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The Phair – la fiera esclusiva che indaga il futuro della fotografia

Un peccato non esserci, ma le scelte degli organizzatori di The Phair sono categoriche: alla prima edizione possono esporre solo gallerie che siano state invitate a farlo, quasi a voler sottolineare che il comitato scientifico ha un’idea precisa e alta di che cosa debba essere una fiera di fotografia. Nel nome inglese di questa kermesse piemontese si condensano due parole: Photography e Fair, apre il 3 maggio a Torino nella ex Borsa Valori della centralissima via San Francesco da Paola, per restare aperta fino a domenica. I comitato di esperti coinvolti sembra aver guardato davvero nella giusta direzione per dialogare, proporre, riflettere sulla natura stessa di questa arte a centottanta anni dalla sua nascita, sulle nuove strade del collezionismo, sulle motivazioni e sulle scelte delle gallerie. Fanno parte della squadra Luca Panaro, critico e docente a Brera, che assume anche il ruolo di coordinatore del gruppo, Lorenzo Bruni, anche coordinatore di The Others che garantisce una family feeling tra le due fiere, Alessandro Carrer, curatore e docente a Urbino, Cristiana Colli, giornalista e curatrice, Giangavino Pazzola, consulente curatoriale di Camera, e Carla Testore esperta d’arte.

Il progetto, fortemente voluto da Roberto Casiraghi e Paola Rampini, è stato concepito per valorizzare in modo esclusivo un linguaggio artistico su cui è racchiusa una grande dinamicità e fermento culturale, ma pochi contesti di rifermento per proporre a collezionisti, curatori, direttori di musei e collezioni pubbliche e private, l’innovazione e riflessioni sull’immagine. Quasi a voler cercare quel fil rouge che rimetta in ordine la confusione in un mercato relativamente giovane, Roberto Casiraghi spiega:  “Ad inviti, perché si voleva selezionare le migliori gallerie italiane tra quelle che focalizzano le loro scelte sulla fotografia. Saranno 35 in spazi di venti mq. uguali per tutti, un allestimento sartoriale, più simile a una serie di mostre che a un impianto fieristico. Si è scelto di dare grande leggibilità all’esposizione per entrare in sintonia con le opere proposte, senza filtri. La formula è piaciuta molto e le adesioni, già in questa prima edizione, sono di altissimo profilo.”

Le gallerie che partecipano sono: 1/9 unosunove di Roma, Francesca Antonini di Roma, Alfonso Artico di Napoli, Enrico Astuni di Bologna, Valeria Bella di Milano (che accoglie alcune opere di Toni Thorimbert), Continua di San Gimignano in provincia di Siena, Massimo de Carlo di Milano, Raffaella De Chirico di Torino, Tiziana Di Caro di Napoli, Doppelgaenger di Bari, Fabbrica EOS di Milano, Studio G7 di Bologna, Gagliardi & Domke di Torino, Guidi &Shoen di Genova, In Arco di Torino, Giò Marconi di Milano, MATÈRIA di Roma, METRONOM di Modena, Montrasio Arte di Milano, Franco Noero di Torino, Davide Paludetto di Torino, Francesco Pantaleone di Palermo, Alberto Peola di Torino, Giorgio Persano di Torino, Photo & Contemporary di Torino, Pinksummer di Genova, Poggiali di Firenze, PrimoPiano di Napoli, Lia Rumma di Napoli, Tucci Russo di Torre Piellice in provincia di Torino, Shazar di Napoli, Paola Sosio di Milano, Traffic di Bergamo, VisionQuesT 4rosso di Genova e Z2o Sara Zanini con sede a Roma.

Una grande varietà di artisti contemporanei italiani e stranieri, nomi affermati a livello internazionale e nuovi foto-artisti frutto di un’attenta politica di scouting, per citarne alcuni: Anri Sala, Simone Mussat Sartor, Tomas Saraceno, Paola De Pietri, Olivo Barbieri, Guido Guidi, Myriam Laplante, Mario Airò, Annette Kelm, Lida Abdul, Giovanno Ozzola, Andy Warhol, Luca Vitone, Robert Capa…

Otto macro argomenti da approfondire, dei quali si parlerà sulla web tv, fruibile sul sito thephair.com attraverso incontri e interviste: l’editoria, i new media, il collezionismo, le fondazioni, i giovani autori, il mercato, il ruolo dei musei e le committenze. Nel programma anche un contest supportato da Nikon per raccontare per immagini l’esperienza di visita con un massimo di 5 scatti condivisi su Instagram: i 10 scatti che otterranno il maggior numero di “like” andranno al giudizio del comitato di consulenza che selezionerà i tre più meritevoli di ricevere una reflex digitale. Lo scatto vincitore assoluto sarà anche pubblicato su La Stampa l’8 maggio 2019.

Nello spazio Polaroid Originals un’esposizione di scatti, non in vendita, realizzati dal fotografo ed artista Alan Marcheselli, capaci di raccontare alla perfezione la magia dello scatto istantaneo analogico Polaroid. Inoltre, ogni giorno, due performance live di Alan Marcheselli che daranno una visione artistica e personale della versatilità della fotografia istantanea Polaroid Originals.

