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Aste – Viaggio nell’erotismo dall’antichità a oggi

Ruota intorno a passione e desiderio, due pulsioni primarie che hanno sempre dominato la storia dell’umanità, e promette già di trasformarsi in un grande evento proprio nella settimana internazionalmente dedicata all’amore: dopo il successo della prima edizione tenutasi lo scorso anno, il 15 febbraio Coco de Mer e Sotheby’s allestiranno a Londra la seconda asta a tema erotico dal titolo “Passion & Desire – From Antiquity to Present Day”. Il viaggio, storico e artistico, si compie in novanta pezzi, di autori come Man Ray, Robert Mapplethorpe, Richard Avedon, Rankin (tra i fotografi), ma anche Francis Picabia, Pablo Picasso, Henri Matisse e molti altri tra pittori, scultori, artisti di ogni epoca e stile.  Inseguendo il fascino magnetico della figura umana, da cui ogni creativo è sempre stato attratto, in questa raccolta la scultura Pre-Colombiana verrà contrapposta alle opere di Picasso su carta; i maestri della fotografia da Man Ray a Rankin saranno messi a confronto con gli antichi rilievi e le opere neoclassiche di marmo del XIX secolo; l’erotismo sensuale di Gustav Klimt si unirà alle fantasie erotiche senza limiti di Keith Vaughn; ogni lavoro traccia la storia del soggetto dall’antichità ai giorni nostri.
La prevendita, già stimata duante la mostra allestita in questi giorni nelle gallerie di Sotheby’s New Bond Street,si aggira intorno all’ammontare di 3,8 milioni di sterline. L’asta di quest’anno sarà accompagnata da una vendita online e presenterà una gamma ancora più vasta tra continenti e secoli. Erotic Art Online sarà aperta per le offerte fino al 16 febbraio e comprenderà stampe, fotografie, dipinti, sculture, disegni, opere d’arte asiatiche e manifesti cinematografici.  Quest’anno Coco de Mer  presenta l’artista e fotografo di moda Rankin, sinonimo di ritrattistica, moda e rappresentazione della cultura popolare: è considerato uno dei fotografi di moda e ritrattistica più famosi al mondo. É particolarmente noto per il suo lavoro sulla forma umana e tre dei suoi ritratti evocativi verranno mostrati nelle aste.
Per il secondo anno consecutivo, Coco de Mer (celebre marchio di lingerie), collabora con Sotheby’s per la realizzazione della loro asta. Questa partnership dinamica tra due brand del lusso globale porta a Londra una selezione visionaria e ispirata di eventi nella settimana di San  Valentino e dimostra come il marketing possa ben sposarsi con la cultura. Un’occasione, per Coco de Mer, di presentare il 14 febbraio la sua esclusiva Private View presso le gallerie di Sotheby’s oltre a creare un cortometraggio, girato da Rankin, per mostrare le opere in vendita in un modo del tutto unico. Lo trovate a questo link https://vimeo.com/254690300
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Elger Esser – L’alchimia del paesaggio

L’ALCHIMIA DEL PAESAGGIO

di Alessandra Klimciuk

Pubblicato su EyesOpen! n. #10 – Habitat

Entrare nel mondo di Elger Esser è un viaggio nella dimensione del tempo e dello spazio senza fine. Un viaggio dove l’arte fotografica diventa arte pittorica. Maestro indiscusso della rarefazione in paesaggi dove arte e natura sono intimamente legati, la sua ricerca ha incluso l’emozione nell’idea documentaristica di Bernd e Hilla Becher, rimanendo comunque vicino al senso concettuale della fotografia e al valore della memoria trasmesso dai suoi celebri insegnanti alla scuola di Düsseldorf, che hanno sempre sostenuto il suo lavoro. La sua perfezione ottica, il suo concetto di luogo, il rigore formale dello spazio e dei suoi componenti, l’utilizzo del grande formato, lo avvicinano e lo vedono a suo modo figlio dei lavori dei Becher. L’autenticità della ricerca attraversa tutta la sua produzione. Un alchimista contemporaneo che sperimenta e invita a ripensare la fotografia come strumento di originalità e a ridefinire il suo territorio.

Artista raffinato e colto, il suo mondo visionario è frutto di un lavoro meticoloso e di una ricerca approfondita. Le sue immagini oniriche e sublimi rimandano a tutta la cultura europea di cui Elger Esser è profondo conoscitore. La connessione letteraria è estremamente importante per lui, che ha sempre cercato temi legati alla letteratura classica del ‘900. Quello che lui sa, ha studiato e ricerca dà a ogni luogo un’importanza che va ben oltre l’immagine che già di per sé ci affascina.

