosi che spinge Eleni oltre la soglia, come esplicitamente rivendica il verso. La korifea non perde mai una rima, non spezza la cantilena, improvvisa in metrica omerica perfetta, otto sillabe ogni frase, aiutandosi all’occorrenza con intercalari codificati. Non c’è caduta di tensione neanche quando si porta il fazzoletto al naso, si asciuga gli occhi, si batte le nocche sul petto. Il suo è un ruolo fondamentale. Le donne, quel ruolo, se lo disputano. Tutte vorrebbero assaporare l’ebbrezza del potere. La capo-coro si sfinisce, ma non vuole cedere lo scettro. Quando raggiunge l’apice drammatico, le sue vicine le stringono il braccio. Le raccomandano di smettere. “Quietati, riposa, non puoi continuare a reggere tutto questo male”, le bisbigliano, dapprima comprensive. Poi si spazientiscono. Hanno già il verso pronto che urge da dentro e affiora sulle labbra. Colei che finalmente riesce a succederle, subentra nel racconto senza interromperlo ma in tono dimesso. Il ritmo rallenta, diventa una ninna nanna, quindi rimonta in un crescendo lento. Lo scambio si ripete, a turno, per ore. Neanche alle parenti più strette è concesso di abusare del tempo a loro di volta in volta assicurato, poiché nella cultura di Mani al tempo è legata la memoria e la “porzione” di fato di ciascuno. Le donne, che si considerano ambasciatrici del trapassato entrato ormai in uno spazio senza tempo, supreme testimoni e depositarie del suo essere vissuto, quando si scambiano il canto si scambiano in realtà tempo, ricordi, onore e parti di destino.

Ogni tanto qualcuna si alza, esce, controlla la situazione all’esterno, dove le più mattiniere hanno provveduto a sistemare alla bene e meglio il necessario per un rinfresco davanti al sagrato. Poi rientra con una bottiglia d’acqua per le amiche rimaste nel frattempo nel tempio. Avanti e indietro, dentro e fuori: anche in questo modo le donne vanno e vengono tra la vita e la morte. Lo stesso avrebbero fatto se Eleni avesse avuto una casa; si sarebbero spostate tra la cucina e la stanza mortuaria. Lì avrebbero certo potuto rendere meglio onore agli ospiti e offrire, al posto di un bicchiere d’aranciata, un caffè, un liquore, dei biscotti. Avrebbero spostato i mobili per rendere più agevole l’andirivieni e rivolto contro il muro gli specchi che riflettono immagini rovesciate e perciò allusive di profondità ctonie. Avrebbero coperto con drappi le foto-ricordo ma la veglia si sarebbe prolungata, come in chiesa, tra il tremolare delle fiammelle dei ceri e lo scoppio di singhiozzi sullo sfondo della nenia inesorabile delle moïroloistres.

Gli uomini sarebbero comunque arrivati più tardi, non prima delle 11, si sarebbero avvicinati alla bara scoperta, avrebbero baciato la fronte del morto, deposto un fiore sulle sue mani incrociate all’altezza del ventre, esibito un distaccato autocontrollo. Poi avrebbero lasciato, senza interferire, le donne al loro lavoro. Si sarebbero ritirati nel cortile a discutere e a fare la colletta per coprire le spese del funerale.

Casa o chiesa, l’ultimo a presentarsi sulla scena è il prete, un “esterno”, esponente massimo dell’autorità maschile, chiamato a svolgere una funzione né più né meno di quella di un funzionario dell’erario che riscuota le tasse. Al suo arrivo il canto s’impenna: è il segnale dell’imminenza della separazione irreparabile. Con il suo sfarzoso abito talare e la boccetta dell’acqua benedetta, lui viene solo per portarselo via, quel corpo tanto prezioso quanto privo di vita. All’ordine di sigillare il feretro, il canto si fa urlo violento. A placare le anime disperate compaiono gli uomini, chiudono la bara e se la caricano in spalla. Se la veglia si è svolta in una casa, la trasportano fino alla chiesa della parrocchia per il rito religioso. Là nessuno fiata. Le donne, che per una mattina intera si erano sgolate, preferiscono starsene il più lontano possibile dall’altare. In prima fila restano solo i congiunti e chi è venuto per un atto doveroso di partecipazione. La messa dura circa mezz’ora, dopodiché si forma la processione verso il campo santo, avanti la bara e dietro gli altri. Gli uomini accelerano il passo: come il prete, hanno fretta di sbrigare il deprimente affare della sepoltura con meno lagne possibili. Fosse per loro, percorrerebbero sempre quel tratto – per quanto breve – in automobile. Tra loro, le prefiche incedono a gruppetti, stringendosi intorno alla vita e riprendendo a cantare sommesse. Il pianto si innalza ancora straziante, un grido, prima di calare il feretro nella tomba, quando la bara viene nuovamente scoperta e gli astanti depongono accanto alla salma alcuni oggetti che erano cari all’estinto e che potrebbero risultargli utili durante il “viaggio”. Viene anche versato un bicchiere d’olio, uno di vino e un pugno di terra amalgamata con l’acqua.

