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Portfolio – Nicola Cordì e “L’Italia della primavera 2020”

Milano

Questo progetto è un viaggio fotografico virtuale nellItalia della primavera del 2020. Raccoglie storie di amici, conoscenti, parenti e sconosciuti. Ogni soggetto è stato fotografato tramite webcam e ha ricevuto un breve questionario al quale ha dovuto rispondere. Ogni ritratto è affiancato da unimmagine di Google Earthraffigurante larea in cui il soggetto ha trascorso la quarantena – che serve a rivelare e sottolineare la solitudine delle persone, e delle stesse città, durante il lockdown imposto per garantire sicurezza ed evitare l’aumento dei contagi. Un isolamento forzato, al quale Nicola non ha voluto totalmente arrendersi. Questa sua serie infatti, testimonia come un giovane autore abituato a esprimersi con le immagini, abbia scommesso sulla sua capacità narrativa valicando le barriere e ovviando ai rischi sanitari grazie alla tecnologia, scoprendo un nuovo modo di raccontare storie e incontrare persone. 

Nicola Cordì nasce a Catanzaro nel 1988. Si innamora della fotografia e inizia da giovanissimo a lavorare come assistente fotografo e a seguire la scena musicale indipendente. Nel 2010  si trasferisce a Milano dove frequenta il corso biennale di Istituto Italiano di Fotografia. Finiti gli studi inizia a lavorare come fotografo e videomaker. Tra i vari clienti con cui ha collaborato ci sono Xfactor, Eni, La repubblica, Nikon, Manfrotto, Opel e Xbox.

I suoi lavori sono stati pubblicati su diversi magazine tra cui Rolling Stone Italia, British Journal of Photography, Italo e Billboard Italia.

Questo è il suo profilo Instagram: @naygo. Ulteriori informazioni qui

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“7 SECONDS” – Foto distrutte per conservarne la memoria

La performance di un fotografo ritrattista pone l’accento sull’importanza di assaporare la bellezza prendendosi il giusto tempo per osservarla. L’era digitale, quella degli smartphone sempre connessi e dei social network, quella dove le informazioni sono accessibili h24, ci ha fatto fare indigestione di immagini che scorrono a ciclo continuo sulle nostre home page, un clic dopo l’altro, e la successiva ci fa dimenticare quella appena vista. Gattini, tramonti, selfie, fatti di cronaca e attualità, una bulimia fotografica che non ci lascia più il tempo per distinguere il bello dal brutto, l’arte dalla spazzatura.

Il fotografo napoletano Riccardo Piccirillo, RicPic il suo nome artistico, dieci anni di attività e tanti musicisti e attori che hanno scelto i suoi ritratti a rappresentarli, lancia www.7seconds.it, installazione artistica che segue le regole di questo mondo digitalizzato e poi le stravolge, per farci pensare, dopo soltanto sette secondi.  Tramite un semplice processo di selezione e distruzione, l’autore intende difendere apertamente l’importanza della memoria che, con l’aumentare del numero di fotografie scattate con gli smartphone, rischia di perdersi per sempre. Così, in www.7seconds.it, invita i visitatori di quello spazio a selezionare, da una griglia di foto da lui realizzate nel corso dei suoi dieci anni di attività, una o più di queste, che verranno visualizzate a schermo pieno solo per 7 secondi e poi si distruggeranno per sempre. Scomparire per trasformarsi in eternità, un po’ come per il ciclo vitale di ogni essere vivente, la cui esistenza acquista più valore proprio per la sua caducità

“La mia convinzione – afferma Piccirillo – è che se sapessimo di non poter mai più vedere una foto, ci verrebbe voglia di godercela e di conservarla. La bellezza va vissuta e 7 secondi sono una mia personale scommessa: puoi guardare un’immagine per quel tempo limitato, assaporandola, imprimendola nella tua mente, e ne conserverai per sempre il ricordo senza bisogno di possedere una stampa della stessa. Così, con l’attenzione, manterrai viva la memoria e l’emozione del momento. Preferisco che le mie fotografie vengano distrutte, piuttosto che restino inosservate in mezzo a miliardi di altre. Noi siamo fatti di ricordi, dobbiamo averne cura”.

