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Libri – Vaia, viaggio consapevole dentro un disastro

di Barbara Silbe

Ci sono stata, a vedere quello sfacelo. Venti fortissimi di scirocco, tra il 26 e il 30 ottobre del 2018, hanno sferzato le Dolomiti trasformando antiche foreste di conifere in un cumulo di macerie. Il colpo d’occhio era impressionante: milioni di alberi schiantati al suolo da un uragano, evento estremo che normalmente si verifica nelle zone tropicali del mondo. Solo a guardarle mancava il fiato, veniva da piangere. E’ colpa nostra, pensai subito. Per aver riscaldato il posto che ci ospita, sfruttato le sue risorse, comportandoci come il peggior predatore del pianeta Terra. Mi venne in mente che quelle piante accatastate erano esseri viventi e che quello era un immenso cimitero. Oggi,  sfogliando il libro di Manuel Cicchetti edito da The Music Company, scopro che lui quei pini spezzati, sradiacati, li ha chiamati per nome, uno ad uno, come si fa col gatto di casa, con ogni vecchio amico. Nomi, e peculiarità, caratteri, occupazioni, come se li avesse incontrati e ci avesse parlato davvero, lungo il suo girovagare nella desolazione. Le sue immagini in bianco e nero, le parole tra le pagine, cariche di implicazioni emotive ed estetiche, sembrano voler restituire memoria a quegli abeti, come a dirci di ascoltarli, rispettarli, riconnetterci con loro.

“Mi chiamo Fioretto, perché gli ultimi metri della mia cima sono esili e ondeggiano al vento come se fossi un tiratore di  scherma che combatte contro il vento. Quando si placa il soffio riposo, pronto per la prossima sfida. Quei fendenti leggeri ora non sono più, la mia lama è stata spezzata e nessuno potrà più forgiarla di nuovo. Non era lo stesso vento che giocava con me quel giorno, ma un turbine iroso, ho pensato, mentre cedevo di schianto”. 

Personificandoli, ce li rende amici, parenti e, come in una Spoon River dei boschi, li fa ritornare a noi. Le fotografie ritraggono gli alberi ormai caduti, ma quale grido avrebbero potuto lanciare, un attimo prima della fine? Se già la testimonianza fotografica dà voce a quelle piante, il lavoro va oltre, ed è affidato al giornalista Angelo Miotto il compito di immaginare l’ultimo pensiero di RadiceTorta, Fioretto, FustoDritto, Corteccia, TanaFelice e molti altri cui vuole conferire l’onore di un nome proprio, portando al lettore il loro ultimo messaggio.

L’intervento scritto dell’autore, a corredo delle immagini racchiuse in questo volume, si intitola “Dar voce a quella natura”: una raccolta di pensieri che raccontano le ragioni di questa indagine tra poesia e denuncia e suggeriscono molto riguardo al suo amore per l’ambiente. Cicchetti ricorda le parole pronunciate da Ansel Adams di fronte al Comitato Democratico il 24 agosto del 1968: “Il terribile problema che abbiamo ora di fronte a noi è come salvare questo pianeta perché sia un mondo in cui poter vivere. La tutela dell’ambiente è implicitamente più importante della guerra e della pace, della politica, del razzismo, dei problemi e delle gelosie nazionali e internazionali. Se i principi di base dell’ecologia, naturale e umana, non vengono ascoltati, l’uomo è sicuramente condannato”.  A decenni di distanza, ancora attuali e dannatamente inascoltate.

Vaia. Viaggio consapevole dentro un disastro

Formato: 30 x 24 cm Lingue: Ita, En, Es
Stampa: Offset Copertina: cartonata
Carte: multiple Fedrigoni Tatami e Materica
Rilegatura: Svizzera
Sestini: Si
Progetto grafico: Massimo Fiameni
Prefazione: Denis Curti
Stampa: Faenza Group
Prezzo di copertina: 40 euro
Patrocini: Comune di Belluno, Fondazione Teatri delle Dolomiti, Festival Oltre le Vette

Note biografiche

– Manuel Cicchetti – fotografo (1969)

Inizia a fotografare sin da ragazzo. Nei primi anni ’90 opera in ambito musicale realizzando copertine per la BMG, EMI e CNI. Lavora come fotografo di scena per importanti teatri, compagnie teatrali, orchestre e festival.

Nel 1999 Filippo Del Corno gli propone di realizzare per I Cantieri d’Arte Internazionali di Montepulciano la scenografia e la regia dell’opera Sulla Corda più Alta (“On the high wire”) di Philippe Petit. Sempre con Del Corno nel 2001 segue la regia dell’opera per il teatro “Orfeo a fumetti” (testo: Dino Buzzati da “Poema a fumetti”), in scena per il festival Suoni e Visioni. Fonda assieme a Lorenzo Ferrero e Angelo Miotto il gruppo di lavoro Hdemia per sviluppare la cultura giovanile in Italia.

