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Luca Gasparro – Comunità Cinese

Generazioni #13

Al di là del muro: la comunità italo-cinese oltre i pregiudizi professionali

Luca Gasparro è andato a curiosare nella comunità Cinese in Italia, e ne fa un reportage e un’analisi accurata. Ci sono più di 300.000 cittadini cinesi in Italia. La terza comunità straniera in Italia popola le città, investe capitali e crea impresa nel sistema economico del Paese. Con 49.048 imprese, si colloca come seconda nella graduatoria per titolari di imprese individuali di cittadini nati in Paesi extra UE.

Costituitasi originariamente appena quaranta anni fa, negli ultimi vent’anni ha consolidato la sua presenza grazie a una immigrazione crescente e al comparire delle seconde generazioni che hanno completato i cicli di istruzione nelle scuole italiane.

Nonostante questa sia una comunità da anni presente sul territorio, una diffidenza di fondo nei loro confronti, unita alla loro usanza di mantenere uno stretto legame con la comunità d’origine, ha alimentato pregiudizi. Da sempre, la mancanza di informazioni che riescano a fare breccia oltre l’apparenza, porta alla costruzione spontanea di “verità” parziali a cui non sono demandate altre indagini.

Da queste premesse è nato un progetto che lo ha portato a incontrare alcuni cittadini cinesi che hanno scelto l’Italia come casa. Ha cercato quelli tra loro che non abitassero il pregiudizio professionale che li vuole tutti ristoratori o grossisti d’abbigliamento e oggettistica al dettaglio, ma cercando invece imprenditori, attori, cantanti.

Su EyesOpen! n.11

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Daniele Mele – Una storia di amore e di perdita

Generazioni #12

Daniele Mele mira a ricercare il quotidiano, quel mondo popolato da volti dalle emozioni autentiche, fatto di condivisione, ma anche di solitudine. Un mondo reale, alla portata di tutti, spesso non percepito o ignorato. Una sorta di riscoperta di quello che ci circonda, attraverso occhi nuovi.

Ci racconta di Antonio, suo nonno, affetto da morbo di Parkinson da quattordici anni, che lascia Daniele e la sua famiglia il 18 Febbraio 2016, all’età di 83 anni, dopo una settimana di coma.

“La reale documentazione del suo ultimo periodo di vita, dove la sofferenza si fa più preponderante, dove la routine, stravolta, lascia spazio a giornate dal sapore amaro, diventa un pretesto di riflessione su come i luoghi cambino in relazione agli eventi. Emilia, mia nonna, sua fedele compagna e suo bastone, il suo ultimo compleanno, l’amore di quei giorni; Jackie, il suo amico a quattro zampe, compagno assiduo delle sue giornate. Un lampo e poi il coma, gli attimi di caos ed incredulità, l’incapacità di agire, l’ospedale, il suo addio”

Su EyesOpen! n.11

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Chiara Conti – Mercanti Vietnamiti

Generazioni #11

Chiara Conti è una giovane fotografa e una viaggiatrice. Ha documentato la cultura Vietnamita, e in particolare i mercanti con il suo personale stile “retrò” che ricorda tanto i viaggi dei reporter anni ’70 e la pellicola.

“Ho cominciato a dare una spiegazione a quello che mi si presentava della cultura vietnamita il gior­no in cui ho incontrato Trang. Eravamo quasi al capolinea del nostro viaggio, stavamo attraversando le insenature del Mekong la mattina all’alba, in visita ai floating market.

Trang mi ha raccontato della guerra, della generazione di sua madre, del profondo cambiamento che sta compiendo il suo Paese, della dittatura comunista che l’attraversa e, per forza, lo caratteriz­za. La vittoria del regime ha costretto il Vietnam a un periodo di frazionamento del cibo, le famiglie avevano a disposizione 150 gr di carne al mese, trovavano sostentamento da tutto ciò che il territorio offriva spontaneamente: piante infestanti, riso, erbe, la frutta degli alberi. Ogni tanto ripenso ai mille occhi che ho incontrato e mi chiedo se siano ancora lì dove li ho lasciati, se ogni persona che mi ha sfamato abbia ancora quel sorriso tranquillo che ho conosciuto, se ogni mattina, ancora, all’alba i floating market si accendano come lucciole o se abbia smesso di piovere sulle bancarelle di Hue. Mi sembra uno spettacolo così preciso e importante che mi fa strano, ogni tanto, immaginare che ogni giorno quello che ho visto rinasce di nuovo, anche senza di me”

