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Mostre – Pendulum, un viaggio tra merci e persone al MAST di Bologna

S’intitola Pendulum – Merci e persone in movimento, la mostra curata da Urs Sthael, allestita alla fondazione Mast di Bologna fino al 13 gennaio 2019. Negli spazi della PhotoGallery sono esposte 250 opere della collezione della Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia, realizzate da fotografi italiani e stranieri.

L’industria e il mondo del lavoro per loro natura sono in continua evoluzione. A volte i cambiamenti sono minimi e non vengono percepiti, poi arrivano le rivoluzioni che influenzano ogni aspetto della società e trasformano la vita in una corsa a velocità doppia. La collettiva propone una riflessione sul tema dell’accelerazione, l’oscillare del pendolo ricorda il movimento del mondo nello spazio e nel tempo e ci fa pensare al traffico frenetico dei pendolari, ai mezzi di trasporto, allo scambio delle merci e alle numerose persone che si mettono in viaggio ogni giorno per cercare di raggiungere l’Europa. “A questo dinamismo incessante si contrappone un fenomeno di segno opposto”, spiega Stahel. “Il solo fenomeno che ci spinge a rallentare il passo, a cercare di fermare tutto, è quello delle migrazioni”.

Il percorso di visita, ispirato al moto del pendolo, oscilla dalle fotografie di Robert Doisneau agli stabilimenti Renault al Paint Shop della Bmw di Edgar Martins, passando dalle auto da corsa di Ugo Mulas ai container di Sonja Braas e dei truckers di Annica Karlsson Rixon. L’artista presente all’inaugurazione, ha parlato della sua composizione di 736 scatti di camion bianchi, realizzati anche in altri colori durante gli anni Novanta. Il moto perpetuo continua con i ritratti di Helen Levitt ai passeggeri delle metropolitane degli anni settanta e ottanta alle fotografie di Mimmo Jodice, che ritraggono i migranti italiani che si spostavano dal sud Italia al nord o in Svizzera fino agli scatti dei passeggeri delle metropolitane di oggi nelle grandi città, realizzati dall’olandese Jacqueline Hassink. Sette schermi per sette città: Tokyo, Mosca, Parigi, Londra, Seul, Shangai, Barcellona che ritraggono persone che si muovono verso la loro destinazione, impegnate in un altro viaggio, quello virtuale con i loro telefoni cellulari o tablet. E ancora, dai centri spaziali della Nasa fotografati da Vincent Fournier agli accampamenti dei migranti fotografati da Richard Mosse con una macchina a infrarossi. Nella sua opera lunga sette metri, l’artista unisce centinaia di container abitati da disperati bloccati in un’area portuale e dall’altra il trasporto di merci lungo le rotte mondiali.

Chissà se il fascino della lentezza riuscirà a resistere alla supremazia della velocità? Come la foto del bradipo, diventata virale, che cerca di attraversare una strada in Ecuador, poi rinuncia e rimane abbracciato al guardrail dell’autostrada.

FondazioneMAST, www.mast.org, fino al 13 gennaio 2019 con ingresso gratuito. Orari di apertura: da martedì a domenica, dalle 10 alle 19

(Testo a cura di Carolina Masserani)

 

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Libri – In “258 Minutes” un racconto per immagini a un anno dalle stragi di Parigi

Mi trovo nuovamente a scrivere di un progetto curato da Benedetta Donato, ottima professionista che è anche collaboratore di questa testata. La ragione non va naturalmente cercata in questo legame, quanto piuttosto nello scrupolo con il quale sceglie di cosa occuparsi e come. Segnatamente, mi riferisco al libro del fotografo Angelo Ferrillo da poco pubblicato e sul quale Benedetta ha posto, appunto, la sua firma curatoriale, insieme a quella del maestro Giovanni Gastel. Il volume, edito da Crowdbooks in tre lingue, si intitola “258 Minutes” ed è un lavoro che ricorda e reinterpreta gli attacchi terroristici che sconvolsero Parigi il 13 novembre 2015. L’autore ripercorre quei luoghi a un anno di distanza, le sue scarpe vanno nei siti cittadini dove si è compiuta la catastrofe che fu definita l’11 settembre del Vecchio continente. Ferrillo compie quello stesso percorso del terrore: lo stadio, il café Bonne Biere, la pizzeria Casa Nostra, rue de Charonne, il Bataclan, il ristorante Comptoir Voltaire… Ricostruisce sensazioni, atmosfere e memoria impiegandoci lo stesso tempo: quei 258 minuti che sono trascorsi dalla prima esplosione avvenuta allo Stade de France quella notte (erano le 21.20), fino alla liberazione degli ultimi ostaggi del Bataclan, quando l’orologio segnava le ore 00.58. Sono poco più di quattro ore, durante le quali il fotografo non intende riproporci tracce lasciate dalla distruzione di allora, quanto piuttosto raccontarci il vissuto del qui e ora, il quotidiano che ostinatamente, istintivamente, prosegue per la sua strada trasformando ogni gesto inconsapevole in lotta per tornare alla normalità. Non dimenticare, intendiamoci, ma reagire  comunque anche attraverso la memoria.

