Pubblicato il Lascia un commento

Monia Marchionni – Never again the fog in the desert

Abbiamo deciso di pubblicare un altro progetto di questa autrice marchigiana, per il rinnovato valore di quanto ci ha presentato e per i diversi aspetti che ci hanno catturati nelle sue immagini. Facciamo riferimento alle valenze estetiche, ma anche alla profondità del racconto e all’originalità del linguaggio. Questa è una storia forte, dolente. Un crimine che la coscienza del mondo non può dimenticare, ma che spesso viene lasciato in un cassetto della memoria troppo faticoso da aprire. Lei lo ha fatto, con una consapevolezza acquisita una volta arrivata in Cile e che non le ha mai più permesso di ignorare il problema. Questo è la sua narrazione, poetica ma chirurgica, della storia:

“Questa serie è nata durante un viaggio nel Nord del Cile nel 2014, dopo aver conosciuto delle famiglie locali che mi hanno accompagnata alla scoperta del deserto di Atacama, ed è lì che ho visto una mano scolpita alta più di undici metri uscire dalla sabbia. Una vera e propria richiesta di aiuto, tesa a testimoniare tutte quelle mani che si trovano sotto e appartenute a persone ancora senza nome, senza identità, vittime della dittatura di Pinochet: i desaparecidos. Il dittatore fece sequestrare, torturare, uccidere e sparire tutti coloro sospettati di avere idee anti governative. Molte volte le vittime venivano portate in veri campi di concentramento dai quali non uscivano più se non per fare i “voli della morte” così tristemente chiamati perché i cadaveri venivano gettati in volo nell’oceano Atlantico. Diversi campi di prigionia si trovavano nel deserto di Atacama e perciò molti resti sono ancora seppelliti in fosse comuni e coperti da strati e strati di sabbia. Da quel momento ci sono povere figlie, mogli e madri che cercano ancora oggi senza sosta qualche resto dei loro amati padri, mariti e figli, le chiamano mujeres del desierto – le mogli del deserto. Vogliono solo piangere i propri cari e portare fiori di carta colorati sulle loro tombe, che neanche il sole potrà mai seccare.
Fino a quel momento avevo apprezzato la magia e il mistero del nord del Cile, ero rimasta affascinata dalle Salitrere, città nate nell’Ottocento nei pressi delle raffinerie e miniere che ospitavano le famiglie degli operai. Ma dopo aver visto quella mano ho preso coscienza di un dramma e non potevo più chiuderlo in qualche angolo della mente, così ogni luogo da lì in poi fotografato ha assunto una valenza metaforica. Ho lavorato sulle emozioni di una madre che perde il proprio figlio, sulla scomparsa, sul vuoto indescrivibile dopo un rapimento, sulla storia solo accennata a scuola.
L’indifferenza di molti di fronte ai crimini di guerra avvolge come una fitta e impossibile nebbia il deserto intero, perché quelli che non vedono
dimenticano e quelli che dimenticano non credono in ciò che è accaduto. La nebbia divora le strade, le montagne, il mare intero. La nebbia è l’oblio”.

Biografia

Monia Marchionni (Fermo, 1981) si diploma nel 2005 all’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel 2008 si laurea alla facoltà di Lettere e Filosofia con specializzazione in Storia dell’Arte Contemporanea. Dopo un periodo dedicato all’installazione, sceglie di proseguire da autodidatta lo studio della fotografia, linguaggio che le permette di allestire ambienti per le sue visioni. Lo sguardo è autoriale, lo stile riconoscibile, l’approccio è quello della staged photography.
Il punto di svolta per l’autrice si presenta nel 2014 durante un viaggio con suo marito in Cile: rimane impressionata dal deserto di Atacama e dalle atmosfere surreali e silenziose di vasti territori, così eterogenei tra loro. Porta con sé una Nikon, un vestito bianco e un libro di Isabelle Allende e torna con in grembo sua figlia e la sua prima serie fotografica “Never Again the fog in the desert”, premiata con le ”Nominee” ai FAPA Awards di Londra nel 2017 e con la “Honourable Mentions” agli IPA-Lucie Awards del 2018.
Dal 2016 al 2019 si dedica al progetto “Fermo Visioni Extra Ordinarie”, diversi scatti ottengono premi internazionali, tra questi: IPA-Lucie Awards, Artrooms Fair di Londra, Premio Arte Laguna. Nel 2019 vince il Life Framer Award di Londra con uno scatto della serie “The gardens from the sky”.
Il 2020 rappresenta un anno di conferme, il progetto di lunga data “Primo Amore” dedicato alla sua città Porto San Giorgio, vince il Premio Ghergo – Giovane Talento, si classifica al terzo Posto al FAPA – Fine Art Photography Award, è finalista al Premio Marco Pesaresi e anche SkyTG24 gli dedica un approfondimento. Sempre nel 2020 vince l’Honourable Mentions al SIPA – Siena International Photography Awards e, a seguito della lettura portfolio all’IMP Festival – International Month of Photojournalism, entra nell’“Italian Collection – Nuovi Talenti della Fotografia” curata da Italy Photo Award.
Durante il lockdown imposto per arginare la pandemia da Covid_19 realizza il progetto domestico “I Giorni Necessari” che viene ripubblicato dalle riviste e agenzie di fotografia più importanti: Contrasto, Perimetro, PhotoVogue, Collateral, EyesOpen!, Il Fotografo Magazine. Il progetto è finalista alla call “Isolation: you me we” della Lucie Foundation di Los Angeles e pubblicato sulla rivista internazionale Musée Magazine.
Monia Marchionni ha esposto in Italia e in Europa, in fiere d’arte e festival, in mostre collettive e personali; lavora a progetti personali e commerciali.