Su EyesOpen! n.11

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Clarissa Ceci – F-lux

Generazioni #10

F-lux è la forma dei pensieri di Clarissa Ceci, gli stimoli e le sensazioni che affollano la sua mente quando è in balia della città. Parte da un’idea molto caotica e le da un ordine/disordine visivo trasformandolo in questo “flusso di coscienza”, a un percorso di liberazione e ricerca che è avvenuto durante un anno.

“Milano per me è un luogo da scoprire, territorio di nessuno, dove i ricordi e le sensazioni si cuciono come su una grande tela; dove spesso mi sono sentita persa, dove ho visto riflesse le mie angosce, dove ho creato la mia nuova casa, un nuovo mondo di salvezza. La città dove divento donna”

Pubblicato integralmente su EyesOpen! n.11

 

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Danea Urso – Je est un autre

Generazioni #6

Vi presentiamo la giovane fotografa Danea Urso, attiva partecipante e socia dell’associazione culturale Photosintesi di Casarano (LE) che ha affrontato un tema drammatico, vissuto in prima persona, usando la fotografia per esorcizzare quanto accadutole.

“Je est un autre”: un soggetto e un verbo non coniugati, una lingua che non è quella italiana, un altro che non si sa chi è, un altro da sé stessi che non è dato conoscere. Questo progetto racconta di una storia uguale, ma anche diversa da tante altre, una storia di “mal di vivere”, una storia che parla del soggetto in se, ma anche del fotografo.

“È il racconto di un perenne senso di angoscia, soffocamento, dolore e solitudine. Qui ho esorcizzato tutta la rabbia, tutto il senso di impotenza, tutta l’atmosfera che ho vissuto prima in terza e poi in prima persona; qui chiudo un capitolo della mia vita scegliendo di reagire; qui ha chiuso la sua vita mio zio scegliendo la morte. Nel febbraio del 2002, quando aveva quasi la stessa età che ho io oggi

Ho voluto dar voce alla sua vicenda e alla sua sofferenza, ho voluto rompere il silenzio che si è creato da allora in famiglia attorno a tutta questa storia”

Pubblicato in dittici su EyesOpen! n.11

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Bartolomeo Rossi – Saga

Generazioni #2

Bartolomeo Rossi, classe 1993, è un vagabondo con radici a Udine. Prova a fare il geometra nella sua città, ma sposta presto le sue attenzioni verso i nuovi media laureandosi così in Scienze e Tecnologie Multimediali all’Università degli Studi di Udine. Da sempre affascinato dal mondo della fotografia e incoraggiato dal nonno, dallo zio e dal padre, inizia il suo percorso da autodidatta, ma oggi, dopo 8 anni di sperimentazioni, corsi e workshop (l’ultimo in Islanda con Giovanni Marrozzini), non ha ancora le idee chiare e di questo è molto contento. Fotografa il circo contemporaneo, dal Circo all’inCirca di Udine (associazione di cui fa parte) ai MagdaClan fino ad arrivare al festival Brocante, le montagne del suo Friuli e l’Islanda, terra che è diventata la sua seconda casa.

Su EyesOpen! #11 abbiamo pubblicato il suo lavoro dal titolo “Saga”

“Le abitazioni immerse nel crepuscolo mi accolgono nel mio vagabondare notturno e subito mi sento a casa, le migliaia di chilometri che mi dividono dal Friuli si annullano immediatamente. Capisco che ho finalmente trovato quello che l’anno prima non ero riuscito ad incontrare: la mia Islanda.”