Nella tradizione torinese lo spazio lettura: una libreria con titoli dedicati al tema tutti da sfogliare e acquistare e una bouvette rievocazione storica di un caffè d’altri tempi il “Bar Maggiora” a cui ben si addice l’elegante stile mitteleuropeo del caffè Illy.

L’appuntamento sarà annuale. Dettagli su thephair.com

Viste guidate gratuite condotte dai curatori di The Phair, con prenotazione obbligatoria: orari e iscrizione sul sito www.thephair.com – Orario di apertura al pubblico dalle 12,00 alle 21,00.

Ingresso: biglietto intero 12 euro, 10 euro per i membri della Community Nikon Club (www.nikonclub.it), Abbonamento Musei Torino Piemonte; Torino+Piemonte Card: ridotto 8 euro giovani 12/18 anni e studenti universitari fino a 25 anni

Aurora Valade
“Ritratti di Torino” Il Signore dei sentimenti
2010
Stampa lambda su dibond
80 cm x 65 cm
Courtesy: GAGLIARDI E DOMKE
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Intervista a Federico Borella, reporter di umanità e Photographer of the Year

Di Barbara Silbe

Un teschio, sorretto da una mano come fosse un trofeo. Come fosse l’intero racconto di una storia antica. E’ l’immagine simbolo del progetto “Five Degrees”, del fotografo bolognese Federico Borella, che ha vinto il premio Fotografo dell’Anno al Sony World Photography Award 2019. In quella serie lui, gran sorriso e notevole umanità, ha voluto raccontare il dramma dei suicidi maschili nella lontana comunità agricola di Tamil Nadu, nel sud dell’India, colpita dalla più grave siccità degli ultimi 140 anni. Partendo da uno studio dell’università di Berkley, che ha trovato una correlazione tra il cambiamento planetario del clima e l’aumento del numero dei suicidi tra i contadini indiani indebitati per i mancati raccolti, Borella ha esplorato l’impatto dei cambiamenti climatici su questa regione agricola e sulla sua comunità attraverso una serie di ritratti, vedute aeree, paesaggi, dettagli e ricordi dei defunti e dei loro cari ancora in vita.

Federico ha conseguito una laurea in lettere e studiato archeologia prima di scegliere il fotogiornalismo come mestiere dieci anni fa. In quello scatto potente e assoluto di un cranio umano ha racchiuso l’essenza del racconto che ha diffuso e di sé, a conferma del fatto che in ciò che si fotografa mettiamo noi stessi e ciò che siamo stati capaci di diventare.

“Hai proprio ragione – esordisce Federico – ho sempre avuto una enorme passione per l’archeologia. Ho una formazione di studi classici e alla fine il mio sguardo abituato a guardare alla gente e alla storia è finito per entrare totalmente nel mio lavoro di reportage!

Come mai hai lasciato l’altra strada? E quando hai capito che volevi fare il fotografo?

Da studente mi interessavo soprattutto alle popolazioni del Centro e Sudamerica, ma alla fine del percorso universitario, parlando con un professore, capii che la strada per esercitare era ancora lunghissima. Avrei potuto forse insegnare, ma ho preferito dedicarmi alla fotografia, parlare della gente, raccontare storie.

La sera in cui hai ricevuto il premio a Londra eri molto emozionato, anche se cercavi di contenerti… 

Mamma mia, è stata una botta forte. Come ti dissi lì, è stato bellissimo e credo di non essermi ancora ripreso, non ho ancora realizzato di aver vinto proprio io un contest così importante.

Sei consapevole di esserti scelto una strada abbastanza faticosa?

Lo so, per “Five Degrees” è stata durissima infatti: l’ho realizzato lo scorso maggio e laggiù quello è il mese più caldo in assoluto. Non si poteva stare fuori per più di due ore. E i primi due giorni che ero lì, non mi aveva ancora raggiunto la ragazza che faceva da traduttrice (lei veniva da un altra città). Ho fatto un sopralluogo in un tempio indù in mezzo a un fiume, per entrare dovevo togliere le scarpe e l’asfalto era bollente. Ho girato scalzo per quegli spazi enormi con i piedi che davvero bruciavano.

Mi stai raccontando il rovescio della medaglia.

Vedi, fare fotografia è fatica, impegno, non solo sul posto, ma anche nella preparazione che precede un progetto, o dopo, quando devi promuoverlo. Da fuori si immagina che chi fa il mio lavoro faccia una bella vita sempre in viaggio e si diverta, invece è molto impegnativo. Serve preparazione, tenacia, devi crederci veramente e sapere cosa stai facendo, altrimenti non vai da nessuna parte.

Che farai ora? 

Ho già due progetti in mente, in realtà. Il primo si intitola “RelationCip” e indaga le relazioni tra l’uomo e le nuove tecnologie, con molti sottocapitoli da sviluppare. La parte che andrò a fare in Giappone riguarda l’assistenza medica. Ho trovato una casa di cura per anziani che ha dei dispositivi sperimentali. Come in cane Aibo presentato da Sony all’ultimo Salone del Mobile a Milano, un cagnolino robot che interagisce con gli uomini, crea empatia. Lo usano anche lì per fare compagnia ai pazienti e aiutarli.

