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Mayumi Suzuki – The Restoration Will – Photoboox Award 2017

Sulle pagine di EyesOpen! n. 11 in uscita lunedì 27 novembre ospitiamo quattro lavori che provengono da Oriente. Sono il vincitore e alcuni dei finalisti del Photoboox Award 2017, concorso internazionale indetto dal Photolux Festival di Lucca e dedicato al libro fotografico. Il vincitore vede pubblicato il suo libro dalla casa editrice Ceiba Editions in collaborazione con EyesOpen! Magazine e Grafiche dell’Artiere

Il contest si proponeva di individuare i migliori progetti editoriali inediti e dar loro visibilità e un’opportunità di realizzazione alle nuove generazioni di fotografi. Ha vinto il dummy The Restoration Will di Mayumi Suzuki: racconta la storia della perdita dei genitori, che l’autrice ha vissuto a seguito dello tsunami che ha colpito il Giappone nel 2011. Gli altri meritevoli autori pubblicati, tutti finalisti al concorso, sono Hiroshi Okamoto, Miki Hasegawa, Thi My Lien Nguyen.

La giuria composta da: Markus Schaden (fondatore del The PhotoBookMuseum – Colonia), Daria Birang, curatore e book maker, Benedetta Donato, curatore indipendente, Eva-Maria Kunz, co-fondatore e direttore artistico della casa editrice Ceiba editions, Manuela Cigliutti, co-fondatore e direttore artistico della rivista EyesOpen! Assegnando a Mayumi Suzuki il premio, ha voluto supportare l’autrice nel processo di compimento di questo progetto personale, trasformando un dummy già molto interessante in un libro, nella convinzione che quanto iniziato probabilmente come modo per lavorare su una perdita personale possa diventare un progetto da condividere con un ampio pubblico. La giuria ha visto chiaramente riflessa nel suo progetto la personale sfida dell’autrice e tutto il potenziale di questo lavoro, nel quale ha saputo raccontare la propria vulnerabilità senza però trovare le giuste soluzioni narrative.

Qui un’anteprima:

“I miei genitori sono scomparsi con lo tsunami del 2011. La nostra casa venne distrutta. Era il luogo dove lavoravano, ma anche dove vivevano. Io sono cresciuta lì. Dopo il disastro, ho ritrovato un obiettivo, il portfolio e l’album di famiglia di mio padre e l’album di famiglia sepolti nel fango e nelle macerie. Un giorno provai a scattare una foto di paesaggio con l’obiettivo fangoso di mio padre. L’immagine è risultata oscura e sfocata, come una visione del defunto. Nel farlo, ho sentito di poter collegare questo mondo con quell’altro. Mi sembrava di poter avere una conversazione con i miei genitori, anche se in realtà è impossibile. Le foto di famiglia che ho trovato si erano bagnate ed erano diventate bianche. I ritratti di mio padre erano macchiati, scoloriti. Queste cicatrici sono simili al danno visto nella mia città e ai miei ricordi che sto lentamente perdendo.

Spero di conservare la mia memoria e la storia della mia famiglia attraverso questo libro che è dedicato a mio padre, Atsushi Sasaki e a mia madre, Katsuko Sasaki, che non sono ancora stati trovati dall’11 marzo 2011″ – Mayumi Suzuki

Il libro sarà presentato sabato 25 novembre alle ore 12:00 (Lucca, Real Collegio) nel corso del Photolux 2017. Approfondimenti sul sito Ceiba Editions

Foto di back stage per gentile concessione di Ceiba editions:

 

 

 

 

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Elger Esser – L’alchimia del paesaggio

L’ALCHIMIA DEL PAESAGGIO

di Alessandra Klimciuk

Pubblicato su EyesOpen! n. #10 – Habitat

Entrare nel mondo di Elger Esser è un viaggio nella dimensione del tempo e dello spazio senza fine. Un viaggio dove l’arte fotografica diventa arte pittorica. Maestro indiscusso della rarefazione in paesaggi dove arte e natura sono intimamente legati, la sua ricerca ha incluso l’emozione nell’idea documentaristica di Bernd e Hilla Becher, rimanendo comunque vicino al senso concettuale della fotografia e al valore della memoria trasmesso dai suoi celebri insegnanti alla scuola di Düsseldorf, che hanno sempre sostenuto il suo lavoro. La sua perfezione ottica, il suo concetto di luogo, il rigore formale dello spazio e dei suoi componenti, l’utilizzo del grande formato, lo avvicinano e lo vedono a suo modo figlio dei lavori dei Becher. L’autenticità della ricerca attraversa tutta la sua produzione. Un alchimista contemporaneo che sperimenta e invita a ripensare la fotografia come strumento di originalità e a ridefinire il suo territorio.