7 seconds è il primo sito dove l’utente distrugge ciò che vede. Tecnicamente è basato sugli indirizzi IP, perciò le distruzioni rimarranno attive per sempre solo per il singolo visitatore. Il motore del sito, studiato “ad hoc”, prevede statistiche sulle foto più distrutte. RicPic pubblicherà in seguito le classifiche date dalle scelte dei visitatori.

Per il lancio di 7 Seconds, visibile dallo scorso 7 maggio, alcuni artisti fotografati da RicPic hanno lasciato un videomessaggio che ne ha accompagnato la nascita: https://youtu.be/he2usvUVvNg. Tra loro, Saturnino Celani, Cristina Donadio, Giovanni Block, Raiz, Sergio Maglietta dei Bisca, Dario Sansone dei Foja, Lorenzo Marone, Lino Vairetti, Fabrizio Poggi, Maldestro, Simona Boo, Emilia Zamuner, Greta Zuccoli, Annalisa Vandelli, Speaker Cenzou, Roberto Colella de La Maschera, Andrea Melis e Flo.   

“Ogni anno vengono scattate migliaia di miliardi di fotografie – afferma l’autore sul suo sito – la stragrande maggioranza con lo smartphone. Di queste, ne vengono stampate e conservate pochissime. Ho 12 album di famiglia di mio nonno che raccolgono i momenti più significativi della mia famiglia e della mia vita. Queste foto rappresentano la mia memoria, suscitano le mie emozioni e sono frutto di una selezione severa anche se naturale: “Questo era mio zio” dico a mio figlio sfogliando l’album, “questa la tua bisnonna e questo papà da piccolo”. Mio figlio invece avrà uno smartphone per fermare i suoi momenti e dopo avere fatto migliaia di foto difficilmente ne selezionerà qualcuna. Sarà Google piuttosto, a riproporgli le foto casualmente e senza criteri decisi da lui. Questa cosa mi lascia pensare: l’essenza della fotografia è la memoria e senza selezione rischiamo di perderla finendo per subire le immagini distrattamente invece di osservarle e conservarle. Perciò seleziona una mia foto. Con un clic avvii un processo di distruzione: sappi che la foto scelta vivrà solo per 7 secondi, il tempo massimo per imprimerla nella memoria. Voglio che sia tu a fare scomparire le mie foto. Voglio che sia tu a selezionarle per farne memoria”

Per altre informazioni: www.riccardopiccirillo.com

 

 

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Le città in 3D da indossare tra emozioni e memoria

Quante foto avete portato a casa dai vostri viaggi? E quante volte avete desiderato racchiudere i ricordi dei posti visitati in un’unico oggetto da conservare per sempre? I luoghi simbolo, un monumento, la geografia che vi rimanda ai passi che lì avete percorso, oggi stanno tutti dentro a un gioiello uscito dalla fantasia di una start up italiana, Art is Therapy/3D Box Studio, che progetta e sviluppa idee innovative.  Londra, New York, Roma: parte da queste tre metropoli la loro avventura in bilico tra scultura, architettura, arte e fotografia. Si tratta in effetti di miniature estremamente dettagliate di siti iconici, che stanno racchiuse in un anello chiamato Teti dove tecnologia e design si mescolano. Le figure che si intravedono attraverso il plexiglass trasparente sono i punti di riferimento più riconoscibili: l’Empire State Building o la Statua della Libertà nella Grande Mela, il Big Ben e la ruota panoramica a Londra, il Colosseo a Roma… Piccole fotografie di orizzonti tridimensionali che diventano oggetti di culto.

“L’idea è nata dalla nostra passione per l’arte, il design e, soprattutto, i viaggi”, ha dichiarato il designer Marco Zagaria. “Ciascuno di noi ha ricordi legati a luoghi particolari. Siamo nati tutti da qualche parte, abbiamo casa da qualche parte. Ci siamo innamorati, abbiamo avuto nuovi amici, abbiamo viaggiato e vissuto eventi straordinari in posti meravigliosi che sono diventati i nostri preferiti. E, con un anello Teti, non ti allontanerai da questi ricordi, indipendentemente da dove ti portano i tuoi viaggi”.

Gli altri membri del piccolo team di  creativi sono Nicola Zagoria e Matteo Toriello. E’ loro intenzione trasformare l’idea anche in ciondoli, orecchini e altri gioielli. Protette all’interno di una resina lucida che non si usura con il passare del tempo, le foto-sculture sono prodotte in rame, nichel, argento e oro utilizzando una stampante 3D. Le opere, di alto artigianato artistico, sono frutto di lungi mesi di progettazione e vengono fatte in Italia con materiali eco-compatibili, riciclabili e resistenti, a conferma dello sforzo dell’azienda di produrre a emissioni zero. L’attenzione è posta anche verso i materiali di spedizione,  gli imballaggi del prodotto e il merchandising, dove tutto è creato per essere completamente riciclabile ed eco-friendly.