Un altro filone che seguo riguarda l’entertainment e i nuovi musei digitali, gli ologrammi e la realtà virtuale applicate all’arte, al cinema… Oppure sto studiando come raccontare il settore delle relazioni sociali, come ad esempio il fenomeno dei matrimoni o dei bambini nati dopo storie d’amore nate sui social network. Una parte di questo progetto vorrei ancora svilupparla in India, dove sono nate cliniche per la digital detox: si tratta di campi sul modello dei loro ashram dove si va in meditazione per disintossicarsi dall’eccesso di connessione che ormai affligge tutto il mondo occidentale.

Proseguirai il tuo impegno per raccontare i cambiamenti climatici e l’ambiente?

Sicuramente sì, ma in modo meno diretto. Mi sono fatto molte domande sulla necessità di cambiamento che ci coinvolgerà tutti. L’umanità è dipendente da molte cose, una fra tutte l’energia elettrica. Dobbiamo andare verso un uso di energie rinnovabili, e non parlo dell’elettrico, perché alla fine anche quello inquina. Le turbine che trasformano una cascata in energia, sporcano l’acqua che ci passa attraverso. La sola vera energia rinnovabile è il sole. In India, con quella enorme densità di popolazione, come pensano di reperire energia per vivere? So che puntano sul solare. Devo capire se posso sviluppare le mie idee per raccontare la green energy, prima di tutto capendo l’accessibilità a certi siti. Una delle più grandi centrali di energia solare è a soli 300 chilometri da dove ho realizzato la serie che ha vinto il Sony.

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Il contest, assegnato a Londra il 17 aprile scorso, quest’anno ha visto protagonista l’Italia. Borella in finale era infatti in ottima compagnia: nelle dieci categorie dela sezione Professional hanno vinto anche Alessandro Grassani, primo premio nella categoria Sport con un lavoro sulle donne di Goma, in Congo, vittime di soprusi e violenze, che boxano per conquistare il loro riscatto, per respingere con i fatti le aggressioni fisiche e psicologiche in un paese che le vorrebbe fragile e sottomesse. Poi il duo artistico composto da Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni, che hanno conquistato il primo posto nella categoria Discovery con un lavoro ambientato a Istanbul, dove ritraggono luoghi e persone nei cui volti si riflette la profonda trasformazione messa in moto dal governo del Paese. Infine c’è un secondo posto nella categoria ritratto di Massimo Giovannini, che con la serie Henkō (parola giapponese che significa “cambiamento” e “luce variabile o insolita”) esplora come la luce possa alterare il modo in cui vediamo e percepiamo cose e persone.

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Una call per avviare giovani fotografi al mercato dell’arte

Al via la open call rivolta ai giovani talenti della fotografia che la galleria milanese 29 Arts In Progress propone annualmente per dare spazio ai nuovi linguaggi della fotografia contemporanea e agli autori non ancora presenti sul mercato di questa giovane arte. La seconda edizione è aperta per le candidature sino al 14 giugno 2019.  Sin dagli esordi, la galleria ha sempre avuto un’attenzione alle nuove espressioni dell’arte fotografica attraverso non solo la valorizzazione dei grandi maestri italiani e internazionali ma anche la creazione di un mercato primario, così difficile da raggiungere, per giovani talenti capaci di una progettualità di valore.
Un comitato di selezione appositamente costituito, in collaborazione con la direzione della galleria, si occuperà di individuare anche quest’anno cinque nuovi autori del panorama fotografico italiano ed internazionale, ai quali sarà data l’opportunità di esporre i propri lavori in una mostra allestita a Milano presso 29 ARTS IN PROGRESS gallery, offrendo ai collezionisti e a tutti gli appassionati nei diversi ambiti spunti interessanti e innovativi.
Gli artisti potranno sottoporre il loro portfolio attraverso l’apposita sezione online su http://29artsinprogress.com/unpublished-photo-2019/ a partire dal 23 aprile e sino al 14 giugno 2019. Le proposte saranno successivamente analizzate dal comitato di selezione ed entro il 1° luglio 2019 saranno annunciati i cinque fotografi selezionati.
Comitato di Selezione – UP19:
  • Giovanni Pelloso, Giovanni Pelloso, giornalista, curatore e critico di fotografia
  • Francesco Paolo Campione, direttore del Museo delle Culture (MUSEC) di Lugano
  • Gianluca Ranzi, curatore e critico d’arte
  • Elena Zaccarelli, specialist modern & contemporary art presso Christie’s Italia
  • Giuseppe Mastromatteo, chief creative officer presso Ogilvy & Mather Italia
  • Barbara Silbe, giornalista e editor-in-chief di EyesOpen! Magazine
  • Due collezionisti d’arte contemporanea
I cinque fotografi finalisti dovranno far pervenire i loro lavori presso gli spazi della galleria, nei tempi e nelle modalità concordate.
La galleria si occuperà di tutti gli aspetti organizzativi e di comunicazione della mostra che sarà allestita dal 10 settembre al 5 ottobre 2019.
29 ARTS IN PROGRESS gallery
29 ARTS IN PROGRESS gallery è una galleria d’arte contemporanea specializzata in fotografia d’arte, situata nel cuore di Milano, accanto al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci, nello storico quartiere di Sant’Ambrogio. 29 ARTS IN PROGRESS rappresenta il lavoro di fotografi internazionalmente riconosciuti e organizza tra cinque e sei mostre ogni anno.              La galleria rappresenta inoltre un ristretto gruppo di giovani artisti contemporanei, con una continua attenzione e spiccata sensibilità alle nuove espressioni dell’arte fotografica.    Sin dalla sua apertura la galleria ha curato esposizioni in partnership con musei pubblici e privati, tra i quali: The Hong Kong Arts Centre; Multimedia Art Museum, Mosca; Erarta Museum of Contemporary Art di San Pietroburgo; Palazzo Reale e La Triennale di Milano.
Informazioni: tel. 02 94387188, staff@29artsinprogress.com
Sito internet: www.29artsinprogress.com
Ufficio stampa – 29 ARTS IN PROGRESS gallery
Tel. 02 94387188
info@29artsinprogress.com
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Il futuro di Sony alla Design Week di Milano