Sensibile e preciso nella sua osservazione, Elger Esser utilizza tonalità pallide, quasi sbiadite o seppia, ma anche il colore, per rappresentare diversi stati d’animo, tecniche che ricordano lo spirito romantico del tardo XVIII secolo e la letteratura di viaggio del XIX secolo. Ma le sue opere, che possono apparire classiche, diventano contemporanee nella loro composizione, che si muove tra la sfocatura e la nitidezza data dalla lunga esposizione.

Frutto di ricognizione e preparazione meticolosa, il luogo e l’inquadratura di ogni sua opera diventano essi stessi parte di quel momento preciso che è il tempo perfetto, ma anche di uno spazio ben definito e rigoroso. Spazio e tempo sono le due coordinate che costruiscono le sue fotografie. Il momento presente e lo spazio definito, dilatano i propri confini fino a perdersi nell’infinito, in una sfera rarefatta tra le dimensioni del tempo e dello spazio, in cui lo spettatore perde i propri confini e i propri riferimenti, ma ritrova l’esperienza interiore e intima del senso profondo della realtà e della sua bellezza senza fine.

La poetica di Esser si manifesta proprio di fronte alla magnificenza della natura, alla sua bellezza, alla vastità degli spazi, di fronte a cui l’uomo riconosce il proprio limite e la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo. Il sentimento del sublime apre all’uomo l’esperienza dell’infinito. Il mare, lo stesso elemento che ci compone e senza il quale non ci sarebbe vita, attraversa quasi tutta la sua produzione. E i suoi paesaggi diventano lo specchio della nostra anima, ritratti sublimi dell’animo dell’uomo. Anche l’ultima serie di lavori Morgenland, realizzata durante una serie di viaggi in medio oriente tra Libano, Egitto e Israele dal 2004 al 2015, utilizza il paesaggio come riflessione sulla situazione politica e i conflitti che lacerano quelle regioni da decenni. La descrizione che fa Esser trasmette una bellezza tranquilla e serena, che auspica un senso di riconciliazione tra le differenze culturali e le questioni storiche irrisolte.

 

 

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Lee Jeffries – Occhi sconosciuti

Lee Jeffries vive a Manchester, nel Regno Unito. Comincia a fotografare eventi sportivi ma un incontro casuale con una giovane ragazza senzatetto per le strade di Londra cambia il suo approccio artistico per sempre. La sua percezione sui senzatetto cambia completamente: diventano il soggetto della sua arte. Le sue fotografie ritraggono le sue convinzioni e la sua compassione per il mondo.

Qui un’intervista uscita su EyesOpen! n. 0/2014

Può dirci come ha iniziato la sua esperienza nella fotografia, da dove è partito e perchè?

Ho iniziato ad usare la macchina fotografica a cinque anni. Poi, un giorno a Londra, mentre mi apprestavo a correre la maratona, ho deciso di fare qualche fotografia di strada, sperando di avere fortuna. Rannicchiata in un sacco a pelo sulla porta di un negozio, ho notato una giovane ragazza senzatetto. Ho pensato che avrei dovuto usare un teleobiettivo da 70-200 e, dalla parte opposta della strada, ho concentrato la mia attenzione su di lei. Mi ha notato subito ed era molto turbata! Ha iniziato ad urlarmi contro parole e mi sono sentito imbarazzato. In quel momento volevo solo andare via da lì e il più velocemente possibile. Poi no, qualcosa dentro di me mi ha fatto avvicinare a lei e iniziare una conversazione. Il resto è storia, come si dice. Quello è il momento che ha influenzato il mio modo di fare fotografia, le mie immagini e la loro intimità.

I suoi soggetti sono prevalentemente persone senza fissa dimora, li ha ritratti in diverse città del mondo: Londra, Parigi, Miami, Los Angeles… Come si è avvicinato a loro?

Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di avere paura di qualcosa che non è abituato a vedere o che non è abituato a fare. Il 99,9% della popolazione non “vede” le persone senzatetto e tanto meno pensa di parlare con loro; è naturale pensare che sia difficile socializzarci. Ma non lo è. È semplice come “vedere”, l’importante è presentarsi a loro con umanità. Il mio approccio si basa esclusivamente sulla cordialità e la gentilezza e loro rispondono con altrettanta cordialità e gentilezza.

Come fa a coinvolgerli tanto da ottenere sguardi così profondi e significativi?

Non fotografo ogni persona senza fissa dimora che vedo. Devo scorgere qualcosa ancora prima di sedermi a parlare con loro. Cammino per la strada per ore, giorni, guardando estranei negli occhi. Guardo oltre la superficie cercando di approfondire il loro essere. Questo è quello che fotografo. Non sono un documentarista di circostanza, racconto “emozioni”. La situazione in cui si trovano non è importante per ottenere l’immagine finale. Senzatetto o no, le mie immagini vogliono cogliere la spiritualità dell’essere umano.

