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Interview – Alys Tomlinson and her winning series “Ex Voto”

Barbara Silbe

Alys Tomlinson is an award-winning editorial and fine art photographer based in London. She was named “Photographer of the Year” at the prestigious Sony World Photography Award 2018. The World Photography Organization assigned the prize (25.000 $) to her winning series “Ex-Voto”, focused on religious devotions she found in many Christian pilgrimage sites worldwide. She often  photographed  anonymously and hidden places where pilgrims leave ex-votos as expressions of hope and gratitude, creating a tangible narrative between faith, person and the landscape. Taken at the pilgrimage sites of Lourdes (France), Ballyvourney (Ireland) and Grabarka (Poland), the project encompasses formal portraiture, large format landscape and small, detailed still-lifes of the objects and markers left behind. Shot on 5×4, large format film, the images evoke a distinct stillness and reflect the mysterious, timeless quality present at these sites of great spiritual contemplation. People and landscape merge as place, memory and history entwine. All the images are taken in 2016/2017

Hi Alys, would you define yourself a photographer or an artist? And why?

I consider myself primarily a photographer or perhaps a photographic artist. My work is often heavily research-based and my latest project ‘Ex-Voto’ drew on my Anthropological studies, so maybe I would even call myself a photographer and researcher.

What is Photography for you?

It starts as a curious impulse or fascination and is driven by the desire to find out more about a certain subject or community. Photography gives me freedom to explore ideas and allows me to tell the stories of others, to discover the unseen and document that in a very personal way.

Tell me more about the project winner of the SWPA.

I’ve been working on ‘Ex-Voto’ for around five years, exploring Christian pilgrimage sites in Ireland, France and Poland. The project is all shot on black and white, large format film and consists of three strands – portraits of the pilgrims, still life shots of the ‘Ex-Voto’ and the wider landscapes.

Tell me more about your feeling and mood when you realized you were named Photographer of the Year SWPA 2018

I was amazed and surprised, but also very happy that that the judges had seen meaning and depth in my work. To get this type of recognition for a project I have committed to for so long is hugely rewarding.

You are a great portrait maker, you put an extraordinary formalism in your landscape and you demonstrate an out of order capability to tell stories. What you like the most, and why, if you can choose?

I am always drawn to making portraits and find the connection you have with that person very interesting, as I am fascinated by people and how we relate to each other and our environment. However, I also love the stillness of photographing landscapes. With landscapes, it is often just me and the camera and I enjoy that solitude. I’m not sure that I can pick a favorite!

What surprised you most in this work on spirituality?

How open people were about their faith and how complex their beliefs were. I was also surprisingly moved at these pilgrimage sites, even as a non-believer there is a very special aura and unique feel when you are there.

You studied English literature before studying photography, do you think this first part of your schooling shaped your vision in art?

Photography is all about storytelling and I think my interest in literature and reading has shaped my work. The structure of good writing can be transferred to photographic storytelling. I am also very influenced by cinematography and film, particularly the work of directors such as Haneke, Tarkovsky and Pawlikowski.

Tell me something about your equipment, why do you use a huge Victorian-style single frame camera for this project?

It’s a very slow and considered approach, which means I have to think carefully about each shot. As the negatives are 5×4 inches, it allows for great detail. Also, the method of using large format is almost ritualistic, reflecting the religious subject matter.

How did you start your career and when?

After graduating from my BA degree, my first job was taking photographs around New York for the Time Out Guide, which taught me to be organized, creative and independent. I’ve been working as a professional photographer for around 10 years, combining commissioned work with my personal projects.

What’s the fun part of your job? and which one is the most demanding?

The most demanding is the dedication required and the need to hold on to the conviction that the work you’re making is of value. The most fun is meeting people I would never normally meet in my everyday life and taking off on photographic adventures, never knowing where it’s going to lead…

Which are your main future project after this important victory?

Winning the SWPA has instilled in me a need to prioritize my personal projects and not lose sight of that. I am hoping for a solo exhibition of the work and I’m also planning on making the ‘Ex-Voto’ project into a book which I’m very excited about, so I am currently looking at design options for publication.

