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Mostra – Ilaria Abbiento, Καρδια.

Inaugura il prossimo 31 luglio, presso Plaza Project Art Room (Hotel Plaza e De Russie, piazza D’Azeglio 1, Viareggio, Lucca, la personale di Ilaria Abbiento dal titolo Καρδια. Resterà aperta fino al 3 ottobre 2021.

Capraia è un’isola vulcanica, l’unica dell’arcipelago toscano.

La prima eruzione, circa nove milioni di anni fa, provocò un violento terremoto e metà dell’isola sprofondò nel mare.

 

καρδια è un lavoro elaborato durante una residenza d’artista sull’isola di Capraia, Plaza Art Residency

a cura di Claudio Composti, mc2gallery.

Il corpo del lavoro si compone di alcune opere fotografiche, una pietra vulcanica, un mareografo costruito con un elettrocardiogramma registrato sull’isola e un video, un diario e due antiche carte nautiche di Capraia dipinte a mano con il rame.

 

Riprendiamo qui alcuni appunti della stessa autrice:

 

[καρδιά, dal greco antico, vuol dire cuore.]

ho mal d’amore

Osservo da giorni la carta nautica di Capraia. Il mio sguardo, che segue le dolci linee di costa, d’un tratto

s’incanta sui frammenti delle rive e il profilo dell’isola mi appare come i contorni di un cuore lacerato.

Mi chiedo se le mie fratture collimino con le erosioni dell’isola.

 

Capraia, febbraio 2020

L’isola è un cuore sospeso sull’acqua.

Dal mare mi infiltro nelle sue arterie.

 

La percorro nei suoi molteplici sentieri.

La polvere vulcanica, le pietre sanguigne che ho ritrovato e le lesioni nei suoi bordi forse sono la verifica di

ciò che avevo immaginato. Registro la mia presenza sull’isola con il diagramma del mio ritmo cardiaco,

un mareografo immaginario che si accorda all’ondeggiare del mare e pulsa come la luce che lampeggia dalla lanterna del faro.

Nell’assenza di un segnale imparo a leggere il vento e ascoltare il mare, dolce anestetico di ogni mio dolore.

Così l’oceano, che circonda l’isola e il mio cuore, rimarginerà, almeno in parte, le vermiglie abrasioni.

 

Mentre il mio cuore prova a guarire, quello di mio padre sta per fermarsi.

 

φιλικῶς

con amore.

 

 

Claudio Composti

 

“Ognuno rinasce ogni giorno. Non sapremo mai se la conseguenza di quello che ci accade ci porta da una parte o dall’altra…credo nel “giusto tempo” anche nell’accettare quel tempo… e accettare quello che c’è”.

(Ezio Bosso, compositore – 1971/2020)

 

La sincronicità è un principio di nessi acausali che consiste in un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro, ma non in maniera causale, cioè non in modo tale che l’uno influisca materialmente sull’altro, bensì come due orologi che siano stati sincronizzati su una stessa ora.

Così ha fatto Ilaria Abbiento, sincronizzando il battito del suo cuore ad ogni passo fatto per i sentieri lungo la costa dell’isola di Capraia. E non solo. Ha trascorso lì un periodo, in inverno, da sola, per una residenza d’artista… “Registro la mia presenza sull’isola con il diagramma del mio ritmo cardiaco, un mareografo immaginario che si accorda all’ondeggiare del mare e pulsa come la luce che lampeggia dalla lanterna del faro…”.  Le rosse “vene” rocciose che solcano questa isola di origine vulcanica sembrano darle ragione. Mappandone le linee di costa, si è spinta prima del tramonto fino in cima al faro, di fronte alla lanterna spenta fino a che, improvvisamente, si è accesa, come un cuore che improvvisamente torna a battere. E illumina. Unica luce per i marinai nella notte o nella tempesta, in quel buio che a volte arriva troppo presto nella vita di ognuno. Ha studiato le carte nautiche dell’isola, scorgendo nelle sue linee la forma di un cuore appoggiato sul mare, di cui ha scoperto essersi persi dei pezzi di costa in passato, sprofondati nel mare in seguito ad eruzioni… “Osservo da giorni la carta nautica di Capraia. Il mio sguardo, che segue le dolci linee di costa, d’un tratto s’incanta sui frammenti delle rive e il profilo dell’isola mi appare come i contorni di un cuore lacerato. Mi chiedo se le mie fratture collimino con le erosioni dell’isola” scrive nel suo diario di bordo immaginario, capitano esperto di un viaggio dell’anima. Pezzi di “cuore” perduti, ricuciti con la sua arte e il suo amore viscerale per il mare, che la aiutano a tracciare nuove rotte per navigare tra le isole del suo arcipelago interiore, come lo chiama lei e a lenire le sue ferite del cuore. Quelle che lascia la vita, quando accade…“Così l’oceano, che circonda l’isola e il mio cuore, rimarginerà, almeno in parte, le vermiglie abrasioni. Mentre il mio cuore prova a guarire, quello di mio padre sta per fermarsi.” E si ferma. Sincronicità.