Immaginate un mondo in cui l’intelligenza e la tecnologia sono integrate nella vita di ogni giorno. Questo è “Affinity in Autonomy”, nuovo progetto di Sony che suggerisce un nuovo sguardo alla relazione tra esseri umani e robot esposto allo Spazio Zegna, Via Savona, 56/A, Milano, fino al 14 aprile. L’esposizione analizza l’emozione, la relazione e il comportamento dei robot, nonché il modo in cui gli esseri umani possono interagire e co-esistere con gli stessi oggi e in futuro, e considera l’impatto sui sensi attraverso la tecnologia. Dal lancio del primo Entertainment Robot, ‘AIBO’, nel 1999, Sony ha continuato ad approfondire e accrescere la propria conoscenza e comprensione in ambito di Intelligenza Artificiale e Robotica.

La visione di Sony sulla robotica è “umanista”, ha progettato macchine in grado di arricchire le nostre vite e guardare alle relazioni che queste nuove tecnologie possono favorire, perché sono “capaci di provare emozioni”. L’obiettivo è quello di mostrare come cambia il nostro approccio: quando gli uomini capiscono che gli “amici robot” sono “vivi”, allora iniziano a provare un senso di affinità nei loro confronti e abbassano le loro difese provando empatia.

Il percorso espositivo permette ai visitatori di attraversare diverse “zone” sensoriali alla scoperta di cinque interazioni chiave tra esseri umani e robot:

1. Awakening: la prima zona intensifica la consapevolezza sensoriale attraverso la quale i visitatori fanno esperienza di un nuovo tipo di intelligenza, che si rivela sulle pareti attraverso luci e suoni e che li guida verso un futuro in cui viene rivelato come gli esseri umani interagiranno con i robot in modi inaspettati e imprevedibili

2. Autonomous: questo ambiente esplora l’indipendenza e la reazione spontanea dei robot attraverso un braccio meccanico che assume il centro della scena: gli ospiti vengono rilevati autonomamente dal braccio nel momento in cui entrano. Ciò può portare i visitatori a porsi delle domande su ciò che provano e su come reagiscono a questa situazione.

3. Accordance: si passa poi a una zona abitata da “sfere”, ognuna con una propria personalità distinta. Le sfere interagiscono, cooperano e agiscono in armonia tra di loro. I movimenti imprevedibili di questi robot possono dare vita alla creazione di comunità.

4. Affiliation: attraverso l’interazione continua con gli esseri umani, i robot evolveranno sia dal punto di vista intellettuale sia da quello emotivo – cosa di cui si potrà fare esperienza in quest’area. Incominciando a intuire questa relazione simbiotica, gli ospiti potranno immaginare un futuro in cui i robot sembreranno più “vivi”.

5. Association: nei prossimi anni, i robot avranno un ruolo essenziale nelle nostre vite, nella società e nelle infrastrutture. Nell’ultima parte del viaggio proposto dall’esposizione, sarà chiesto ai visitatori di esprimere i propri pensieri sul futuro dell’affinità in autonomia con i robot.

Yutaka Hasegawa, Head del Creative Center ha commentato, “‘Affinity in Autonomy’ mostra l’evoluzione della relazione tra esseri umani e tecnologia: uno sguardo su come potrà essere il futuro dell’Intelligenza Artificiale applicato alla Robotica, alla scoperta dell’intelligenza e delle emozioni dei robot. Dall’anno della sua fondazione nel 1961, Sony è stata all’avanguardia nel campo del design e dell’innovazione, in linea con i principi dei propri fondatori esplicitati in “fare ciò che non è mai stato fatto prima” ed “essere sempre un passo avanti.

Dal lancio del primo Entertainment Robot, ‘AIBO’, nel 1999, Sony ha continuato ad analizzare e accrescere la propria conoscenza e comprensione in tema di Intelligenza Artificiale. La mostra affonda le radici nelle credenziali di Sony in questo ambito: evoluzione, emozione e comportamento dei robot suggeriscono una capacità di apprendimento, crescita e sviluppo, in cui la relazione di “amicizia” con gli esseri umani gioca una parte importante.”

