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Danea Urso – Je est un autre

Generazioni #6

Vi presentiamo la giovane fotografa Danea Urso, attiva partecipante e socia dell’associazione culturale Photosintesi di Casarano (LE) che ha affrontato un tema drammatico, vissuto in prima persona, usando la fotografia per esorcizzare quanto accadutole.

“Je est un autre”: un soggetto e un verbo non coniugati, una lingua che non è quella italiana, un altro che non si sa chi è, un altro da sé stessi che non è dato conoscere. Questo progetto racconta di una storia uguale, ma anche diversa da tante altre, una storia di “mal di vivere”, una storia che parla del soggetto in se, ma anche del fotografo.

“È il racconto di un perenne senso di angoscia, soffocamento, dolore e solitudine. Qui ho esorcizzato tutta la rabbia, tutto il senso di impotenza, tutta l’atmosfera che ho vissuto prima in terza e poi in prima persona; qui chiudo un capitolo della mia vita scegliendo di reagire; qui ha chiuso la sua vita mio zio scegliendo la morte. Nel febbraio del 2002, quando aveva quasi la stessa età che ho io oggi

Ho voluto dar voce alla sua vicenda e alla sua sofferenza, ho voluto rompere il silenzio che si è creato da allora in famiglia attorno a tutta questa storia”

Pubblicato in dittici su EyesOpen! n.11

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Paolo Pettigiani – Infrared NYC

Generazioni #4

Paolo Pettigiani, è un fotografo e un graphic designer di 25 anni, vive a Torino ma viaggia molto e ama la fotografia fin da bambino. Abbiamo pubblicato su EyesOpen! #11 il suo lavoro Infrared New York City e ve ne diamo un’anticipazione

William Blake disse che “Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, l’infinito”. Aveva intuito che è possibile “vedere oltre il visibile”.

L’essere umano pensa che esista solo ciò che è in grado di individuare, vedere o sentire. La realtà è molto più ampia di quanto i nostri occhi ci permettano di focalizzare. Per questo motivo che Paolo Pettigiani si è specializzato nella fotografia infrarossa e nel ricreare paesaggi surreali mediante questa tecnica fotografica.

Ha iniziato a produrre fotografie infrarosse nel 2014, dopo tre anni di corsi d’arte e di design al Politecnico di Torino, che hanno suscitato una grandissima voglia di usare il colore e di distorcere la realtà. Guarda il mondo dal suo punto di vista e con occhi diversi. Innamoratosi di New York e dei suoi contrasti ha realizzato questo nuovo progetto con l’obbiettivo principale di evidenziare soprattutto il contrasto tipico di questa città tra il cielo, la natura, i grattacieli e le costruzioni, invitando gli spettatori in un nuovo mondo “invisibile”. Il suo obiettivo è quello di mostrare qualcosa di riconoscibile sotto un nuovo punto di vista inaspettato e personale.

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Vito Margiotta – Toxicalm

Generazioni #3

Il progetto TOXICALM di Vito Margiotta è un progetto che si anima solo negli ultimi mesi, ma parte da lontano: si tratta di uno studio e una ricerca di vecchia data, a tratti incoerente con il trascorso da “fotografo tradizionale” vicino alla fotografia dall’età di quattordici anni, laureato all’Accademia di Belle Arti di Napoli e specializzato in graphic-design.

Questo lavoro comprende varie situazioni e stati d’animo in cui una scena usuale viene reinterpretata. Vito Margiotta si è ispirato alla velocità dei tempi moderni, con uno stile fatto di richiami al Futurismo e dèja-vu contemporanei. Luci e colori hanno sempre un ruolo chiave, a volte soggetti umani animano gli ambienti a prima vista calmi, tra alcune inquadrature ricche di movimenti e azioni o altre più minimal in cui anche l’unico elemento presente crea una mossa sinuosa a rubare l’intera scena. Alcuni scatti sono invece sommersi da linee, create dal gesto portato all’estremo, che portano l’occhio ad attraversare l’immagine e ripercorrerla infinite volte, in loop.

TOXICALM è la frenesia della calma.