Καρδια assume così una forte valenza personale e simbolica che rende omaggio al ciclo della vita e all’amore puro, di cuore, che vive all’unisono di gesti e silenzi, distanze e parole, in un tempo tutto suo, sincronico, oltre la nostra volontà. Il “giusto tempo”. Dante, nella Divina Commedia, descrive Ulisse come chi, ubbidendo al suo destino di curioso giramondo, “per seguir virtute e canoscenza” ha ripreso il mare una volta giunto a Itaca e ha varcato le Colonne d’Ercole, giungendo ai piedi del monte Purgatorio. Ilaria Abbiento si fa mare e ci naviga, novella Ulisse, in quel viaggio che chiamiamo vita, in cerca della propria isola interiore dove approdare e da cui, forse, non ripartire. E traccia per noi nuove rotte sulle coordinate della sua poesia e del suo amore folle e irresistibile per il mare. Da batticuore.

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Portfolio – Antonio Cauciello, Intimus

Di Barbara Silbe 

Ho una spiegazione per aver voluto accompagnare questo progetto. Ha a che fare con l’impegno, con la cura che Antonio Cauciello ha messo in quello che ha realizzato. Normalmente diffido di chi fotografa spazi abbandonati: è una moda che da qualche anno ha appassionato professionisti e amatori e che affligge chi di fotografia si occupa a tutto tondo. Forse da principio era anche originale. Era un modo per aprire finestre sul patrimonio architettonico in abbandono, ma oggi questa produzione è inflazionata, abusata, post prodotta uguale ovunque e da chiunque, senza un vero pensiero di spessore e progettazione a originarla. 

Così, quando Antonio si è presentato al mio desk al Photolux2018, a Lucca, per farsi leggere il portfolio lo scorso novembre, guardando quel suo malloppo ero svagatamente sulle difensive. Ero inquieta all’idea dell’ennesimo esercizio estetico dentro palazzi fatiscenti. Lui però era serio, accompagnato da due amici a sostenerlo emotivamente e quella sua agitazione mi rivelò quanto tenesse a ciò che aveva realizzato. Così mi misi comoda e attenta e, sfogliando stampa dopo stampa (ogni opera era realizzata ottimamente), mi resi conto che il suo era un investimento importante, come fondamentale era quello che lo aveva condotto lì a scattare: l’amore per la sua terra e per l’umanità. Traspariva dagli oggetti, dalle abitudini svelate e congelate in quegli istanti, era come se lui volesse aggiustare ogni cosa, ogni crepa nei muri, e il suo attrezzo per compiere il restauro era la fotocamera. 

Questo paese fantasma è un simbolo ed è pieno di rimandi metaforici che si insinuano tra vuoti e pieni, tra ingressi e scale dove sono andati i passi stessi dell’autore, testimone di un abbandono che lo rende curioso e addolorato. Da parte mia andava soltanto fatto un lavoro di presentazione, per raccontare al meglio la storia che narravano quei vani incrostati, ma lui il più l’aveva visto e reso immortale anche in caso di crollo. 

Nelle sue foto non c’è nessuno. Nessun essere umano, a parte chi scatta, è presente in quelle inquadrature. Eppure sembra di sentire rumori di passi e di vita di chi è appena stato lì. Come nei teatri di Candida Hofer, come nelle città americane di Walker Evans o nei palazzi giganteschi di Andreas Gursky e Thomas Struth, le persone vengono omesse e, nonostante questo,le si avverte presenti e tangibili. L’architettura si trasforma in un tema a sé stante, con il quale dialogare, attraverso il quale rivivere e sanare i ricordi. 