Titolo: ‘Affinity in Autonomy’

Dove: Spazio Zegna, Via Savona, 56/A, Milano, Italy

FIno al 14 aprile

Dettagli: sito internet: sony.net/AiA/

Instagram: www.instagram.com/sonydesign_official/

www.sony.net/design

Principali tecnologie utilizzate per l’esposizione:

Nella mostra “Affinity in Autonomy”, sono state utilizzate le tecnologie all’avanguardia dei sensori di immagine di Sony. Camere stereo con sensori d’immagine Time-of-Flight retroilluminati e sensori CMOS per applicazioni di rilevamento equipaggiati con global shutter rendono possibili nuove esperienze interattive, attraverso la percezione dell’ambiente circostante tra uomini e i robot.

– Sensori d’immagine Time-of-Flight retroilluminati

Con la tecnologia ToF viene misurata la distanza da un oggetto attraverso il tempo in cui la luce proveniente da una fonte luminosa raggiunge l’oggetto e la riflette al sensore. I sensori d’immagine ToF rilevano le informazioni sulla distanza per ciascun pixel, consentendo la creazione di mappe di profondità estremamente accurate. Il nuovo sensore, che adotta l’architettura del sensore d’immagine CMOS retroilluminato, consente una rilevazione più accurata della luce riflessa, grazie a una migliorata sensibilità del sensore.

– Sensori d’immagine CMOS per applicazioni di rilevamento con funzione di global shutter (IMX418)

Il nuovo prodotto trae forza dai vantaggi del sensore d’immagine CMOS equipaggiato con una funzione di global shutter senza distorsione sul piano focale, con minor consumo energetico. Questo prodotto impiega un angolo di visione con un rapporto di 1:1, che minimizza la perdita di informazione dovuta all’inclinazione del dispositivo, sia che la camera sia montata davanti, dietro, sopra, sotto, a sinistra o a destra di un HMD, drone o robot autonomo.

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Zeiss Photography Award, winner announced

American photographer Rory Doyle is today announced as the winner of the fourth annual ZEISS Photography Award. His Outstanding series documenting Mississippi Delta’s African American cowboys and cowgirls.
Selected from nearly 58,000 images submitted by photographers from 150 countries, Doyle’s series Delta Hill Riders provides a thought-provoking visual insight into the subculture of African American cowboys and cowgirls in the rural Mississippi Delta.
The work stood apart in the competition for judges Simon Frederick (artist, photographer, director and broadcaster, UK), Shoair Mavlian (Director, Photoworks, UK) and Dagmar Seeland (Picture Editor, STERN Magazine, Germany), who were tasked to reward exceptional bodies of work of 5-10 images with a strong narrative that answered the brief, ‘Seeing Beyond: The Unexpected’.
Impressed by the creative response to the brief, the judges also shortlisted the work of six further artists: Michela Carmazzi (Italian), Ken Hermann (Danish), duo Benedicte Kurzen & Sanne De Wilde (French & Belgian), Petra Leary (New Zealander), Lara Wilde (German), Gangfeng Zhou (Mainland Chinese).

Doyle, Winner

Located in Cleveland, Mississippi, Rory Doyle is a photographer whose work has been published worldwide.  Doyle’s  winning images are part of an ongoing series which has been shot across the Delta,challenging the stereotypes of cowboy culture and preconceptions of the rural South.

Explaining the work, Doyle says: “It is estimated that just after the Civil War, one in four cowboys were African American. Yet this population was drastically underrepresented in popular accounts. And it is still. The “cowboy” identity retains a strong presence in many contemporary black communities.  My ongoing project about African American cowboys and cowgirls in the Mississippi Delta sheds light on an overlooked subculture – one that resists historical and present-day stereotypes.

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Mostre – Valentina Murabito

A volte accade che i migliori talenti italiani decidano di migrare all’estero, dove trovano terreno più accogliente per esprimersi. E’ questo il caso di Valentina Murabito, artista di origini siciliane, nata a Giarre nel 1981 che da tempo opera sulla scena internazionale stando di base a Berlino. Viene da studi liceali classici e da tanto impegno messo poi nello studio della grafica presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, dove ha fatto pratica sia con moderni software grafici che con vecchie tecniche come xilografia, litografia e fotografia. Nel 2008 ha vinto due borse di studio per studiare fotografia alla Moholy Nagy University of Arts and Design di Budapest. Durante questo periodo ha creato la sua prima grande serie “Melankólikus”, che riunisce la video arte, la fotografia e la documentazione video. Oggi Valentina Murabito fa esperimenti in camera oscura con luce, prodotti chimici o dissolvendo e rimodellando direttamente lo strato fotosensibile, l’emulsione fotografica. I suoi lavori fotografici sono un ibrido complesso di varie forme d’arte combinate nella fotografia analogica sperimentale. Negli ultimi quindici anni ha lavorato con la fotografia analogica in bianco e nero, trattantola in modo molto sperimentale fino agli ultimi sviluppi in cui lavora direttamente con il nitrato d’argento che applica e sviluppa su materiali diversi dalla carta (cemento, legno, acciaio o intere pareti). Le sue creazioni sono pezzi unici.  Sfoca i confini del mezzo della fotografia analogica e crea esseri intermedi che giocano con i ruoli di genere o la separazione tra uomo e animale. Mette in discussione il concetto di identità, trattando le teorie dei pensatori classici greci e latini come Eraclito, Socrate e Apuleio e filosofi come Hannah Arendt e Giorgio Agamben.