Da questa esperienza nasce l’idea di Officium, società che si occupa di eventi come La Festa della Musica di Milano, il WOMAD festival itinerante ideato da Peter Gabriel, l’inaugurazione dei Mondiali di Sci del Sestriere ed altri. Lavora come creativo con J.Walter Thompson, Inferenzia, Fullsix, Reply, Weber Shandwinck, Hill+Knolton, Young & Rubicam.

Dal 2014 si dedica esclusivamente alla fotografia. Nel 2018 ha pubblicato con Touring Club il libro “Monocrome | Walking Through the Ampezzo Dolomites”.

– Angelo Miotto – giornalista (1969)

Giornalista per radio e stampa, cronista, ha realizzato documentari audio e video e webdocumentari, e scritto drammaturgie per teatro e opera. Per quindici anni a Radio Popolare Network, ha collaborato con Radio24 e Radio Svizzera Italiana, è stato caporedattore di Peacereporter.net / E-Il Mensile e ha fondato come direttore il magazine digitale Q Code Mag e la sua rivista cartacea Q CODE. È stato docente per quindici anni al Master di giornalismo dell’Università Cattolica di Milano.

Ha fondato l’ensemble di musica contemporanea Sentieri selvaggi, con Filippo Del Corno e Carlo Boccadoro. Nel campo della Comunicazione ha lavorato nel settore corporate e nella politica. È responsabile della comunicazione del Festival dei Diritti Umani di Milano, della cooperativa energetica ènostra, per Avanzi – Sostenibilità per azioni e AlCube, incubatore e acceleratore di startup. Nel corso della sua attività ha ricevuto vari riconoscimenti, fra cuiil primo premio Enzo Baldoni per il documentario video Cronache Basche, l’Anello debole e il premio Bizzarri.

Con Altreconomia ha pubblicato “Il ritorno delle cose” e “Milano siamo Noi”, con Milieu Editore “Metromoebius”, con NdA il saggio “Storie basche”, con Verdenero “L’Italia chiamò”.

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Portfolio – Maria Sécio, River Gurara

Si rimane catturati davanti alle foto realizzate da questa talentosa artista portoghese, immediatamente trasportati in un mondo parallelo e fiabesco, ma se ci si ferma ad osservare con maggiore attenzione, alcune evanescenti figure iniziano a manifestarsi e a dare vita allo scenario circostante e alle emozioni di chi osserva. L’apparente mancanza di riferimenti costringe a cercare indizi per capire meglio cosa accade, per placare una certa inquietudine che inevitabilmente ti coglie e che afferri solo dopo aver letto la storia che si cela dietro la sua poetica. Un racconto sorprendente, magico, ma allo stesso tempo disturbante. Come spesso accade con le cose che ci fanno paura, non si riesce a smettere di entrarci dentro, per coglierne i particolari e la profondità delle immagini.

(Antonio Verrascina)

 

La verità all’interno della cornice viene dal disorganizzare i momenti in una nuova narrazione astratta. I soggetti/modelli sono spogliati da se stessi. Permettendomi di alterare la loro natura nella mia. Questi nuovi personaggi spesso vestono le mie emozioni mentre inconsciamente inclino il mio lavoro ad esplorare le mie paure e i ricordi perduti.

La mia pratica analogica è spesso ciclica. Fotografo solo con la pellicola analogica perché mi fornisce gli stadi infiniti necessari per modificare un’immagine. La mia macchina fotografica è sempre impostata sulla modalità Bulb e questo fattore, “tecnicamente sbagliato”, mi permette di avere una più ampia scelta di movimento all’interno dell’inquadratura. Dopo aver sviluppato i negativi, procedo a distruggerli manualmente con sostanze acide. L’immagine è poi completa solo dopo una continua rielaborazione attraverso un editing manuale e digitale.

(Maria Sécio)

RIVER GURARA

Un giorno ho letto che i traumi possono essere trasmessi geneticamente.

All’epoca non ero a conoscenza dei traumi di mio padre. Fu solo alcuni anni dopo che mi raccontò la storia di quando vide il River Gurara affondare in una missione di salvataggio dei marines. Gli ordini dati erano di osservare, ma non di avvicinarsi. La nave si ruppe in due pezzi e rapidamente fu inghiottita dal mare lungo la costa di Sesimbra.

Per otto giorni mio padre raccolse i corpi che affioravano, già morti. Quando me lo disse io stavo già fotografando l’acqua senza sapere cosa mi spingeva a farlo. Quando me lo disse soffrivo già di talassofobia senza sapere perché. Mio padre ha risposto alla mia paura.