La potenza della sua narrazione viene dal fatto che ci venga imposto il ragionamento e il ricordo di quei momenti attraverso l’inquadratura di atmosfere notturne, a volte asettiche altre volte frenetiche, con un distacco circostanziato dalla distanza temporale e affidandosi a immagini che, come l’asfalto, assorbono e attutiscono ogni cronaca. Ferrillo ci vuole dire che siamo in un momento qualunque, in una strada qualunque di una città qualunque. Cosa fa la gente? Manda un messaggino mentre sosta per strada, fa la fila alla cassa del supermercato, cena al ristorante, lega una bici al palo che fu testimone di un’esplosione, sale sui mezzi pubblici, attraversa sulle strisce pedonali. Le bombe e gli spari sono lì, impregnano ogni passo, ma restano relegate a dodici mesi prima. Sono i segni, lo scandire delle ore sulle pagine nere, quel meraviglioso raccolto estrapolato dai social composto da una micro selezione dei post concitati di quella tragica notte, a dirci cosa successe allora. Lui ci rivela la sua visione con un anno di scarto, un’azione del ricordare che non scade mai nella commemorazione, eppure la memoria è talmente viva da fargli sentire il bisogno di raccogliere in un libro quel suo vagabondare. “La sensazione è che manchi qualcosa – scrive Benedetta Donato nel suo intervento – il vuoto che ci sembra riempire alcuni frammenti è dato dall’assenza di appigli e di riferimenti al passato più recente. In questo spazio, Ferrillo costruisce il suo racconto e individua il terreno fertile dove coltivare una relazione visiva tra memoria, luoghi e vita quotidiana – irrimediabilmente snaturati – che hanno a che fare con la storia”. 

Giovanni Gastel, nel presentare il volume l’altra sera in Triennale a Milano, in un incontro affollato che rientra nel ciclo di appuntamenti organizzati da AFIP International in collaborazione con CNA Professioni, ha evidenziato alcune cose importanti. La prima è che Angelo Ferrillo ha un approccio concettuale alla fotografia. Troppo spesso e a torto incluso in quell’inflazionato filone di questa arte che è la street photography, l’autore vira invece verso una progettualità sempre più ragionata in anticipo, che lo porta ad avere una visione profonda di quel che andrà a fare ben prima di iniziare il lavoro. La seconda scoperta fatta dal maestro italiano del ritratto di moda è che Ferrillo ha trovato la sua cifra stilistica, definita dallo stesso Gastel “ferrilliana”: quel bisogno di concettualità ponderata, fatto di una memoria al contrario che gioca sullo spazio e sul tempo, lo applica ora a tutta la sua produzione. Ultima constatazione è che il modo di esprimersi di Angelo Ferrillo trova il contenitore perfetto nelle pagine di un libro. Più che in una mostra, più che su un giornale, serve uno scrigno che si apra un capitolo dopo l’altro, rivelando e conservando nei decenni quel vagabondare. 

Barbara Silbe

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Tokjo – Il mercato Tsukiji visto da Nicola Tanzini

Intervallo, il sipario si accosta e sospende l’ennesima rappresentazione. Questa sorta di backstage in bianco e nero è silenzioso, calmo, i fotogrammi fermano i movimenti rallentati e precisi di una scena sospesa. Gli attori sono i lavoratori del più famoso mercato ittico del mondo, quello di Tokjo, che due giorni fa è stato smantellato per sempre. Dopo 83 anni di attività, quell’area diventerà un parcheggio per le Olimpiadi. Quel luogo incredibile però, tempio delle aste mondiali del tonno e dove vengono vendute ogni anno più di 700mila tonnellate di pesce, è reso immortale dallo sguardo di un fotografo italiano. Lui è Nicola Tanzini, fondatore di Street Diaries, progetto itinerante e in costante evoluzione sulla fotografia di strada, che si alimenta grazie ai numerosi viaggi compiuti dall’autore intorno al mondo. La sua ricerca si ispira prevalentemente al movimento della fotografia umanista, ponendo al centro i comportamenti, le situazioni quotidiane appartenenti alla natura umana, in quello che l’autore definisce il proprio ambiente naturale: la strada. Dal suo approfondimento giapponese deriva “Tokyo. Tsukiji” che si traduce nel suo primo libro (edito da Contrasto) e in una mostra personale ospitata da Leica Galerie in via Mengoni 4 a Milano, fino al 4 novembre con ingresso libero. Sia il volume che la sua personale sono curati da Benedetta Donato.