Lo abbiamo pubblicato EyesOpen! #11

 

 

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Jodi Bieber – Tra luce e ombra, in mostra a La Spezia

“Between Darkness and Light. Selected Works: South Africa 1994-2010” è il titolo della mostra di Jodi Bieber da poco inaugurata a La Spezia, presso la Fondazione Carispezia. E’ la terza tappa del percorso dedicato alla fotografia contemporanea promosso dalla Fondazione a partire dal 2015 e la prima grande personale dell’artista sudafricana che ha vinto numerosi premi internazionali tra cui il World Press Photo of the Year 2010, con l’immagine pubblicata sulla copertina del Time di Bibi Aisha, una giovane afghana con il volto sfigurato. La Bieber ha pubblicato i suoi scatti sulle maggiori testate internazionali e viene dalla scuola e dallo stile ritrattistico di David Goldblatt. Ha lavorato in Sudafrica, Medio Oriente, Pakistan, Iraq, Stati Uniti. Il percorso espositivo presenta 100 fotografie in bianco e nero e a colori che saranno ospitate negli spazi della Fondazione fino al 4 marzo 2018. Una raccolta che narra la storia recente del Sudafrica, articolata in 4 serie complete tra le più rilevanti dell’intera produzione dell’artista: “Between dogs & wolves”, “Growing up with South Africa”, “Going home”, “Illegality and Repatriation”, “Women who murdered their husband” e “Soweto”.
Gli scatti di Bieber mostrano un paese in pieno sviluppo economico libero, democratico, ma dove le differenze sociali, le discriminazioni persistono ancora. Le immagini in mostra ritraggono le differenti comunità mettendo in risalto anche il buio e la luce che è in ognuno di noi. Jodi Bieber, che ha dedicato una lunga parte della sua carriera al racconto dei giovani che nel suo Paese vivono nei sobborghi ai margini della società, in questo viaggio è una testimone del tempo che esplora il suo mondo negli anni di passaggio da un’epoca a un’altra. una realtà in fermento, dalla fine dell’apartheid ai nostri giorni.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Skira che oltre alle opere in esposizione contiene una conversazione fra Jodi Bieber e Filippo Maggia.

Per infornazioni pratiche: www.fondazionecarispezia.it

(Testo di Carolina Masserani)

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Mayumi Suzuki – The Restoration Will – Photoboox Award 2017

Sulle pagine di EyesOpen! n. 11 in uscita lunedì 27 novembre ospitiamo quattro lavori che provengono da Oriente. Sono il vincitore e alcuni dei finalisti del Photoboox Award 2017, concorso internazionale indetto dal Photolux Festival di Lucca e dedicato al libro fotografico. Il vincitore vede pubblicato il suo libro dalla casa editrice Ceiba Editions in collaborazione con EyesOpen! Magazine e Grafiche dell’Artiere

Il contest si proponeva di individuare i migliori progetti editoriali inediti e dar loro visibilità e un’opportunità di realizzazione alle nuove generazioni di fotografi. Ha vinto il dummy The Restoration Will di Mayumi Suzuki: racconta la storia della perdita dei genitori, che l’autrice ha vissuto a seguito dello tsunami che ha colpito il Giappone nel 2011. Gli altri meritevoli autori pubblicati, tutti finalisti al concorso, sono Hiroshi Okamoto, Miki Hasegawa, Thi My Lien Nguyen.

La giuria composta da: Markus Schaden (fondatore del The PhotoBookMuseum – Colonia), Daria Birang, curatore e book maker, Benedetta Donato, curatore indipendente, Eva-Maria Kunz, co-fondatore e direttore artistico della casa editrice Ceiba editions, Manuela Cigliutti, co-fondatore e direttore artistico della rivista EyesOpen! Assegnando a Mayumi Suzuki il premio, ha voluto supportare l’autrice nel processo di compimento di questo progetto personale, trasformando un dummy già molto interessante in un libro, nella convinzione che quanto iniziato probabilmente come modo per lavorare su una perdita personale possa diventare un progetto da condividere con un ampio pubblico. La giuria ha visto chiaramente riflessa nel suo progetto la personale sfida dell’autrice e tutto il potenziale di questo lavoro, nel quale ha saputo raccontare la propria vulnerabilità senza però trovare le giuste soluzioni narrative.