Usare l’acqua come tema non è mai stato qualcosa che ho scelto deliberatamente. È successo naturalmente. L’acqua è facilmente influenzata da ciò che la circonda e questa componente metamorfica mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo.

River Gurara è diventato, quindi, il titolo di questo progetto come un omaggio alla paura di un padre e di una figlia. L’apparente equilibrio disorganizzato delle fotografie parla di un trauma messo a tacere da un’atmosfera spaventosa e misteriosa. I soggetti sono lasciati soli, vagano prima di una tempesta. Emergono dall’acqua come fantasmi che non hanno mai perdonato, vestendo le mie emozioni. Lì, aspettano il coraggio di nuotare di nuovo.

Il River Gurara abbandona la forma di una nave e diventa il purgatorio che questi personaggi conoscono come unica realtà

 

NOTE BIOGRAFICHE

Maria Sécio, nata nel 1994, è un’artista visiva portoghese attualmente residente a Berlino.

Attraverso la costruzione di immaginari inquietanti in cui i personaggi delle sue storie troverebbero spazio per esistere, Sécio ha sviluppato un modo molto particolare di raccontare storie che in seguito darà luogo all’immaginario che troveremo nelle sue opere. Le linee temporali lineari lasciano il posto a uno spazio in cui i ricordi intimi sono rappresentati in modo disordinato, creando momenti di apparente intimità con i personaggi sconosciuti che rappresenta nelle sue storie.

Dopo aver finito il liceo nella scuola d’arte António Arroio, in Portogallo, Sécio si è trasferita nel Regno Unito dove ha continuato i suoi studi in produzione cinematografica presso l’Arts University of Bournemouth seguita da un BA in fotografia presso la stessa istituzione. Tuttavia, Sécio inizierà a trovare la sua espressione artistica solo dopo aver lasciato l’università e aver viaggiato nel 2018 in Giappone e in Grecia dove ha avuto l’opportunità di partecipare alle residenze artistiche presso lo Studio Kura

(Itoshima) e Tryfon Arts Residency (Lesbo). Durante questo periodo, ha avuto le sue opere pubblicate in varie riviste d’arte a Milano, Berlino e Lisbona.

Nel 2020 ha avuto le sue prime mostre personali – “The Calm before” – alla Mina Gallery, ad Amsterdam e River Gurara all’Auditorio Augusto Cabrita in Portogallo. Questo progetto è stato anche quello che portato Maria a vincere il suo primo premio – “Novos Talentos FNAC 2020” nella categoria fotografia (Portogallo).

Nel corso dell’anno i suoi lavori sono stati esposti anche alla BARK Gallery di Berlino con la mostra collettiva “Corona-K”, la doppia-esposizione “Wabi Sabi 9+10 21” dove ha presentato le sue opere insieme a quelle di Allistair Walter e la Weserhalle Winter Auction Exhibition.

Attualmente, Sécio sta lavorando al suo libro fotografico River Gurara e sta ricominciando a lavorare con il video.

 

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Libri – da 28 anni a lezioni di fotografia con Toscana Photographic Workshop

Un compendio che ha visto una lunghissima gestazione, tanti rimandi, e finalmente la celebrazione di un anniversario insolito, il 28esimo, possibile grazie alla sosta che la pandemia ha imposto ai tanti impegni e agli anni impiegati a lavorare per la fotografia con serietà e passione. “Tra queste pagine troverete tante cose – come spiega lo stesso Carlo Roberti, fondatore e direttore di Toscana Photographic Workshop – un’introduzione di Grazia Neri, amica di lunga data del TPW, e una di Arno Rafael Minkkinen, che è il fotografo che ha registrato più presenze al TPW! E dopo una breve presentazione per fare gli onori di casa, una serie di pagine doppie, (il journey) ognuna dedicate ai fotografi che in questi anni hanno insegnato al TPW. Una foto (realizzata in Toscana) e una descrizione della loro esperienza.

A seguire, un diario, (la parte journal) dove cerco di raccontare in maniera condensata quello che è successo in questi anni: com’è nato il TPW, le nostre differenti sedi, lo spirito che si è creato, i fotografi e gli studenti che sono transitati, gli assistenti. Il mondo della fotografia vista da un piccolo gruppo isolato sulle colline toscane.

Nell’idea originale, il libro doveva finire qui, poi mi sono reso conto di quanti altri progetti sono nati dall’idea originale, e quindi ho aggiunto un’altra sezione: TPW World. Una carrellata dei nostri workshop in giro per l’Italia e nel mondo. Roma, Venezia, Genova, Napoli e soprattutto Sicilia, e poi India, Romania, Parigi, Mississippi, Portogallo… Le parti dedicate alle fotografie dei master sono su carta patinata opaca da 170 gr, quelle di diario su carta usomano da 100gr. Perché vogliamo che sia un diario, qualcosa da sfogliare di tanto in tanto. Anche il format del libro è una scelta precisa, qualcosa di comodo, che si tiene bene in mano, nello zainetto,  nella borsa. Decisamente non un coffee-table book (anche se non sfigurerebbe!), più qualcosa da sfogliare e sognare. Per chi ha fatto parte del mondo TPW, un tuffo nel passato, per chi ne ha solo sentito parlare, una sbirciatina in un Totally Perfect World! (come ci chiamano ogni tanto)“.