Tanzini ha impiegato due anni di lavoro per produrre questa importante testimonianza di un microcosmo che scompare. E lo ha fatto osservando un contesto frenetico e rumoroso come Tsukiji da un punto di vista inedito: si è soffermato dietro le quinte, sul volto meno conosciuto di questa realtà, concentrando il suo obiettivo sul termine della giornata lavorativa. Usa un linguaggio caratterizzato da forti contrasti e da un’attenzione maniacale per i gesti ripetitivi e le espressioni delle persone incluse nell’inquadratura. A fine mattina i lavoratori preparano le ultime cassette, fanno i conti, spingono bancali, puliscono strumenti e banchi, si fermano a fumare, mangiare, sbadigliare, riposare guardando il cellulare. L’autore rivolge in particolare il suo sguardo sull’area interna del mercato (jonai shijō), quella famosa per le aste dei tonni, che ogni turista in visita ambisce a vedere e che rappresenta l’anima del luogo i cui protagonisti sono i grossisti ripresi negli attimi che precedono la dismissione delle attività e la conseguente chiusura. Come gli astronauti o i palombari, i soggetti vengono fotografati in un momento di decompressione, ma forse, in fondo, anche un magazziniere o un commerciante possono portarci sulla Luna. O in fondo al mare.

Oltre al testo curatoriale di Benedetta Donato, il progetto editoriale realizzato da Contrasto Books si avvarrà del contributo di Masuo Nishibayashi, Direttore dell’Istituto di Cultura Giapponese in Roma. Il libro, proposto in un’unica edizione multilingue italiana/giapponese/inglese/francese, è distribuito in Italia e all’estero.

Barbara Silbe

 

 

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Humanscape – Giuseppe Mastromatteo

Due appuntamenti celebrano questo mese l’arte di Giuseppe Mastromatteo, autore che con il libro HUMANSCAPE, pubblicato da Silvana Editoriale, mette un punto sulla sua intera, introspettiva produzione. Il volume, che ripercorre a ritroso la storia artistica e creativa di questo ritrattista molto apprezzato nel mondo dell’arte contemporanea e del collezionismo (e che EyesOpen! ha pubblicato sul numero “Umani” lo scorso anno), è curato da Benedetta Donato e si avvale di contributi di grandi firme come Rankin, Oliviero Toscani, Walter Guadagnini, Barbara Silbe, Denis Curti, Giovanni Pelloso e altri. La sua prima pubblicazione monografica sarà presentata il 18 ottobre alle 18.30 presso la Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano. In contemporanea all’uscita del volume, la galleria 29ArtsInProgress di via San Vittore 13 a Milano, che rappresenta l’autore, ospita dal 4 ottobre al 18 novembre la produzione inedita di Mastromatteo, in una mostra curata da Giovanni Pelloso.

Mastromatteo lavora come Chief Creative Officerr di una delle agenzie di comunicazioni più importanti del mondo, ma in parallelo fa crescere da oltre un decennio un suo incredibile percorso artistico che lo ha portato a esporre in gallerie e fiere a Milano, Bologna, Capri, New York, Parigi, Miami, Basilea, Istanbul, Pechino… Il suo lavoro è estetico, eppure intriso di contenuti e dal suo mestiere di pubblicitario e dalla sua indole, gli deriva un’estrema capacità di sintesi.  Il libro Humanscape raccoglie 110 fotografie insieme a testimonianze, contributi e immagini che lo inseriscono a pieno titolo nel dibattito della cultura visiva internazionale, grazie anche a una foto-intervista che rappresenta il cuore del progetto: un dialogo tra l’autore e la curatrice Benedetta Donato che approfondisce i momenti fondamentali del percorso artistico di Mastromatteo attraverso le ispirazioni, gli incontri, gli aneddoti in una sorta di flash back di memorie restituite al presente. Ciò che emerge da questo confronto è anche una mappa visiva caratterizzata da più matrici in cui immagini di altri artisti, oggi divenute icone contemporanee e che hanno segnato la storia di Mastromatteo, sono giustapposte alle sue opere, con l’obiettivo di restituire a 360° il senso della sua ricerca artistica. Serie già conosciute sono pubblicate a fianco di produzioni inedite che evidenziano il tema centrale della sua indagine: la continua, estenuante ricerca dell’identità tra essenza e percezione. I soggetti dell’obiettivo dell’artista sono sempre i corpi e soprattutto i volti che rappresentano una teoria di tipi umani in cui la perfezione dei fisici torniti e dai contorni plastici, contrasta con la natura instabile ed effimera dell’uomo. Attraverso un uso quasi filologico della manipolazione digitale e della sottrazione, l’autore definisce questi ossimori scomponendo le immagini e creando un effetto di straniamento prima e di riconoscimento poi tra chi è ritratto, chi ritrae e anche in chi osserva.
Il libro-opera HUMANSCAPE è nelle librerie da ottobre.