Gli anelli Teti, forgiati e rifiniti a mano e adatti ai più originali tra noi, partono da 100 euro e possono essere preordinati, acquistati e regalati online a questo link

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Portfolio – Simona Tombesi

Simona Tombesi è una fotografa riminese che inizia la sua produzione artistica con una serie di pubblicazioni di autoritratti e estratti di vita quotidiana sul blog personale “Lalulona”.
Dal 2014 al 2015 Simona utilizza gli scatti per il blog, uno al giorno, come esercizio tecnico-pratico e di ricerca stilistica e, dopo qualche mese, dati i riscontri positivi, viene invitata a presentare i suoi lavori presso RF64 Spazio Minimo di San Marino e partecipa alla mostra collettiva Nove Minime al Museo della Città di Rimini.

Simona partecipa poi a diverse personali e collettive presentando i suoi progetti autoriali, come il FotoConfronti Off di Bibbiena (AR) con la serie “Lalulona Beachwear” e la 26esima edizione del SiFest dove, in collaborazione con la fotografa Cinzia Aze, espone ritratti di famiglie fittizie tra performance art e riproduzione fotografica.

Successivamente Simona si concentra sul ricamo su fotografie, in particolare sull’estetica di parti del corpo “ricucite” con ago e filo, come nella serie “That sticks around like summat in your teeth?”.
Su questa linea nasce” Bright Horses” nuovo progetto a cui l’autrice inizia a lavorare durante la quarantena ispirata dai movimenti della lingua dei segni, osservando gli interpreti durante le conferenze della Protezione Civile e studiando astrologia e mitologia greca.

Tra suggestioni simboliche e rimandi di forme tra linguaggi, cosmologia, corpi e storia, nascono le Costellazioni che qui vi presentiamo.

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Musei – La fotografia sale in quota

Esiste un luogo per le immagini situato a 2275 metri di altitudine, affacciato sulla val Pusteria dalla cima piatta di Plan de Corones come un balcone sulla bellezza. Si tratta del Lumen Museum, edificio dall’architettura moderna, ben armonizzata con il paesaggio aperto a 360 gradi verso piste e altre cime, che occupa 1800 mq di superficie espositiva suddivisa per quattro piani. E’ una bella casa per mostre permanenti e temporanee, proiezioni, incontri, eventi culturali e momenti gourmet di indimenticabile cucina del territorio, per un’esperienza unica e coinvolgente nel cuore delle Dolomiti che speriamo di poter presto visitare al termine della lunga quarantena che ci vede tutti isolati da tanto tempo. Plan de Corones, o Kronplatz, è meta molto apprezzata dagli amanti dello sci e degli sporti invernali, o da chi ama dedicarsi al trekking e alla fotografia naturalistica durante la bella stagione, ma per approfondire la conoscenza delle Alpi, imparando a guardarne tutte le diversità, non c’è nulla di meglio che osservarle con altri sguardi e altre prospettive, quelle dei grandi maestri delle ascensioni e dell’obiettivo che nel corso dei decenni hanno lasciato segni indelebili tra queste valli.