Cosa gli dice e di cosa parlate quando si approccia a loro?

Le nostre conversazioni possono riguardare qualsiasi cosa. Alcuni di loro sono interessati a me e alla mia storia, qualcun altro ha voglia di parlare di se stesso. Parliamo di tutto e di niente.

Chi di loro l’a colpita di più e le è rimasto nel cuore?

Tutti loro mi hanno colpito con le loro storie, investo molte emozioni con ognuno di loro. In particolare, ho avuto un legame molto profondo a Miami con Latoria e Margo Stevens.

Ci può raccontare la loro storia?

Ho incontrato Margo durante il mio ultimo viaggio a Miami. Mi è apparsa dal nulla, sulla strada, davanti a me. Era vestita con una pelliccia di pelle di leopardo (abbiamo poi scherzato sul fatto che era nella versione “prostituta”), aveva appena finito il suo turno di notte. In circa due settimane ho avuto l’opportunità di conoscerla in modo approfondito, mi sono immerso completamente nel suo mondo interiore e non. Mi ha raccontato la sua vita, ricordando il passato. Era una famosa porno star, quando però la sua fortuna finì e di conseguenza i soldi, è stata costretta ad andare in strada a prostituirsi anche per soddisfare la sua tossicodipendenza. La sua trasformazione da quello che era a quello che era diventata mi ha colpito duramente. Solitamente non si sa o non si conosce la vita dei senzatetto prima che diventino tali, ma con Margò è stato diverso. On line c’è molto materiale che testimonia la sua bellezza e come la spirale della tossicodipendenza abbia avuto un impatto sulla sua vita oggi. La storia di Margo mi ha reso triste, mi sentivo impotente, arrabbiato per tutti gli anni di sfruttamento che aveva subito, qualcosa però le è rimasto. Ha mantenuto la sua umanità oltre ogni aspettativa: spiritosa, divertente, bella dentro. Mi è rimasta sotto la pelle.

I suoi ritratti sono un’esperienza emotiva, ci sentiamo osservati e, perché no, anche giudicati. Non siamo noi che li guardiamo, ma è come se fossero loro a guardare noi.

Gli esseri umani non possono fare a meno di riconoscere le emozioni. I sentimenti risiedono nel profondo di ognuno di noi. Le mie immagini cercano di ritrarre questo e chiedono allo spettatore di guardare dentro se stesso.

Quando ha finito di postprodurre una foto, il risultato è sempre quello che si aspetta?

Ho sviluppato uno stile. Amo che l’aspetto delle mie foto abbia una certa profondità di significato. Cerco di “confezionare” e di collegare le emozioni con alcuni elementi metafisici che alludono alla spiritualità degli esseri umani con interpretazione e licenza artistica… quindi sì, il risultato è sempre quello che voglio.

Abbiamo scelto il ritratto di Madame June per la nostra prima copertina, perché oltre ad essere bellissimo è anche un metaforico ritratto della Fotografia contemporanea: vecchia ma non vecchia, con un occhio attento, lancia messaggi di saggezza e di esperienza vissuta, è bella e ha molto da dire e se la si guarda bene negli occhi ci lascia un messaggio di pace e di speranza; oggi la Fotografia, soprattutto in Italia, è in un periodo strano e difficile. Ci piace che lei sia la nostra e ci rappresenti. Come fotografo e artista cosa pensa della Fotografia oggi?

Sono molto semplice e diretto quando si tratta di fotografia. Ho un’opinione univoca e per me è poco importante sia cosa fanno gli altri, sia la situazione della fotografia oggi. Non gli attribuisco un particolare significato. Sono felice come non mai quando esco per strada, incontro persone e si crea una relazione. Se chi guarda le mie foto ne trae qualcosa allora mi fa piacere ed è una valore aggiunto al mio lavoro.

Si definisci come “Ritrattista Umanista”, pensa che in qualche modo la fotografia possa avere un impatto sulla povera gente? che tipo di valore sociale può avere?

Non documento circostanze: la maggior parte delle mie immagini forniscono un messaggio sociale! Provocano una reazione umana che scatena l’immaginazione: “chi è questa persona?”, “come sarà la sua vita?”, “come ha fatto a trovarsi in quella situazione?”, sono le domande che si pone chi guarda, consciamente o inconsciamente. Porsi queste domande risveglia la coscienza sociale. Ho innumerevoli e-mail di persone che testimoniano il fatto che la visione delle mie immagini ha permesso loro di vedere e sentire le esigenze degli “altri”. Se il risultato è questo, allora hanno un valore sociale.

A cosa sta lavorando oggi? Ha nuovi progetti?