 

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Laboratori – Motus et imago

Annunciamo un’altra bella collaborazione con lo Spazio Mimesi di Rimini. Hanno da poco presentato il labortorio “MOTUS et IMAGO”, che propone un’attività di studio e sperimentazione sulla creatività rivolta sia a fotoamatori che a professionisti del settore che vogliano fare ricerca. Gli incontri vedranno mescolarsi il racconto e la fotografia: il testo diventerà il territorio su cui fondare e realizzare un progetto basato sulla libertà espressiva e il fascino del gioco, pur non alludendo figurativamente al corpo originario dell’opera letteraria.

Attraverso la narrazione, che avviene in modalità teatrale (guidata attraverso la stimolazione sensoriale della lettura creativa), lo studente approderà  alle immagini costruendo una propria geografia tangibile e spaziale, fino alla realizzazione dell’opera per immagini.
L’esplorazione è libera, individuale, indipendente e tende a sviluppare quelle attitudini narrative che esulano dai canoni convenzionali della fotografia.

Il laboratorio si svolgerà in 3 sessioni di lavoro, al termine delle quali si terrà una revisione dialogica con i tutor e i photoeditor designati, per una lettura specifica di ogni singolo progetto che servirà a verificare il lavoro svolto e a dare indicazioni allo studente su possibili alternative, volte a migliorarne l’esecuzione del lavoro finale o semplicemente per evidenziarne le attività positive.

MOTUS et IMAGO sarà condotto da Lucia Accardo per la parte di lettura creativa e da Veronica Bronzetti per la parte di fotografia. Il lavoro di revisione e di editing sarà coadiuvato da Barbara Silbe, giornalista, fotografa e da Manuela Cigliutti, photoeditor, che sono rispettivamente anche il direttore responsabile e il direttore creativo di EyesOpen!. Oltre alle specifiche letture, forniranno agli studenti indicazioni concrete per giungere all’elaborazione finale del progetto.

A completamento dell’esperienza didattica lo studente potrà vedere realizzato il proprio lavoro in un progetto ampio di condivisione che culminerà in una mostra e in un libro autoprodotto (fanzine) curato dagli organizzatori e con l’art direction di Newdada Comunicazione.
L’associazione FIOF, ovvero il Fondo Internazionale per la Fotografia, ritenendo il progetto “Motus et Imago” di forte interesse e valore culturale ha deciso di supportare  Spazio Mimesi nella divulgazione del programma e nella sua realizzazione in altre città italiane dopo Rimini. E naturalmente lo supporteremo anche noi.
Le iscrizioni sono aperte, tutte le info qui: SPAZIO MIMESI, Via Giuseppe Garibaldi, 112/a, 47921 Rimini RN.

Contatti telefonici: Veronica 366 488 1299; Lucia 347 917 6468

e-mail: v@veronicabronzetti.com; spaziomimesi@gmail.com

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Portfolio – Lucrezia Fantoni

I Saisonniers dans l’agriculture: fuga dei cervelli italiani in Francia.