A questo punto si è sicuri di avere fatto tutto quello che garantisce la “buona morte”. Chi resta non deve più rimproverarsi niente. E’di nuovo tempo di tornare a vivere da esseri in carne e ossa e a separare la terra dai sassi. Non prima però di avere “perdonato” subito chi se n’è andato per sempre, consumando un pranzo a base di legumi e pesce. Così, a Mani, si comincia a colmare il vuoto creato dalla sua assenza.

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Portfolio – Martina Biasetti, Terre d’Acqua

Di Barbara Silbe

Sensazioni intime, primordiali, affiorano vibrando da queste immagini i cui protagonisti, oltre ai soggetti, sono gli elementi del Creato: acqua, vento, terra… Da loro sembra trarre energia ogni cosa inquadrata, ogni rappresentazione che l’autrice mette in scena sul suo palcoscenico. Le due protagoniste di questa storia sembrano cercare una connessione profonda con ciò che le circonda, per radicarsi nella realtà fisica, tangibile, e fondersi con l’universo in un equilibrio permanente. Nell’acqua si immergono, dal vento si fanno avvolgere, e calpestano il terreno in cerca di una strada che le conduca. Come nelle celebri quattro Allegorie di Jan Bruegel (due delle quali conservate alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, le altre due al Museo del Louvre), esseri umani e animali convivono in un Paradiso pittorico molto vario.   Accenna alla spiritualtà, all’essenza stessa della vita, la fotografia di Martina Biasetti, passando da metafore che alludono alla consapevolezza che ogni manifestazione della natura sia già parte del nostro essere.  Anche nella scelta di affiancare due scatti e creare questi dittici delicati, l’artista rimanda al dialogo tra noi e il luogo che ci ospita, quasi che, parlandosi così profondamente, si possano curare molte ferite.

 

“Sofia oscilla nelle acque. Le acque sono verdi smeraldo e riflettono la natura viva e traboccante che le sovrasta. Sofia galleggia serena nelle acque che la circondano, la sorreggono, la spingono e la respingono in un candido gioco di dolce abbandono. Poi, nel buio dietro le quinte, c’è Ofelia, circondata da un corpo liquido, pesante e opprimente, che lentamente la avvolge e la inghiotte. La morte di Ofelia non è mostrata in scena. È sola, lontana dalle luci del palcoscenico, dagli applausi e dalla vita mondana. Sott’acqua, dietro un velo, nel silenzio, Ofelia guarda il vuoto; vittima delle oscillazioni ingannevoli di quell’acqua verde smeraldo, o forse vittima di ingenuità e del suo essere donna, vittima della sua stessa morte che dall’ oscurità, la vede presente e sulla bocca di tutti solo nel momento della sua assenza”.

(Martina Biasetti)

 

 

Note biografiche

Martina Biasetti è un’artista nata a Parma nel 1983.

Ha studiato Belle Arti scegliendo la carriera d’artista come professione.

La fotografia di Martina nasce dal bisogno di aprire lo sguardo oltre l’ordinaria realtà che ci circonda, cercando di catturare la sfuggente poesia del quotidiano, in quei momenti vissuti nella sua vita di donna, di madre e d’artista.

Ne nasce una produzione artistica intima e personale, nella quale l’immagine poetica è messa in stretto rapporto con la realtà.

La natura, sempre presente nelle sue fotografie, si affianca all’essere umano, si fonde con esso, fino a inondarlo, in una visione estremamente romantica quanto familiare.

Martina ha cominciato la sua attività espositiva nel 2007, classificandosi come vincitrice e finalista in varie collettive.

Il suo lavoro è apparso in diverse pubblicazioni e collaborazioni.

Attualmente vive e lavora a Parma.

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Mostra – Alberto di Leonardo. Lo sguardo inedito di un grande fotografo

Fino all’8 maggio, il WeGil di Roma, hub culturale della Regione Lazio nel quartiere Trastevere, ospita la mostra dedicata a un autore del secondo Novecento rimasto letteralmente nascosto in soffitta e il cui lavoro viene proposto per la prima volta al pubblico in questa esposizione inedita ed emozionante.  Il progetto è curato da Carlotta di Lenardo, nipote del fotografo, che ne ha svelato il talento dopo la sua morte, avvenuta nel 2018, dando vita al volume “An Attic Full of Trains”, della casa editrice londinese MACK, in cui è raccolta una selezione dello sterminato archivio di immagini ereditato dal nonno. La mostra esposta al WeGil è promossa dalla Regione Lazio ed è realizzata da LAZIOcrea in collaborazione con Creation. Uno scorcio del passato del nostro paese attraverso lo sguardo di un autore rimasto sconosciuto fino alla sua morte. Con questa retrospettiva, il WeGil torna a ospitare la grande fotografia ma lo fa, questa volta, puntando l’obiettivo sul patrimonio artistico nascosto del nostro paese. Previsti anche una serie di incontri con esperti e addetti ai lavori (il cui calendario sarà presto disponibile sul sito del WeGil) e un fotocontest dedicato a tutti gli appassionati di fotografia.