Noi ci auguriamo che prima o poi Valentina Murabito decida di tornare in patria e che anche qui ci siano gallerie disposte a investire in lei. Tre diverse sedi espositive tedesche attualmente raccolgono e propongono la sua poetica visione artistica:

Resta aperta fino al 28 aprile la sua personale “A Dream within a Dream”, ospitata e organizzata dalla Galleria Ingo Seufert di Monaco di Baviera. In mostra fotografie analogiche di esseri umani e animali e tutto ciò che è “in mezzo”, che ha sviluppato su carta baritata e d’acquerello, legno, acciaio e blocchi di cemento. Mentre la galleria di Monaco Størpunkt celebra i suoi pezzi di piccolo formato con la mostra “Half a pound of art” fino al 29 maggio. Infine a Berlino le sue opere sono affiancate da lavori di René Groebli, Donata Wenders, Stefan Moses e altri autori, nell’esposizione dal titolo “Magic of silence” alla galleria Johanna Breede Fotokunst per il suo decimo anniversario, sempre fino al 29 maggio.

(Barbara Silbe)

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Mostra – Sandro Mele, Appunti per una rivoluzione

Inaugura oggi, giovedì 4 aprile, alle ore 19, la personale di Sandro Mele. Ospitata presso Bottega Immagine Centro per la Fotografia di via Carlo Farini 60 a Milano, a cura di Luca Galofaro. L’intento della mostra è esporre una selezione di opere che rimandino ai lavori ’schierati’, come appunti di progetti di ricerca con cui nel tempo, Mele ha studiato e messo a fuoco  diverse situazioni sociali e universali precarie e complesse, spesso poste sullo sfondo del mondo del lavoro. Da ‘Fansipat’ del 2006, che comprende dipinti, fotografie e documentazione video, e racconta la storia di Fabrica Sin Padrones in Patagonia, dove gli operai gestiscono la fabbrica, a ’The American brothers’ del 2013 che pone il punto di vista operaio sulla dirigenza Marchionne della Fiat; o la video installazione ‘ Ti avevo avvertito’  2014, dove il racconto come testimonianza di vita emigrante si intreccia a quello famigliare, convergendo nella figura del padre, il protagonista della storia, o ancora ‘gasnero’, un progetto editoriale sulle attuali trasformazioni del territorio salentino (edizioni Maretti 2018).Priva di una struttura narrativa rigida, la mostra anima il doppio livello dello spazio, secondo un percorso informale e non cronologico che invita il visitatore ad entrare in una sorta di archivio, una raccolta di numerose opere le cui tematiche, riflessioni e dichiarazioni appartengono profondamente all’artista, in primo luogo come persona – e al contempo definiscono le scelte poetiche e politiche su cui Mele da sempre imposta la propria ricerca.

Con le parole del curatore Luca Galofaro : “ Appunti per una rivoluzione è una stratificazione di eventi. Un andare lenti tra le pieghe del reale. Un estremo tentativo quello di Sandro Mele di metterci in guardia nei confronti di un mondo che lentamente sta cancellando la nostra voglia di confrontarci. Lotte sindacali, territori consumati, cronaca.
Sandro Mele scrive attraverso la pittura una dichiarazione di intenti, un atto di resistenza estremo per metterci in guardia : sostiene con forza che stiamo lentamente distruggendo il futuro dei nostri figli. Arte e politica sono da sempre in conflitto tra di loro, quando l’arte infatti è dichiaratamente politica esiste una difficoltà ad accettarla, ma anche a trasformarla in un prodotto commerciale o tanto meno in uno spazio di dialogo.
Gli appunti di Sandro Mele rifiutano ogni visione estetizzante del mondo, sono frammenti che fanno sentire le persone dentro il proprio tempo. Anche guardando tempi e paesi lontani, Mele ci chiede di essere informati, ci chiede ancora di costruirci un’opinione sensibile al mondo, e non al flusso di informazioni che lo attraversa.
Inconsapevolmente questi appunti costruiscono il nostro ritratto. Il ritratto è una ricerca iconografica capace di fermare il tempo.”