I testi sono in inglese, è previsto un link per visualizzare i testi in italiano.

TPW è un’avventura iniziata nel 1994 – prosegue Carlo Roberti – All’epoca si trattava di pochi workshop che si svolgevano nell’arco dell’estate, in Toscana – da cui il nome originale, Toscana Photographic Workshop. L’idea era semplice: offrire agli appassionati di fotografia la possibilità di migliorare la qualità delle loro immagini, tramite un workshop con fotografi professionisti, scelti tra i migliori al mondo. Il tutto, in un ambiente sereno e rilassato, dove insegnanti e studenti possono concentrarsi restando totalmente immersi nella fotografia. Non è mai stata una scuola nel senso tradizionale: le aule erano saloni in vecchi castelli, o ampie stanze in case coloniche; campi di girasoli, piazze di piccoli borghi, greti di un fiume e piccoli bar in campagna! Gli insegnanti sono tutti professionisti, provenienti da tutto il mondo, che per una settimana si dedicano completamente agli studenti, condividendo le loro competenze e visione estetica. I ritmi della settimana sono rilassati: dividiamo i pasti, guardiamo insieme le proiezioni serali, scambiamo idee. La settimana del workshop passa in fretta, ma lo spirito rimane attivo per molto dopo: scambi di idee, nascita di progetti comuni, appuntamenti durante l’anno per una comunità fotografica molto attiva. Ogni anno fotografi di tutto il mondo si incontrano in un piccolo borgo della Toscana, o Sicilia, o altri luoghi affascinanti. Si impara, si producono progetti, si creano nuove amicizie”.

Info su http://www.tpw.it/tpw-anniversary-book/

 

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Adriano Nicoletti – Approdo

Di Barbara Silbe

Come molti suoi conterranei, anche Adriano Nicoletti tanto tempo fa dovette lasciare la sua regione, la Puglia, in cerca di lavoro. Per poi tornare. Con questo incipit inizia la nostra intervista, pubblicata sul suo recente libro “Approdo”, al quale ho avuto il piacere e l’onore di collaborare. Queste pagine racchiudono la sua stessa esistenza e raccontano il suo modo di vivere il paesaggio, come una sorta di ossessione verso i suoi luoghi di appartenenza, un’affezione molto forte, dove lui sempre cerca un’autenticità del territorio che non sia necessariamente condivisa con tutti, ma che parta da se stesso, dalla nostalgia, da dettagli consumati che sono i ricordi e la testimonianza della nostalgia. “Nel mio percorso personale di crescita come autore – mi disse Adriano in quella lunga conversazione – ho sperimentato anche altri generi, ma raccontare il paesaggio è ciò che più mi seduce. Lo indago per capire le persone ed è un modo per orientarmi nel mondo. E’ un bene collettivo, molto collegato all’umanità, spiega come la società sia capace di darsi delle regole, come si auto-rappresenti, che rapporto abbia con la vita stessa. Non ho mai una visione puramente estetica. Io vedo due direttrici fondamentali, nel paesaggio. Una più generale, l’altra più intima. E’ per noi costruzione identitaria, forse ne è la più importante componente sia per il singolo individuo che per una società. Conserviamo riferimenti comuni a luoghi o sensazioni, abbiamo odori di elezione che ci ricordano chi siamo.”

Osservando questa produzione, sfogliando il bel libro autoprodotto e curato dalla straordinaria Benedetta Donato, con un contributo di Massimo Siragusa oltre al mio, si sviluppa un’idea di esplorazione della geografia dalla quale non può mai prescindere un ritorno e, di conseguenza, un’appartenenza e un nuovo principio. Scatti verticali, che mimano la prua della barca che entra in porto e che sono la sintesi di un progetto durato oltre 15 anni, dove il territorio del Salento diventa il pretesto per indagare gli scenari e i contesti rilevati, in un percorso che si articola tra memoria e presente, storia e mito, archeologia e architettura. Come afferma Siragusa, tra le pagine del libro: «La storia del paesaggio è storia dell’uomo». Nicoletti, sembra prendere spunto da questa dichiarazione e si sofferma sulle trasformazioni, sulle impronte che l’essere umano lascia nel proprio ambiente, modificandolo.