(dal diario di viaggio)

“Il viaggio nei fiordi occidentali, quella mano di terra che si allunga verso la Groenlandia, è un percorso alla ricerca dell’Islanda più vera. Era già la seconda volta che volavo verso nord: l’anno precedente avevo girato l’isola lungo la famosa ring road, ma avevo deciso di tornarci per concentrarmi sull’unica parte che avevo tralasciato. Il mio è il racconto onirico di un’avventura che mi ha permesso di conoscere meglio questa terra, lontano dal rumore del turismo; una storia fatta di visioni, più che di foto.

E’ la mia saga, la storia che ho voluto narrare di questo popolo e della sua terra, che tanto viene decantata e fotografata. ed è per questo che ho deciso che a guidarmi sarebbe stato il cuore e non la testa: volevo cercare di dar forma a un racconto meno razionale e descrittivo, che lasciasse spazio all’immaginazione”

www.bartolomeorossi.com

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Robert Mapplethorpe – Avanguardia americana

L’occasione per parlare di Robert Mapplethorpe ci è data da una mostra ospitata alla galleria Franco Noero di Torino e organizzata in collaborazione con la fondazione che tutela l’opera del grande fotografo americano. Dell’autore sono raccolti 98 pezzi che si prestano a una sequenza di associazioni, somiglianze e contrasti declinati in tutti i generi da lui indagati durante la carriera. Ci sono ritratti, nature morte, nudi, sensualità, per una visione d’insieme che parte dalla produzione giovanile degli anni Settanta. Mapplethorpe fu uno dei massimi esponenti dell’Avanguardia americana ed è ancora considerato il simbolo anticonformista di una contemporaneità senza tempo, che ha saputo impersonare un senso estremo di libertà che si esprime costantemente nell’intreccio tra la sua pratica artistica, gli aspetti intimi della sua vita, i suoi compagni di strada, le celebrità e il pubblico.

Lui, controverso e irriverente, trasformò la pornografia in arte pura. Nei suoi primi esperimenti realizzò collage ritagliando immagini prese dai giornali pornografici gay. Sua compagna in gioventù fu Patti Smith: legati da una storia d’amore quando ventenni arrivarono insieme a New York, poi da una tenera amicizia e dal sodalizio artistico quando il fotografo scoprì di essere omosessuale. Mapplethorpe diede scandalo rendendo pubblico il suo amore per il curatore d’arte Sam Wagstaff e i rapporti con altri uomini. Visse quel decennio famelico e folle dell’emancipazione gay in cui la creazione artistica e il sesso erano strettamente legati, trasportando se stesso fino a quegli anni Ottanta venati di sottile edonismo che lo videro famoso. Ritrasse personaggi come William Burroughs, Allen Ginsberg, Jimi Hendrix, Andy Warhol, Janis Joplin, Louise Bourgeois…

Frequentava locali in cui erano lecite perversioni e scene scabrose, realizzava nudi statuari di corpi fasciati in lattex, si faceva autoritratti in cui impersona Lucifero. Recitava la parte dell’artista senza regole, per il gusto di attaccare i dogmi bigotti della società borghese, giocando con l’anticonvenzionale, con il suo stesso bisogno di superare i confini. Nonostante i tentativi di censura, divenne uno degli artisti più applauditi del XX secolo. Il suo lavoro fu quasi tutto prodotto in studio, connotato da una profonda passione per la scultura e l’architettura classica e dalla sua capacità di creare un senso di misterioso stupore giocando con luci e ombre reali e metaforiche.

Il Mapplethorpe ambizioso e sfrontato era però anche un uomo fragile, vulnerabile e puro, di una purezza che emerge nei suoi scatti perfetti e caratterizzati da un formalismo estetico senza pari. Morì di Aids nel 1989. L’amica di sempre, Patti Smith, continuò a scrivergli lettere e a conservarne la memoria anche quando era già scomparso. Le sue fotografie sono esposte nei musei di mezzo mondo.

Pubblicato su EyesOpen! n. #8 – Ovest

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Roger Ballen – Il visionario

Roger Ballen è uno degli artisti dell’immagine più originali del mondo, il più “freaky” e visionario di questo nostro secolo. Le sue opere surrealiste sono icone arricchite di graffiti, sculture, disegni e oggetti quasi sempre creati da lui stesso per rappresentare metafore. Mette in scena il brutto, le nostre paure più recondite, i mali che ci minacciano, e li trasforma. Sono simboli, gli servono per enfatizzare il suo bisogno di entrare in noi e nei personaggi che rappresenta con una dirompenza che lascia esterrefatto qualunque spettatore.

