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Daniele Tamagni – Le Subculture del Pianeta

Daniele Tamagni, fotografo impegnato a documentare le “controculture” nel Sud del mondo che finisce per regalarci immagini in bilico tra moda e arte.

Con questa sua specializzazione ha vinto importanti premi come il World Press Photo, il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity Award.

Lo abbiamo video intervistato

Riprese video a cura di Gianluca Gulluni

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Elger Esser – L’alchimia del paesaggio

L’ALCHIMIA DEL PAESAGGIO

di Alessandra Klimciuk

Pubblicato su EyesOpen! n. #10 – Habitat

Entrare nel mondo di Elger Esser è un viaggio nella dimensione del tempo e dello spazio senza fine. Un viaggio dove l’arte fotografica diventa arte pittorica. Maestro indiscusso della rarefazione in paesaggi dove arte e natura sono intimamente legati, la sua ricerca ha incluso l’emozione nell’idea documentaristica di Bernd e Hilla Becher, rimanendo comunque vicino al senso concettuale della fotografia e al valore della memoria trasmesso dai suoi celebri insegnanti alla scuola di Düsseldorf, che hanno sempre sostenuto il suo lavoro. La sua perfezione ottica, il suo concetto di luogo, il rigore formale dello spazio e dei suoi componenti, l’utilizzo del grande formato, lo avvicinano e lo vedono a suo modo figlio dei lavori dei Becher. L’autenticità della ricerca attraversa tutta la sua produzione. Un alchimista contemporaneo che sperimenta e invita a ripensare la fotografia come strumento di originalità e a ridefinire il suo territorio.

Artista raffinato e colto, il suo mondo visionario è frutto di un lavoro meticoloso e di una ricerca approfondita. Le sue immagini oniriche e sublimi rimandano a tutta la cultura europea di cui Elger Esser è profondo conoscitore. La connessione letteraria è estremamente importante per lui, che ha sempre cercato temi legati alla letteratura classica del ‘900. Quello che lui sa, ha studiato e ricerca dà a ogni luogo un’importanza che va ben oltre l’immagine che già di per sé ci affascina.

Sensibile e preciso nella sua osservazione, Elger Esser utilizza tonalità pallide, quasi sbiadite o seppia, ma anche il colore, per rappresentare diversi stati d’animo, tecniche che ricordano lo spirito romantico del tardo XVIII secolo e la letteratura di viaggio del XIX secolo. Ma le sue opere, che possono apparire classiche, diventano contemporanee nella loro composizione, che si muove tra la sfocatura e la nitidezza data dalla lunga esposizione.

Frutto di ricognizione e preparazione meticolosa, il luogo e l’inquadratura di ogni sua opera diventano essi stessi parte di quel momento preciso che è il tempo perfetto, ma anche di uno spazio ben definito e rigoroso. Spazio e tempo sono le due coordinate che costruiscono le sue fotografie. Il momento presente e lo spazio definito, dilatano i propri confini fino a perdersi nell’infinito, in una sfera rarefatta tra le dimensioni del tempo e dello spazio, in cui lo spettatore perde i propri confini e i propri riferimenti, ma ritrova l’esperienza interiore e intima del senso profondo della realtà e della sua bellezza senza fine.

La poetica di Esser si manifesta proprio di fronte alla magnificenza della natura, alla sua bellezza, alla vastità degli spazi, di fronte a cui l’uomo riconosce il proprio limite e la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo. Il sentimento del sublime apre all’uomo l’esperienza dell’infinito. Il mare, lo stesso elemento che ci compone e senza il quale non ci sarebbe vita, attraversa quasi tutta la sua produzione. E i suoi paesaggi diventano lo specchio della nostra anima, ritratti sublimi dell’animo dell’uomo. Anche l’ultima serie di lavori Morgenland, realizzata durante una serie di viaggi in medio oriente tra Libano, Egitto e Israele dal 2004 al 2015, utilizza il paesaggio come riflessione sulla situazione politica e i conflitti che lacerano quelle regioni da decenni. La descrizione che fa Esser trasmette una bellezza tranquilla e serena, che auspica un senso di riconciliazione tra le differenze culturali e le questioni storiche irrisolte.