Artista raffinato e colto, il suo mondo visionario è frutto di un lavoro meticoloso e di una ricerca approfondita. Le sue immagini oniriche e sublimi rimandano a tutta la cultura europea di cui Elger Esser è profondo conoscitore. La connessione letteraria è estremamente importante per lui, che ha sempre cercato temi legati alla letteratura classica del ‘900. Quello che lui sa, ha studiato e ricerca dà a ogni luogo un’importanza che va ben oltre l’immagine che già di per sé ci affascina.

Sensibile e preciso nella sua osservazione, Elger Esser utilizza tonalità pallide, quasi sbiadite o seppia, ma anche il colore, per rappresentare diversi stati d’animo, tecniche che ricordano lo spirito romantico del tardo XVIII secolo e la letteratura di viaggio del XIX secolo. Ma le sue opere, che possono apparire classiche, diventano contemporanee nella loro composizione, che si muove tra la sfocatura e la nitidezza data dalla lunga esposizione.

Frutto di ricognizione e preparazione meticolosa, il luogo e l’inquadratura di ogni sua opera diventano essi stessi parte di quel momento preciso che è il tempo perfetto, ma anche di uno spazio ben definito e rigoroso. Spazio e tempo sono le due coordinate che costruiscono le sue fotografie. Il momento presente e lo spazio definito, dilatano i propri confini fino a perdersi nell’infinito, in una sfera rarefatta tra le dimensioni del tempo e dello spazio, in cui lo spettatore perde i propri confini e i propri riferimenti, ma ritrova l’esperienza interiore e intima del senso profondo della realtà e della sua bellezza senza fine.

La poetica di Esser si manifesta proprio di fronte alla magnificenza della natura, alla sua bellezza, alla vastità degli spazi, di fronte a cui l’uomo riconosce il proprio limite e la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo. Il sentimento del sublime apre all’uomo l’esperienza dell’infinito. Il mare, lo stesso elemento che ci compone e senza il quale non ci sarebbe vita, attraversa quasi tutta la sua produzione. E i suoi paesaggi diventano lo specchio della nostra anima, ritratti sublimi dell’animo dell’uomo. Anche l’ultima serie di lavori Morgenland, realizzata durante una serie di viaggi in medio oriente tra Libano, Egitto e Israele dal 2004 al 2015, utilizza il paesaggio come riflessione sulla situazione politica e i conflitti che lacerano quelle regioni da decenni. La descrizione che fa Esser trasmette una bellezza tranquilla e serena, che auspica un senso di riconciliazione tra le differenze culturali e le questioni storiche irrisolte.

 

 

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Massimo Lupidi – Islanda, un libro tra cielo e terra

L’Islanda è un’isola forgiata nel tempo, dove i contrasti si incontrano a formare un paesaggio che non ha eguali nel resto del Pianeta. E’ una terra fatta di giaccio e fuoco, di laghi e vette incombenti, di cascate tuonanti e balene che nuotano davanti alle sue coste nere di lava. E’ il Grande Nord, un pezzo di mondo da vedere e non dimenticare mai, ma è più dolce e accogliente di quanto lo immaginiamo. Un fotografo è riuscito a raccontare le diversità di questo Paese piantato in mezzo alle correnti dell’Atlantico, trasformando molte delle sue geografie in astrazioni. Lui si chiama Massimo Lupidi, il suo poetico lavoro è ora raccolto in un libro edito da Sassi e dal titolo “Islanda tra cielo e terra”.

Non ha il taglio paesaggistico da National Geographic, per intenderci, va oltre la pura osservazione. Va esattamente dove dovrebbe andare l’approccio al paesaggio: verso la filosofia. Il volume vanta una prefazione di Eliza Reid, first lady della Repubblica d’Islanda e riunisce una selezione di immagini che riprendono queste lande straordinarie sia da terra che dall’alto. Grazie alle inquadrature aeree, forme e colori ci vengono restituite quasi fossero altro, quasi evocassero dipinti di Pollock o Klee per assumere nuovi significati. L’autore alterna poi scatti più definiti, inquadrature ampie che svelano maggiori dettagli sui luoghi incontrati e che, di certo, conosce molto bene. Ad accompagnare il suo racconto sono impaginate anche le poesie di Sigurbjörg Þrastardóttir, una scrittrice dell’isola.

Dimensioni cm 30 / 30, copertina rigida con sovracoperta, 128 pagine, tiratura 4000 copie.

Prezzo di copertina: € 29,90, Sassi Editore.