Pubblicato su EyesOpen! n. #3

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Johannesburg, per farci raccontare la sua carriera e la sua poetica e Ballen esordisce dicendo:

“Il mio lavoro ha una connotazione estetica e sociologica. Io definisco le mie foto geologiche, perché scavano in profondità e arrivano a disturbare le persone che le osservano perché hanno a che fare con ciò che ci fa più paura. Mi occupo della psiche e della condizione dell’uomo, il mio lavoro ha sempre girato intorno a questo punto fermo. Cerco di indurre le persone a venire a patti con se stessi e con il loro io”. (Roger Ballen)

È come se ci mancasse qualcosa?

Nessuno può giudicare o capire, in ognuno di noi c’è assenza di qualcosa. È come se ci fosse un’identità nascosta da svelare, un perenne cercare se stessi dietro se stessi. È un fatto di ego, è una continua sfida. La gente tende a reprimere le sue paure più profonde proprio per questo.

Nelle sue foto c’è assenza di colore: perché lavora soltanto in bianco e nero?

Ho scattato in bianco e nero e su pellicola per quasi cinquant’anni e non è possibile scindere l’estetica delle mie immagini dal fatto che siano state realizzate con questo mezzo. La scelta è minimalista, è ricerca della minor distrazione possibile e non cerco di imitare ciò che percepisce l’occhio umano. Il bianco e nero è astrazione da ciò che definiamo realtà. Quando la gente dice di ammirare una foto, in realtà molto spesso sta ammirandone i colori. Il mio scopo in fotografia è produrre immagini che sono forme semplici e precise, astratte, ma che contengono significati complessi e profondi. E con il bianco e nero aggiro la dissonanza cognitiva che si verifica tra l’opera in sé e la mente di chi la osserva vedendoci cose che in realtà non ci sono.

Perché ha scelto questa professione?

Mia madre negli anni Sessanta lavorò alla Magnum Photos a New York e poi decise di aprire una sua galleria fotografica, una delle prime in città. Rappresentò importanti autori, Andre Kertesz ad esempio. Avevamo rapporti stretti con diversi esponenti dell’agenzia e con altri fotografi, fui influenzato dal loro lavoro,  da libri e stampe, ne ero circondato. Lei tentò di dissuadermi dall’intraprendere questa strada, ma io già a vent’anni sognavo di trovare tempo per la fotografia. Il mio lavoro ha subito continue metamorfosi nel corso degli anni. Dopo la Magnum, negli anni Ottanta fui ispirato da autori come Walker Evans, Sander, Weegee, fino a che col passare del tempo mi resi conto che il mio immaginario veniva influenzato solo dalle immagini che realizzavo.

Lei si è trasferito dagli Stati Uniti per vivere in Sud Africa. Il contatto con una società tanto diversa ha cambiato il suo modo di vedere e sentire la fotografia?

Sono arrivato a Johannesburg nel 1974, ero giovane, giravo facendo l’autostop e mi fermai un po’ prima di ripartire per altri viaggi. Rientrato in America alla fine degli anni Settanta mi laureai in geologia e ritornati poi in Sudafrica nell’82 perché era un luogo perfetto per le mie ricerche sui minerali. Inoltre qui conobbi mia moglie ed era una terra dove convivevano coloni, Occidente e terzo mondo: questa contraddizione fu motivo di ispirazione per le mie riflessioni sull’esistenza umana. Qui esistono notevoli differenze tra poveri e ricchi, e diversità culturali tra la cultura occidentale e quella africana, e dopo la fine dell’apartheid la globalizzazione ha ulteriormente trasformato la società.

Il mio libro “Platteland” indagava questo. Mostrai i bianchi che vivevano ai margini della società, rompendo il mito della loro supremazia. Dopo quel lavoro nel Paese mi consideravano una spia come Edward Snowden oggi…

Esplorando il lato oscuro della gente, lei esplora anche se stesso? Questo ha a che fare con paure e incubi?