L’azione compiuta dall’autore, consente di accostarsi al lavoro editoriale, attraverso più livelli di lettura. Sono infatti sei le sezioni, che intervallano le oltre 75 immagini e articolano la foliazione: Arrivo, Radici, Impermanenza, Natura Umana, Tracce, Paesaggio Resiliente.

Ogni titolo rimanda a concettualità diverse che, come comune denominatore hanno i luoghi indagati, attraverso un approccio sia diretto alla comprensione dei mutamenti intervenuti sul campo oggetto di indagine sia pertinente ad un punto di vista più personale, rivolto a quell’emotività che crea legame con un territorio. Partendo dalla propria esperienza personale, l’autore compie un viaggio che, come scrive Barbara Silbe: «ci parla di una costante ricerca della sua più intima identità». Lo si comprende dalle fotografie pubblicate e da un testo, a firma di Nicoletti stesso, che fa da prefazione all’intero lavoro e che rappresenta un’omaggio alla propria terra e, al contempo, un indizio per il lettore. La capacità di analisi non manca e da una dimensione di memoria – a tratti onirica – si viene accompagnati a quello che è lo stato attuale, di un paesaggio svelato e rilevato nei frammenti e dettagli, nelle atmosfere che in esso si respirano. Non c’è rischio di cadere nel luogo comune o di riportare un’immagine stereotipata di un luogo e delle sue tradizioni. Bensì, come si legge nel saggio introduttivo della curatrice: «viene offerta una chiave di accesso ad universi, che si concretizzano in rappresentazioni di quei caratteri considerati unici e degni di attenzione. Una prospettiva nuova da cui ripartire, un’inedita sfida dello sguardo e del pensiero, verso cui continuare a tendere».

Il volume è un’autopubblicazione in edizione limitata di 300 copie. Ad accompagnarlo, il poster formato cm 30×48 con un collage di tutte le immagini presenti nel libro. Disponibile presso le migliori librerie e anche on line. Per maggiori informazioni, visitare il sito dell’autore nella sezione dedicata a questo link:

https://www.adrianonicoletti.it/fotografia/?page_id=2

BIOGRAFIA

Nato nel 1971 a Parabita, in provincia di Lecce dove attulamente vive, si accosta al mondo della fotografia a vent’anni. Durante gli anni della formazione, si trasferisce, per frequentare la facoltà di Sociologia della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e prosegue l’approfondimento della disciplina fotografica, partecipando a corsi e workshop, che lo condurranno a specializzarsi nella fotografia di architettura e del paesaggio. Nel 2018, con Federico Patrocinio, è ideatore del progetto FONT – I caratteri del paesaggio: la mostra e la pubblicazione, con contributi collettivi sulle molteplici forme del paesaggio. Nel 2019 è ideatore e direttore artistico del WeLand Photofest, festival di fotografia del paesaggio, organizzato dall’Associazione Photosintesi nel borgo di Specchia, in provincia di Lecce.

Le sue fotografie sono state esposte in diverse mostre personali e collettive, pubblicate su riviste specializzate nazionali ed internazionali. Tra  suoi ultimi progetti, si ricordano inoltre le pubblicazioni: Finibus Terrae (Camera Infinita, 2018), Borgo Pace e Con i tuoi occhi (Officine della Fotografia, 2016 – 2017). È inoltre membro di Collectiv EV, gruppo di autori operanti nel campo dell’indagine e dell’esplorazione fotografica.

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Mjriam Bon – I Muri del Silenzio

L’etico progetto fotografico di Mjriam Bon in collaborazione con Giusy Versace, parte dall’Articolo. 1 della Dichiarazione ONU sull’eliminazione della violenza contro le donne:
– È “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà.

Il lavoro, nato lo scorso anno sotto forma di mostra fotografica allestita alla Camera dei Deputati, ospitata a Palazzo San Macuto a Roma, è diventato quest’anno un libro fotografico in edizione limitata, uscito per avviare una raccolta fondi il cui ricavato andrà a sostegno proprio delle donne vittima di violenza. Tra gli scopi primari dell’autrice,  c’è quello di abbattere quel muro di omertà e silenzio di chi non vede o fa finta di non rendersi conto, di chi non parla per timore o vergogna, omertà che opprime chi subisce violenza, chi ne è testimone o chi ha taciuto nascondendosi dietro la paura, non provando a cambiare le cose.