 

Info: http://www.massimolupidi.com/books.htm

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Robert Mapplethorpe – Avanguardia americana

L’occasione per parlare di Robert Mapplethorpe ci è data da una mostra ospitata alla galleria Franco Noero di Torino e organizzata in collaborazione con la fondazione che tutela l’opera del grande fotografo americano. Dell’autore sono raccolti 98 pezzi che si prestano a una sequenza di associazioni, somiglianze e contrasti declinati in tutti i generi da lui indagati durante la carriera. Ci sono ritratti, nature morte, nudi, sensualità, per una visione d’insieme che parte dalla produzione giovanile degli anni Settanta. Mapplethorpe fu uno dei massimi esponenti dell’Avanguardia americana ed è ancora considerato il simbolo anticonformista di una contemporaneità senza tempo, che ha saputo impersonare un senso estremo di libertà che si esprime costantemente nell’intreccio tra la sua pratica artistica, gli aspetti intimi della sua vita, i suoi compagni di strada, le celebrità e il pubblico.

Lui, controverso e irriverente, trasformò la pornografia in arte pura. Nei suoi primi esperimenti realizzò collage ritagliando immagini prese dai giornali pornografici gay. Sua compagna in gioventù fu Patti Smith: legati da una storia d’amore quando ventenni arrivarono insieme a New York, poi da una tenera amicizia e dal sodalizio artistico quando il fotografo scoprì di essere omosessuale. Mapplethorpe diede scandalo rendendo pubblico il suo amore per il curatore d’arte Sam Wagstaff e i rapporti con altri uomini. Visse quel decennio famelico e folle dell’emancipazione gay in cui la creazione artistica e il sesso erano strettamente legati, trasportando se stesso fino a quegli anni Ottanta venati di sottile edonismo che lo videro famoso. Ritrasse personaggi come William Burroughs, Allen Ginsberg, Jimi Hendrix, Andy Warhol, Janis Joplin, Louise Bourgeois…

Frequentava locali in cui erano lecite perversioni e scene scabrose, realizzava nudi statuari di corpi fasciati in lattex, si faceva autoritratti in cui impersona Lucifero. Recitava la parte dell’artista senza regole, per il gusto di attaccare i dogmi bigotti della società borghese, giocando con l’anticonvenzionale, con il suo stesso bisogno di superare i confini. Nonostante i tentativi di censura, divenne uno degli artisti più applauditi del XX secolo. Il suo lavoro fu quasi tutto prodotto in studio, connotato da una profonda passione per la scultura e l’architettura classica e dalla sua capacità di creare un senso di misterioso stupore giocando con luci e ombre reali e metaforiche.

Il Mapplethorpe ambizioso e sfrontato era però anche un uomo fragile, vulnerabile e puro, di una purezza che emerge nei suoi scatti perfetti e caratterizzati da un formalismo estetico senza pari. Morì di Aids nel 1989. L’amica di sempre, Patti Smith, continuò a scrivergli lettere e a conservarne la memoria anche quando era già scomparso. Le sue fotografie sono esposte nei musei di mezzo mondo.

Pubblicato su EyesOpen! n. #8 – Ovest

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Roger Ballen – Il visionario

Roger Ballen è uno degli artisti dell’immagine più originali del mondo, il più “freaky” e visionario di questo nostro secolo. Le sue opere surrealiste sono icone arricchite di graffiti, sculture, disegni e oggetti quasi sempre creati da lui stesso per rappresentare metafore. Mette in scena il brutto, le nostre paure più recondite, i mali che ci minacciano, e li trasforma. Sono simboli, gli servono per enfatizzare il suo bisogno di entrare in noi e nei personaggi che rappresenta con una dirompenza che lascia esterrefatto qualunque spettatore.

Pubblicato su EyesOpen! n. #3

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Johannesburg, per farci raccontare la sua carriera e la sua poetica e Ballen esordisce dicendo:

“Il mio lavoro ha una connotazione estetica e sociologica. Io definisco le mie foto geologiche, perché scavano in profondità e arrivano a disturbare le persone che le osservano perché hanno a che fare con ciò che ci fa più paura. Mi occupo della psiche e della condizione dell’uomo, il mio lavoro ha sempre girato intorno a questo punto fermo. Cerco di indurre le persone a venire a patti con se stessi e con il loro io”. (Roger Ballen)

È come se ci mancasse qualcosa?

Nessuno può giudicare o capire, in ognuno di noi c’è assenza di qualcosa. È come se ci fosse un’identità nascosta da svelare, un perenne cercare se stessi dietro se stessi. È un fatto di ego, è una continua sfida. La gente tende a reprimere le sue paure più profonde proprio per questo.

Nelle sue foto c’è assenza di colore: perché lavora soltanto in bianco e nero?