Nelle mie immagini, ciò che disturba va ricercato proprio nelle nostre paure. L’essere umano reprime la sua parte oscura, prova vergogna o fastidio ad ammetterne l’esistenza e tende così a evitarla. Ma per quanti sforzi facciamo, le ansie sono sempre lì che ci aspettano, e più proviamo a scacciarle più affiorano in noi, anche sotto forma di brutti sogni.

Le sue foto sono realtà o fantasia?

È un’interpretazione piuttosto ambigua, questa. Il problema non è se il mio lavoro sia costituito da fatti reali o inventati. Se ognuno di noi si mettesse a ripensare alla sua vita, dopo un po’ anche gli avvenimenti realmente accaduti sembrerebbero un po’ sfuocati. Tutto è molto vago, sviluppato su vari livelli di consapevolezza e non sempre così oggettivo come ci aspetteremmo. Si arriva a un primo livello definendo un concetto, e si scopre che ce n’è un altro e poi un altro ancora, non si finisce mai. In fotografia si rende una realtà trasformata, metamorfosi appunto. L’immagine è un’altra realtà, un’interpretazione, un’estetica (la mia). Incorporo disegni, sculture o installazioni nell’inquadratura, spesso realizzandole io stesso, per completare il processo di trasformazione della realtà. Sono il prodotto della mia immaginazione.

Che cosa la ispira maggiormente?

Non lavoro con ispirazione, ma con la passione.

Che cosa ci dice degli animali che inserisce nei suoi scatti?

Sono affascinato dal loro rapporto con gli uomini, dalla convivenza. Sono in conflitto. Amo profondamente tutto ciò che si trova in natura, anche animali che normalmente fanno paura come i ragni o i serpenti. Nel mio libro “Asylum of the Birds” realizzato nel 2014, i volatili sono il filo conduttore del racconto. Li ho usati come se fossero una metafora, ma non li temo. Gli uccelli sono il legame tra il cielo e la terra, c’è scritto anche nella Bibbia, svolgono una funzione simbolica, archetipica.

Oggi ripubblica il volume “Outland”, sempre con Phaidon, arricchendolo di nuove foto.

Sì, sono presentate più di trenta immagini inedite. È un progetto che mi ha visto impegnato per oltre vent’anni e che si concentra sulla figura umana.

Qual è il suo messaggio per noi?

Questa è una buona domanda, la ringrazio per avermela fatta. Le rispondo dicendo che le foto devono parlare da sole, io non ho messaggi. Io faccio foto e basta. Forse cerco di sollecitare a capire meglio la nostra identità, a trovare un equilibrio anche aprendo la nostra mente.

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Andrea Alfano – Intervista

Andrea Alfano, giovane ed emergente talento napoletano della fotografia già pubblicato sull’ultima edizione cartacea di EyesOpen!, di recente è stato selezionato da Leica Camera Italia per una residenza fotografica con i due fotografi di Magnum Alex Webb e Harry Gruyaert, un bando vinto con lo stesso lavoro pubblicato sulle nostre pagine cartacee. Vogliamo approfondire con lui alcune tematiche legate al suo modo di lavorare e alla sua visione, certi che la sua carriera sia solo agli esordi e che avrà ancora parecchie cose da raccontare attraverso le immagini.

Con il suo lavoro Matáia Óle, Lei ha scelto di raccontare una Matera in bilico tra la necessità di conservare le sue bellezze architettoniche e storiche e quella di offrire benessere ai suoi abitanti, e lo ha fatto scegliendo un linguaggio molto contemporaneo.