Qui un’anteprima:

“I miei genitori sono scomparsi con lo tsunami del 2011. La nostra casa venne distrutta. Era il luogo dove lavoravano, ma anche dove vivevano. Io sono cresciuta lì. Dopo il disastro, ho ritrovato un obiettivo, il portfolio e l’album di famiglia di mio padre e l’album di famiglia sepolti nel fango e nelle macerie. Un giorno provai a scattare una foto di paesaggio con l’obiettivo fangoso di mio padre. L’immagine è risultata oscura e sfocata, come una visione del defunto. Nel farlo, ho sentito di poter collegare questo mondo con quell’altro. Mi sembrava di poter avere una conversazione con i miei genitori, anche se in realtà è impossibile. Le foto di famiglia che ho trovato si erano bagnate ed erano diventate bianche. I ritratti di mio padre erano macchiati, scoloriti. Queste cicatrici sono simili al danno visto nella mia città e ai miei ricordi che sto lentamente perdendo.

Spero di conservare la mia memoria e la storia della mia famiglia attraverso questo libro che è dedicato a mio padre, Atsushi Sasaki e a mia madre, Katsuko Sasaki, che non sono ancora stati trovati dall’11 marzo 2011″ – Mayumi Suzuki

Il libro sarà presentato sabato 25 novembre alle ore 12:00 (Lucca, Real Collegio) nel corso del Photolux 2017. Approfondimenti sul sito Ceiba Editions

Foto di back stage per gentile concessione di Ceiba editions:

 

 

 

 

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Elger Esser – L’alchimia del paesaggio

L’ALCHIMIA DEL PAESAGGIO

di Alessandra Klimciuk

Pubblicato su EyesOpen! n. #10 – Habitat

Entrare nel mondo di Elger Esser è un viaggio nella dimensione del tempo e dello spazio senza fine. Un viaggio dove l’arte fotografica diventa arte pittorica. Maestro indiscusso della rarefazione in paesaggi dove arte e natura sono intimamente legati, la sua ricerca ha incluso l’emozione nell’idea documentaristica di Bernd e Hilla Becher, rimanendo comunque vicino al senso concettuale della fotografia e al valore della memoria trasmesso dai suoi celebri insegnanti alla scuola di Düsseldorf, che hanno sempre sostenuto il suo lavoro. La sua perfezione ottica, il suo concetto di luogo, il rigore formale dello spazio e dei suoi componenti, l’utilizzo del grande formato, lo avvicinano e lo vedono a suo modo figlio dei lavori dei Becher. L’autenticità della ricerca attraversa tutta la sua produzione. Un alchimista contemporaneo che sperimenta e invita a ripensare la fotografia come strumento di originalità e a ridefinire il suo territorio.

Artista raffinato e colto, il suo mondo visionario è frutto di un lavoro meticoloso e di una ricerca approfondita. Le sue immagini oniriche e sublimi rimandano a tutta la cultura europea di cui Elger Esser è profondo conoscitore. La connessione letteraria è estremamente importante per lui, che ha sempre cercato temi legati alla letteratura classica del ‘900. Quello che lui sa, ha studiato e ricerca dà a ogni luogo un’importanza che va ben oltre l’immagine che già di per sé ci affascina.

Sensibile e preciso nella sua osservazione, Elger Esser utilizza tonalità pallide, quasi sbiadite o seppia, ma anche il colore, per rappresentare diversi stati d’animo, tecniche che ricordano lo spirito romantico del tardo XVIII secolo e la letteratura di viaggio del XIX secolo. Ma le sue opere, che possono apparire classiche, diventano contemporanee nella loro composizione, che si muove tra la sfocatura e la nitidezza data dalla lunga esposizione.

Frutto di ricognizione e preparazione meticolosa, il luogo e l’inquadratura di ogni sua opera diventano essi stessi parte di quel momento preciso che è il tempo perfetto, ma anche di uno spazio ben definito e rigoroso. Spazio e tempo sono le due coordinate che costruiscono le sue fotografie. Il momento presente e lo spazio definito, dilatano i propri confini fino a perdersi nell’infinito, in una sfera rarefatta tra le dimensioni del tempo e dello spazio, in cui lo spettatore perde i propri confini e i propri riferimenti, ma ritrova l’esperienza interiore e intima del senso profondo della realtà e della sua bellezza senza fine.