Le cento pagine raccolgono scatti recenti o inediti, per un totale di 75 volti di chi ha deciso di sostenere questa campagna: personaggi della televisione, del cinema, della radio, esponenti politici e le stesse vittime sono i protagonisti di questi trittici dove, come le “sanzaru”, le tre scimmiette sagge della tradizione giapponese, si sono coperti con le mani occhi, orecchie e bocca in forma di protesta verso chi non prende posizione per cambiare le cose e abbattere i “Muri del silenzio”

Queste le parole della stessa ritrattista: 

I muri di chi non vede o di chi fa finta di non vedere.
I silenzi di chi non sente o fa finta di non sentire, di chi non parla perché ha paura, perché si vergogna.
È questo il focus del mio progetto.
Un progetto che nasce dalla volontà di rappresentare attraverso volti diversi, una delle problematiche più difficili del nostro tempo : l’omertà.
Ma non intesa nel senso comune a cui siamo abituati ad associare questa parola, bensì nel senso più profondo ed intimo. Quell’omertà “uditiva e visiva” che porta chi subisce violenza, o chi né è testimone, a tacere non riuscendo ad abbattere quei muri che oltre a non far parlare, non fanno sentire, né vedere.
Resto sempre basita, ad ogni notizia che racconta qualsiasi tipo di violenza, ma quella sui minori mi sconvolge sempre nel profondo.
Non riesco a comprendere, non trovo ragione.
Credo nella fotografia per ricordare, e nella sua incredibile forza per denunciare e sensibilizzare.
Credo che l’omertà vada presa di petto, perché ci sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa, soprattutto quando si tratta di innocenti.
Far finta di non vedere o di non sentire è solo un modo per nasconderci. Uscire allo scoperto è l’unica via per aiutare ed aiutarci

Mjriam Bon

Per richiedere una copia del volume e sostenere il progetto, basta scrivere una mail a info@imuridelsilenzio.it 

 

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Libri – Manuel Cicchetti, un omaggio alla fragilità delle Dolomiti

Un anno fa il ciclone Vaia abbatteva milioni di alberi nel Triveneto. Una ferita profondissima alle maestose Dolomiti, oggi ancora sanguinante mentre l’uomo, così piccolo di fronte al disastro, cerca con immane sforzo di riparare.

Dopo la fortunatissima e suggestiva mostra ospitata a Belluno nel cubo di Botta a Palazzo Crepadona, prosegue il viaggio di Manuel Cicchetti nelle città d’Italia, con l’intento di portare, nel linguaggio essenziale e puro delle immagini fotografiche, un deciso monito alla mano dell’uomo. Perché protegga e, dove può, ripari. E faccia un regalo ai suoi occhi.

Nel suo libro “Monocrome. Camminando tra le Dolomiti d’Ampezzo” l’anima delle montagne trova espressione nel bianco e nel nero, attraverso la suggestione di luci ed ombre di un territorio che vive di solenne e antica bellezza. Le fotografie in grande formato di Vaia sono affiancate a ricordarci il pericolo.

Una più ampia presa di coscienza sul valore del territorio parte anche dal messaggio artistico. Le fotografie di Cicchetti sono una lettera d’amore per il pianeta, ricca di speranza.

Il fotografo sarà a Torino giovedì 6 febbraio presso il Punto Touring di via S. Francesco d’Assisi, 3 dalle ore 17.30 per incontrare chiunque desideri avere uno scambio di opinioni diretto, conoscere le tecniche fotografiche utilizzate, parlare di montagna e di tutela del territorio, prendere visione del libro (le cui copie in vendita saranno con l’occasione autografate) e di una selezione delle fotografie originali di Vaia.

Parte del ricavato della vendita è devoluta per il ripristino e la cura delle foreste abbattute dalla tempesta di vento e pioggia dell’ottobre 2018.

 

“Monocrome. Camminando tra le Dolomiti d’Ampezzo” di Manuel Cicchetti, edizioni Touring Club Italiano, introduzione di Denis Curti, testi in italiano e inglese. 180 pagine, formato 30×30, cartonato. Patrocini di Fondazione Dolomiti UNESCO, Comune di Cortina d’Ampezzo, Regole d’Ampezzo e Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo.

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Libri – Nobuyoshi Araki, Polarnography

Polarnography è una raccolta di cento Polaroid inedite realizzate da Nobuyoshi Araki nel 2016, nelle quali ritratti femminili e squarci di cielo si dividono equamente lo spazio, secondo un abbinamento mai casuale. I controversi nudi di donne giapponesi legate secondo la tecnica
kinbaku l’hanno reso famoso in tutto il mondo, così come è noto l’amore viscerale che Araki nutre verso la città di Tokyo, celebrato in molte sue serie di immagini e pubblicazioni, da Tokyo Lucky Hole a Tokyo Diary, Tokyo Novelle o Suicide in Tokyo. Donna e cielo dunque non
solo convivono nel tradizionale quadrato Polaroid, quanto si completano l’una nell’altro, nelle forme come nei colori: cento combinazioni per altrettante opere uniche, inedite e irripetibili. Le cento Polaroid dell’autore sono riprodotte in facsimile e contenute in una scatola che è a sua volta il facsimile di quella che conteneva le foto Polaroid vergini. La composizione retorica tra Polaroid e Pornografia è ovviamente all’origine del titolo Polarnography. Le opere, in perfetto facsimile, sono un prezioso oggetto da collezione.