Con una lucidità assoluta e una chiarezza capace di avvolgere il più spesso dei ragionamenti, l’autore tocca uno dei problemi fondamentali della fotografia contemporanea: quella del legame tra realtà e rappresentazione estetica, sofferenza e bellezza, tragedie e uso massmediatico delle stesse. E quel problema lo aggira con un approccio di tipo accademico, lui che fa un lavoro umile, ma ha una laurea in filosofia, materia che a molti di noi risulta contorta eppure è tanto utile per analizzare la vita. Antonio cerca una sua verità senza sensazionalismi e sulla quale non è molto disposto a cambiare punto di vista. Lo so bene io, che ho dovuto seguire l’editing del lavoro battagliando per convincerlo su certe scelte e qualche volta (lo dico sorridendo sotto i baffi che non ho), ha vinto lui. Ha una precisione chirurgica nel dirti il perché di ogni scelta che ha fatto. E ha uno scopo: quello di donare l’eterno a un borgo dimenticato dove tutto è rimasto come era, dove una culla, un calendario o un soprabito appeso dicono a noi del paesaggio e dei suoi abitanti, e lo fanno senza retorica, grazie a delle armoniche, formali, immagini in bianco e nero scarnificate da ogni orpello.

Così parla invece l’autore stesso:

“L’uomo moderno è sempre più abituato a “violare” l’intimità altrui. Ormai è diventato quasi come un bisogno spiare le vite degli altri, attraverso quello che definiamo “ingresso principale”;  lo facciamo quasi inconsapevolmente postando e condividendo immagini e pensieri. Ci sentiamo, a nostra volta, osservati e ciò ci spinge a creare un’immagine distorta e fittizia di noi stessi: una sorta di alter ego che ostenta, attraverso la rete, il suo ideale di vita perfetta. Tutto questo contribuisce paradossalmente, a creare quel vuoto incolmabile che l’uomo si porta dietro e che cerca vanamente di riempire riducendosi in uno stato di insoddisfazione latente. Il mio intimus è diverso: non è una rappresentazione di un modello sociale di bellezza e perfezione bensì le mie immagini ritraggono quei luoghi in cui un evento “straordinario” e distruttivo ha stravolto lo stato delle cose. Sono luoghi improvvisamente abbandonati, “svestiti” del loro abito migliore. Un cataclisma, come fu il terremoto nell’Irpinia del 1980, che con la propria forza distruttrice ci rese infermi facendo emergere solo la parte più vera di noi. Mettendo insieme gli scatti che negli anni avevo realizzato in questi luoghi, mi si è materializzata un racconto: la storia di uomini, donne, bambini, che sorpresi nella loro intimità, dovettero abbandonare le stanze segrete del loro animo per salvarsi. Quello che per loro è stato un momento di enorme smarrimento, perché nella società moderna la casa rappresenta ancora tutto ciò che si possiede, luogo inaccessibile dove realmente si può scoprire e vedere la vera essenza dell’umanità, dove ognuno di noi è messo a nudo, dove si vivono anche momenti più dolorosi, più felici, quelli che per una certa pudicità non siano ancora pronti a condividere con gli atri, oggi è per me uno scrigno di ricordi, una narrazione, un’incursione nella loro intimità”.   

(Antonio Cauciello)

Biografia

Antonio Cauciello è nato a Salerno nel 1981. Ha conseguito la laurea in Filosofia, con una tesi in Estetica e Storia dell’Arte Contemporanea sul fotografo napoletano Mimmo Jodice. La passione per la fotografia è stata alimentata nel corso degli anni ed è maturata grazie alla frequentazione di varie associazioni fotografiche amatoriali, come il Museo Nazionale della Fotografia di Brescia, il Circolo Fotografico Salernitano e il Photo Club Mugello, tutti associati FIAF. Dopo diverse mostre nel circuito culturale salernitano e alcune pubblicazioni, nelle sezioni amatoriali,  su riviste nazionali, come Fotografia Reflex e il Fotografo, espone per due anni consecutivi al “The Darkroom Exhibition”, manifestazione organizzata da Luciano Corvaglia nell’ex Convento dei Domenicani a  Muro Leccese. Poi, per quattro edizioni, dalla 10’ alla 13’, è tra i fotografi selezionati per la mostra collettiva “Il Mostro” tenutasi presso la TAG, Tevere Art Gallery di Luciano Corvaglia. Nel 2018, viene selezionata una sua foto per Le Festival  des Recontres d’Arles, nel circuito Voies Off.  Attualmente vive e lavora a Firenze.