 

 

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Robert Mapplethorpe – Avanguardia americana

L’occasione per parlare di Robert Mapplethorpe ci è data da una mostra ospitata alla galleria Franco Noero di Torino e organizzata in collaborazione con la fondazione che tutela l’opera del grande fotografo americano. Dell’autore sono raccolti 98 pezzi che si prestano a una sequenza di associazioni, somiglianze e contrasti declinati in tutti i generi da lui indagati durante la carriera. Ci sono ritratti, nature morte, nudi, sensualità, per una visione d’insieme che parte dalla produzione giovanile degli anni Settanta. Mapplethorpe fu uno dei massimi esponenti dell’Avanguardia americana ed è ancora considerato il simbolo anticonformista di una contemporaneità senza tempo, che ha saputo impersonare un senso estremo di libertà che si esprime costantemente nell’intreccio tra la sua pratica artistica, gli aspetti intimi della sua vita, i suoi compagni di strada, le celebrità e il pubblico.

Lui, controverso e irriverente, trasformò la pornografia in arte pura. Nei suoi primi esperimenti realizzò collage ritagliando immagini prese dai giornali pornografici gay. Sua compagna in gioventù fu Patti Smith: legati da una storia d’amore quando ventenni arrivarono insieme a New York, poi da una tenera amicizia e dal sodalizio artistico quando il fotografo scoprì di essere omosessuale. Mapplethorpe diede scandalo rendendo pubblico il suo amore per il curatore d’arte Sam Wagstaff e i rapporti con altri uomini. Visse quel decennio famelico e folle dell’emancipazione gay in cui la creazione artistica e il sesso erano strettamente legati, trasportando se stesso fino a quegli anni Ottanta venati di sottile edonismo che lo videro famoso. Ritrasse personaggi come William Burroughs, Allen Ginsberg, Jimi Hendrix, Andy Warhol, Janis Joplin, Louise Bourgeois…

Frequentava locali in cui erano lecite perversioni e scene scabrose, realizzava nudi statuari di corpi fasciati in lattex, si faceva autoritratti in cui impersona Lucifero. Recitava la parte dell’artista senza regole, per il gusto di attaccare i dogmi bigotti della società borghese, giocando con l’anticonvenzionale, con il suo stesso bisogno di superare i confini. Nonostante i tentativi di censura, divenne uno degli artisti più applauditi del XX secolo. Il suo lavoro fu quasi tutto prodotto in studio, connotato da una profonda passione per la scultura e l’architettura classica e dalla sua capacità di creare un senso di misterioso stupore giocando con luci e ombre reali e metaforiche.

Il Mapplethorpe ambizioso e sfrontato era però anche un uomo fragile, vulnerabile e puro, di una purezza che emerge nei suoi scatti perfetti e caratterizzati da un formalismo estetico senza pari. Morì di Aids nel 1989. L’amica di sempre, Patti Smith, continuò a scrivergli lettere e a conservarne la memoria anche quando era già scomparso. Le sue fotografie sono esposte nei musei di mezzo mondo.

Pubblicato su EyesOpen! n. #8 – Ovest

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Christian Weber – Terrestrial

Christian Weber Banc Sabadell

Parlano della vita e della morte, queste immagini enigmatiche. Per capire bisogna guardarle molte volte e andarci dentro per poi uscire e studiarle ancora da lontano. Da principio lo sguardo si posa su parti di animali: zampe, schiene, corna, pance, pelle che sembra una texture.

Le scene sono tagliate, ravvicinate, come se il racconto non volesse dirci la verità e non contasse approfondire di quale bestia si stia parlando. Si tratta di un corpus di fotografie che destruttura alcuni diorami di un museo di storia naturale dedicati alla fauna selvatica americana. L’autore non ci dice il dove o il perché. Ferma pose, l’obiettivo è a pochi centimetri e tu che guardi non capisci. Ogni scatto può avere una valenza singola, ma fa parte di una collezione e acquista valore proprio perché collocato nel suo insieme.