 

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Ilaria Abbiento – Intervista

Ilaria Abbiento, artista di stanza a Napoli ha il primo incontro con la fotografia durante la sua infanzia quando uno zio fotografo la introduce per gioco in camera oscura. Ha all’attivo diverse mostre collettive e personali.

Vince Portfolio Italia 2015 al Centro Italiano Fotografia d’Autore a Bibbiena, Arezzo. Partecipa alla Residenza d’Artista BoCS Art 2015 con l’Opera “Opificio” per la collezione del Museo di Arte Contemporanea di Cosenza. Selezionata nel 2016 tra gli artisti di Smartup Optima/Premio di Arte Contemporanea con l’Opera “Harmonia”

Predilige la fotografia concettuale che le consente di costruire una poetica di immagini sospese nel tempo. Ma conoscetela meglio nella nostra videointervista

Copyright Gianluca Gulluni e EyesOpen!

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Daniele Tamagni – Le Subculture del Pianeta

Daniele Tamagni, fotografo impegnato a documentare le “controculture” nel Sud del mondo che finisce per regalarci immagini in bilico tra moda e arte.

Con questa sua specializzazione ha vinto importanti premi come il World Press Photo, il Canon Young Photographer Award, l’ICP Infinity Award.

Lo abbiamo video intervistato

Riprese video a cura di Gianluca Gulluni

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Roger Ballen – Il visionario

Roger Ballen è uno degli artisti dell’immagine più originali del mondo, il più “freaky” e visionario di questo nostro secolo. Le sue opere surrealiste sono icone arricchite di graffiti, sculture, disegni e oggetti quasi sempre creati da lui stesso per rappresentare metafore. Mette in scena il brutto, le nostre paure più recondite, i mali che ci minacciano, e li trasforma. Sono simboli, gli servono per enfatizzare il suo bisogno di entrare in noi e nei personaggi che rappresenta con una dirompenza che lascia esterrefatto qualunque spettatore.

Pubblicato su EyesOpen! n. #3

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Johannesburg, per farci raccontare la sua carriera e la sua poetica e Ballen esordisce dicendo:

“Il mio lavoro ha una connotazione estetica e sociologica. Io definisco le mie foto geologiche, perché scavano in profondità e arrivano a disturbare le persone che le osservano perché hanno a che fare con ciò che ci fa più paura. Mi occupo della psiche e della condizione dell’uomo, il mio lavoro ha sempre girato intorno a questo punto fermo. Cerco di indurre le persone a venire a patti con se stessi e con il loro io”. (Roger Ballen)

È come se ci mancasse qualcosa?

Nessuno può giudicare o capire, in ognuno di noi c’è assenza di qualcosa. È come se ci fosse un’identità nascosta da svelare, un perenne cercare se stessi dietro se stessi. È un fatto di ego, è una continua sfida. La gente tende a reprimere le sue paure più profonde proprio per questo.

Nelle sue foto c’è assenza di colore: perché lavora soltanto in bianco e nero?

Ho scattato in bianco e nero e su pellicola per quasi cinquant’anni e non è possibile scindere l’estetica delle mie immagini dal fatto che siano state realizzate con questo mezzo. La scelta è minimalista, è ricerca della minor distrazione possibile e non cerco di imitare ciò che percepisce l’occhio umano. Il bianco e nero è astrazione da ciò che definiamo realtà. Quando la gente dice di ammirare una foto, in realtà molto spesso sta ammirandone i colori. Il mio scopo in fotografia è produrre immagini che sono forme semplici e precise, astratte, ma che contengono significati complessi e profondi. E con il bianco e nero aggiro la dissonanza cognitiva che si verifica tra l’opera in sé e la mente di chi la osserva vedendoci cose che in realtà non ci sono.

Perché ha scelto questa professione?