Ho scattato in bianco e nero e su pellicola per quasi cinquant’anni e non è possibile scindere l’estetica delle mie immagini dal fatto che siano state realizzate con questo mezzo. La scelta è minimalista, è ricerca della minor distrazione possibile e non cerco di imitare ciò che percepisce l’occhio umano. Il bianco e nero è astrazione da ciò che definiamo realtà. Quando la gente dice di ammirare una foto, in realtà molto spesso sta ammirandone i colori. Il mio scopo in fotografia è produrre immagini che sono forme semplici e precise, astratte, ma che contengono significati complessi e profondi. E con il bianco e nero aggiro la dissonanza cognitiva che si verifica tra l’opera in sé e la mente di chi la osserva vedendoci cose che in realtà non ci sono.

Perché ha scelto questa professione?

Mia madre negli anni Sessanta lavorò alla Magnum Photos a New York e poi decise di aprire una sua galleria fotografica, una delle prime in città. Rappresentò importanti autori, Andre Kertesz ad esempio. Avevamo rapporti stretti con diversi esponenti dell’agenzia e con altri fotografi, fui influenzato dal loro lavoro,  da libri e stampe, ne ero circondato. Lei tentò di dissuadermi dall’intraprendere questa strada, ma io già a vent’anni sognavo di trovare tempo per la fotografia. Il mio lavoro ha subito continue metamorfosi nel corso degli anni. Dopo la Magnum, negli anni Ottanta fui ispirato da autori come Walker Evans, Sander, Weegee, fino a che col passare del tempo mi resi conto che il mio immaginario veniva influenzato solo dalle immagini che realizzavo.

Lei si è trasferito dagli Stati Uniti per vivere in Sud Africa. Il contatto con una società tanto diversa ha cambiato il suo modo di vedere e sentire la fotografia?

Sono arrivato a Johannesburg nel 1974, ero giovane, giravo facendo l’autostop e mi fermai un po’ prima di ripartire per altri viaggi. Rientrato in America alla fine degli anni Settanta mi laureai in geologia e ritornati poi in Sudafrica nell’82 perché era un luogo perfetto per le mie ricerche sui minerali. Inoltre qui conobbi mia moglie ed era una terra dove convivevano coloni, Occidente e terzo mondo: questa contraddizione fu motivo di ispirazione per le mie riflessioni sull’esistenza umana. Qui esistono notevoli differenze tra poveri e ricchi, e diversità culturali tra la cultura occidentale e quella africana, e dopo la fine dell’apartheid la globalizzazione ha ulteriormente trasformato la società.

Il mio libro “Platteland” indagava questo. Mostrai i bianchi che vivevano ai margini della società, rompendo il mito della loro supremazia. Dopo quel lavoro nel Paese mi consideravano una spia come Edward Snowden oggi…

Esplorando il lato oscuro della gente, lei esplora anche se stesso? Questo ha a che fare con paure e incubi?

Nelle mie immagini, ciò che disturba va ricercato proprio nelle nostre paure. L’essere umano reprime la sua parte oscura, prova vergogna o fastidio ad ammetterne l’esistenza e tende così a evitarla. Ma per quanti sforzi facciamo, le ansie sono sempre lì che ci aspettano, e più proviamo a scacciarle più affiorano in noi, anche sotto forma di brutti sogni.

Le sue foto sono realtà o fantasia?

È un’interpretazione piuttosto ambigua, questa. Il problema non è se il mio lavoro sia costituito da fatti reali o inventati. Se ognuno di noi si mettesse a ripensare alla sua vita, dopo un po’ anche gli avvenimenti realmente accaduti sembrerebbero un po’ sfuocati. Tutto è molto vago, sviluppato su vari livelli di consapevolezza e non sempre così oggettivo come ci aspetteremmo. Si arriva a un primo livello definendo un concetto, e si scopre che ce n’è un altro e poi un altro ancora, non si finisce mai. In fotografia si rende una realtà trasformata, metamorfosi appunto. L’immagine è un’altra realtà, un’interpretazione, un’estetica (la mia). Incorporo disegni, sculture o installazioni nell’inquadratura, spesso realizzandole io stesso, per completare il processo di trasformazione della realtà. Sono il prodotto della mia immaginazione.

Che cosa la ispira maggiormente?

Non lavoro con ispirazione, ma con la passione.

Che cosa ci dice degli animali che inserisce nei suoi scatti?

Sono affascinato dal loro rapporto con gli uomini, dalla convivenza. Sono in conflitto. Amo profondamente tutto ciò che si trova in natura, anche animali che normalmente fanno paura come i ragni o i serpenti. Nel mio libro “Asylum of the Birds” realizzato nel 2014, i volatili sono il filo conduttore del racconto. Li ho usati come se fossero una metafora, ma non li temo. Gli uccelli sono il legame tra il cielo e la terra, c’è scritto anche nella Bibbia, svolgono una funzione simbolica, archetipica.

Oggi ripubblica il volume “Outland”, sempre con Phaidon, arricchendolo di nuove foto.