“Alberto di Lenardo. Lo sguardo inedito di un grande fotografo” raccoglie 154 immagini che raccontano uno spaccato di vita personale del fotografo: spiagge, montagne, bar, viaggi in auto catturati nei loro colori più vividi e che portano con sé il segno e la bellezza del tempo. Negli scatti di Alberto di Lenardo si ritrova la poesia dei sentimenti che non possono essere espressi a parole ma che, attraverso la pellicola, vengono fissati in un ricordo, condividendo quelle stesse emozioni che il fotografo provò nel mostrare le proprie memorie alla nipote.

Carlotta di Lenardo racconta come, appena sedicenne, durante un pranzo di famiglia, il nonno volle parlarle della sua grande passione per la fotografia e condividere con lei il suo archivio di oltre 10.000 scatti. “Mio nonno ha sempre amato fotografare e ha continuato a farlo per tutta la vita. Era il suo modo di comunicare i suoi sentimenti e gli permetteva di rivelare emozioni che la sua generazione faticava ad esprimere a parole. Le sue immagini riflettono accuratamente la sua serenità interiore, uno stato d’animo che ha sempre cercato di trasmetterci, e allo stesso tempo manifestano la sua costante ricerca di uno scatto rubato e mai banale. Preferiva infatti che i suoi soggetti fossero quasi sempre ignari della macchina fotografica, così da essere spontanei e reali, un puro riflesso del momento. Queste immagini e il modo in cui lui si emozionava mentre le condivideva con me, disegnandole nella sua incredibile e dettagliata memoria, mi hanno fatto innamorare della fotografia e hanno condizionato la mia intera vita lavorativa in questo campo. La fotografia era qualcosa di nostro, qualcosa che lui ed io condividevamo e custodivamo gelosamente. Al punto di riuscire a incidere sul mio stesso modo di guardare, sul mio gusto estetico. Da quando ho iniziato a lavorare alla selezione delle tante immagini dell’archivio, però, mi è stato chiaro quanto la fotografia di mio nonno, quella personale visione del mondo, rappresentasse molto più che una memoria familiare. La mostra ha l’ambizione di svelare proprio quella particolare lettura della realtà, lo sguardo inedito e la cifra stilistica del fotografo Alberto di Lenardo. Tra i soggetti delle sue fotografie ci sono sia familiari che volti sconosciuti, sia luoghi della quotidianità che momenti di viaggio. Ma ogni scatto è in grado di trasportare lo spettatore in un passato intriso di emozioni, rendendolo partecipe di un mondo fatto al contempo di avventura e intimità”.

Il progetto espositivo porta al pubblico un ritratto intimo e colorato del lavoro fotografico di Alberto di Lenardo, svolto in oltre cinquant’anni di attività. La mostra costituisce un’opportunità davvero unica di consegnare un nome nuovo alla storia della fotografia. In un’epoca che vede il moltiplicarsi di esposizioni dedicate ai grandi maestri o agli interpreti dell’arte visiva a loro ispirati, lo sguardo dell’autore emerge per un suo personalissimo stile che vede l’uso costante di cornici e finestrature che fermano nel tempo momenti di vita vissuta.

La mostra si divide in tre sezioni. Nella prima, il visitatore potrà immergersi in una galleria di immagini tratte dal campionario di viaggi e situazioni familiari vissute da Alberto di Lenardo, facendo leva sui rimandi di sguardi, sulle associazioni di temi e colori, sui tagli delle inquadrature in grado di condensare e raccontare l’universo visivo del fotografo. La seconda sezione, più raccolta, comprende scatti in qualche modo autobiografici, con alcune immagini in bianco e nero, scattate dal fotografo a partire dall’età di 18 anni, un autoritratto e tre ritratti fatti dalla curatrice durante un pranzo di famiglia nel 2013. Immagini che ripercorrono la storia personale dell’autore e che aiutano a comprendere tre aspetti fondamentali della personalità dell’artista di Lenardo: austera, solare e sempre autoironica. La terza sezione è composta da nove pareti tematiche che ripropongono situazioni ricorrenti su cui il fotografo amava puntare l’obiettivo e che si ripresentano quindi costantemente in tutto il suo archivio: parchi di divertimento, ritratti di persone che prendono il sole o guardano l’orizzonte, strade e vedute da macchine e aerei, terminando infine con alcune delle diapositive su cui era solito scrivere la parola “FINE”, per indicare appunto, la fine di un viaggio.