La storia della fotografia, dalle origini al contemporaneo, è passata da Lumen e questo centro è anche un vero omaggio alla montagna in tutte le sue sfaccettature che, nella sua ideazione, ha coinvolto grandi nomi come l’alpinista Reinhold Messner, o lo chef stellato Norbert Niederkofler. E’ nato in collaborazione con TAP (l’archivio tirolese per la documentazione fotografica) Durst, National Geographic, Red Bull Illume, Alinari, AlpiNN e la Provincia Autonoma di Bolzano, ed è stato ricavato recuperando una ex stazione a monte della funivia grazie a un progetto dell’architetto Gerhard Mahlknecht. Il percorso espositivo si sviluppa dall’alto verso il basso, secondo un approccio multiprospettico e multidisciplinare. Si parte da un focus storico e tecnico sull’esordio della fotografia di montagna, concepita in primis quale strumento di documentazione scientifica e, solo con il tempo, diventata testimone di imprese estreme che hanno trasformato le vette in un attraente scenario d’avventura ed emozioni. Dalla Wunderkammer, tra veri e propri cimeli del 1800, si passa al Wall of Fame, dedicato ai pionieri della fotografia del genere e al Dia Horama, l’area che presenta sequenze fotografiche dei più importanti autori del museo. Un’area importante è dedicata alle mostre temporanee che variano annualmente e stagionalmente, oltre alle esposizioni permanenti come Messner meets Messner by Dust, che propone installazioni multimediali e realtà virtuali tra scatti, citazioni, audio del pioniere alpino Reinhold Messner. Oppure ancora la sala Adrenalina, dove l’innovazione digitale svela le foto sportive più straordinarie del celebre contest internazionale Red Bull Illume. Imperdibili sono anche la Sala degli Specchi che, combinando arte e montagna, mostra l’eterna interazione della forza della natura attraverso l’illusione dei riflessi, o la Stanza dell’Otturatore, nella quale un’enorme, suggestiva apertura tonda sulla parete, incornicia il panorama visibile come se si guardasse da una fotocamera e, una volta chiusa, diventa schermo di proiezione video.

Per maggiori informazioni sulla programmazione e sulle visite: https://lumenmuseum.it

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Libri – Manuel Cicchetti, un omaggio alla fragilità delle Dolomiti

Un anno fa il ciclone Vaia abbatteva milioni di alberi nel Triveneto. Una ferita profondissima alle maestose Dolomiti, oggi ancora sanguinante mentre l’uomo, così piccolo di fronte al disastro, cerca con immane sforzo di riparare.

Dopo la fortunatissima e suggestiva mostra ospitata a Belluno nel cubo di Botta a Palazzo Crepadona, prosegue il viaggio di Manuel Cicchetti nelle città d’Italia, con l’intento di portare, nel linguaggio essenziale e puro delle immagini fotografiche, un deciso monito alla mano dell’uomo. Perché protegga e, dove può, ripari. E faccia un regalo ai suoi occhi.

Nel suo libro “Monocrome. Camminando tra le Dolomiti d’Ampezzo” l’anima delle montagne trova espressione nel bianco e nel nero, attraverso la suggestione di luci ed ombre di un territorio che vive di solenne e antica bellezza. Le fotografie in grande formato di Vaia sono affiancate a ricordarci il pericolo.

Una più ampia presa di coscienza sul valore del territorio parte anche dal messaggio artistico. Le fotografie di Cicchetti sono una lettera d’amore per il pianeta, ricca di speranza.

Il fotografo sarà a Torino giovedì 6 febbraio presso il Punto Touring di via S. Francesco d’Assisi, 3 dalle ore 17.30 per incontrare chiunque desideri avere uno scambio di opinioni diretto, conoscere le tecniche fotografiche utilizzate, parlare di montagna e di tutela del territorio, prendere visione del libro (le cui copie in vendita saranno con l’occasione autografate) e di una selezione delle fotografie originali di Vaia.

Parte del ricavato della vendita è devoluta per il ripristino e la cura delle foreste abbattute dalla tempesta di vento e pioggia dell’ottobre 2018.

 

“Monocrome. Camminando tra le Dolomiti d’Ampezzo” di Manuel Cicchetti, edizioni Touring Club Italiano, introduzione di Denis Curti, testi in italiano e inglese. 180 pagine, formato 30×30, cartonato. Patrocini di Fondazione Dolomiti UNESCO, Comune di Cortina d’Ampezzo, Regole d’Ampezzo e Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo.

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Cristina Pappadà – Portfolio