La poetica di Esser si manifesta proprio di fronte alla magnificenza della natura, alla sua bellezza, alla vastità degli spazi, di fronte a cui l’uomo riconosce il proprio limite e la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo. Il sentimento del sublime apre all’uomo l’esperienza dell’infinito. Il mare, lo stesso elemento che ci compone e senza il quale non ci sarebbe vita, attraversa quasi tutta la sua produzione. E i suoi paesaggi diventano lo specchio della nostra anima, ritratti sublimi dell’animo dell’uomo. Anche l’ultima serie di lavori Morgenland, realizzata durante una serie di viaggi in medio oriente tra Libano, Egitto e Israele dal 2004 al 2015, utilizza il paesaggio come riflessione sulla situazione politica e i conflitti che lacerano quelle regioni da decenni. La descrizione che fa Esser trasmette una bellezza tranquilla e serena, che auspica un senso di riconciliazione tra le differenze culturali e le questioni storiche irrisolte.

 

 

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Massimo Lupidi – Islanda, un libro tra cielo e terra

L’Islanda è un’isola forgiata nel tempo, dove i contrasti si incontrano a formare un paesaggio che non ha eguali nel resto del Pianeta. E’ una terra fatta di giaccio e fuoco, di laghi e vette incombenti, di cascate tuonanti e balene che nuotano davanti alle sue coste nere di lava. E’ il Grande Nord, un pezzo di mondo da vedere e non dimenticare mai, ma è più dolce e accogliente di quanto lo immaginiamo. Un fotografo è riuscito a raccontare le diversità di questo Paese piantato in mezzo alle correnti dell’Atlantico, trasformando molte delle sue geografie in astrazioni. Lui si chiama Massimo Lupidi, il suo poetico lavoro è ora raccolto in un libro edito da Sassi e dal titolo “Islanda tra cielo e terra”.

Non ha il taglio paesaggistico da National Geographic, per intenderci, va oltre la pura osservazione. Va esattamente dove dovrebbe andare l’approccio al paesaggio: verso la filosofia. Il volume vanta una prefazione di Eliza Reid, first lady della Repubblica d’Islanda e riunisce una selezione di immagini che riprendono queste lande straordinarie sia da terra che dall’alto. Grazie alle inquadrature aeree, forme e colori ci vengono restituite quasi fossero altro, quasi evocassero dipinti di Pollock o Klee per assumere nuovi significati. L’autore alterna poi scatti più definiti, inquadrature ampie che svelano maggiori dettagli sui luoghi incontrati e che, di certo, conosce molto bene. Ad accompagnare il suo racconto sono impaginate anche le poesie di Sigurbjörg Þrastardóttir, una scrittrice dell’isola.

Dimensioni cm 30 / 30, copertina rigida con sovracoperta, 128 pagine, tiratura 4000 copie.

Prezzo di copertina: € 29,90, Sassi Editore.

 

Info: http://www.massimolupidi.com/books.htm

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Robert Mapplethorpe – Avanguardia americana

L’occasione per parlare di Robert Mapplethorpe ci è data da una mostra ospitata alla galleria Franco Noero di Torino e organizzata in collaborazione con la fondazione che tutela l’opera del grande fotografo americano. Dell’autore sono raccolti 98 pezzi che si prestano a una sequenza di associazioni, somiglianze e contrasti declinati in tutti i generi da lui indagati durante la carriera. Ci sono ritratti, nature morte, nudi, sensualità, per una visione d’insieme che parte dalla produzione giovanile degli anni Settanta. Mapplethorpe fu uno dei massimi esponenti dell’Avanguardia americana ed è ancora considerato il simbolo anticonformista di una contemporaneità senza tempo, che ha saputo impersonare un senso estremo di libertà che si esprime costantemente nell’intreccio tra la sua pratica artistica, gli aspetti intimi della sua vita, i suoi compagni di strada, le celebrità e il pubblico.

