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Il paesaggio che mancava

“WeLand” è il festival che in Italia mancava. Ci sono stata lo scorso weekend, insieme a tanti altri autorevoli professionisti del settore e, oltre ad accorgermi del grande entusiasmo speso dai volontari, dell’ospitalità degli organizzatori, del loro rigore e delle idee innovative messe in campo per questa prima edizione, ho subito fatto una considerazione sul tema che ha animato il progetto. Ospitato a Specchia, Lecce, nello splendido Palazzo Risolo dal 3 al 10 novembre, già al suo esordio ha puntato su un tema importante e mai abbastanza indagato, quello della geografia che ci ospita. “Il paesaggio siamo noi”, così recita il sottotitolo di questa kermesse che ha coinvolto grandi nomi della fotografia italiana e che è stata ben progettata dall’Associazione locale Photosintesi sotto la direzione artistica di Adriano Nicoletti: un filo conduttore sul quale si sono sviluppati contest, mostre, workshop, laboratori, talk e tutti gli eventi, con il nobile scopo di rappresentare visivamente molti dei temi sul paesaggio e sui cambiamenti climatici che oggi ci stanno così a cuore. Così l’arte delle immagini si è fatta strumento per indagare e raccontare il nostro pianeta e i segni di antropizzazione più o meno violenta che l’uomo ha lasciato lungo il suo cammino. Fra documentazione, interpretazione ed emozione si sono mossi gli autori, per consentirci di riflettere su quello che ci circonda e su come preservarlo.

Di paesaggio, anzi, di Paesaggio con la p maiuscola, in fotografia si parla troppo poco. Se ne produce troppo poco. Siamo ancora dipendenti da giganti come Luigi Ghirri, Massimo Vitali, Gabriele Basilico, Olivo Barbieri o Franco Fontana, ma ai giovani autori servirebbero nuovi punti di riferimento che, in futuro, WeLand potrebbe fornire. La fotografia di paesaggio non dovrebbe essere considerata una sottocategoria. Prendiamo leggermente le distanze dalla spettacolarità di produzioni turistiche o naturalistiche, pensiamo a un approccio più autoriale sulla documentazione dei luoghi: ritrarre e indagare il territorio, sia che si tratti di natura o di città, può ad esempio servire a fissare le relazioni che noi abbiamo con esso e condurre chi osserva a una differente consapevolezza dei cambiamenti in atto. Fotografare un luogo è un modo per raccontare la storia della comunità che lo abita, che ne ha modificato la morfologia, costruito i palazzi, sfruttato le ricchezze, che ha scelto come coltivare un campo o cambiare una strada. Per elevarsi in questo genere serve profondità di pensiero e oggettività di interpretazione, serve – passatemi il termine – fare perfino filosofia.

Come ha saputo fare Massimo Siragusa, quattro volte vincitore del World Press Photo, incaricato da Photosintesi di realizzare un progetto site specific sul vicino comune di Taurisano durante una residenza, per una testimonianza che è poi diventato una mostra. Lui è stato l’ospite più autorevole della manifestazione salentina. C’erano poi Benedetta Donato, Leonello Bertolucci, Nicolas Lozito, i ragazzi di Tank Federico Patrocinio e Lorenzo Papadia, le mostre di Andrea Rossato (già vincitore di numerosi premi internazionali e di quello come Miglior Fotografo Italiano nella categoria Open al Sony World Photography Awards), del giovane artista Luigi Quarta, di Chiara G. Leone, di Michele Vittori vincitore del contest. Tanti i temi trattati anche da Giacomo Infantino, Paolo Moretti, Maria Lucia De Siena, il trio Lunatici_Bianchi_Letari. Alla presentazione dei lavori, la scorsa domenica, io e gli altri lettori ci siamo sfiancati per i tantissimi iscritti e ci siamo sorpresi per la qualità dei portfoli presentati durante le letture. Sono stati bravi, quelli di Photosintesi. Ci hanno messo l’entusiasmo e il pensiero, collocando il loro progetto in un periodo dell’anno insolito per questa regione e non sovrapponendosi con nessun altro festival di fotografia in giro per la Penisola. Il Salento ce lo aspettiamo ad agosto, non in autunno. Ma scopriremo tutti che andare a Specchia a novembre sarà una bella scoperta. Purtroppo dovremo attendere un intero anno per vedere come WeLand evolverà, ma le basi per un ottimo percorso culturale ci sono tutte.

Barbara Silbe