Autofinanzio tutti i miei progetti e li realizzo nelle vacanze o nel tempo libero. Sicuramente sto pensando a nuovi lavori, ma trovare i finanziamenti e il tempo per realizzarli è un processo lento. Vorrei stare più spesso fuori, sulla strada, ma sono comunque grato per il tempo in cui riesco a starci. Cerco sempre gli occhi degli estranei, con la macchina fotografica al collo o senza.

 

 

 

 

 

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One Planet, One Future. La nostra intervista a Anne De Carbuccia

(uscita sul numero  Habitat #10/2017)

di Barbara Silbe

La sua organizzazione non profit si chiama Time Shrine Foundation: nasce nel 2015 con l’obiettivo di creare consapevolezza e proteggere gli ambienti e le culture vulnerabili. Lei, quando la incontri, ti domandi se sia vera o se provenga da un altro mondo, migliore di questo. Anne De Carbuccia si definisce environmental artist, la avvolge un’aura di semplicità e la muove un grande senso etico: indossa abiti realizzati con materiali recuperati, manda inviti su carta riciclata, gira con l’auto elettrica… Ha studiato antropologia e storia dell’arte alla Columbia University, i suoi principi l’hanno dirottata verso l’ecologia. Nelle installazioni che fotografa inserisce il teschio e la clessidra come classici simboli della vanità umana e del tempo che fugge. Questi oggetti, insieme a elementi organici trovati in loco, le danno la possibilità di creare santuari per richiamare attenzione sui problemi del luogo e onorarne la bellezza. L’autrice franco-americana, nel quartiere milanese di Lambrate ha aperto la sede italiana della sua fondazione. In aprile lì ha allestito la mostra “One – One Planet One Future” che ora sta girando il mondo.

“Dopo Milano è andata a New York – ci dice – ora è al Museo d’Arte Moderna di Mosca fino al 10 settembre. Negli Stati Uniti sono stata criticata per questa scelta di aprire alla Russia, ma mi interessa di più costruire ponti: non avremo mai futuro se non ci sarà unità politica tra le nazioni e una conseguente collaborazione. Senza accordi non c’è un altro modo”.

L’arte è un mezzo di denuncia?

“Io devo passare il messaggio, la sostenibilità è fondamentale e l’arte è un vettore potente. Il mio progetto è rivolto ai collezionisti, ma anche a programmi didattici di divulgazione etica. Vede, si fa presto a dire che la bellezza salverà il mondo, ma è la sostenibilità a dare anche ritorno, anche economico. Lo stesso riciclo è una opportunità. Cerco strumenti e linguaggio per creare consapevolezza in chi osserva”

Quanto è difficile?

“C’è tanto da fare per essere efficaci. Desidero attirare l’attenzione su alcuni urgenti problemi ambientali e sociali perché siano riflessi nella vita quotidiana, nel nostro modo di vivere, ispirando empatia nelle persone per motivarle a passare all’azione. Insieme possiamo fare la differenza per il nostro futuro. Il mio lavoro non vuole giudicare o accusare, ma mostrare cosa abbiamo, cosa potremmo perdere e cosa possiamo scegliere di preservare”.

La sua Fondazione supporta interventi ambientali in Africa, America, nel Sud Est Asiatico, in Himalaya e in Italia. I proventi delle vendite delle sue opere di grande formato servono o a finanziare le azioni di sensibilizzazione?

“Le mie mostre sono a ingresso gratuito, ma le opere sono messe in vendita ai grandi collezionisti. Ora cerco altri mezzi per portare i miei temi alla gente. Il mio sogno è coinvolgere qualche architetto per creare un museo nomade che giri il mondo. Poi vorrei collaborazioni sul territorio, con i quartieri vicini alla fondazione, per preparare mentalmente i giovani. Nel mondo ci sono 65 milioni di persone senza una casa. Se non cambia qualcosa, entro il 2050 saranno 700 milioni. La siccità e la fame producono rifugiati del clima che cambia e noi costruiamo muri invece di trovare soluzioni. Non esiste alcuna barriera per 700 milioni di individui che cercano una salvezza”.

Perché usa il teschio nelle sue installazioni “I miei studi di arte classica mi hanno fatto scoprire le nature morte antiche. Ero interessata al tema delle vanitas che utilizzano la clessidra e il teschio, due simboli importanti dell’arte occidentale. Chiamo queste composizioni time shrines, “sacrari del tempo”. Dall’inizio della storia gli esseri umani hanno creato sacrari in momenti e luoghi diversi per rappresentare ciò che temevano o che ammiravano. Sono convinta che gli uomini siano sognatori, non invasori. E l’arte sarà complice della nostra resilienza e di una nuova evoluzione”.