Sì, sono presentate più di trenta immagini inedite. È un progetto che mi ha visto impegnato per oltre vent’anni e che si concentra sulla figura umana.

Qual è il suo messaggio per noi?

Questa è una buona domanda, la ringrazio per avermela fatta. Le rispondo dicendo che le foto devono parlare da sole, io non ho messaggi. Io faccio foto e basta. Forse cerco di sollecitare a capire meglio la nostra identità, a trovare un equilibrio anche aprendo la nostra mente.

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Lee Jeffries – Occhi sconosciuti

Lee Jeffries vive a Manchester, nel Regno Unito. Comincia a fotografare eventi sportivi ma un incontro casuale con una giovane ragazza senzatetto per le strade di Londra cambia il suo approccio artistico per sempre. La sua percezione sui senzatetto cambia completamente: diventano il soggetto della sua arte. Le sue fotografie ritraggono le sue convinzioni e la sua compassione per il mondo.

Qui un’intervista uscita su EyesOpen! n. 0/2014

Può dirci come ha iniziato la sua esperienza nella fotografia, da dove è partito e perchè?

Ho iniziato ad usare la macchina fotografica a cinque anni. Poi, un giorno a Londra, mentre mi apprestavo a correre la maratona, ho deciso di fare qualche fotografia di strada, sperando di avere fortuna. Rannicchiata in un sacco a pelo sulla porta di un negozio, ho notato una giovane ragazza senzatetto. Ho pensato che avrei dovuto usare un teleobiettivo da 70-200 e, dalla parte opposta della strada, ho concentrato la mia attenzione su di lei. Mi ha notato subito ed era molto turbata! Ha iniziato ad urlarmi contro parole e mi sono sentito imbarazzato. In quel momento volevo solo andare via da lì e il più velocemente possibile. Poi no, qualcosa dentro di me mi ha fatto avvicinare a lei e iniziare una conversazione. Il resto è storia, come si dice. Quello è il momento che ha influenzato il mio modo di fare fotografia, le mie immagini e la loro intimità.

I suoi soggetti sono prevalentemente persone senza fissa dimora, li ha ritratti in diverse città del mondo: Londra, Parigi, Miami, Los Angeles… Come si è avvicinato a loro?

Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di avere paura di qualcosa che non è abituato a vedere o che non è abituato a fare. Il 99,9% della popolazione non “vede” le persone senzatetto e tanto meno pensa di parlare con loro; è naturale pensare che sia difficile socializzarci. Ma non lo è. È semplice come “vedere”, l’importante è presentarsi a loro con umanità. Il mio approccio si basa esclusivamente sulla cordialità e la gentilezza e loro rispondono con altrettanta cordialità e gentilezza.

Come fa a coinvolgerli tanto da ottenere sguardi così profondi e significativi?

Non fotografo ogni persona senza fissa dimora che vedo. Devo scorgere qualcosa ancora prima di sedermi a parlare con loro. Cammino per la strada per ore, giorni, guardando estranei negli occhi. Guardo oltre la superficie cercando di approfondire il loro essere. Questo è quello che fotografo. Non sono un documentarista di circostanza, racconto “emozioni”. La situazione in cui si trovano non è importante per ottenere l’immagine finale. Senzatetto o no, le mie immagini vogliono cogliere la spiritualità dell’essere umano.

Cosa gli dice e di cosa parlate quando si approccia a loro?

Le nostre conversazioni possono riguardare qualsiasi cosa. Alcuni di loro sono interessati a me e alla mia storia, qualcun altro ha voglia di parlare di se stesso. Parliamo di tutto e di niente.

Chi di loro l’a colpita di più e le è rimasto nel cuore?

Tutti loro mi hanno colpito con le loro storie, investo molte emozioni con ognuno di loro. In particolare, ho avuto un legame molto profondo a Miami con Latoria e Margo Stevens.

Ci può raccontare la loro storia?

Ho incontrato Margo durante il mio ultimo viaggio a Miami. Mi è apparsa dal nulla, sulla strada, davanti a me. Era vestita con una pelliccia di pelle di leopardo (abbiamo poi scherzato sul fatto che era nella versione “prostituta”), aveva appena finito il suo turno di notte. In circa due settimane ho avuto l’opportunità di conoscerla in modo approfondito, mi sono immerso completamente nel suo mondo interiore e non. Mi ha raccontato la sua vita, ricordando il passato. Era una famosa porno star, quando però la sua fortuna finì e di conseguenza i soldi, è stata costretta ad andare in strada a prostituirsi anche per soddisfare la sua tossicodipendenza. La sua trasformazione da quello che era a quello che era diventata mi ha colpito duramente. Solitamente non si sa o non si conosce la vita dei senzatetto prima che diventino tali, ma con Margò è stato diverso. On line c’è molto materiale che testimonia la sua bellezza e come la spirale della tossicodipendenza abbia avuto un impatto sulla sua vita oggi. La storia di Margo mi ha reso triste, mi sentivo impotente, arrabbiato per tutti gli anni di sfruttamento che aveva subito, qualcosa però le è rimasto. Ha mantenuto la sua umanità oltre ogni aspettativa: spiritosa, divertente, bella dentro. Mi è rimasta sotto la pelle.