Lui, controverso e irriverente, trasformò la pornografia in arte pura. Nei suoi primi esperimenti realizzò collage ritagliando immagini prese dai giornali pornografici gay. Sua compagna in gioventù fu Patti Smith: legati da una storia d’amore quando ventenni arrivarono insieme a New York, poi da una tenera amicizia e dal sodalizio artistico quando il fotografo scoprì di essere omosessuale. Mapplethorpe diede scandalo rendendo pubblico il suo amore per il curatore d’arte Sam Wagstaff e i rapporti con altri uomini. Visse quel decennio famelico e folle dell’emancipazione gay in cui la creazione artistica e il sesso erano strettamente legati, trasportando se stesso fino a quegli anni Ottanta venati di sottile edonismo che lo videro famoso. Ritrasse personaggi come William Burroughs, Allen Ginsberg, Jimi Hendrix, Andy Warhol, Janis Joplin, Louise Bourgeois…

Frequentava locali in cui erano lecite perversioni e scene scabrose, realizzava nudi statuari di corpi fasciati in lattex, si faceva autoritratti in cui impersona Lucifero. Recitava la parte dell’artista senza regole, per il gusto di attaccare i dogmi bigotti della società borghese, giocando con l’anticonvenzionale, con il suo stesso bisogno di superare i confini. Nonostante i tentativi di censura, divenne uno degli artisti più applauditi del XX secolo. Il suo lavoro fu quasi tutto prodotto in studio, connotato da una profonda passione per la scultura e l’architettura classica e dalla sua capacità di creare un senso di misterioso stupore giocando con luci e ombre reali e metaforiche.

Il Mapplethorpe ambizioso e sfrontato era però anche un uomo fragile, vulnerabile e puro, di una purezza che emerge nei suoi scatti perfetti e caratterizzati da un formalismo estetico senza pari. Morì di Aids nel 1989. L’amica di sempre, Patti Smith, continuò a scrivergli lettere e a conservarne la memoria anche quando era già scomparso. Le sue fotografie sono esposte nei musei di mezzo mondo.

Pubblicato su EyesOpen! n. #8 – Ovest

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Roger Ballen – Il visionario

Roger Ballen è uno degli artisti dell’immagine più originali del mondo, il più “freaky” e visionario di questo nostro secolo. Le sue opere surrealiste sono icone arricchite di graffiti, sculture, disegni e oggetti quasi sempre creati da lui stesso per rappresentare metafore. Mette in scena il brutto, le nostre paure più recondite, i mali che ci minacciano, e li trasforma. Sono simboli, gli servono per enfatizzare il suo bisogno di entrare in noi e nei personaggi che rappresenta con una dirompenza che lascia esterrefatto qualunque spettatore.

Pubblicato su EyesOpen! n. #3

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Johannesburg, per farci raccontare la sua carriera e la sua poetica e Ballen esordisce dicendo:

“Il mio lavoro ha una connotazione estetica e sociologica. Io definisco le mie foto geologiche, perché scavano in profondità e arrivano a disturbare le persone che le osservano perché hanno a che fare con ciò che ci fa più paura. Mi occupo della psiche e della condizione dell’uomo, il mio lavoro ha sempre girato intorno a questo punto fermo. Cerco di indurre le persone a venire a patti con se stessi e con il loro io”. (Roger Ballen)

È come se ci mancasse qualcosa?

Nessuno può giudicare o capire, in ognuno di noi c’è assenza di qualcosa. È come se ci fosse un’identità nascosta da svelare, un perenne cercare se stessi dietro se stessi. È un fatto di ego, è una continua sfida. La gente tende a reprimere le sue paure più profonde proprio per questo.

Nelle sue foto c’è assenza di colore: perché lavora soltanto in bianco e nero?

Ho scattato in bianco e nero e su pellicola per quasi cinquant’anni e non è possibile scindere l’estetica delle mie immagini dal fatto che siano state realizzate con questo mezzo. La scelta è minimalista, è ricerca della minor distrazione possibile e non cerco di imitare ciò che percepisce l’occhio umano. Il bianco e nero è astrazione da ciò che definiamo realtà. Quando la gente dice di ammirare una foto, in realtà molto spesso sta ammirandone i colori. Il mio scopo in fotografia è produrre immagini che sono forme semplici e precise, astratte, ma che contengono significati complessi e profondi. E con il bianco e nero aggiro la dissonanza cognitiva che si verifica tra l’opera in sé e la mente di chi la osserva vedendoci cose che in realtà non ci sono.