Il mio reportage intende raccontare il fenomeno di giovani laureati che, come me, dopo anni di sacrifici si ritrovano a raccogliere patate, prugne o mele in Francia, soggetti a razzismo quotidianamente, abbandonati in campi isolati senza accesso all’acqua o ai beni primari, costretti a dormire in tenda, in parole povere completamente sfruttati e abbandonati a loro stessi senza alcun tipo di assistenza legale.
Al giorno d’oggi si sente sempre più spesso parlare del fenomeno dei cervelli italiani in fuga, secondo i dati Istat si è passati da 39.536 (2008) a 114.512 (2016) per un totale di 509.373 “cervelli” in otto anni. Lo scorso gennaio l’ex ministro dell’Economia Padoan durante un suo intervento alla Sapienza di Roma ha affermato che “ancora troppi giovani lasciano il nostro Paese per migliori opportunità all’estero” .
Quello che forse non sa Pier Carlo Padoan è che i giovani che ogni giorno scappano in cerca di un futuro migliore, non sempre trovano quel che cercano, ma anzi si ritrovano ad accettare grandi ingiustizie, razzismo e condizioni lavorative indecenti pur di riuscire a lavorare.

Biografia:

Nata e cresciuta a Livorno, Lucrezia Fantoni inizia a scattare foto durante gli anni dell’adolescenza. Più tardi, durante i suoi studi all’Alma Mater Studiorum di Bologna in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, inizia a scoprire un nuovo mondo basato sui prinicipi della vita comunitaria, dell’attivismo politico, del viaggiare e delle subculture. Terminati i suoi studi, mossa da un grande bisogno di libertà, inizia a viaggiare e lavorare in diversi ambiti creativi, approdando alla fine nel mondo dell’audiovisual. Dopo aver lavorato nella produzione di documentari e film per un breve periodo, inizia a condurre uno stile di vita nomade, attraversando via terra Europa, Nord America e Asia. E’ durante questo periodo di continui cambiamenti e viaggi, che ritorna alle proprie radici riabbracciando il mondo della fotografia.

 

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Festival – Da domani tutti a Cortona On The Move

Dal 12 luglio al 30 settembre prende vita uno dei festival di fotografia più interessanti del panorama italiano. Giunto all’’ottava edizione, Cortona On The Move come ogni anno propone decine di mostre dislocate tra il centro storico della città e la Fortezza Medicea del Girifalco, oltre a numerosi eventi a tema, proiezioni, incontri con i grandi protagonisti, workshop, letture portfolio, talk.  Nelle giornate inaugurali (12-15 luglio) si daranno appuntamento nella città toscana molti importanti professionisti della fotografia internazionale. Le sedi espositive sono dislocate nel centro storico di Cortona e nella Fortezza Medicea del Girifalco adiacente alla città. Il festival è organizzato dall’associazione culturale ONTHEMOVE, con la direzione artistica di Arianna Rinaldo che quest’anno ha voluto focalizzare la sua attenzione e le sue scelte sulle fotografe donne. Fotogiornaliste, artiste, documentariste che offrono storie del nostro mondo, storie intime o globali che devono essere raccontate, mani, menti e occhi di donne che lavorano nella fotografia contemporanea e fanno sentire la propria voce.

Da quest’anno, per la prima volta, la kermesse si arricchirà con ARENA –Video and Beyond sponsored by Canon Cinema Eos, una nuova sezione del festival che espone video sperimentali, installazioni e opere transmediali, realizzate da fotografi che lavorano tra fotografia, film e tecnologia. La direzione artistica e la curatela sono affidate a Screen di Liza Faktor e Amber Terranova.

La fotografa israeliana Elinor Carucci con Getting Closer, Becoming Mother: About Intimacy and Family. 1993-2012 racconta la sua esperienza di donna e di madre in un progetto fotografico a lungo termine; una narrazione diversa è quella della giordana Tanya Habjouqa che con Tomorrow There Will Be Apricots va ad esplorare l’esperienza personale e familiare delle donne siriane rifugiate nella vicina Giordania.

Blood Speaks: A Ritual of Exile di Poulomi Basu è invece un viaggio transmediale sulle donne nepalesi, costrette all’esilio nel periodo mestruale e soggette ad ogni forma di abuso. Sanne De Wilde con il progetto The Island of the Colorblind ci porta in Pingelap, un piccolo atollo dell’Oceano Pacifico dove gran parte della popolazione è affetta da acromatopsia, una malattia genetica che non fa distinguere loro i colori, la fotografa belga narra attraverso il bianco e nero, gli infrarossi e le foto dipinte a mano il mondo visto dai loro occhi.

Il capitolo oscuro di Guantanamo è il protagonista del lavoro Welcome to Camp America: Inside Guantánamo Bay di Debi Cornwall, la fotografa statunitense ha seguito sia la vita dei prigionieri nel campo che quella successiva una volta assolti e rilasciati. Guia Besana con Under Pressure indaga sull’emancipazione femminile e sulla sua evoluzione tra i due millenni.