Di Barbara Silbe
Ho incontrato questa giovane e promettente fotografa lo scorso novembre a una lettura portfolio. Il contesto specifico era quello del bellissimo WeLand PhotoFest, ospitato a Specchia, Lecce, e organizzato dall’Associazione Photosintesi. Appena visto il suo lavoro, mi è venuto spontaneo di prenderla un po’ in giro e dirle “Ma tu, sinceramente, che cavolo ci fai qui?”. Da principio rimase sconvolta. Giusto il tempo di un silenzio, poi le spiegai il senso della mia domanda, e il senso era che è piuttosto brava e mi sarei aspettata di confrontarmi con lei a un livello superiore. Cristina Pappadà scoppiò il lacrime per la felicità e non si fermava più. E la sua reazione mi fece pensare a quanto tenesse alla Fotografia, più ancora che al suo ego. Il tema del festival pugliese era dedicato al paesaggio e lei, classe 1990, affascinata dalle immagini fin da bambina e avvicinatasi consapevolmente al mezzo solo nel 2014, usa le forme del corpo e del paesaggio per comunicare sensazioni e stati d’animo.
Il suo stile è già connotato di personalità, nonostante sia evidente la fase ancora acerba dell’espressione artistica, ed è caratterizzato da un sapiente uso del mosso e da bianchi e neri carichi di contrasto e materia, lettura emozionale ed evanescente che utilizza per mostrare al suo pubblico quello che vede nel mondo e che le passa nei pensieri.
 Il portfolio che pubblichiamo si intitola XAOC.
CÀOS. Una parola di origine greca, CHÀOS, il cui significato primario è “fenditura” e – simbolicamente – “abisso”; che rimanda anche a un’altra parola greca, CHÀO, che si traduce come “sono vuoto”. Ogni giorno ci muoviamo tra moltissime informazioni e stimoli. Viviamo sommersi da immagini e testi, in aggiornamento continuo davanti ai nostri occhi via social, web, tv e nella vita reale. Sostenerle e immagazzinarle produce dipersione di energia, confusione, caos appunto.
Con le sue fotografie, Cristina Pappadà, ha cercato di dare un senso al suo caos interiore – che è uguale a quello vissuto da ognuno di noi – inquadrando movimenti, forme umane e luoghi geografici in continuo intercalare tra volumi e prospettive. luci e ombre. Dal paesaggio corporeo a quello che ci circonda e ci ospita, si giunge alla prova finale: l’accettazione di sé e dell’umana condizione. Non c’è ancora quiete, nemmeno nei rami che si arrampicano nel cielo. Non è presente un punto di arrivo per questo vagare. Sembrano istanti, sussuti, stadi di passaggio verso la sua coscienza. La fotografia diventa così una cura, uno sfogo e un modo per dare risposta alle numerose domande che di certo la tormentano.
Instagram: @cristinapappada
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Il paesaggio che mancava

“WeLand” è il festival che in Italia mancava. Ci sono stata lo scorso weekend, insieme a tanti altri autorevoli professionisti del settore e, oltre ad accorgermi del grande entusiasmo speso dai volontari, dell’ospitalità degli organizzatori, del loro rigore e delle idee innovative messe in campo per questa prima edizione, ho subito fatto una considerazione sul tema che ha animato il progetto. Ospitato a Specchia, Lecce, nello splendido Palazzo Risolo dal 3 al 10 novembre, già al suo esordio ha puntato su un tema importante e mai abbastanza indagato, quello della geografia che ci ospita. “Il paesaggio siamo noi”, così recita il sottotitolo di questa kermesse che ha coinvolto grandi nomi della fotografia italiana e che è stata ben progettata dall’Associazione locale Photosintesi sotto la direzione artistica di Adriano Nicoletti: un filo conduttore sul quale si sono sviluppati contest, mostre, workshop, laboratori, talk e tutti gli eventi, con il nobile scopo di rappresentare visivamente molti dei temi sul paesaggio e sui cambiamenti climatici che oggi ci stanno così a cuore. Così l’arte delle immagini si è fatta strumento per indagare e raccontare il nostro pianeta e i segni di antropizzazione più o meno violenta che l’uomo ha lasciato lungo il suo cammino. Fra documentazione, interpretazione ed emozione si sono mossi gli autori, per consentirci di riflettere su quello che ci circonda e su come preservarlo.

Di paesaggio, anzi, di Paesaggio con la p maiuscola, in fotografia si parla troppo poco. Se ne produce troppo poco. Siamo ancora dipendenti da giganti come Luigi Ghirri, Massimo Vitali, Gabriele Basilico, Olivo Barbieri o Franco Fontana, ma ai giovani autori servirebbero nuovi punti di riferimento che, in futuro, WeLand potrebbe fornire. La fotografia di paesaggio non dovrebbe essere considerata una sottocategoria. Prendiamo leggermente le distanze dalla spettacolarità di produzioni turistiche o naturalistiche, pensiamo a un approccio più autoriale sulla documentazione dei luoghi: ritrarre e indagare il territorio, sia che si tratti di natura o di città, può ad esempio servire a fissare le relazioni che noi abbiamo con esso e condurre chi osserva a una differente consapevolezza dei cambiamenti in atto. Fotografare un luogo è un modo per raccontare la storia della comunità che lo abita, che ne ha modificato la morfologia, costruito i palazzi, sfruttato le ricchezze, che ha scelto come coltivare un campo o cambiare una strada. Per elevarsi in questo genere serve profondità di pensiero e oggettività di interpretazione, serve – passatemi il termine – fare perfino filosofia.