Il libro, un pezzo da collezione, è pubblicato da Skira editore: 8,7 x 10,8 cm in scatola 9 x 11.5 x 6.5 cm contenuta in confezione 29 x 35.5 x 6.8 cm in tela e acetato. Prezzo: € 89,00

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Books – The magic story of a legendary train

We announce the release of a new, beautiful book from ACC Art Books: “Orient Express, the Story of a Legend”. With a forward from the actor Kenneth Branagh, a text from Guillaume Picon and photographs by Benjamin Chelly, it explores the legacy of the train known as ‘the king of trains, the train of kings.’  Orient Express was the first train to connect Europe and the gateway to the East, and it reached an immediate succes as it was the incarnation of all the desires and fantasies associated with it. Put on the rail in 1883 by the Compagnie Internationale des Wagons-Lits connecting Paris Gare de l’Est with Costantinopoli, now Istanbul, the service was interrupted during the two World wars between 1914 and 1921 and between 1939 and 1945, to cease definitively in 1977 due to competition from air transport.

Symbol of a slow and luxurious way of traveling, the Orient Express has often appeared in books and films, often as a place of mystery and intrigue, becoming a timeless myth also thanks to literature and cinema. Many years after its final journey, “Orient Express, the Story of a Legend” explores previously unpublished archives and opens the doors to the restoration workshops giving the witnesses to this mythical story brought back to life. The book features over 200 new and archival images documenting its extraordinary journey.

TITLE:   Orient Express, The Story of a Legend

EDITOR:   Sue Bennett

PUBLICATION DATE:   September 2018

TRIM SIZE:   240 x 290mm

PRICE:   £40.00 / $55.00

ISBN:   978-1-85149-915-1

IMPRINT:   ACC Art Books

PAGE COUNT:   260

WORD COUNT:   21,965

PICTURE COUNT:   216 cmyk / 119 bw

BINDING:   Hardback

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Libri – Massimo Tramontana, Come Una Bella Anima

Il debutto artistico di Massimo Tramontana, imprenditore con la passione per la fotografia,avviene per mezzo di un libro dal titolo Come una bella anima che fino a pochi mesi fa era solo un progetto sognato da molto tempo, ma mai concretizzato. La decisione di realizzarlo è scaturita da un nobile scopo, una spinta di quelle che riempiono il cuore e contribuiscono a dare più senso alla vita: supportare l’Associazione CAF, Onlus che accoglie e cura bambini e ragazzi vittime di abusi e gravi maltrattamenti donando i proventi delle vendite della pubblicazione e delle iniziative a esso correlate.

Come una bella anima è è l’acronimo di Cuba, ma è anche e soprattutto il riferimento alla bellezza dell’anima dei bambini. Bambini a cui l’autore dedica il suo lavoro e il suo coinvolgimento. Le pagine raccolgono una sequenza di immagini ambientate nell’isola caraibica che colgono istanti della quotidianità, espressioni e sentimenti di persone vere. Un viaggio reale e interiore che accompagna l’osservatore dentro una Cuba lontana dagli stereotipi. La destinazione però è un pretesto, un’opportunità per guardare alla realtà con occhi diversi.

“Partivo senza meta, aspettando che la strada me la indicasse. Volevo che fosse lei, la Isla, a ispirarmi. A me toccava capire cosa volesse propormi. Sono rimasto in attesa. In attesa di segnali profondi”.

Il libro è stato presentato lo scorso giovedì a Milano, presso la Galleria Wunderkammer in via Ausonio 1/A, dove è allestita anche la mostra. Il libro e le opere in mostra sono acquistabili in loco e il ricavato sarà devoluto all’Associazione CAF Onlus che dal 1979 accoglie e cura in maniera specifica e professionale bambini e ragazzi allontanati dal proprio nucleo familiare a causa di abusi e gravi maltrattamenti, con l’obiettivo di spezzare la catena che troppo spesso trasforma i minori vittime di violenza in adulti violenti o trascuranti. Nel tempo, accanto al lavoro con i minori e in risposta ai bisogni del territorio, l’Associazione ha sviluppato anche servizi specifici di prevenzione dell’abuso e del maltrattamento infantile e interventi di supporto alle famiglie dei minori accolti e alle famiglie affidatarie. Dalla sua fondazione ad oggi, l’Associazione CAF ha accolto e curato oltre 1000 minori e offerto un importante sostegno a tante famiglie in crisi.