Il progetto porta la firma di Christian Weber, un artista universalmente noto per voler sfidare le interpretazioni più convenzionali della realtà e della bellezza. La sua narrazione si sofferma sull’evoluzione e sulle trasformazioni che affronta la vita per adattarsi e sopravvivere. Preferisce farlo attraverso i dettagli, incorniciando cose apparentemente insignificanti, sottolineando l’anonimato di ogni animale eppure mostrandocene il fascino. Questi soggetti sono morti e impagliati, inseriti immobili in un teatro statico esposto a milioni di visitatori. Eppure svelano il mistero della creazione, della formula semplice della natura che esiste in una eterna contraddizione: produce massa e per sopravvivere poi la elimina. Queste immagini parlano di vita e morte e del suo ciclo infinito e selvaggio. E stare a osservare è irresistibile.

Pubblicato su EyesOpen! n.9

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One Planet, One Future. La nostra intervista a Anne De Carbuccia

(uscita sul numero  Habitat #10/2017)

di Barbara Silbe

La sua organizzazione non profit si chiama Time Shrine Foundation: nasce nel 2015 con l’obiettivo di creare consapevolezza e proteggere gli ambienti e le culture vulnerabili. Lei, quando la incontri, ti domandi se sia vera o se provenga da un altro mondo, migliore di questo. Anne De Carbuccia si definisce environmental artist, la avvolge un’aura di semplicità e la muove un grande senso etico: indossa abiti realizzati con materiali recuperati, manda inviti su carta riciclata, gira con l’auto elettrica… Ha studiato antropologia e storia dell’arte alla Columbia University, i suoi principi l’hanno dirottata verso l’ecologia. Nelle installazioni che fotografa inserisce il teschio e la clessidra come classici simboli della vanità umana e del tempo che fugge. Questi oggetti, insieme a elementi organici trovati in loco, le danno la possibilità di creare santuari per richiamare attenzione sui problemi del luogo e onorarne la bellezza. L’autrice franco-americana, nel quartiere milanese di Lambrate ha aperto la sede italiana della sua fondazione. In aprile lì ha allestito la mostra “One – One Planet One Future” che ora sta girando il mondo.

“Dopo Milano è andata a New York – ci dice – ora è al Museo d’Arte Moderna di Mosca fino al 10 settembre. Negli Stati Uniti sono stata criticata per questa scelta di aprire alla Russia, ma mi interessa di più costruire ponti: non avremo mai futuro se non ci sarà unità politica tra le nazioni e una conseguente collaborazione. Senza accordi non c’è un altro modo”.

L’arte è un mezzo di denuncia?

“Io devo passare il messaggio, la sostenibilità è fondamentale e l’arte è un vettore potente. Il mio progetto è rivolto ai collezionisti, ma anche a programmi didattici di divulgazione etica. Vede, si fa presto a dire che la bellezza salverà il mondo, ma è la sostenibilità a dare anche ritorno, anche economico. Lo stesso riciclo è una opportunità. Cerco strumenti e linguaggio per creare consapevolezza in chi osserva”

Quanto è difficile?

“C’è tanto da fare per essere efficaci. Desidero attirare l’attenzione su alcuni urgenti problemi ambientali e sociali perché siano riflessi nella vita quotidiana, nel nostro modo di vivere, ispirando empatia nelle persone per motivarle a passare all’azione. Insieme possiamo fare la differenza per il nostro futuro. Il mio lavoro non vuole giudicare o accusare, ma mostrare cosa abbiamo, cosa potremmo perdere e cosa possiamo scegliere di preservare”.

La sua Fondazione supporta interventi ambientali in Africa, America, nel Sud Est Asiatico, in Himalaya e in Italia. I proventi delle vendite delle sue opere di grande formato servono o a finanziare le azioni di sensibilizzazione?

“Le mie mostre sono a ingresso gratuito, ma le opere sono messe in vendita ai grandi collezionisti. Ora cerco altri mezzi per portare i miei temi alla gente. Il mio sogno è coinvolgere qualche architetto per creare un museo nomade che giri il mondo. Poi vorrei collaborazioni sul territorio, con i quartieri vicini alla fondazione, per preparare mentalmente i giovani. Nel mondo ci sono 65 milioni di persone senza una casa. Se non cambia qualcosa, entro il 2050 saranno 700 milioni. La siccità e la fame producono rifugiati del clima che cambia e noi costruiamo muri invece di trovare soluzioni. Non esiste alcuna barriera per 700 milioni di individui che cercano una salvezza”.