Come ha saputo fare Massimo Siragusa, quattro volte vincitore del World Press Photo, incaricato da Photosintesi di realizzare un progetto site specific sul vicino comune di Taurisano durante una residenza, per una testimonianza che è poi diventato una mostra. Lui è stato l’ospite più autorevole della manifestazione salentina. C’erano poi Benedetta Donato, Leonello Bertolucci, Nicolas Lozito, i ragazzi di Tank Federico Patrocinio e Lorenzo Papadia, le mostre di Andrea Rossato (già vincitore di numerosi premi internazionali e di quello come Miglior Fotografo Italiano nella categoria Open al Sony World Photography Awards), del giovane artista Luigi Quarta, di Chiara G. Leone, di Michele Vittori vincitore del contest. Tanti i temi trattati anche da Giacomo Infantino, Paolo Moretti, Maria Lucia De Siena, il trio Lunatici_Bianchi_Letari. Alla presentazione dei lavori, la scorsa domenica, io e gli altri lettori ci siamo sfiancati per i tantissimi iscritti e ci siamo sorpresi per la qualità dei portfoli presentati durante le letture. Sono stati bravi, quelli di Photosintesi. Ci hanno messo l’entusiasmo e il pensiero, collocando il loro progetto in un periodo dell’anno insolito per questa regione e non sovrapponendosi con nessun altro festival di fotografia in giro per la Penisola. Il Salento ce lo aspettiamo ad agosto, non in autunno. Ma scopriremo tutti che andare a Specchia a novembre sarà una bella scoperta. Purtroppo dovremo attendere un intero anno per vedere come WeLand evolverà, ma le basi per un ottimo percorso culturale ci sono tutte.

Barbara Silbe

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Una mostra e un workshop dedicati a Milano

Nell’ambito di “Photo Week”, grande evento diffuso che chiude il 17 giugno, promosso da AIF, Associazione Italiana Foto & Digital Imagin e tutto dedicato alla fotografia ospitata in diversi spazi milanesi, Panasonic sponsorizza una mostre e un workshop in collaborazione con due bravi autori.
A Palazzo Castiglioni, corso Venezia 47, è allestita l’esposizione “Milano, città che sale”, in collaborazione con i fotografi Giorgio Galimberti e Daniele Barraco, che raccogli venti scatti di paesaggio urbano e otto ritratt. Rimarrà aperta fino al 17 giugno, da lunedì a venerdì dalle 8.30 alle 18.00.

Sempre nella stessa location, il 14 giugno, dalle 14 alle 18 si svolgerà il workshop “Visite urbane” con Giorgio Galimberti, fotografo professionista e Lumix Ambassador Europeo, sul tema della street photography: “Visioni urbane”. Sarà composto da uno spazio di approfondimento culturale sulla semantica fotografica, seguito da una sessione di pratica per le vie del centro di Milano.
Per iscriversi al workshop sarà sufficiente visitare la sezione dedicata sul sito www.panasonic.it sul quale sarà creata una landing page dedicata tra il 20 ed il 25 maggio: le iscrizioni sono aperte per un massimo di 20 partecipanti.

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Milano Photo Week, bella rassegna sulla fotografia d’autore

Apre lunedì, per proseguire fino al 9 giugno, la Milano PhotoWeek, un palinsesto diffuso che coinvolge ogni quartiere del capoluogo lombardo per tutta la settimana, promosso e coordinato da Comune di Milano – Assessorato alla Cultura in collaborazione con ArtsFor_ su una delle passioni più coinvolgenti di questo tempo: la fotografia, appunto.

Ogni giorno sarà disponibile un calendario di appuntamenti speciali che suscitano ormai grande interesse, appositamente ideati per MPW, a cui si aggiunge un’intensa programmazione di iniziative raccolte tramite open call, per un reale coinvolgimento di cittadini e visitatori.