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Libri – In “258 Minutes” un racconto per immagini a un anno dalle stragi di Parigi

Mi trovo nuovamente a scrivere di un progetto curato da Benedetta Donato, ottima professionista che è anche collaboratore di questa testata. La ragione non va naturalmente cercata in questo legame, quanto piuttosto nello scrupolo con il quale sceglie di cosa occuparsi e come. Segnatamente, mi riferisco al libro del fotografo Angelo Ferrillo da poco pubblicato e sul quale Benedetta ha posto, appunto, la sua firma curatoriale, insieme a quella del maestro Giovanni Gastel. Il volume, edito da Crowdbooks in tre lingue, si intitola “258 Minutes” ed è un lavoro che ricorda e reinterpreta gli attacchi terroristici che sconvolsero Parigi il 13 novembre 2015. L’autore ripercorre quei luoghi a un anno di distanza, le sue scarpe vanno nei siti cittadini dove si è compiuta la catastrofe che fu definita l’11 settembre del Vecchio continente. Ferrillo compie quello stesso percorso del terrore: lo stadio, il café Bonne Biere, la pizzeria Casa Nostra, rue de Charonne, il Bataclan, il ristorante Comptoir Voltaire… Ricostruisce sensazioni, atmosfere e memoria impiegandoci lo stesso tempo: quei 258 minuti che sono trascorsi dalla prima esplosione avvenuta allo Stade de France quella notte (erano le 21.20), fino alla liberazione degli ultimi ostaggi del Bataclan, quando l’orologio segnava le ore 00.58. Sono poco più di quattro ore, durante le quali il fotografo non intende riproporci tracce lasciate dalla distruzione di allora, quanto piuttosto raccontarci il vissuto del qui e ora, il quotidiano che ostinatamente, istintivamente, prosegue per la sua strada trasformando ogni gesto inconsapevole in lotta per tornare alla normalità. Non dimenticare, intendiamoci, ma reagire  comunque anche attraverso la memoria.

La potenza della sua narrazione viene dal fatto che ci venga imposto il ragionamento e il ricordo di quei momenti attraverso l’inquadratura di atmosfere notturne, a volte asettiche altre volte frenetiche, con un distacco circostanziato dalla distanza temporale e affidandosi a immagini che, come l’asfalto, assorbono e attutiscono ogni cronaca. Ferrillo ci vuole dire che siamo in un momento qualunque, in una strada qualunque di una città qualunque. Cosa fa la gente? Manda un messaggino mentre sosta per strada, fa la fila alla cassa del supermercato, cena al ristorante, lega una bici al palo che fu testimone di un’esplosione, sale sui mezzi pubblici, attraversa sulle strisce pedonali. Le bombe e gli spari sono lì, impregnano ogni passo, ma restano relegate a dodici mesi prima. Sono i segni, lo scandire delle ore sulle pagine nere, quel meraviglioso raccolto estrapolato dai social composto da una micro selezione dei post concitati di quella tragica notte, a dirci cosa successe allora. Lui ci rivela la sua visione con un anno di scarto, un’azione del ricordare che non scade mai nella commemorazione, eppure la memoria è talmente viva da fargli sentire il bisogno di raccogliere in un libro quel suo vagabondare. “La sensazione è che manchi qualcosa – scrive Benedetta Donato nel suo intervento – il vuoto che ci sembra riempire alcuni frammenti è dato dall’assenza di appigli e di riferimenti al passato più recente. In questo spazio, Ferrillo costruisce il suo racconto e individua il terreno fertile dove coltivare una relazione visiva tra memoria, luoghi e vita quotidiana – irrimediabilmente snaturati – che hanno a che fare con la storia”. 

Giovanni Gastel, nel presentare il volume l’altra sera in Triennale a Milano, in un incontro affollato che rientra nel ciclo di appuntamenti organizzati da AFIP International in collaborazione con CNA Professioni, ha evidenziato alcune cose importanti. La prima è che Angelo Ferrillo ha un approccio concettuale alla fotografia. Troppo spesso e a torto incluso in quell’inflazionato filone di questa arte che è la street photography, l’autore vira invece verso una progettualità sempre più ragionata in anticipo, che lo porta ad avere una visione profonda di quel che andrà a fare ben prima di iniziare il lavoro. La seconda scoperta fatta dal maestro italiano del ritratto di moda è che Ferrillo ha trovato la sua cifra stilistica, definita dallo stesso Gastel “ferrilliana”: quel bisogno di concettualità ponderata, fatto di una memoria al contrario che gioca sullo spazio e sul tempo, lo applica ora a tutta la sua produzione. Ultima constatazione è che il modo di esprimersi di Angelo Ferrillo trova il contenitore perfetto nelle pagine di un libro. Più che in una mostra, più che su un giornale, serve uno scrigno che si apra un capitolo dopo l’altro, rivelando e conservando nei decenni quel vagabondare. 

Barbara Silbe