Perché usa il teschio nelle sue installazioni “I miei studi di arte classica mi hanno fatto scoprire le nature morte antiche. Ero interessata al tema delle vanitas che utilizzano la clessidra e il teschio, due simboli importanti dell’arte occidentale. Chiamo queste composizioni time shrines, “sacrari del tempo”. Dall’inizio della storia gli esseri umani hanno creato sacrari in momenti e luoghi diversi per rappresentare ciò che temevano o che ammiravano. Sono convinta che gli uomini siano sognatori, non invasori. E l’arte sarà complice della nostra resilienza e di una nuova evoluzione”.

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Joana Choumali – L’Ultima Generazione

Testo e Fotografie di Joana Choumali

Pubblicato su EyesOpen! n. 7 – SUD

Gli “Hââbré” sono l’ultima generazione con le cicatrici sul volto. Ho prodotto questa serie per non dimenticare.

La scarificazione consiste nell’eseguire un’incisione superficiale della pelle umana. Ha origini antiche. Comunemente praticata in Africa, ha sostituito il tatuaggio che si distingue poco sulla pelle scura. È una decorazione del corpo, rito di passaggio all’età adulta o segno d’appartenenza a un gruppo o status sociale, usanza ancestrale che oggi tende a scomparire a causa della pressione da parte delle autorità religiose e dello stato, o delle abitudini comuni o per l’introduzione di capi di abbigliamento nelle tribù.

Questa serie di ritratti solleva la questione del legame tra passato e presente e dell’immagine di sé sulla base di un contesto acquisito. E illustrano la complessità delle identità africana contemporanea divisa tra il suo passato e il futuro.

Mettendomi a fare ricerche sul tema, ho scoperto che esistevano pochissime immagini recenti sull’argomento. Ho avuto qualche difficoltà a trovare le persone da fotografare, un po’ per la loro rarità e un po’ perché si rifiutavano di posare. Integrati nel mondo del lavoro di una metropoli come Abidjan, questi uomini e donne testimoniano la loro identità culturale ed etnica indossandola sul loro volto. A volte fiere, a volte pesanti da tollerare, queste sacrificazioni sono la prova della loro appartenenza a un’etnia, a una cultura.

 

Il libro “Hââbré, L’ultima generazione”, è vincitore del Fourthwall Books Photobook Award 2016. È edito da Fourthwall Books.

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Uliano Lucas – Intervista

Just the mention of his name is enough to take us on a trip through time. Our own time. The second half of the last century was characterised by enormous changes in Italy’s social fabric, which only his discerning and skilled lens has managed to capture so expertly for the future. Uliano Lucas is a deeply insightful photographer, an intellectual whose images are now used in school history lessons. He has collaborated with magazines such as L’Europeo, Il Mondo, L’Espresso, Vie Nuove and with the daily newspapers La Stampa, Il Manifesto and Il Giorno. He is an outstanding personality in the field of photography, a field which is increasingly characterised by approximations, but he prefers to describe himself quite simply as a photojournalist.

“Throughout my life I have always been involved in photography in one way or another,” Lucas tells us. “I used to work for Oggi, a magazine with a circulation of one million copies and a readership twice that number. The middle class was the protagonist, in an Italy that Rusconi had invented. Everything was different back then. Those who produced the stories were highly motivated individuals, free from constraints, and human life was more important than profit. Today, the concept of the freelancer, as I was, barely exists any more. The conditions are no longer there. We need to take note and act, be resilient and adapt to the new ways: print media will cease to exist. The old democracy has shrunk and a new one is emerging. Photographs have become commodities. For photographers, wars have become goods to sell. Globalisation is a fascinating and – at the same time – complicated phenomenon. Intellectual work is being proletarianised. Today, value equates to money: how much does the photograph cost? How much does one photograph cost? Everything has become commercialised, including art.”

What does the job of a photojournalist involve?

The job of a photojournalist requires commitment and dedication, and a desire to tell a story. I have given a face to people who would otherwise have been left out of a country’s history. I have described social, political and civil changes in an Italy that did not accept this inspired society that demanded rights and was in a minority. Now everything has changed. We need to work out where we are heading and get ready. The myth of the intrepid reporter going around the world with a camera around their neck still exists. Generally speaking, I do not think there is a need for myths. What is more, photography nowadays does not delve deeply enough into issues. Photographers no longer think in terms of long projects and do not research things beforehand. They are also obliged to adapt their work to newspapers at the service of those in power and to advertising requirements, working to satisfy a sales approach that is rather different to the photographers’ way of thinking. This is why the various sides no longer understand each other. In order to produce things of worth we must create a new type of journalism with a high social impact, whether in the form of online newspapers or blogs. A journalism that has no customers and that still values the human and artistic aspects.