Perché ha scelto questa professione?

Mia madre negli anni Sessanta lavorò alla Magnum Photos a New York e poi decise di aprire una sua galleria fotografica, una delle prime in città. Rappresentò importanti autori, Andre Kertesz ad esempio. Avevamo rapporti stretti con diversi esponenti dell’agenzia e con altri fotografi, fui influenzato dal loro lavoro,  da libri e stampe, ne ero circondato. Lei tentò di dissuadermi dall’intraprendere questa strada, ma io già a vent’anni sognavo di trovare tempo per la fotografia. Il mio lavoro ha subito continue metamorfosi nel corso degli anni. Dopo la Magnum, negli anni Ottanta fui ispirato da autori come Walker Evans, Sander, Weegee, fino a che col passare del tempo mi resi conto che il mio immaginario veniva influenzato solo dalle immagini che realizzavo.

Lei si è trasferito dagli Stati Uniti per vivere in Sud Africa. Il contatto con una società tanto diversa ha cambiato il suo modo di vedere e sentire la fotografia?

Sono arrivato a Johannesburg nel 1974, ero giovane, giravo facendo l’autostop e mi fermai un po’ prima di ripartire per altri viaggi. Rientrato in America alla fine degli anni Settanta mi laureai in geologia e ritornati poi in Sudafrica nell’82 perché era un luogo perfetto per le mie ricerche sui minerali. Inoltre qui conobbi mia moglie ed era una terra dove convivevano coloni, Occidente e terzo mondo: questa contraddizione fu motivo di ispirazione per le mie riflessioni sull’esistenza umana. Qui esistono notevoli differenze tra poveri e ricchi, e diversità culturali tra la cultura occidentale e quella africana, e dopo la fine dell’apartheid la globalizzazione ha ulteriormente trasformato la società.

Il mio libro “Platteland” indagava questo. Mostrai i bianchi che vivevano ai margini della società, rompendo il mito della loro supremazia. Dopo quel lavoro nel Paese mi consideravano una spia come Edward Snowden oggi…

Esplorando il lato oscuro della gente, lei esplora anche se stesso? Questo ha a che fare con paure e incubi?

Nelle mie immagini, ciò che disturba va ricercato proprio nelle nostre paure. L’essere umano reprime la sua parte oscura, prova vergogna o fastidio ad ammetterne l’esistenza e tende così a evitarla. Ma per quanti sforzi facciamo, le ansie sono sempre lì che ci aspettano, e più proviamo a scacciarle più affiorano in noi, anche sotto forma di brutti sogni.

Le sue foto sono realtà o fantasia?

È un’interpretazione piuttosto ambigua, questa. Il problema non è se il mio lavoro sia costituito da fatti reali o inventati. Se ognuno di noi si mettesse a ripensare alla sua vita, dopo un po’ anche gli avvenimenti realmente accaduti sembrerebbero un po’ sfuocati. Tutto è molto vago, sviluppato su vari livelli di consapevolezza e non sempre così oggettivo come ci aspetteremmo. Si arriva a un primo livello definendo un concetto, e si scopre che ce n’è un altro e poi un altro ancora, non si finisce mai. In fotografia si rende una realtà trasformata, metamorfosi appunto. L’immagine è un’altra realtà, un’interpretazione, un’estetica (la mia). Incorporo disegni, sculture o installazioni nell’inquadratura, spesso realizzandole io stesso, per completare il processo di trasformazione della realtà. Sono il prodotto della mia immaginazione.

Che cosa la ispira maggiormente?

Non lavoro con ispirazione, ma con la passione.

Che cosa ci dice degli animali che inserisce nei suoi scatti?

Sono affascinato dal loro rapporto con gli uomini, dalla convivenza. Sono in conflitto. Amo profondamente tutto ciò che si trova in natura, anche animali che normalmente fanno paura come i ragni o i serpenti. Nel mio libro “Asylum of the Birds” realizzato nel 2014, i volatili sono il filo conduttore del racconto. Li ho usati come se fossero una metafora, ma non li temo. Gli uccelli sono il legame tra il cielo e la terra, c’è scritto anche nella Bibbia, svolgono una funzione simbolica, archetipica.