 

Sandro Mele è nato a Melendugno (Lecce) nel 1970. vive e lavora a Roma, dove ha collaborato con l’artista Fabio Mauri. Tra le mostre personali SPUNTI PER L’AVVENIRE (Bologna, Galleria AF Contemporary, 2015), SACROSANCTUM (Oratorio San Mercurio, Palermo, 2015) THE AMERICAN BROTHERS (Venezia, Galleria Michela Rizzo, 2013), LUCHA (Roma, Fondazione Volume! Officine Farneto, 2010), CAMPO ARGENTINO (Roma, Galleria L’Union, 2006). Tra le mostre collettive: FANGO VOL. 2 ( Grimmuseum, Berlino), WONDERMORE (Roma, MAXXI, 2018), LA FINE DEL NUOVO CAP. XIII (Zagabria – HDLU, Mestrovic Pavilion,2017), EVIDENCE OF ABSENCES (MoREMuseum of refused and unrealised art projects, 2016), LAVOROWORKVORE (Buttrio, SPAC – Spazio Pubblico per l’Arte Contemporanea, 2013), VIDEO ARTE ITALIANA 2004‐2012 (Buenos Aires, Museo d’Arte Moderna, 2012), GAP GENERAZIONI A CONFRONTO (Roma, MAXXI B.A.S.E., 2012), NON TUTTO È IN VENDITA (Bologna, via Farini 33, 2011), HEAR ME OUT (Genazzano, Castello Colonna, 2011), ENTE COMUNALE DI CONSUMO (Genazzano, Castello Colonna, 2010), IL CAOS (Isola di San Servolo, evento collaterale alla Biennale d’Arte di Venezia, 2009), MEDITERRANEAN (Roma, Palazzo Rospigliosi, 2009).

INFO

Appunti per una rivoluzione – mostra personale di Sandro Mele, a cura di : Luca Galofaro

allestimento : Fuga_ Officina dell’Architettura

sede : Bottega Immagine – CENTRO FOTOGRAFIA MILANO

indirizzo : Via Carlo Farini, 60 – Milano

inaugurazione : Giovedì 4 aprile 2019 ore 19

date : 4 Aprile – 7 Aprile 2019

orari : 10 – 22

info : +39 392 6125954

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Mostre – Piero Gemelli vi invita a casa

Un museo, il suo studio, la sua casa. Così sceglie di raccontarsi Piero Gemelli, aprendo le porte di un luogo tra i più belli di Milano, che è spazio multiuso per il quotidiano e per la sua creatività.  Le mura del suo head quarter in zona Navigli si sono trasformati in uno spazio per meditare sull’intera carriera, un percorso dal titolo “An interior life” che resterà aperto al pubblico fino all’11 aprile. Da qualche anno Gemelli ha trasformato il suo studio fotografico in un castello moderno. Una casa bellissima in cui fa coesistere i suoi mondi possibili e le svariate vite che vorrebbe vivere.  Espone lì una raccolta di immagini emerse dall’archivio che spaziano dagli ultimi scampoli degli anni 70 a oggi. Scatti che dialogano e interagiscono con l’ambiente circostante pieno di mobili, di oggetti, cimeli e desideri. Intrise di quel lessico familiare che mandano in crisi il concetto stesso di White Cube, di galleria bianca, asettica e iper tecnologica preferendo un ambiente osmotico in cui l’identità è data dalla  contaminazione tra gli stili e dalla stratificazione dei ricordi. Quello che troverete è una sorta di diario per immagini, una collezione di frammenti che hanno segnato il suo incedere nel panorama della grande fotografia italiana. Lui, classe 1952, proprio come scrive la sua curatrice Maria Vittoria Baravelli “sfugge a qualunque classificazione che abbia presunzione di assolutezza”. Dopo gli studi in architettura si trasferisce a Milano dove intraprende la sua carriera di fotografo. Specializzato in beauty e still life, ha collaborato a lungo con Vogue Italia e con le edizioni estere di Conde Nast, realizzando campagne e immagini pubblicitarie per marchi internazionali quali Gucci, Ferrè, Tiffani, Lancome, Estee Lauder, Revlon e Shiseido.

“Tuttavia – prosegue Maria Vittoria Baravelli nel testo curatoriale – il suo approccio alla fotografia è più vicino e analogo a quello che seguirebbe un architetto per un progetto. Lo scrive Natalia Aspesi in apertura della monografia “Piero Gemelli, fotografie 1983-1993” in cui si legge che in fin dei conti:  “Gemelli sia più che un architetto diventato fotografo, un architetto che ha scelto la scultura. Un uomo che crea opere con le cose e con i corpi e li fotografa solo perché non può mostrare l’oggetto che amorevolmente immagina e costruisce”. Piero Gemelli ha guardato, sognato, immaginato costruito e prodotto fotografie che si configurano come la summa di tutto ciò che ha visto, letto e studiato. Perché la moda, è tutt’altro che frivola ed è da considerarsi un oggetto sociologico privilegiato, sul cui campo si giocano incontri che vedono coinvolti attori provenienti da tutti i settori della via sociale, culturale ed economica. E se è vero che la moda e la fotografia ad essa collegata, è in grado di raccogliere tutti gli stimoli, di rimetterli in gioco diventando così terreno di interpretazione, traduzione e spazio di una cultura condivisa, l’idea che una mostra fotografica venga esposta nella stessa casa studio del fotografo risulta tanto virtuosa quanto interessante”

An interior life

Fino all’11 aprile, visitabile solo su appuntamento

Piero Gemelli Studio – via Morimondo, 5  20143 Milano

Per prenotarsi:  gallery@pierogemelli.com

 

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Libri – Nobuyoshi Araki, Polarnography