Per prima cosa, grazie a EyesOpen Magazine per aver selezionato e accolto nel numero di marzo 2015 Matáia Óle. La questione è delicata perché sullo sfondo di questo lavoro ci sono due esigenze molto sentite dalla popolazione locale e che, tuttavia, non sempre coincidono: valorizzazione del patrimonio storico e sviluppo del turismo, entrambe forme diverse di ricchezza per i materani. Matera l’ho vista per la prima volta nel 2013 e dopo la sensazione di iniziale stupore per la bellezza di quel paesaggio, man mano mi sono reso conto che il luogo in cui ero entrato mi appariva artefatto. Era come se il soggiorno dei turisti dovesse trasformarsi in un’esperienza puramente commerciale, mentre la storia millenaria dei Sassi passava in secondo piano. Ovviamente, credevo fosse una mia sensazione, legata ad una visione personale di quello che osservavo. Invece una mattina incontrai per caso una vecchia signora in uno dei mille vicoli dei Sassi: era ferma e mi sembrava davvero molto triste, così mi avvicinai per chiederle se avesse bisogno d’aiuto. Lei, indicandomi un’abitazione, si commosse e mi spiegò che un tempo quella era stata la sua casa, appartenuta alla sua famiglia per generazioni, mentre oggi nello stesso posto c’era un residence turistico che affittava stanze nelle stesse grotte di pietra dove lei aveva vissuto da bambina. Mi disse anche che ogni mattina, per arginare la solitudine, usciva molto presto e percorreva lentamente le strade dei Sassi fino alla sua vecchia casa, dove si fermava a ricordare gli anni della sua giovinezza, prima che i Sassi fossero sfollati.  Ho capito allora che una buona prospettiva per affrontare il problema, poteva essere quella di fotografare lo smarrimento emotivo delle persone che un tempo abitavano i Sassi e che oggi osservano impotenti la trasformazione dei luoghi della loro memoria, devoluti alla speculazione turistica. Ho deciso che dovevo andare alla ricerca di queste persone e fotografare i loro ricordi: così avrei potuto colmare il vuoto tra la storia millenaria dei Sassi e la loro immagine attuale. Da qui l’idea del nome “Matáia Óle”, che in greco antico significa “tutto vacuo” e che è stato anche il primo nome di Matera.

Come mai ha voluto usare un cellulare?

A proposito del linguaggio che ho usato, ho inserito le foto nel mio taccuino, con il relativo racconto, perché mi sembrava il modo più semplice per “far parlare” le storie che ho incontrato. E ho scelto l’uso del cellulare perché mi interessava essere percepito dai turisti come uno di loro.

Quali vantaggi e quali svantaggi, nella scelta dell’iPhoneography rispetto a quella di utilizzare magari una fotocamera?

Premesso che secondo me il mezzo va scelto in funzione del risultato da ottenere, questo è il primo lavoro che faccio con un iPhone e, come dicevo prima, in questo caso il cellulare mi ha permesso di passare inosservato come fotografo e di seguire liberamente gli spostamenti dei turisti. Un’altra cosa che ho apprezzato molto è il fatto di ritrovarsi una fotocamera sempre in tasca. Trovo anche molto divertenti le app Hipstamatic e Instagram. Tra gli svantaggi, potrei dire la durata delle batterie e la limitata gamma dinamica dei sensori dei vecchi iPhone (come il mio), anche se questo è stato uno stimolo ad agire in maniera più ragionata, a fare molta attenzione alle luci perché dopo non ci sono margini di recupero. In generale, credo che i limiti siano degli stimoli a lavorare meglio e più attentamente, per questo continuo anche a lavorare in analogico ogni volta che posso.

Perché ha preso appunti? Non è una scelta di molti fotografi abbinare gli scatti alle parole.

Per me il problema era inglobare i racconti dei vecchi abitanti nelle foto: quelle parole erano troppo importanti per essere lasciate alle didascalie, volevo che fossero parte dell’immagine. E quindi ho pensato che la cosa più naturale da fare fosse inserire le fotografie nel mio taccuino di lavoro, dove abitualmente prendo nota di quello che mi raccontano le persone. Così, ho fatto delle piccole stampe, le ho inserite nel taccuino e le ho ri-fotografate con i testi. So che a molti non piace l’accostamento tra immagini e parole, io invece lo trovo molto interessante, a volte necessario, anche se faccio sempre attenzione a che il testo non spieghi la fotografia. Per quello ci sono le didascalie… Quindi ecco, credo che sia molto importante cercare un giusto equilibrio tra i due linguaggi. Le parole in Matáia Óle sono semplicemente degli input che aiutano l’osservatore a entrare nella storia dei Sassi e delle persone che li abitarono.