A tutti gli appassionati di fotografia, infine, è dedicato il fotocontest “Alberto di Lenardo – Memoria di Viaggio”: concorso gratuito, promosso da Creation, a cui professionisti e appassionati di tutte le età potranno partecipare con le proprie immagini sul tema della memoria di viaggio, soggetto centrale di tutta l’opera di Alberto di Lenardo. Dal 12 febbraio al 4 aprile, ogni partecipante potrà postare gli scatti sui propri account Facebook o Instagram utilizzando uno dei seguenti hashtag: #contestmostradilenardo, #contestdilenardo, #contestalbertodilenardo. In alternativa, le fotografie potranno essere inviate via mail a info@creationculture.it indicando in oggetto la dicitura “Contest di Lenardo”. Tra il 4 e l’8 aprile, una giuria di qualità (composta dalla curatrice Carlotta di Lenardo, il fotografo Denis Curti, la coordinatrice del WeGil, Lucia Bianco, e l’AD di Creation, Umberto Pastore) selezionerà le tre foto più belle ed evocative per creatività, originalità, qualità della fotografia e aderenza al tema che verranno esposte dal 14 aprile all’8 maggio in una sezione dedicata all’interno della mostra. Tutte le informazioni relative al contest sono disponibili sul sito del WeGil e sul blog di Creation al link www.creationculture.it.

Note biografiche

Alberto di Lenardo è nato il 28 maggio 1930 ad Ontagnano, un paesino in provincia di Udine, dove si trovava la tenuta di campagna della sua famiglia.

Passa l’adolescenza tra Trieste e Udine per poi trasferirsi a Bologna, a causa della guerra. Lì, nell’agosto del 1948, all’età di 18 anni, scatta la sua prima fotografia ereditando dal padre questa grande passione. Nel suo diario annota: “Bologna: veduta dalla mia casa di Viale Risorgimento. Nella casa di fronte, all’ultimo piano, abita una ragazza che mi piacerebbe conoscere…”

Da quel momento non si separerà mai più dalla sua fedele macchina fotografica, una Pentax che avrebbe portato con sé dappertutto, usandola in ogni momento libero, senza cavalletto, alla ricerca dell’attimo perfetto, della giusta angolazione.

All’età di 24 anni ritorna ad Ontagnano con i genitori e inizia a lavorare nell’azienda di famiglia. Nel 1960 conosce Maria Pia Rossaldi, la donna cui rimarrà legato per tutta la vita e dalla quale avrà due figli.

Stabilitosi definitivamente in Friuli-Venezia Giulia, non rinuncia mai all’altra sua grande passione, il viaggio, che lo porterà a visitare molti angoli del mondo: Stati Uniti, Grecia, Croazia, Inghilterra, Francia, Spagna, Egitto, Marocco, Brasile, Repubblica Ceca, Emirati Arabi, Svizzera, Austria, Ungheria.

Apparentemente austero e sempre in giacca anche nelle occasioni informali, come fosse un’uniforme, Alberto non parlava molto dei suoi sentimenti, che riusciva però a esprimere attraverso ironia e autoironia o con gesti, azioni e tramite la fotografia.

Meticoloso anche nel descrivere i singoli momenti catturati con la macchina fotografica, ripercorrendo le emozioni provate durante lo scatto, Alberto fissava i propri ricordi nella memoria.

Negli ultimi anni della vita, persa la mobilità fisica che lo aveva contraddistinto, inizia a rallentare la sua produzione fotografica, senza mai interromperla del tutto. Comincia invece a riguardare e catalogare il suo immenso archivio fotografico, ricordando quanto fatto ma anche ciò che avrebbe potuto fare.

Si ammala gravemente nel 2018 e viene a mancare nel giugno dello stesso anno, all’età di 88 anni.

INFO MOSTRA

“Alberto di Lenardo. Lo sguardo inedito di un grande fotografo”,  WEGIL Trastevere – Largo Ascianghi, 5, Roma

Orari: tutti i giorni dalle 10  alle 19

Biglietto intero € 6; ridotto € 3 (18-26 anni e over 65); gratuito under 18 e disabili con accompagnatore. Gratuito per possessori di LAZIO YOUth CARD fino a esaurimento fondi.

Info www.wegil.it; info@wegil.it tel. 334 6841506 (tutti i giorni ore 10 -19) Facebook /WEGILTrastevere Instagram/WEGIL Twitter/wegiltrastevere

Ente promotore Regione Lazio

Organizzazione LAZIOcrea S.p.a. in collaborazione con Creation

A cura di Carlotta di Lenardo

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Sony World Photography Award 2022, otto autori italiani in finale

Di Barbara Silbe

Ci sono otto italiani, di cui due donne, nella rosa dei finalisti e dei nominati del Sony World Photography Award 2022 annunciati oggi. Complimenti a Giacomo d’Orlando, Andrea Bettancini, Lorenzo Poli, Luca Locatelli, Alessandro Gandolfi, Federico Borella, Paola Lai, Debora Lombardi, sparsi nelle varie categorie in gara.

Giunti alla 15° edizione, gli Awards premiano serie di opere degne di nota per la competenza tecnica e l’approccio originale ai soggetti contemporanei. Il vincitore di Photographer of the Year 2022 (Fotografo dell’anno 2022) viene selezionato tra i professionisti finalisti e sarà annunciato dalla World Photography Organization il 12 aprile. Una selezione di immagini scattate dai finalisti e dai fotografi selezionati sarà esposta durante i Sony World Photography Awards presso la Somerset House dal 13 aprile al 2 maggio 2022. Oltre 340.000 immagini provenienti da 211 territori sono state inviate ai Sony World Photography Awards 2022 e più di 156.000 sono state presentate al concorso Professional, il numero più alto di concorrenti nella storia degli Awards.