Per realizzare Fallout la fotografa documentarista singaporiana Sim Chi Yin è stata incaricata dal Nobel Peace Prize Center per percorrere seimila chilometri lungo il confine tra Cina e Corea del Nord e attraverso sei degli Stati Uniti, per realizzare una serie di immagini che raccontano l’esperienza degli uomini, passata e presente, in relazione alle armi nucleari. The Red Road Project è invece il lavoro della fotografa italiana Carlotta Cardana che si concentra sui nativi americani, sulla loro identità e sul tentativo di eliminare la loro cultura perpetrato per sin dalla fine dell’800.

L’esplorazione del tema dell’unicità e della diversità di ogni persona, la connessione tra mondo interno ed esterno è il soggetto scelto dalla giovane fotografa russa Alena Zhandarova per il suo Puree with a Taste of Triangles; mentre Revising History di Jennifer Greenburg è uno studio sulla fotografia, sulla natura dell’immagine vernacolare e il suo ruolo nella creazione di allegorie e stereotipi culturali.

Le Bug Out Bag sono il kit per sopravvivere 72 ore essenziali per prepararsi alle catastrofi, le manifestazioni delle paure e delle ossessioni dell’americano del XXI secolo. Ogni proprietario personalizza il proprio e ogni BOB diventa il suo ritratto in Bug Out Bag: The Commodification of American Fear della statunitense Allison Stewart.  Make a Wish di Loulou d’Aki  è un progetto fotografico sulle speranze e i sogni dei giovani, che ha l’obiettivo di diventare una testimonianza dei tempi correnti: al centro del lavoro della fotografa svedese le esperienze delle primavere arabe. E’ il progetto vincitore del PhotoBoook Prize di COTM2017 e, grazie a questo, è diventato anche un libro prodotto dal festival.

Il lavoro vincitore del premio Happiness ONTHEMOVE 2017 è #instagrampier di Pierfrancesco Celada, che verrà esposto in questa edizione del festival. L’Instagram Pier è un molo industriale situato sul lato occidentale dell’isola di Hong Kong che da qualche anno è diventato famoso con questo appellativo. Ogni giorno, soprattutto al tramonto, molti instagrammer, fotografi e semplici cittadini attratti dalla suggestiva vista del porto di Victoria, si riuniscono al molo per scattare selfie e foto panoramiche.

Per la prima volta una mostra del festival verrà allestita all’interno di Valdichiana Outlet Village, il fotografo Massimo Vitali realizzerà un progetto sull’Outlet raccontando attraverso il suo sguardo l’ambiente e l’interazione del pubblico in questo luogo di nuova socialità.

L’edizione 2018 dei workshop  si svolge in collaborazione con Canon Academy. La Summer School è una delle iniziative realizzate insieme a Canon che affianca per il secondo anno il festival in qualità di Digital Imaging Partner.  Dal 14 luglio al 30 settembre saranno organizzati cinque workshop dai più grandi protagonisti della fotografia contemporanea, nella suggestiva cornice di Cortona: Jerome Sessini, Magnus Wennman, Simona Ghizzoni, Guia Besana, Paolo Verzone.

Ulteriori informazioni: info@cortonaonthemove.com; www.cortonaonthemove.com

 

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Mosta – W. Eugene Smith racconta la società industriale attraverso una città

Punto di forza di questa mostra al Mast di Bologna è la quantità di stampe vintage proposte nell’allestimento: 170, per la precisione, provenienti dalla collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh. Fino al 16 settembre racconteranno il lavoro sulla città americana fatto da uno dei protagonisti della fotografia mondiale a cento anni dalla nascita, che a partire dal 1955 (quando entrò a far parte di Magnum) si dedicò ai lavoratori dell’industria dell’acciaio e alle persone comuni con una ricerca indipendente e non commissionata dai giornali. W. Eugene Smith rimase a Pittsburgh per tre anni, realizzando circa 20mila negativi e non ultimando mai questo grande progetto che è testimonianza sociale, storica, economica sull’industria dell’acciaio e sulle contraddizioni dell’America degli anni Cinquanta. Lui stesso lo considerò come il lavoro più ambizioso della sua carriera. Sicuramente segnò un momento di svolta nella sua vita professionale e personale. A trentasei anni, dopo i successi e la notorietà ottenuti documentando come fotoreporter alcuni dei principali avvenimenti della Seconda guerra mondiale per “Life”, Smith decise di chiudere con la rivista e con i mal tollerati vincoli imposti dai media per dedicarsi alla fotografia con una maggiore libertà espressiva. Come spiega il curatore Urs Stahel, “W. Eugene Smith lottava per rappresentare l’assoluto. Ben lungi dall’accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l’essenza stessa della vita umana.”