I suoi ritratti sono un’esperienza emotiva, ci sentiamo osservati e, perché no, anche giudicati. Non siamo noi che li guardiamo, ma è come se fossero loro a guardare noi.

Gli esseri umani non possono fare a meno di riconoscere le emozioni. I sentimenti risiedono nel profondo di ognuno di noi. Le mie immagini cercano di ritrarre questo e chiedono allo spettatore di guardare dentro se stesso.

Quando ha finito di postprodurre una foto, il risultato è sempre quello che si aspetta?

Ho sviluppato uno stile. Amo che l’aspetto delle mie foto abbia una certa profondità di significato. Cerco di “confezionare” e di collegare le emozioni con alcuni elementi metafisici che alludono alla spiritualità degli esseri umani con interpretazione e licenza artistica… quindi sì, il risultato è sempre quello che voglio.

Abbiamo scelto il ritratto di Madame June per la nostra prima copertina, perché oltre ad essere bellissimo è anche un metaforico ritratto della Fotografia contemporanea: vecchia ma non vecchia, con un occhio attento, lancia messaggi di saggezza e di esperienza vissuta, è bella e ha molto da dire e se la si guarda bene negli occhi ci lascia un messaggio di pace e di speranza; oggi la Fotografia, soprattutto in Italia, è in un periodo strano e difficile. Ci piace che lei sia la nostra e ci rappresenti. Come fotografo e artista cosa pensa della Fotografia oggi?

Sono molto semplice e diretto quando si tratta di fotografia. Ho un’opinione univoca e per me è poco importante sia cosa fanno gli altri, sia la situazione della fotografia oggi. Non gli attribuisco un particolare significato. Sono felice come non mai quando esco per strada, incontro persone e si crea una relazione. Se chi guarda le mie foto ne trae qualcosa allora mi fa piacere ed è una valore aggiunto al mio lavoro.

Si definisci come “Ritrattista Umanista”, pensa che in qualche modo la fotografia possa avere un impatto sulla povera gente? che tipo di valore sociale può avere?

Non documento circostanze: la maggior parte delle mie immagini forniscono un messaggio sociale! Provocano una reazione umana che scatena l’immaginazione: “chi è questa persona?”, “come sarà la sua vita?”, “come ha fatto a trovarsi in quella situazione?”, sono le domande che si pone chi guarda, consciamente o inconsciamente. Porsi queste domande risveglia la coscienza sociale. Ho innumerevoli e-mail di persone che testimoniano il fatto che la visione delle mie immagini ha permesso loro di vedere e sentire le esigenze degli “altri”. Se il risultato è questo, allora hanno un valore sociale.

A cosa sta lavorando oggi? Ha nuovi progetti?

Autofinanzio tutti i miei progetti e li realizzo nelle vacanze o nel tempo libero. Sicuramente sto pensando a nuovi lavori, ma trovare i finanziamenti e il tempo per realizzarli è un processo lento. Vorrei stare più spesso fuori, sulla strada, ma sono comunque grato per il tempo in cui riesco a starci. Cerco sempre gli occhi degli estranei, con la macchina fotografica al collo o senza.

 

 

 

 

 

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Francesco Malavolta – Un reporter sul mare

Da EyesOpen! n. 7/2016 – SUD

Fotografie di Francesco Malavolta

Testo di Maria Grazia Patania – Collettivo Antigone

Francesco Malavolta è impegnato dal 2011 in una instancabile documentazione. Il fotoreporter collabora con l’Unchr, l’agenzia Onu per i rifugiati; l’Oim, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni; Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea per il Controllo delle Frontiere e con agenzie di stampa internazionali come Associated Press. Sta sul mare per buona parte della sua vita lavorativa, quel Mare Nostrum che è ponte di comunicazione tra il sud e il nord del mondo, Mediterraneo che accoglie e rifiuta, che culla e uccide e dà speranze a chi parte dalle coste povere dell’Africa per inseguire un miraggio che non esiste. Questa selezione di immagini è solo una microscopica parte del suo immenso archivio.