Divisi per categoria, ecco l’elenco dei tre finalisti e dei loro progetti in gara al Sony World Photography Awards 2022:

ARCHITETTURA E DESIGN
In NurSultan Javier Arcenillas (Spagna) presenta una serie di fotografie sulla straordinaria ed eccentrica architettura della capitale del Kazakistan. In Blueprint Yun Chi Chen (Taiwan) crea immagini
multistrato che imitano il processo di un progetto architettonico tradizionale o cianotipia per mezzo di tecniche di postproduzione. Dorf di Domagoj Burilović (Croazia) utilizza il fotomontaggio per esprimere
l’ironia di come la natura ha preso possesso delle case della Slavonia, una regione che si è arricchita nel XIX secolo tramite lo sfruttamento della foresta e dei terreni locali.

CREATIVITÀ

New Waves di Raphaël Neal (Regno Unito) giustappone scene di cambiamento climatico a ritratti di teenager; i dittici evidenziano le conseguenze devastanti per coloro che saranno maggiormente
interessati dai cambiamenti nel clima. Sometimes the Sky Above us is Open di Sarah Grethe (Germania) segue il viaggio della fotografa verso la città natale della madre nella Germania meridionale, in cui
esplora il loro rapporto attraverso ritratti e natura morta. Mellow Apocalypse di Alnis Stakle (Lettonia) riprende gli elementi visivi di collezioni opensource, come musei, istituti scientifici e banche di immagini
per creare collage dai dettagli intricati in cui elementi disparati si scontrano e urtano l’uno con l’altro.

PROGETTI DOCUMENTARI

The Long Days of Hanau di Fabian Ritter (Germania) documenta la comunità di Hanau, in Germania, in seguito agli attacchi razzisti avvenuti nella città il 19 febbraio 2020. The Children of the Financial Collapse
in Venezuela del noto fotoreporter Jan Grarup (Danimarca) raffigura scene di disperazione e povertà estrema dei venezuelani in Colombia. Insurrection del noto fotografo di cronaca Win McNamee (Stati
Uniti) cattura le scene drammatiche di quando una folla di sostenitori di Trump si è diretta verso il Campidoglio degli Stati Uniti ed è entrata con la forza nell’edificio il 6 gennaio 2021.

AMBIENTE

Living in the Transition di Shunta Kimura (Giappone) esplora gli effetti del cambiamento climatico in Bangladesh, in cui gli abitanti locali combattono sempre più alacremente le conseguenze come
l’erosione dei fiumi, le valanghe e l’aumento dei livelli della salinità. In Nemo’s Garden, Giacomo d’Orlando (Italia) documenta la prima serra subacquea al mondo, una soluzione possibile per l’esigenza disperata di trovare metodi alternativi e sostenibili per la coltivazione alimentare. Portraits in Ashes del rinomato fotografo Gideon Mendel (Sud Africa) raffigura famiglie e singole persone all’interno di strutture vuote di edifici sventrati, illustrando in modo commovente la distruzione causata dagli incendi in Grecia, Canada e negli USA.

PAESAGGIO

Creato durante un inverno di insolite pesanti nevicate a causa del cambiamento climatico, Solar Graphic di Andrius Repšys (Lituania) riprende dall’alto fonti di energia sostenibile come dighe, turbine
eoliche e batterie solari, riducendole ad astrazioni grafiche. Life on Earth di Lorenzo Poli (Italia) scava nella magia eterea della natura e nella misteriosa bellezza del mondo selvaggio, raffigurati attraverso
una serie diversificata di paesaggi. Quando il fotografo ritrattista Gareth Iwan Jones (Regno Unito) non ha potuto proseguire con il suo lavoro a causa del lockdown, ha rivolto l’obiettivo della sua macchina
alle figure degli alberi contro il cielo al tramonto, creando una serie di immagini simili a ritratti intitolata Tree.

PORTFOLIO

The Beauty of Humanity di Anna Neubauer (Austria) esplora il desiderio della fotografa di allontanarsi dagli stereotipi tradizionali e celebrare la diversità attraverso una serie di ritratti meditativi. In Portfolio
Hugh Fox (Regno Unito) cattura momenti tranquilli di vita quotidiana con familiari e amici durante la pandemia. Il fotografo commerciale ed editoriale Julian Anderson (Regno Unito) presenta una selezione di immagini ritratti, paesaggi e natura morta scattate per varie riviste.

RITRATTO
Caryatis 2021 di George Tatakis (Grecia) è uno studio dei costumi tradizionali delle donne greche relativo a vari periodi dell’intensa storia della Grecia, in cui in ogni fotografia è il frutto di una ricerca e
preparazione meticolose. Migrantes del noto fotoreporter Adam Ferguson (Australia) è una serie di autoritratti di migranti in Messico mentre attendono di passare il confine con gli Stati Uniti. Servendosi
di una telecamera montata su un treppiede e un cavo di scatto, Ferguson ha invitato i soggetti a scegliere il momento dello scatto, dando quindi loro il comando sulle immagini che li ritraggono. Bushmeat Hunters dello stimato documentarista Brent Stirton (Sud Africa) è costituito da una serie di ritratti di cacciatori di selvaggina ritratti con le loro prede e inquadrati in maniera da evocare dipinti tradizionali di cacciatori.