Il primo incarico che Smith accettò fu di realizzare in un paio di mesi un centinaio di fotografie su Pittsburgh per una pubblicazione celebrativa sul bicentenario della sua fondazione. La città era in pieno boom economico grazie alla crescita dell’industria siderurgica e in particolare delle sue acciaierie, che garantivano lavoro e attiravano operai da tutto il mondo. L’autore rimase affascinato dalla città dell’acciaio, dai volti dei lavoratori, dalle sue strade, dalle fabbriche, dagli infiniti particolari e dalle contraddizioni del tessuto sociale, registrandoli meticolosamente per comporre il ritratto di una città a tutto tondo. Solo una piccola parte di questo lavoro venne conosciuto dal grande pubblico, tramite il “Photography Annual” del 1959, l’unica rivista su cui Smith accettò di pubblicare le sue foto perché gli garantì il controllo assoluto sulle 36 pagine intitolate Labyrinthian Walk, rifiutando importanti offerte economiche da “Life”. Il risultato non fu all’altezza delle aspettative di Smith, che continuò per anni ad avere come priorità la pubblicazione di un intero libro su Pittsburgh. Lo stesso Smith, riconoscendo le difficoltà incontrate nel comporre in un’unica opera i contrasti di una città così complessa, affermava: “Penso che il problema principale sia che non c’è fine ad un soggetto come Pittsburgh e non ci sia modo di portarlo a compimento”.

Tra i suoi lavori più famosi, realizzati per LIFE, ci sono Country Doctor, Spanish Village e Nurse Midwife. Il suo ultimo lavoro Minamata risale agli anni Settanta ed è dedicato alle vittime di avvelenamento da mercurio in un villaggio di pescatori in Giappone. Smith scomparve a Tucson, Arizona, il 15 ottobre 1978.

La mostra è organizzata dalla Fondazione MAST in collaborazione con Carnegie Museum of Art, Pittsburgh, Pennsylvania.

 

La mostra

“W. Eugene Smith. Pittsburgh. Ritratto di una città industriale”

Al MAST di Bologna fino al 16 settembre con ingresso gratuito

www.mast.org

Orari: 10.00 – 19.00, chiuso lunedì.

 

 

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Mostre – Michael Wolf alla Fondazione Stelline

L’antologica di Michael Wolf resta aperta alla Fondazione Stelline di Milano fino al 22 luglio. Pubblichiamo volentieri un intervento di Alessandra Klimciuk, co-curatrice della mostra insieme a Wim van Sinderen, che ci spiega importanza e complessità di questo pluripremiato autore.

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Hong Kong, Tokyo, Chicago e Parigi. La complessità delle metropoli nello sguardo di Michael Wolf rivela poeticamente la relazione tra struttura sociale e spazio architettonico. Il suo obiettivo mette a fuoco l’espansione verticale di Hong Kong, con i suoi palazzi simili ad alveari, e il cambiamento strutturale di Chicago, “sbirciato” attraverso le finestre dei suoi palazzi trasparenti, dove indaga le dinamiche sempre più complesse tra vita pubblica e vita privata, al confine tra privacy e voyeurismo.

La fisicità della vita nella sua individualità emerge con determinazione anche quando viene schiacciata, compressa e massificata dalla densità del paesaggio urbano e architettonico, così come la vegetazione che fotografa nella serie Informal Solutions, si fa strada caparbiamente nella giungla urbana della megalopoli.

Rigoroso nella composizione razionale dello spazio e preciso nella sua osservazione, Michael Wolf ricorre ad una vasta gamma di prospettive e approcci visivi, spingendo la fotografia ben oltre i suoi limiti e confini. Spesso sceglie tagli di visuale che portano a un appiattimento della prospettiva, dove i palazzi diventano pattern astratti, ripetizioni infinite di moduli architettonici apparentemente senza via di fuga, ma con piccole e mimetizzate tracce di vita umana, come in Architecture of Density. Altre volte adotta una prospettiva più astratta e voyeuristica, come in Tokyo Compression, in cui i pendolari giapponesi, le “vittime” di Wolf, sembrano cercare di fuggire la vista del suo obiettivo, e in The Transparent City dove la trasparenza dei grattacieli di vetro rivela la vita che si nasconde dietro le sue pareti.