Fatima era di fronte al mare
Fatima non aveva mai visto il mare prima. E francamente le sembrava troppo grande. Quel blu – tono su tono col cielo di notte – le metteva addosso una strana sensazione. Quella pozza sconfinata non somigliava affatto ai disegni che da bambina le facevano fare i volontari delle organizzazioni umanitarie su fogli di carta rimediati. Fra l’altro l’inganno del colore era intollerabile: nei suoi disegni d’infanzia il mare era azzurro, piatto, confortante, solcato da una barchetta allegra e sovrastato da un sole sorridente coi raggi che sembravano dita.

Tutta un’altra cosa rispetto a questa colata di pece che si trovava di fronte. Ad ogni modo era troppo tardi per ripensarci e non partire. Le bastava pensare al deserto, alla prigione, alla casa buia dove l’avevano sequestrata degli uomini armati per prendere coraggio. Le bastava chiudere gli occhi per aggrapparsi a un sogno di salvezza, alla speranza che da qualche parte oltre la colata di buio ci fosse un posto per lei e per i suoi desideri. Fra l’altro, sicuramente l’inganno cromatico sarebbe sparito il giorno successivo quando sarebbe sorto il sole e a quell’ora lei sarebbe stata già ad un passo dalla salvezza, al sicuro in Sicilia, quella terra di cui aveva solo sentito parlare.

Inizia così il viaggio lungo la rotta sud, crogiolo di culture e scambi ancestrali. Inizia con un mare in mezzo a due sponde della stessa terra: un mare che divide e unisce, un mare fra le cui onde spumeggia il destino della nostra umanità smarrita. Quella stessa umanità che coi suoi sogni interrotti sta pavimentando i fondali silenziosi del Mare Nostrum, costruendo quel ponte che neghiamo ai vivi: un ponte di desideri disattesi, di speranze infrante e di respiri interrotti.

E’ fragile la vita in mezzo al mare. A tratti smette di essere vita per diventare un incubo senza occhi, un groviglio di paure che infine si dissolvono nella certezza della morte…
Così Fatima si era addormentata sicura che quella rotta sud l’avrebbe tradita e per lei non ci sarebbe stato nessun nord. Nessun approdo nella terra promessa dove gliaranceti ti rubano il cuore e il sole si rifrange tra le fronde dei limoni. Niente giardini di rose dove coltivare desideri piccolie fragili che odorano di pane caldo, come quello di sua madre che nel campo profughi faceva le focacce più buone. Il suo sonno di piombo e paura veniva spesso interrotto: un movimento brusco, il pianto di un bambino inconsolabilmente affamato, il singhiozzo della madre col corpo arido e incapace di sfamare, l’odore pungente del terrore di un adolescente col volto sfregiato. E ad ogni risveglio Fatima si costringeva a tornare nel suo bozzolo, retaggio dell’utero materno che aveva abitato nel suo primo viaggio sulla rotta sud della vita.

Quella notte c’era un’altra imbarcazione fra le onde. Una imbarcazione solida, una di quelle che strappano le carrette di Fatima dalla tragedia. Su quella nave c’era Gaetano, che aveva 20 anni e veniva dall’entroterra siciliano. Manco lui era un grande conoscitore del mare prima di trovare quel lavoro a bordo che gli aveva evitato la malafine di doversi trasferire al nord, a Milano, come aveva fatto suo fratello maggiore. Gaetano non riusciva a dormire quella notte: era esausto e ancora troppo scosso dai salvataggi degli ultimi giorni. Non lo chiedeva a nessuno, solo alle stelle aveva il coraggio di domandare perché quelle persone continuassero a partire, perché affrontassero quel viaggio che spesso si concludeva in un abisso liquido senza memoria. Un abisso dove i pesci erano i soli officianti di una cerimonia senza parole. Ma immaginava che la luce che vedeva negli occhi dei sopravvissuti avesse a che fare con la speranza. C’era una dignità che gli ispirava un timore sacro anche quando arrivavano con l’anima trapassata.

Con questo groviglio di pensieri, Gaetano si stava assopendo quando venne strattonato da un collega che gesticolando gli intimava di sbrigarsi. “Non c’è tempo da perdere. Stanno affondando”.

Fu così che inconsapevolmente Gaetano – inchiodato a sud – divenne il nord di Fatima mentre le porgeva la mano per farle mettere i piedi al sicuro: il primo passo verso i suoi sogni di adolescente. Nel centro di quel mare che unisce e divide, che consola e tradisce, che salva e condanna, Gaetano afferrò nel timido sorriso di Fatima una scintilla del miracolo stesso della vita. In quel volto incorniciato dal velo azzurro così simile al mare, Gaetano ebbe la sensazione di avvicinarsi a un segreto incommensurabile: ciascun essere umano è contemporaneamente nord e sud, salvezza e condanna, riparo e perdizione. Fatima era troppo sfinita per accorgersi di alcunché, tuttavia in qualche angolo del suo cuore era sbocciato un sorriso al pensiero degli aranceti, dei limoni e degli abitanti di quella terra nuova che parlavano con parole di mandorla.
Intanto il mare osservava quei figli della terra salvarsi a vicenda: gli uni dai fondali delle sue acque insondabili, gli altri da un invivibile abisso di disumano egoismo. Se qualcuno fosse riuscito a scrutarne la superficie dall’alto, avrebbe riconosciuto un sorriso anche fra le pieghe delle sue onde.