Polarnography è una raccolta di cento Polaroid inedite realizzate da Nobuyoshi Araki nel 2016, nelle quali ritratti femminili e squarci di cielo si dividono equamente lo spazio, secondo un abbinamento mai casuale. I controversi nudi di donne giapponesi legate secondo la tecnica
kinbaku l’hanno reso famoso in tutto il mondo, così come è noto l’amore viscerale che Araki nutre verso la città di Tokyo, celebrato in molte sue serie di immagini e pubblicazioni, da Tokyo Lucky Hole a Tokyo Diary, Tokyo Novelle o Suicide in Tokyo. Donna e cielo dunque non
solo convivono nel tradizionale quadrato Polaroid, quanto si completano l’una nell’altro, nelle forme come nei colori: cento combinazioni per altrettante opere uniche, inedite e irripetibili. Le cento Polaroid dell’autore sono riprodotte in facsimile e contenute in una scatola che è a sua volta il facsimile di quella che conteneva le foto Polaroid vergini. La composizione retorica tra Polaroid e Pornografia è ovviamente all’origine del titolo Polarnography. Le opere, in perfetto facsimile, sono un prezioso oggetto da collezione.

Il libro, un pezzo da collezione, è pubblicato da Skira editore: 8,7 x 10,8 cm in scatola 9 x 11.5 x 6.5 cm contenuta in confezione 29 x 35.5 x 6.8 cm in tela e acetato. Prezzo: € 89,00

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La “Rimini sparita” rivive grazie a un’associazione che, in sei anni, ha già raccolto 140mila immagini

Il 16 luglio 1942 quasi 13mila ebrei – donne e bambini compresi – vengono rastrellati a Parigi in sole 48 ore e rinchiusi nel Velodromo d’Inverno, in quello che verrà tragicamente ricordato come “Rafle du Vél’ d’Hiv” (il Rastrellamento) . Di questo episodio, uno dei più drammatici del Novecento francese, rimarranno pochi testimoni (800 persone, solo adulte) e nessuna fotografia, se si esclude un’istantanea dei bus utilizzati per il trasporto dei prigionieri scattata clandestinamente da un cittadino. Sottolineo: nessuna fotografia.
In una quotidianità permeata dalle immagini, in cui il flusso digitale scandisce le attività personali, professionali e informative di ognuno, su cui si basa ormai il nostro libero arbitrio e la formazione dell’opinione pubblica, appare inconcepibile l’esistenza di un fatto storico nonostante l’assenza di documentazione visiva; documentazione, però, che in epoche passate, laddove le attrezzature e i materiali costituivano dotazione elitaria perché costosa e appannaggio di pochi abbienti e competenti, ci è pervenuta e perviene progressivamente sempre più rarefatta nello spingerci a testimoniare contesti remoti nel tempo.
Da questa constatazione e dalla volontà di parlare un linguaggio visivo adeguato alle nuove generazioni che, appunto, formano loro stesse attraverso il flusso fotografico, nasce l’Associazione “Rimini Sparita”, no-profit dedicata alla scoperta e alla narrazione delle trasformazioni urbanistiche, culturali, sociali ed economiche di un territorio soprattutto attraverso le immagini, affinché siano immediatamente fruibili e condivisibili dai più giovani secondo le dinamiche contemporanee di comprensione e divulgazione.
Un ritorno alla fotografia, quindi, come pura testimonianza storica e come realtà fattuale al di là delle narrazioni testuali, delle opinioni soggettive e delle interpretazioni dialettiche, tornando al pregio incorruttibile delle immagini che restano, per superare la convenzione delle fotografie “da social network”… che passano in un batter di streaming e rivalutare, con la forza del soggetto e l’unicità irripetibile del contesto, il valore di uno scatto.
“Rimini Sparita”, nata per gioco tra alcune persone accomunate dalla sola passione, in sei anni di attività ha ormai raccolto circa 140mila immagini (scattate tra il 1875 e il 2000), contestualizzate specificatamente nel territorio romagnolo, sì provinciale dal punto di vista dimensionale e culturale, ma piuttosto importante – anche a livello europeo – per il ruolo assunto nel turismo di massa e nell’industria del divertimento (leggi divertimentificio) nazionale tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento. Rimini come monumento al pop(olare), realizzato attraverso una narrazione prettamente visiva in cui le cartoline, la foto ricordo e il manifesto hanno costituito l’ossatura di un racconto lungo un secolo. Da souvenir a testimonianza.
Un patrimonio iconografico che “Rimini Sparita” cerca tuttora di rintracciare costantemente in archivi pubblici e privati, altrettanto sconfinati, spesso privi di valorizzazione e doverosa premura nella conservazione: è infatti drammaticamente frequente il reperimento di materiale irreversibilmente degradato (e mai digitalizzato) sia in cassetti e bauli di comuni cittadini, sia – purtroppo e incredibilmente – in fondi fotografici ufficiali e, presumibilmente, strutturati dalle pubbliche istituzioni precluse all’intervento (volontario e gratuito) di associazioni private come la nostra; materiale di cui, presto, si perderà definitivamente lo status qualitativo e, con esso, la descrizione di un’intera epoca.
(Testo a cura di Nicola Gambetti)