Mia madre negli anni Sessanta lavorò alla Magnum Photos a New York e poi decise di aprire una sua galleria fotografica, una delle prime in città. Rappresentò importanti autori, Andre Kertesz ad esempio. Avevamo rapporti stretti con diversi esponenti dell’agenzia e con altri fotografi, fui influenzato dal loro lavoro,  da libri e stampe, ne ero circondato. Lei tentò di dissuadermi dall’intraprendere questa strada, ma io già a vent’anni sognavo di trovare tempo per la fotografia. Il mio lavoro ha subito continue metamorfosi nel corso degli anni. Dopo la Magnum, negli anni Ottanta fui ispirato da autori come Walker Evans, Sander, Weegee, fino a che col passare del tempo mi resi conto che il mio immaginario veniva influenzato solo dalle immagini che realizzavo.

Lei si è trasferito dagli Stati Uniti per vivere in Sud Africa. Il contatto con una società tanto diversa ha cambiato il suo modo di vedere e sentire la fotografia?

Sono arrivato a Johannesburg nel 1974, ero giovane, giravo facendo l’autostop e mi fermai un po’ prima di ripartire per altri viaggi. Rientrato in America alla fine degli anni Settanta mi laureai in geologia e ritornati poi in Sudafrica nell’82 perché era un luogo perfetto per le mie ricerche sui minerali. Inoltre qui conobbi mia moglie ed era una terra dove convivevano coloni, Occidente e terzo mondo: questa contraddizione fu motivo di ispirazione per le mie riflessioni sull’esistenza umana. Qui esistono notevoli differenze tra poveri e ricchi, e diversità culturali tra la cultura occidentale e quella africana, e dopo la fine dell’apartheid la globalizzazione ha ulteriormente trasformato la società.

Il mio libro “Platteland” indagava questo. Mostrai i bianchi che vivevano ai margini della società, rompendo il mito della loro supremazia. Dopo quel lavoro nel Paese mi consideravano una spia come Edward Snowden oggi…

Esplorando il lato oscuro della gente, lei esplora anche se stesso? Questo ha a che fare con paure e incubi?

Nelle mie immagini, ciò che disturba va ricercato proprio nelle nostre paure. L’essere umano reprime la sua parte oscura, prova vergogna o fastidio ad ammetterne l’esistenza e tende così a evitarla. Ma per quanti sforzi facciamo, le ansie sono sempre lì che ci aspettano, e più proviamo a scacciarle più affiorano in noi, anche sotto forma di brutti sogni.

Le sue foto sono realtà o fantasia?

È un’interpretazione piuttosto ambigua, questa. Il problema non è se il mio lavoro sia costituito da fatti reali o inventati. Se ognuno di noi si mettesse a ripensare alla sua vita, dopo un po’ anche gli avvenimenti realmente accaduti sembrerebbero un po’ sfuocati. Tutto è molto vago, sviluppato su vari livelli di consapevolezza e non sempre così oggettivo come ci aspetteremmo. Si arriva a un primo livello definendo un concetto, e si scopre che ce n’è un altro e poi un altro ancora, non si finisce mai. In fotografia si rende una realtà trasformata, metamorfosi appunto. L’immagine è un’altra realtà, un’interpretazione, un’estetica (la mia). Incorporo disegni, sculture o installazioni nell’inquadratura, spesso realizzandole io stesso, per completare il processo di trasformazione della realtà. Sono il prodotto della mia immaginazione.

Che cosa la ispira maggiormente?

Non lavoro con ispirazione, ma con la passione.

Che cosa ci dice degli animali che inserisce nei suoi scatti?

Sono affascinato dal loro rapporto con gli uomini, dalla convivenza. Sono in conflitto. Amo profondamente tutto ciò che si trova in natura, anche animali che normalmente fanno paura come i ragni o i serpenti. Nel mio libro “Asylum of the Birds” realizzato nel 2014, i volatili sono il filo conduttore del racconto. Li ho usati come se fossero una metafora, ma non li temo. Gli uccelli sono il legame tra il cielo e la terra, c’è scritto anche nella Bibbia, svolgono una funzione simbolica, archetipica.

Oggi ripubblica il volume “Outland”, sempre con Phaidon, arricchendolo di nuove foto.