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One Planet, One Future. La nostra intervista a Anne De Carbuccia

(uscita sul numero  Habitat #10/2017)

di Barbara Silbe

La sua organizzazione non profit si chiama Time Shrine Foundation: nasce nel 2015 con l’obiettivo di creare consapevolezza e proteggere gli ambienti e le culture vulnerabili. Lei, quando la incontri, ti domandi se sia vera o se provenga da un altro mondo, migliore di questo. Anne De Carbuccia si definisce environmental artist, la avvolge un’aura di semplicità e la muove un grande senso etico: indossa abiti realizzati con materiali recuperati, manda inviti su carta riciclata, gira con l’auto elettrica… Ha studiato antropologia e storia dell’arte alla Columbia University, i suoi principi l’hanno dirottata verso l’ecologia. Nelle installazioni che fotografa inserisce il teschio e la clessidra come classici simboli della vanità umana e del tempo che fugge. Questi oggetti, insieme a elementi organici trovati in loco, le danno la possibilità di creare santuari per richiamare attenzione sui problemi del luogo e onorarne la bellezza. L’autrice franco-americana, nel quartiere milanese di Lambrate ha aperto la sede italiana della sua fondazione. In aprile lì ha allestito la mostra “One – One Planet One Future” che ora sta girando il mondo.

“Dopo Milano è andata a New York – ci dice – ora è al Museo d’Arte Moderna di Mosca fino al 10 settembre. Negli Stati Uniti sono stata criticata per questa scelta di aprire alla Russia, ma mi interessa di più costruire ponti: non avremo mai futuro se non ci sarà unità politica tra le nazioni e una conseguente collaborazione. Senza accordi non c’è un altro modo”.

L’arte è un mezzo di denuncia?

“Io devo passare il messaggio, la sostenibilità è fondamentale e l’arte è un vettore potente. Il mio progetto è rivolto ai collezionisti, ma anche a programmi didattici di divulgazione etica. Vede, si fa presto a dire che la bellezza salverà il mondo, ma è la sostenibilità a dare anche ritorno, anche economico. Lo stesso riciclo è una opportunità. Cerco strumenti e linguaggio per creare consapevolezza in chi osserva”

Quanto è difficile?

“C’è tanto da fare per essere efficaci. Desidero attirare l’attenzione su alcuni urgenti problemi ambientali e sociali perché siano riflessi nella vita quotidiana, nel nostro modo di vivere, ispirando empatia nelle persone per motivarle a passare all’azione. Insieme possiamo fare la differenza per il nostro futuro. Il mio lavoro non vuole giudicare o accusare, ma mostrare cosa abbiamo, cosa potremmo perdere e cosa possiamo scegliere di preservare”.

La sua Fondazione supporta interventi ambientali in Africa, America, nel Sud Est Asiatico, in Himalaya e in Italia. I proventi delle vendite delle sue opere di grande formato servono o a finanziare le azioni di sensibilizzazione?

“Le mie mostre sono a ingresso gratuito, ma le opere sono messe in vendita ai grandi collezionisti. Ora cerco altri mezzi per portare i miei temi alla gente. Il mio sogno è coinvolgere qualche architetto per creare un museo nomade che giri il mondo. Poi vorrei collaborazioni sul territorio, con i quartieri vicini alla fondazione, per preparare mentalmente i giovani. Nel mondo ci sono 65 milioni di persone senza una casa. Se non cambia qualcosa, entro il 2050 saranno 700 milioni. La siccità e la fame producono rifugiati del clima che cambia e noi costruiamo muri invece di trovare soluzioni. Non esiste alcuna barriera per 700 milioni di individui che cercano una salvezza”.

Perché usa il teschio nelle sue installazioni “I miei studi di arte classica mi hanno fatto scoprire le nature morte antiche. Ero interessata al tema delle vanitas che utilizzano la clessidra e il teschio, due simboli importanti dell’arte occidentale. Chiamo queste composizioni time shrines, “sacrari del tempo”. Dall’inizio della storia gli esseri umani hanno creato sacrari in momenti e luoghi diversi per rappresentare ciò che temevano o che ammiravano. Sono convinta che gli uomini siano sognatori, non invasori. E l’arte sarà complice della nostra resilienza e di una nuova evoluzione”.