Oggi ripubblica il volume “Outland”, sempre con Phaidon, arricchendolo di nuove foto.

Sì, sono presentate più di trenta immagini inedite. È un progetto che mi ha visto impegnato per oltre vent’anni e che si concentra sulla figura umana.

Qual è il suo messaggio per noi?

Questa è una buona domanda, la ringrazio per avermela fatta. Le rispondo dicendo che le foto devono parlare da sole, io non ho messaggi. Io faccio foto e basta. Forse cerco di sollecitare a capire meglio la nostra identità, a trovare un equilibrio anche aprendo la nostra mente.

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Lee Jeffries – Occhi sconosciuti

Lee Jeffries vive a Manchester, nel Regno Unito. Comincia a fotografare eventi sportivi ma un incontro casuale con una giovane ragazza senzatetto per le strade di Londra cambia il suo approccio artistico per sempre. La sua percezione sui senzatetto cambia completamente: diventano il soggetto della sua arte. Le sue fotografie ritraggono le sue convinzioni e la sua compassione per il mondo.

Qui un’intervista uscita su EyesOpen! n. 0/2014

Può dirci come ha iniziato la sua esperienza nella fotografia, da dove è partito e perchè?

Ho iniziato ad usare la macchina fotografica a cinque anni. Poi, un giorno a Londra, mentre mi apprestavo a correre la maratona, ho deciso di fare qualche fotografia di strada, sperando di avere fortuna. Rannicchiata in un sacco a pelo sulla porta di un negozio, ho notato una giovane ragazza senzatetto. Ho pensato che avrei dovuto usare un teleobiettivo da 70-200 e, dalla parte opposta della strada, ho concentrato la mia attenzione su di lei. Mi ha notato subito ed era molto turbata! Ha iniziato ad urlarmi contro parole e mi sono sentito imbarazzato. In quel momento volevo solo andare via da lì e il più velocemente possibile. Poi no, qualcosa dentro di me mi ha fatto avvicinare a lei e iniziare una conversazione. Il resto è storia, come si dice. Quello è il momento che ha influenzato il mio modo di fare fotografia, le mie immagini e la loro intimità.

I suoi soggetti sono prevalentemente persone senza fissa dimora, li ha ritratti in diverse città del mondo: Londra, Parigi, Miami, Los Angeles… Come si è avvicinato a loro?

Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di avere paura di qualcosa che non è abituato a vedere o che non è abituato a fare. Il 99,9% della popolazione non “vede” le persone senzatetto e tanto meno pensa di parlare con loro; è naturale pensare che sia difficile socializzarci. Ma non lo è. È semplice come “vedere”, l’importante è presentarsi a loro con umanità. Il mio approccio si basa esclusivamente sulla cordialità e la gentilezza e loro rispondono con altrettanta cordialità e gentilezza.

Come fa a coinvolgerli tanto da ottenere sguardi così profondi e significativi?

Non fotografo ogni persona senza fissa dimora che vedo. Devo scorgere qualcosa ancora prima di sedermi a parlare con loro. Cammino per la strada per ore, giorni, guardando estranei negli occhi. Guardo oltre la superficie cercando di approfondire il loro essere. Questo è quello che fotografo. Non sono un documentarista di circostanza, racconto “emozioni”. La situazione in cui si trovano non è importante per ottenere l’immagine finale. Senzatetto o no, le mie immagini vogliono cogliere la spiritualità dell’essere umano.

Cosa gli dice e di cosa parlate quando si approccia a loro?

Le nostre conversazioni possono riguardare qualsiasi cosa. Alcuni di loro sono interessati a me e alla mia storia, qualcun altro ha voglia di parlare di se stesso. Parliamo di tutto e di niente.

Chi di loro l’a colpita di più e le è rimasto nel cuore?

Tutti loro mi hanno colpito con le loro storie, investo molte emozioni con ognuno di loro. In particolare, ho avuto un legame molto profondo a Miami con Latoria e Margo Stevens.

Ci può raccontare la loro storia?