SPORT

Rappresentante il dramma e l’entusiasmo dei Giochi Olimpici, Tokyo Twenty Twenty One del noto fotografo sportivo Adam Pretty (Australia) mostra la forza e l’abilità degli atleti. Kuarup di Ricardo Teles
(Brasile) documenta un rito degli indigeni brasiliani Xingu per onorare i morti, che comprende un’arte marziale denominata Hukahuka; le persone commemorate quest’anno erano per lo più vittime del
Covid19. Loyal Fans di Roman Vondrouš (Repubblica Ceca) illustra lo zelo e la devozione dei fan della squadra di calcio Bohemians Prague 1905, i quali non si sono fatti dissuadere dalle restrizioni per la
pandemia e si sono muniti di scale a pioli per guardare le partite da sopra la recinzione.

NATURA MORTA

Nella serie From Nigeria to Nässjö, Cletus Nelson Nwadike (Svezia) fotografa oggetti nella neve che gli ricordano in particolare casa sua, un modo per piangere la madre morta che non è riuscita a ottenere
un visto per andare a conoscere la sua famiglia. Per Constellation Haruna Ogata (Giappone) e JeanEtienne Portail (Francia) hanno creato sculture astratte colorate che hanno poi fotografato come una serie di composizioni grafiche eleganti. Concordia di Alessandro Gandolfi (Italia) è incentrato su una serie di oggetti personali rinvenuti presso il relitto della Costa Concordia, una nave da crociere affondata nel 2012 in cui hanno perso la vita 32 persone.

FAUNA E NATURA

The Fox’s Tale di Milan Radisics (Ungheria) segue le osservazioni del fotografo nell’arco di otto mesi, durante i quali egli trascorse quasi ogni notte a fotografare una giovane volpe che si recava nel retro del suo giardino. Absolute Beginner di Oana Baković (Romania) consiste in una serie di immagini che esplorano la grande varietà e la bellezza della flora locale dell’area in cui vive il fotografo. Exotic Appetite Inside the Italian Exotic Animal Trade del fotoreporter e vincitore del Photographer of the Year 2019 Award, Federico Borella (Italia) prende in esame il commercio meno noto degli animali esotici vivi in Italia, in cui sono esposti e venduti in cambio di profitti elevati.
.
Il lavoro dei fotografi finalisti e selezionati per il concorso per professionisti è stato giudicato da: Rahaab Allana, curatore ed editore, Alkazi Foundation for the Arts, Nuova Delhi; Ângela Ferreira, artista,  curatrice fotografica indipendente e ricercatrice PostDoc presso la Escola de Belas Artes Universidade Federal do Rio de Janeiro Brazil; Deborah Klochko, direttrice esecutiva e curatrice capo del Museum of Photographic Arts, San Diego, Stati Uniti; Richmond Orlando Mensah, Fondatore e direttore creativo, Manju Journal, Ghana; e Mike Trow, curatore indipendente ed editor fotografico, presidente della giuria.
Commentando per conto della giuria, il Presidente Mike Trow ha detto che: “I finalisti e le persone selezionate ai Sony World Photography Awards 2022 sono più diversificati, stimolanti e, credo, potenti
che mai. Lo standard di lavoro nel concorso per professionisti mi ha sorpreso per la sua profondità e varietà. Vi sono stati momenti in cui tutti abbiamo pensato che la crisi Covid in corso avrebbe comportato un arresto del mondo; tuttavia, prendendo in esame questi progetti è divenuto chiaro che non era affatto così. Avere la possibilità di vedere tutti questi lavori da tutto il mondo dà una lezione di
umiltà e al tempo stesso tanta energia. L’importanza della fotografia nell’interpretare il nostro mondo, nel mettere in primo piano temi umanitari, ambientali ed emotivi vitali, coprendo al contempo categorie diversificate come Sport, Creatività e Paesaggistica rende questo concorso assolutamente entusiasmante. Guardare le foto e spingersi a leggerle in maniera aperta e onesta è un privilegio e mi auguro che, con una giuria attenta, accademica e globale, abbiamo realizzato la nostra missione di continuare a mettere in risalto la vitalità e il potere della fotografia”. I vincitori generali del concorso per le categorie Studenti, Giovani, Open e Professional dei Sony World Photography Awards 2022 saranno annunciati il 12 aprile 2022 e le loro opere saranno esposte nell’ambito di una mostra presso Somerset House, a Londra, dal 13 aprile al 2 maggio 2022.
Per ulterioriinformazioni sui vincitori e le persone selezionate, visitare www.worldphoto.org
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(main picture by Adam Pretty, Australian photographer)
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Il Festival di Cortona espatria per Past Forward – Time, Life and Longing

Cortona On The Move AlUla è un evento dedicato alla fotografia che riunisce in questa località suggestiva dell’Arabia Saudita artisti locali, regionali e internazionali, e si inserisce nell’ambito di AlUla Arts Festival.