Sì, sono presentate più di trenta immagini inedite. È un progetto che mi ha visto impegnato per oltre vent’anni e che si concentra sulla figura umana.

Qual è il suo messaggio per noi?

Questa è una buona domanda, la ringrazio per avermela fatta. Le rispondo dicendo che le foto devono parlare da sole, io non ho messaggi. Io faccio foto e basta. Forse cerco di sollecitare a capire meglio la nostra identità, a trovare un equilibrio anche aprendo la nostra mente.

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Lee Jeffries – Occhi sconosciuti

Lee Jeffries vive a Manchester, nel Regno Unito. Comincia a fotografare eventi sportivi ma un incontro casuale con una giovane ragazza senzatetto per le strade di Londra cambia il suo approccio artistico per sempre. La sua percezione sui senzatetto cambia completamente: diventano il soggetto della sua arte. Le sue fotografie ritraggono le sue convinzioni e la sua compassione per il mondo.

Qui un’intervista uscita su EyesOpen! n. 0/2014

Può dirci come ha iniziato la sua esperienza nella fotografia, da dove è partito e perchè?

Ho iniziato ad usare la macchina fotografica a cinque anni. Poi, un giorno a Londra, mentre mi apprestavo a correre la maratona, ho deciso di fare qualche fotografia di strada, sperando di avere fortuna. Rannicchiata in un sacco a pelo sulla porta di un negozio, ho notato una giovane ragazza senzatetto. Ho pensato che avrei dovuto usare un teleobiettivo da 70-200 e, dalla parte opposta della strada, ho concentrato la mia attenzione su di lei. Mi ha notato subito ed era molto turbata! Ha iniziato ad urlarmi contro parole e mi sono sentito imbarazzato. In quel momento volevo solo andare via da lì e il più velocemente possibile. Poi no, qualcosa dentro di me mi ha fatto avvicinare a lei e iniziare una conversazione. Il resto è storia, come si dice. Quello è il momento che ha influenzato il mio modo di fare fotografia, le mie immagini e la loro intimità.

I suoi soggetti sono prevalentemente persone senza fissa dimora, li ha ritratti in diverse città del mondo: Londra, Parigi, Miami, Los Angeles… Come si è avvicinato a loro?

Una delle caratteristiche dell’essere umano è quella di avere paura di qualcosa che non è abituato a vedere o che non è abituato a fare. Il 99,9% della popolazione non “vede” le persone senzatetto e tanto meno pensa di parlare con loro; è naturale pensare che sia difficile socializzarci. Ma non lo è. È semplice come “vedere”, l’importante è presentarsi a loro con umanità. Il mio approccio si basa esclusivamente sulla cordialità e la gentilezza e loro rispondono con altrettanta cordialità e gentilezza.

Come fa a coinvolgerli tanto da ottenere sguardi così profondi e significativi?

Non fotografo ogni persona senza fissa dimora che vedo. Devo scorgere qualcosa ancora prima di sedermi a parlare con loro. Cammino per la strada per ore, giorni, guardando estranei negli occhi. Guardo oltre la superficie cercando di approfondire il loro essere. Questo è quello che fotografo. Non sono un documentarista di circostanza, racconto “emozioni”. La situazione in cui si trovano non è importante per ottenere l’immagine finale. Senzatetto o no, le mie immagini vogliono cogliere la spiritualità dell’essere umano.

Cosa gli dice e di cosa parlate quando si approccia a loro?

Le nostre conversazioni possono riguardare qualsiasi cosa. Alcuni di loro sono interessati a me e alla mia storia, qualcun altro ha voglia di parlare di se stesso. Parliamo di tutto e di niente.

Chi di loro l’a colpita di più e le è rimasto nel cuore?

Tutti loro mi hanno colpito con le loro storie, investo molte emozioni con ognuno di loro. In particolare, ho avuto un legame molto profondo a Miami con Latoria e Margo Stevens.

Ci può raccontare la loro storia?