Tra gli altri: un progetto speciale del maestro Gianni Berengo Gardin, che, per la pagina instagram @milanophotoweek, ha messo a disposizione una selezione di suoi scatti dedicati alla città di Milano degli anni Sessanta e Settanta. Le immagini vengono pubblicate alternandole a una serie dedicata allo stesso tema e realizzate da giovani fotografi selezionati da “Perimetro”. Milano A/R è un confronto tra un grande maestro e una nuova generazione che permette di raccontare il cambiamento di una città, della società, delle abitudini.

Tra i tanti appuntamenti:

martedì 4 giugno, ore 21.15, proiezione e introduzione di Luca Bigazzi
BLOW UP – EDIZIONE RESTAURATA
Il Cinemino, via Seneca 6
Il film è preceduto da un’introduzione del direttore della fotografia Luca Bigazzi che ne ha supervisionato il restauro. Proiezione in lingua originale sottotitolata in italiano. Ingresso a pagamento con tessera, info: www.ilcinemino.it

mercoledì 5 giugno, ore 7.00 – 22.00 (aperta fino al 9 giugno), mostra
IL MARE CHE VORREI
Rotonda della Besana, via Besana 12
Un percorso fotografico ambientato nelle profondità degli oceani, con il supporto di La Mer, in collaborazione con MUBA – Museo dei Bambini Milano e Underwater Photographer of the Year 2019. Nato nel 1965, UPY è il più prestigioso concorso fotografico con l’obiettivo di celebrare il mondo sottomarino. In occasione di MPW, Rotonda della Besana accoglie un racconto per immagini che mostra la natura, le meraviglie degli abissi, il rapporto con l’uomo e i pericoli ai quali stanno andando incontro i mari. Ingresso gratuito.

giovedì 6 giugno, ore 21.00 – 23.30, incontro
SIMENON 30 ANNI DOPO
Frigoriferi Milanesi, via Piranesi 10
Simenon reporter e fotografo: Diego De Silva e Giorgio Pinotti parleranno del libro di reportage di Simenon: Il mediterraneo in barca (1934); Giacomo Papi e Francesco M. Cataluccio mostrano e raccontano alcune foto scattate da Simenon. Ingresso gratuito.

giovedì 6 – sabato 8 giugno, 20.30 – 21.30, performance
LORO (THEM)
Teatro Burri, Parco Sempione
Loro (Them) è un’installazione multimediale e aerea di Krzysztof Wodiczko, artista polacco di fama internazionale, che utilizzando i droni e sfruttando le tecnologie più all’avanguardia, dà voce a migranti, rifugiati politici e cittadini emarginati per esplorare le complessità della loro vita nella società odierna. La performance si ripeterà ogni giorno dal 6 all’8 giugno. Accesso gratuito.

domenica 9 giugno, ore 10.45, proiezione
“INTERNAZIONALE”: IL GIORNALE SULLO SCHERMO
Il Cinemino, via Seneca 6
“Internazionale” propone una selezione di portfolio, come il progetto Life, Still di Alessio Romenzi, che ha lavorato a lungo in Siria alla ricerca delle tracce di vita tra paesaggi di distruzione. Camillo Pasquarelli ha invece documentato i segni lasciati dalle forze di sicurezza sul corpo di uomini e donne in Kashmir. La fotografa olandese Ilvy Njiokiktjien ci porta in Sudafrica per conoscere i desideri e le difficoltà dei giovani “nati liberi”, dopo la fine dell’apartheid. Ilaria Di Biagio ha viaggiato nei mari del Nord alla scoperta delle ipotetiche origini baltiche dei poemi omerici. Andrea & Magda seguono da anni la costruzione di Rawabi, una cittadina in Cisgiordania pensata per i palestinesi benestanti, che per ora è semidisabitata e sembra una città fantasma. Dall’altra sponda dell’Atlantico, Nicola Lo Calzo racconta l’eredità della rivoluzione haitiana, nata da una rivolta di schiavi. E poi, cosa può comprare da mangiare una persona che vive sulla soglia di povertà? Lo spiegano il fotografo Stefen Chow e l’economista Huiyi Lin. Le fotografe Bénédicte Kurzen e Sanne De Wilde, infine, hanno cercato di capire cosa vuol dire essere gemelli in Nigeria, dove i gemelli possono essere maledetti o venerati. Introduzione di Daniele Cassandro, “Internazionale”.
Ingresso gratuito con tessera obbligatoria, info: www.ilcinemino.it