Were the problems of social inequality in those days better or worse than now?

Today the problems of social inequality are worse than before. Migrants in the post-war period were Italian citizens, but Ugandans who arrive in our country nowadays have no rights. There are some similarities, however. In the ‘60s, the migrants from Matera, for example, organised themselves into clans. They would meet up and talk in their own dialect, including those who were transferred to the northern cities and did not understand the industrial dimension of their transfer to Milan or Turin. Today the same problem faces the Syrians and the Africans.

How have you portrayed the factories?

I’ve not tried to mythicize the factories either. I wanted to document places where ten thousand people were employed, producing wealth. This was a new reality. I started in the early ‘70s photographing the Zanussi factory in Pordenone – a model factory. My approach was very clear: I wanted to capture the workers’ schedules as they worked on the assembly line, their rest breaks, the women workers from the south of Italy, production, the interior of the factory, the gazes of the people inside. The factory was a closed environment which was not easy for a photographer to gain access to. If you think about it, in our cinema industry, there are no films about workers. At the time, I was also working with L’Espresso. It was thanks to the newspaper that I managed to gain access to the plant by negotiating with the trade union. In 1982, I visited Italsider (now Ilva). I was allowed to photograph anything I wanted and in one week I had enough material to tell its story. This work formed the basis for a huge exhibition in Taranto. Those photographs are still the only photographs of the plant as no-one has been back to take any photographs there since.

Have you always worked on long projects, maestro?

Yes, always. Through choice. Even when the wars of liberation and the conflicts in Africa were going on, I went there to understand why these were happening. I also collaborated with African newspapers, I gave them my photographs. Eritrea, Palestine, Algeria. I am a third-worlder. For my book about Guinea Bissau I spent months in the liberated areas. I reported on a democracy and on the way a state that was governed by a foreign power could gain its independence. Stereotypes about African countries still exist. To westerners, Africa is an underdeveloped continent, yet there was a highly structured military organisation there. The political leaders were figures of considerable standing. I produced a book that spoke about things that we were indifferent to. Europe has never been interested in Africa; we have always been more interested in Latin America, even now. The book was sent to the Human Rights Commission and it enabled the UN to ratify the liberation of three quarters of the territory of Guinea Bissau from Portuguese rule.

Didn’t you also witness the Carnation Revolution in 1974?

I spent a long time in Portugal, often undercover. There were some years when I was constantly travelling. The Captains’ Movement met me. I arrived there on 27 April (the revolution had started on the 25th [Ed.]). These were opposition troops, officers and lower-rank soldiers who seized power in order to restore dignity to the people after 80 years. They occupied Lisbon and other cities and rediscovered democracy. People were exasperated due to the depletion of the public coffers also as a result of colonial rule in Asia and Africa. Later on, the African states that were under foreign rule were also liberated.

Perhaps we can finish by talking about how it all started: tell us about your beginnings in the Brera district. What was it like in that period?

I first went into Bar Jamaica when I was only 16 years old. I practically lived there, I even had my office in there. The intelligence that the province would send to Milan passed through there. For the intellectuals and the artists it was a safe haven around Brera Academy where age was not a problem. What is more, prices were cheap. We would find ourselves discussing Surrealism, Jonesco, the Avanguard Movement or the Cobra Group. We would learn things, exchange opinions. It was the district of artisans and workers, an extraordinary place where you could meet new people and create and breathe in culture. Photography would open up debates and discussion without mythicizing, debates which would end up coming full circle. In the ‘50s and ‘60s in Italy, there were around twenty photographers who were the best in the world.

Did you already know then that you wanted to be a photojournalist?

By the age of 18 I had already decided that I wanted to be in control of my own life and not have to answer to anyone. I still feel that way. You see, inside every system, one has to make choices. Recently, a friend who I was having a meal with showed me his children’s school books. They contained many of my photographs. That’s what proves the impact of my work. It allows me to fully understand what I have achieved.