Ho incontrato Margo durante il mio ultimo viaggio a Miami. Mi è apparsa dal nulla, sulla strada, davanti a me. Era vestita con una pelliccia di pelle di leopardo (abbiamo poi scherzato sul fatto che era nella versione “prostituta”), aveva appena finito il suo turno di notte. In circa due settimane ho avuto l’opportunità di conoscerla in modo approfondito, mi sono immerso completamente nel suo mondo interiore e non. Mi ha raccontato la sua vita, ricordando il passato. Era una famosa porno star, quando però la sua fortuna finì e di conseguenza i soldi, è stata costretta ad andare in strada a prostituirsi anche per soddisfare la sua tossicodipendenza. La sua trasformazione da quello che era a quello che era diventata mi ha colpito duramente. Solitamente non si sa o non si conosce la vita dei senzatetto prima che diventino tali, ma con Margò è stato diverso. On line c’è molto materiale che testimonia la sua bellezza e come la spirale della tossicodipendenza abbia avuto un impatto sulla sua vita oggi. La storia di Margo mi ha reso triste, mi sentivo impotente, arrabbiato per tutti gli anni di sfruttamento che aveva subito, qualcosa però le è rimasto. Ha mantenuto la sua umanità oltre ogni aspettativa: spiritosa, divertente, bella dentro. Mi è rimasta sotto la pelle.

I suoi ritratti sono un’esperienza emotiva, ci sentiamo osservati e, perché no, anche giudicati. Non siamo noi che li guardiamo, ma è come se fossero loro a guardare noi.

Gli esseri umani non possono fare a meno di riconoscere le emozioni. I sentimenti risiedono nel profondo di ognuno di noi. Le mie immagini cercano di ritrarre questo e chiedono allo spettatore di guardare dentro se stesso.

Quando ha finito di postprodurre una foto, il risultato è sempre quello che si aspetta?

Ho sviluppato uno stile. Amo che l’aspetto delle mie foto abbia una certa profondità di significato. Cerco di “confezionare” e di collegare le emozioni con alcuni elementi metafisici che alludono alla spiritualità degli esseri umani con interpretazione e licenza artistica… quindi sì, il risultato è sempre quello che voglio.

Abbiamo scelto il ritratto di Madame June per la nostra prima copertina, perché oltre ad essere bellissimo è anche un metaforico ritratto della Fotografia contemporanea: vecchia ma non vecchia, con un occhio attento, lancia messaggi di saggezza e di esperienza vissuta, è bella e ha molto da dire e se la si guarda bene negli occhi ci lascia un messaggio di pace e di speranza; oggi la Fotografia, soprattutto in Italia, è in un periodo strano e difficile. Ci piace che lei sia la nostra e ci rappresenti. Come fotografo e artista cosa pensa della Fotografia oggi?

Sono molto semplice e diretto quando si tratta di fotografia. Ho un’opinione univoca e per me è poco importante sia cosa fanno gli altri, sia la situazione della fotografia oggi. Non gli attribuisco un particolare significato. Sono felice come non mai quando esco per strada, incontro persone e si crea una relazione. Se chi guarda le mie foto ne trae qualcosa allora mi fa piacere ed è una valore aggiunto al mio lavoro.

Si definisci come “Ritrattista Umanista”, pensa che in qualche modo la fotografia possa avere un impatto sulla povera gente? che tipo di valore sociale può avere?

Non documento circostanze: la maggior parte delle mie immagini forniscono un messaggio sociale! Provocano una reazione umana che scatena l’immaginazione: “chi è questa persona?”, “come sarà la sua vita?”, “come ha fatto a trovarsi in quella situazione?”, sono le domande che si pone chi guarda, consciamente o inconsciamente. Porsi queste domande risveglia la coscienza sociale. Ho innumerevoli e-mail di persone che testimoniano il fatto che la visione delle mie immagini ha permesso loro di vedere e sentire le esigenze degli “altri”. Se il risultato è questo, allora hanno un valore sociale.

A cosa sta lavorando oggi? Ha nuovi progetti?

Autofinanzio tutti i miei progetti e li realizzo nelle vacanze o nel tempo libero. Sicuramente sto pensando a nuovi lavori, ma trovare i finanziamenti e il tempo per realizzarli è un processo lento. Vorrei stare più spesso fuori, sulla strada, ma sono comunque grato per il tempo in cui riesco a starci. Cerco sempre gli occhi degli estranei, con la macchina fotografica al collo o senza.