È lo scorrere del tempo in ogni sua forma, il tema centrale di Cortona On The Move AlUla, la prima edizione della manifestazione dedicata alla fotografia (9 febbraio- 31 marzo 2022) dove ad AlUla, oasi delle arti e della creatività dell’Arabia Saudita, saranno esposte opere di 19 artisti, con lo scopo di creare un’esperienza unica, site-responsive, nel villaggio AlJadidah di AlUla.

Past Forward – Time, Life and Longing”, titolo della prima edizione di Cortona On The Move AlUla, espone le opere dei principali fotografi locali, regionali e internazionali, nei cortili e lungo i muri, creando un emozionante viaggio di narrazione visiva nelle diverse sfaccettature che il tempo può assumere.

Past Forward – Time, Life and Longing è co-curata da Arianna Rinaldo, curatrice e direttore artistico di Cortona On The Move dal 2012 al 2021, e dall’artista visiva e curatrice saudita Kholood AlBakr, che nei tre filoni tematici “Time, Life and Longing”, hanno individuato una lettura del trascorrere del tempo in diversi ambiti: la famiglia, l’amicizia, la memoria, il cambiamento e il futuro.

TIME – È il termine scientifico che stabilisce il ritmo della vita e della natura e nel medesimo momento è la parola emozionale che guida lo scorrere dei giorni nella nostra vita quotidiana. Phillip Toledano manipola il tempo nel suo progetto “Maybe” sfidando il flusso naturale della vita e immaginando i suoi possibili sé futuri; mentre Simon Norfolk dimostra con “Shroud” come il tempo non possa essere fermato, attraverso la contemplazione drammaticamente poetica dell’assottigliamento dei ghiacciai del mondo e lo sforzo di rallentarlo. Il tempo si ferma, invece, nelle notti buie e silenziose dei musei vuoti, dove opere d’arte e statue sono congelate nella loro antica presenza in “Locked in Beauty” di Paolo Woods e Gabriele Galimberti. Al contrario, la mutevolezza incontrollabile e irreversibile del tempo è al centro dei ritratti di Adel AlQuraishi. La serie “Ghost Camera” di Osama Esid, invece, riflette perfettamente i segni delle intemperie che il tempo spesso lascia dietro di sé. Mentre vaghiamo tra gli antichi resti di un’epoca passata nelle immagini e nell’installazione video di Moath AlOfi, diventa evidente quanto poco sappiamo del grande schema del tempo. Un tempo conservato perfettamente e travolgente nella serie del defunto Latif AlAni, considerato da molti il padre della fotografia.

LIFE – Il semplice gesto di salutare, salutando dall’auto quando lasciamo i nostri cari, porta con sé il senso profondo del vivere e dell’amare. Deanna Dikeman ha creato la sua sequenza “Waving and Leaving” quasi per caso, inconsapevole, durante il processo, della forte emozione condivisa che le sue immagini avrebbero trasmesso. Simili, ma sorprendenti, sono le emozioni che Aleksi Poutanen riesce a provocare con il suo “Fellow Creatures” dove la vita umana e la vita animale diventano una nuova possibilità di una relazione senza tempo. Quasi senza tempo come la vita e il lavoro delle famiglie circensi, una tradizione che attraversa le generazioni e che è stata magistralmente ritratta da Stephanie Gengotti nel suo “Circus Love”. “Men of the Pearl” di Ali AlShehabi è un’esplorazione della narrazione attraverso elaborate scenografie ed estetica, in relazione alla vita araba. Mentre M’hammed Kilito documenta in “Hooked to Paradise”, l’impatto ambientale che il cambiamento climatico ha sulle vite e sugli ecosistemi su cui molte popolazioni indigene fanno affidamento, trasmettendo la bellezza dell’oasi nel deserto così come il suo triste viaggio verso la lenta estinzione. Infine, Amina Kadous coinvolge lo spettatore in un viaggio in cui intreccia storie della sua vita con le quali si è destinati a trovare una connessione.

LONGING – Tempo e vita equivalgono a nostalgia. Questo è ciò su cui riflette Tanya Habjouqa con il suo lavoro sulle donne siriane rifugiate in Giordania: “Tomorrow There Will Be Apricots”. Un simile senso di sofferenza e struggimento pervade i ritratti di paesaggi notturni di Alejandro Chaskielberg che rivela le conseguenze umane di un devastante tsunami in “Otsuchi Future Memories”. Un progetto che porta oltre il tempo come con gli scatti di Catherine Panebianco nei quali passato e presente diventano un tutt’uno creando un legame con i desideri passati nel suo “No Memory is Ever Alone”. La nostalgia è parte integrante dell’esperienza umana, che nell’approccio surrealista e onirico di Omar Imam, nella sua serie “Live, Love, Refugee”, è un ritratto dolorosamente bello delle sofferenze umane e del profondo desiderio di un mondo migliore. “Guardians of the Oasis”, un’immagine visivamente accattivante dell’artista Mohammad AlFaraj, mostra una composizione stridente che rende omaggio a un tempo perduto e contemporaneamente spiega le ali speranzosa di un futuro più luminoso.