Sei le serie nella prima retrospettiva italiana dell’artista tedesco, cresciuto tra gli Stati Uniti e il Canada, che dopo aver studiato all’Università di Berkeley in California, torna in Germania a completare la propria formazione alla Folkwang School di Essen dove è allievo del leggendario professore Otto Steinert. Quasi centocinquanta le opere in mostra. Dai suoi primi lavori, realizzati per la tesi di laurea nel villaggio minerario di Bottrop-Ebel (1976), fino alla più recente Paris Rooftops (2014), al confine tra rappresentazione ed astrazione; dalla serie forse più famosa Tokyo Compression (2010-2013), con i ritratti dei pendolari giapponesi schiacciati nei vagoni della metropolitana, fino a Informal Solution (2003-2018), che nasce come un archivio fotografico della vita di Hong Kong a livello strada dove lo spazio pubblico diventa un tutt’uno con quello privato, e fino alle serie iconiche di Architecture of Density (2003 – 2014) dedicate alle dinamiche tra densità umana e architettura urbana e Transparent City (2006), dove prosegue il suo studio della città urbana in un contesto radicalmente diverso i cui i ritratti sfuocati dei Details, rivelano la vita che si nasconde dietro le pareti di vetro dei suoi grattacieli.

Life in cities, premiata all’ultima edizione di Les Rencontres d’Arles, è la prima grande mostra in Italia dedicata a Michael Wolf (Monaco, 1954 – vive e lavora a Hong Kong dal 1994), due volte vincitore del World Press Photo e in finale nell’ultima edizione del prestigioso Prix Pictet. Il progetto espositivo, realizzato dalla Fondazione Stelline in collaborazione con Fotomuseum Den Haag, è stato ripensato e modulato per gli spazi di Milano, individuando una nuova immagine della mostra dalla sua ultima serie Paris Rooftops. Una scelta simbolica molto precisa che delinea la poetica sottesa alla ricerca artistica di Wolf, in cui la sensibilità per il sociale e la fotografia documentaria emergono anche nella raffinatezza delle sue immagini, in cui la riproduzione della realtà si trasforma in linee e immagini al limite dell’astrazione.

Michael Wolf è in grado in questa mostra, attraverso la grammatica visiva così unica di ogni megalopoli, di accompagnarci dentro l’anima delle città contemporanee, rivelando sempre l’irriducibilità della vita e la vitalità dell’umano.

 

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Mostre – Fondazione Stelline per i giovani di CFP Bauer

Questa esposizione, accolta dal 12 al 22 luglio alla Fondazione Stelline di Milano, è fatta per conoscere e valorizzare i percorsi alla formazione delle nuove generazioni. Si intitola Bauer Update 2018, raduna oltre 150 opere, appartenenti a 17 progetti degli studenti del Centro di Formazione Professionale Bauer (Afol Metropolitana) che hanno frequentato i corsi di fotografia, graphic design, motion e web design, type design, illustrazione editoriale nell’anno 2017-2018. Allestita nel Quadriportico al piano terra del bel palazzo storico di corso Magenta, è il risultato delle riflessioni sui temi proposti, affrontati con gli strumenti della ricerca e del metodo didattico, delle attività di laboratorio e dei workshop tematici e professionalizzanti.
Fondamentale e visibile il contributo dei docenti, di autori di rilievo internazionale e dei collaboratori nelle aree formative della scuola, che hanno accompagnato gli studenti nel loro percorso di formazione.

CFP Bauer
Da oltre mezzo secolo il CFP Bauer forma professionisti della fotografia e della comunicazione visiva, fornendo proposte formative di qualità e secondo una logica di costante aggiornamento e di sviluppo di competenze nelle professionalità contemporanee.
CFP Bauer opera nell’area della fotografia e della comunicazione visiva. Fa parte di AFOL Metropolitana – Agenzia Metropolitana per la formazione, l’orientamento e il lavoro, ente iscritto all’Albo della Regione Lombardia degli operatori accreditati per i servizi di istruzione, formazione professionale e lavoro. A partire dalla propria storia, il centro intende confermare la contemporaneità della proposta formativa grazie alla costante verifica dei profili professionali nell’area della comunicazione visiva e della fotografia, valutandone la congruenza all’evolversi dei linguaggi e delle tecnologie digitali.

BAUER UPDATE 2018 – Fotografia, grafica, video
12-22 luglio 2018, Fondazione Stelline, corso Magenta 61, Milano
Orari: 10-20 (chiuso il lunedì). Ingresso libero.