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Mostre – Michael Wolf alla Fondazione Stelline

L’antologica di Michael Wolf resta aperta alla Fondazione Stelline di Milano fino al 22 luglio. Pubblichiamo volentieri un intervento di Alessandra Klimciuk, co-curatrice della mostra insieme a Wim van Sinderen, che ci spiega importanza e complessità di questo pluripremiato autore.

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Hong Kong, Tokyo, Chicago e Parigi. La complessità delle metropoli nello sguardo di Michael Wolf rivela poeticamente la relazione tra struttura sociale e spazio architettonico. Il suo obiettivo mette a fuoco l’espansione verticale di Hong Kong, con i suoi palazzi simili ad alveari, e il cambiamento strutturale di Chicago, “sbirciato” attraverso le finestre dei suoi palazzi trasparenti, dove indaga le dinamiche sempre più complesse tra vita pubblica e vita privata, al confine tra privacy e voyeurismo.

La fisicità della vita nella sua individualità emerge con determinazione anche quando viene schiacciata, compressa e massificata dalla densità del paesaggio urbano e architettonico, così come la vegetazione che fotografa nella serie Informal Solutions, si fa strada caparbiamente nella giungla urbana della megalopoli.

Rigoroso nella composizione razionale dello spazio e preciso nella sua osservazione, Michael Wolf ricorre ad una vasta gamma di prospettive e approcci visivi, spingendo la fotografia ben oltre i suoi limiti e confini. Spesso sceglie tagli di visuale che portano a un appiattimento della prospettiva, dove i palazzi diventano pattern astratti, ripetizioni infinite di moduli architettonici apparentemente senza via di fuga, ma con piccole e mimetizzate tracce di vita umana, come in Architecture of Density. Altre volte adotta una prospettiva più astratta e voyeuristica, come in Tokyo Compression, in cui i pendolari giapponesi, le “vittime” di Wolf, sembrano cercare di fuggire la vista del suo obiettivo, e in The Transparent City dove la trasparenza dei grattacieli di vetro rivela la vita che si nasconde dietro le sue pareti.

Sei le serie nella prima retrospettiva italiana dell’artista tedesco, cresciuto tra gli Stati Uniti e il Canada, che dopo aver studiato all’Università di Berkeley in California, torna in Germania a completare la propria formazione alla Folkwang School di Essen dove è allievo del leggendario professore Otto Steinert. Quasi centocinquanta le opere in mostra. Dai suoi primi lavori, realizzati per la tesi di laurea nel villaggio minerario di Bottrop-Ebel (1976), fino alla più recente Paris Rooftops (2014), al confine tra rappresentazione ed astrazione; dalla serie forse più famosa Tokyo Compression (2010-2013), con i ritratti dei pendolari giapponesi schiacciati nei vagoni della metropolitana, fino a Informal Solution (2003-2018), che nasce come un archivio fotografico della vita di Hong Kong a livello strada dove lo spazio pubblico diventa un tutt’uno con quello privato, e fino alle serie iconiche di Architecture of Density (2003 – 2014) dedicate alle dinamiche tra densità umana e architettura urbana e Transparent City (2006), dove prosegue il suo studio della città urbana in un contesto radicalmente diverso i cui i ritratti sfuocati dei Details, rivelano la vita che si nasconde dietro le pareti di vetro dei suoi grattacieli.

Life in cities, premiata all’ultima edizione di Les Rencontres d’Arles, è la prima grande mostra in Italia dedicata a Michael Wolf (Monaco, 1954 – vive e lavora a Hong Kong dal 1994), due volte vincitore del World Press Photo e in finale nell’ultima edizione del prestigioso Prix Pictet. Il progetto espositivo, realizzato dalla Fondazione Stelline in collaborazione con Fotomuseum Den Haag, è stato ripensato e modulato per gli spazi di Milano, individuando una nuova immagine della mostra dalla sua ultima serie Paris Rooftops. Una scelta simbolica molto precisa che delinea la poetica sottesa alla ricerca artistica di Wolf, in cui la sensibilità per il sociale e la fotografia documentaria emergono anche nella raffinatezza delle sue immagini, in cui la riproduzione della realtà si trasforma in linee e immagini al limite dell’astrazione.