Ci sono altri posti da lei raccontati così? Se sì, quali?

E’ la prima volta che sperimento il format immagini-parole in un’unica foto. Per gli altri lavori che ho in corso, le parole restano un elemento importante, ma sono un pochino più distanti dalla foto.

Le piace di più raccontare i luoghi o le persone? E perché?

Mi piace fotografare entrambi perché credo che persone e luoghi siano molto legati, anche se sto imparando a capire che necessitano di approcci diversi: l’intimità con le persone la raggiungi attraverso uno scambio, che può essere sia emotivo sia fisico e che può coinvolgerti a 360 gradi; mentre con i luoghi il discorso è più introspettivo, devi poter avvertire la loro energia ed essere in grado di ascoltare le sensazioni che risvegliano in te. Credo che luoghi e persone ti spingano a pensare in due modi diversi, come se tirassero fuori lati diversi della tua personalità.

Quali sensazioni prova arrivando in una città e come decide il suo modo di procedere? E’ casuale o c’è un metodo? E da cosa prende ispirazione?

Ogni città, ogni luogo, trasmette sensazioni diverse, che ovviamente dipendono anche da quanto sei disposto a recepire gli stimoli o dal tuo grado di empatia. Quando devo fotografare qualcosa in un posto nuovo, innanzitutto mi informo il più possibile, leggendo, guardando film o documentari, guardando la produzione artistica del luogo o ascoltandone la musica. Ad esempio, per Matáia Óle ho letto delle parti del “Cristo si è fermato a Eboli”, ho studiato un documento storico della Fondazione Olivetti e ho guardato tre documentari. Una volta sul posto, entro in contatto con la gente locale che è una fonte di conoscenza importantissima e, contemporaneamente, inizio a fotografare, lasciandomi guidare dall’istinto e dalla curiosità: In un secondo momento, dopo aver elaborato il materiale raccolto, inizio a fotografare impostando il lavoro sul risultato che intendo raggiungere e, se è necessario, ritorno altre volte sul posto per aggiungere ulteriori elementi alla narrazione. Nel frattempo, faccio un editing provvisorio, che magari viene modificato molte volte, e quando credo che il lavoro sia abbastanza completo cerco di farne uno definitivo. Iinsomma è un processo lungo, ma a me piace lavorare così quando mi è possibile.

Con Bereniceil suo lavoro su Napoli, ha vinto il Premio Celeste 2014. Come ha scelto di raccontare la sua città?

In un certo senso il lavoro che sto facendo con Berenice è ancora più complesso, perché non solo vale tutto quello che le ho appena detto, ma Napoli è anche la città in cui sono nato e cresciuto. E se questo da un lato può avvantaggiarmi perché conosco il territorio e la cultura locale, dall’altro so bene che la mia è una città su cui si è già prodotto tantissimo a ogni livello espressivo; quindi la parte difficile del lavoro è cercare di costruire una visione libera dagli stereotipi negativi o positivi che fanno parte del nostro background partenopeo. Quello che voglio fare è creare un immaginario personale, che sarà il modo di pensare alla mia città quando sarò lontano e il mio luogo di rifugio quando ne avrò bisogno.

Ci svela qualche suo futuro progetto?

Nei miei piani futuri c’è innanzitutto diffondere Matáia Óle e completare Berenice. Attualmente sto osservando il sorprendente microcosmo del libro fotografico d’autore e sto raccogliendo materiale informativo su un nuovo lavoro che vorrei iniziare quanto prima, ma per una questione di onestà nei confronti miei e degli altri, preferisco non parlare delle cose che non ho ancora prodotto. Posso anticiparle che ho intenzione di tornare in Sud America per completare un progetto che avevo iniziato nel 2012 e che sarà costruito in modo molto particolare, a cavallo tra fotografia e scrittura (io mi occuperò solo della fotografia). Vedremo cosa ne verrà fuori, ma per il momento sono pieno di aspettative.

 

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