Il suo indirizzo Instagram è @monia_marchionni

Pubblicato il Lascia un commento

Arte che unisce diverse culture del mondo

Una mostra che parla di dialogo e riscatto. E di come l’arte possa consentirci di creare un mondo più vivibile intorno a noi. E’ il messaggio di INDEPENDENTLY TOGETHER, breve rassegna curata da Micaela Flenda e Pelin Sozeri ospitata a Spazio Quattrocento, Via Tortona 31, Milano. Il progetto è stato ideato e prodotto da The Candybox. Riunisce dieci creativi immigrati che hanno scelto Milano per costruire un nuovo futuro raccontando i loro diversi punti di vista sul tema dell’immigrazione, del loro viaggio e delle speranze, svelandoci sogni e difficoltà che hanno vissuto in questa loro seconda casa italiana. Sono rappresentanti del mondo dell’arte, della musica, della moda, del design, della comunicazione e dell’alta cucina e attraverso le loro differenze culturali ed etnografiche stanno favorendo quello che può essere definito il nuovo Rinascimento creativo in Italia. Ecco i loro nomi: Tanya Jones, fashion editor e styling consultant, israeliana; Eugenio Boer, chef stellato, nato in Olanda; i fondatori di cc-tapis, Nelcya Chamszadeh, nata in Francia e di origini iraniane e marocchine e
Fabrizio Cantoni, italo-inglese; il designer e direttore creativo austriaco Arthur Arbesser; Ginette Caron, la design director canadese dell’omonimo studio di communication design, dove da 10 anni collabora Masami Moriyama, giapponese e grafica specializzata in advertising; Nazli Yirtar, turca e content creator per Spotify Italia; l’artista iraniano Mahmoud Saleh Mohammadi e il gallerista
venezuelano Federico Luger.
L’intero progetto parte dalla considerazione che lo straniero è prima di tutto portatore di possibilità positive e di contaminazioni che aiutano ad arricchire le reciproche competenze: le diversità in base all’origine, o meglio le peculiarità di ciascun protagonista, si uniscono per mescolarsi in una comunità contemporanea, cosmopolita e inclusiva. Il tema dell’emigrazione e del viaggio, come fonte di avventura e ottimismo, invita a porsi delle domande sulla “doppia appartenenza” dell’emigrato, sulla difficile questione dell’identità, sull’abbandono della lingua d’origine, sulla controversa condizione dello straniero in terra straniera.
Il viaggio di Independently Together comincia con un saggio di Giovanna Pisacane e si sviluppa in quattro tappe. Le fotografie di Giulia Pittioni create in collaborazione con la set designer portoghese Teresa Morais Ribeiro sono inaspettati still life rivisitati di oggetti appartenenti ai creativi coinvolti. Una Wunderkammer di ricordi della vita passata e strumenti necessari per il presente raccontano
il viaggio e la transizione tra la terra natia e il nuovo mondo. Un reggiseno, un piccolo dizionario francese-italiano, un set di coltelli, un articolo di giornale e molto altro. Una carrellata di ritratti dei creativi coinvolti in istantanea (scattati con la Lomo Instant Square) ci permettono di guardare il loro mondo attraverso il loro punto di vista, personale, intimo e diverso. Infine si aggiungono estratti in
lingua originale; citazioni, proverbi, modi di dire della cultura di appartenenza.

L’allestimento espositivo è stato progettato da Fosbury Architecture, un percorso in crescendo come una scala, come un’orchestra, che metaforicamente rappresenta il viaggio della migrazione e dà la possibilità di scoprire i soggetti della mostra attraverso i loro oggetti e le loro parole. Main sponsor della mostra è il meraviglioso Castello Di Ugento di Lecce con il CIA (www.castellodiugento.com )*, prezioso edificio settecentesco recentemente ristrutturato e parzialmente adibito a hôtellerie raffinata e lussuosa nel cuore del Salento più bello, che da tempo è promotore della cultura e delle arti italiane. Facciamo notare che una parte dell’edificio è rimasta fruibile al pubblico per visitarne stanze e affreschi dell’epoca. Il dialogo tra Independently Together e l’iniziativa di Massimo Fasanella e Diana E. Bianchi, proprietari del castello, è nato soprattutto dalla volontà condivisa di supportare lo scambio tra culture ed epoche diverse.
Le immagini sono state realizzate nello StudioMoscova40 utilizzando i tessuti di Marzotto (Tessuti di Sondrio, Linificio e Canapificio nazionale 1873, Radaelli e le coperte di Lanerossi) e stampate da Grafiche dell’Artiere su carta ecosostenibile IGLOO Offset di Arjowiggins Creative Papers. Per la location si ringrazia Spacemakers Milano.