Dal 27 febbraio al 20 marzo, saranno inoltre ospitate sei residenze artistiche per artisti il cui programma artistico, diretto da Paolo Woods, direttore artistico di Cortona On The Move dal 2022, prevede mentorship e masterclass che contribuiscono a favorire lo scambio culturale, sviluppando non solo le competenze degli artisti ma anche arricchendo l’esperienza dei visitatori e della comunità locale.

Il Direttore delle Arti e della Pianificazione Creativa di RCU, Nora AlDabal, afferma: “La fotografia e AlUla vanno di pari passo. I fotografi vengono da tutto il mondo per catturare i nostri paesaggi, i siti del patrimonio storico e la cultura. C’è già una vivace comunità di fotografi ad AlUla e senza dubbio saranno molto entusiasti di essere coinvolti in questo programma. La nostra attenzione alle arti in AlUla è stata amplificata di recente con molte grandi iniziative e collaborazioni annunciate. Vediamo quest’ultima collaborazione con Cortona On The Move come un passo importante per continuare lo sviluppo di AlUla come centro di collaborazione creativa. La fotografia è una forma essenziale delle arti. La natura soggettiva di questa forma d’arte è esattamente ciò che la rende così interessante, poiché scorre e cambia con la prospettiva di ogni artista. La nostra scelta di collaborare con Cortona On The Move è stata motivata dalla loro esperienza e dai loro valori condivisi nel fornire esperienze culturali eccezionali, e nel permettere alle comunità creative e alle persone locali di essere veramente ispirate a portare la loro forma d’arte e il loro interesse a livelli sempre più elevati”.

Veronica Nicolardi, Direttore del festival Cortona On The Move commenta: “Collaborare con RCU a questo progetto internazionale, in una città storica e ricca di cultura come AlUla, è molto stimolante per noi, soprattutto perché è la prima volta che l’Arabia Saudita collabora con un festival europeo di fotografia”. Arianna Rinaldo e Kholood AlBakr, co-curatrici di Cortona On The Move AlUla dichiarano: “Past Forward” promette di essere un amalgama creativa di arte, cultura, storia e vita sotto forma di immagini. Gli artisti esposti, provenienti da quattro continenti, esplorano diverse prospettive della fotografia e combinano una moltitudine di temi fondendo il passato con il futuro per produrre un’esperienza davvero unica che attinge al patrimonio culturale di AlUla mentre guarda al suo futuro”.

Cortona On The Move nasce nel 2011 da un’idea dell’Associazione Culturale ONTHEMOVE, il cui scopo è quello di diffondere e promuovere la fotografia contemporanea alla ricerca di nuove visioni e di forme originali di comunicazione visiva. Giunto alla sua dodicesima edizione, il festival offre un’interazione proficua tra gli esperti del settore e favorisce una costante ricerca di opere che documentino la continua evoluzione del linguaggio visivo – tutto questo nell’eccezionale cornice della città etrusca di Cortona, in Toscana (Italia).

 

A proposito di AlUla:

Situata a 1.100 km da Riyadh, nel nord-ovest dell’Arabia Saudita, AlUla è un patrimonio naturale e culturale di straordinario fascino. La vasta area, che copre 22.561 km², comprende una lussureggiante valle di oasi, imponenti montagne di arenaria e antichi siti che risalgono a migliaia di anni fa, quando regnavano i Lihyan e i Nabatei.

Il sito più noto e riconosciuto di AlUla è Hegra, il primo sito del patrimonio mondiale dell’UNESCO dell’Arabia Saudita. Città antica di 52 ettari, Hegra era la principale città meridionale del regno nabateo. Vi si trovano 111 tombe ben conservate, molte delle quali con facciate ricavate dagli affioramenti di arenaria che circondano l’insediamento urbano murato. Dalle ricerche attuali, sta emergendo l’ipotesi che Hegra possa essere l’avamposto più meridionale dell’impero romano all’epoca della conquista del regno dei Nabatei avvenuta nel 106 a. C.

Oltre a Hegra, nell’area di AlUla è sita l’antica Dadan, la capitale dei Regni Dadan e Lihayan, una delle città più sviluppate della Penisola Araba nel primo millennio a.C. Tra i luoghi di interesse e fascino, Jabal Ikmah, la biblioteca a cielo aperto che ospita centinaia di iscrizioni e scritti in molte lingue diverse; la città vecchia di AlUla, è anche un importante sito del Patriminio  con un labirinto di più di 900 case di mattoni di fango risalenti almeno al 12° secolo; la ferrovia di Hijaz e il forte di Hegra sono altri luoghi di interesse per il loro legame con  la storia di Lawrence d’Arabia.

Per ulteriori informazioni, si prega di visitare: www.experiencealula.com