Michael Wolf è in grado in questa mostra, attraverso la grammatica visiva così unica di ogni megalopoli, di accompagnarci dentro l’anima delle città contemporanee, rivelando sempre l’irriducibilità della vita e la vitalità dell’umano.

 

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Elger Esser – L’alchimia del paesaggio

L’ALCHIMIA DEL PAESAGGIO

di Alessandra Klimciuk

Pubblicato su EyesOpen! n. #10 – Habitat

Entrare nel mondo di Elger Esser è un viaggio nella dimensione del tempo e dello spazio senza fine. Un viaggio dove l’arte fotografica diventa arte pittorica. Maestro indiscusso della rarefazione in paesaggi dove arte e natura sono intimamente legati, la sua ricerca ha incluso l’emozione nell’idea documentaristica di Bernd e Hilla Becher, rimanendo comunque vicino al senso concettuale della fotografia e al valore della memoria trasmesso dai suoi celebri insegnanti alla scuola di Düsseldorf, che hanno sempre sostenuto il suo lavoro. La sua perfezione ottica, il suo concetto di luogo, il rigore formale dello spazio e dei suoi componenti, l’utilizzo del grande formato, lo avvicinano e lo vedono a suo modo figlio dei lavori dei Becher. L’autenticità della ricerca attraversa tutta la sua produzione. Un alchimista contemporaneo che sperimenta e invita a ripensare la fotografia come strumento di originalità e a ridefinire il suo territorio.

Artista raffinato e colto, il suo mondo visionario è frutto di un lavoro meticoloso e di una ricerca approfondita. Le sue immagini oniriche e sublimi rimandano a tutta la cultura europea di cui Elger Esser è profondo conoscitore. La connessione letteraria è estremamente importante per lui, che ha sempre cercato temi legati alla letteratura classica del ‘900. Quello che lui sa, ha studiato e ricerca dà a ogni luogo un’importanza che va ben oltre l’immagine che già di per sé ci affascina.

Sensibile e preciso nella sua osservazione, Elger Esser utilizza tonalità pallide, quasi sbiadite o seppia, ma anche il colore, per rappresentare diversi stati d’animo, tecniche che ricordano lo spirito romantico del tardo XVIII secolo e la letteratura di viaggio del XIX secolo. Ma le sue opere, che possono apparire classiche, diventano contemporanee nella loro composizione, che si muove tra la sfocatura e la nitidezza data dalla lunga esposizione.

Frutto di ricognizione e preparazione meticolosa, il luogo e l’inquadratura di ogni sua opera diventano essi stessi parte di quel momento preciso che è il tempo perfetto, ma anche di uno spazio ben definito e rigoroso. Spazio e tempo sono le due coordinate che costruiscono le sue fotografie. Il momento presente e lo spazio definito, dilatano i propri confini fino a perdersi nell’infinito, in una sfera rarefatta tra le dimensioni del tempo e dello spazio, in cui lo spettatore perde i propri confini e i propri riferimenti, ma ritrova l’esperienza interiore e intima del senso profondo della realtà e della sua bellezza senza fine.

La poetica di Esser si manifesta proprio di fronte alla magnificenza della natura, alla sua bellezza, alla vastità degli spazi, di fronte a cui l’uomo riconosce il proprio limite e la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo. Il sentimento del sublime apre all’uomo l’esperienza dell’infinito. Il mare, lo stesso elemento che ci compone e senza il quale non ci sarebbe vita, attraversa quasi tutta la sua produzione. E i suoi paesaggi diventano lo specchio della nostra anima, ritratti sublimi dell’animo dell’uomo. Anche l’ultima serie di lavori Morgenland, realizzata durante una serie di viaggi in medio oriente tra Libano, Egitto e Israele dal 2004 al 2015, utilizza il paesaggio come riflessione sulla situazione politica e i conflitti che lacerano quelle regioni da decenni. La descrizione che fa Esser trasmette una bellezza tranquilla e serena, che auspica un senso di riconciliazione tra le differenze culturali e le questioni storiche irrisolte.