Ho incontrato Margo durante il mio ultimo viaggio a Miami. Mi è apparsa dal nulla, sulla strada, davanti a me. Era vestita con una pelliccia di pelle di leopardo (abbiamo poi scherzato sul fatto che era nella versione “prostituta”), aveva appena finito il suo turno di notte. In circa due settimane ho avuto l’opportunità di conoscerla in modo approfondito, mi sono immerso completamente nel suo mondo interiore e non. Mi ha raccontato la sua vita, ricordando il passato. Era una famosa porno star, quando però la sua fortuna finì e di conseguenza i soldi, è stata costretta ad andare in strada a prostituirsi anche per soddisfare la sua tossicodipendenza. La sua trasformazione da quello che era a quello che era diventata mi ha colpito duramente. Solitamente non si sa o non si conosce la vita dei senzatetto prima che diventino tali, ma con Margò è stato diverso. On line c’è molto materiale che testimonia la sua bellezza e come la spirale della tossicodipendenza abbia avuto un impatto sulla sua vita oggi. La storia di Margo mi ha reso triste, mi sentivo impotente, arrabbiato per tutti gli anni di sfruttamento che aveva subito, qualcosa però le è rimasto. Ha mantenuto la sua umanità oltre ogni aspettativa: spiritosa, divertente, bella dentro. Mi è rimasta sotto la pelle.

I suoi ritratti sono un’esperienza emotiva, ci sentiamo osservati e, perché no, anche giudicati. Non siamo noi che li guardiamo, ma è come se fossero loro a guardare noi.

Gli esseri umani non possono fare a meno di riconoscere le emozioni. I sentimenti risiedono nel profondo di ognuno di noi. Le mie immagini cercano di ritrarre questo e chiedono allo spettatore di guardare dentro se stesso.

Quando ha finito di postprodurre una foto, il risultato è sempre quello che si aspetta?

Ho sviluppato uno stile. Amo che l’aspetto delle mie foto abbia una certa profondità di significato. Cerco di “confezionare” e di collegare le emozioni con alcuni elementi metafisici che alludono alla spiritualità degli esseri umani con interpretazione e licenza artistica… quindi sì, il risultato è sempre quello che voglio.

Abbiamo scelto il ritratto di Madame June per la nostra prima copertina, perché oltre ad essere bellissimo è anche un metaforico ritratto della Fotografia contemporanea: vecchia ma non vecchia, con un occhio attento, lancia messaggi di saggezza e di esperienza vissuta, è bella e ha molto da dire e se la si guarda bene negli occhi ci lascia un messaggio di pace e di speranza; oggi la Fotografia, soprattutto in Italia, è in un periodo strano e difficile. Ci piace che lei sia la nostra e ci rappresenti. Come fotografo e artista cosa pensa della Fotografia oggi?

Sono molto semplice e diretto quando si tratta di fotografia. Ho un’opinione univoca e per me è poco importante sia cosa fanno gli altri, sia la situazione della fotografia oggi. Non gli attribuisco un particolare significato. Sono felice come non mai quando esco per strada, incontro persone e si crea una relazione. Se chi guarda le mie foto ne trae qualcosa allora mi fa piacere ed è una valore aggiunto al mio lavoro.

Si definisci come “Ritrattista Umanista”, pensa che in qualche modo la fotografia possa avere un impatto sulla povera gente? che tipo di valore sociale può avere?

Non documento circostanze: la maggior parte delle mie immagini forniscono un messaggio sociale! Provocano una reazione umana che scatena l’immaginazione: “chi è questa persona?”, “come sarà la sua vita?”, “come ha fatto a trovarsi in quella situazione?”, sono le domande che si pone chi guarda, consciamente o inconsciamente. Porsi queste domande risveglia la coscienza sociale. Ho innumerevoli e-mail di persone che testimoniano il fatto che la visione delle mie immagini ha permesso loro di vedere e sentire le esigenze degli “altri”. Se il risultato è questo, allora hanno un valore sociale.

A cosa sta lavorando oggi? Ha nuovi progetti?

Autofinanzio tutti i miei progetti e li realizzo nelle vacanze o nel tempo libero. Sicuramente sto pensando a nuovi lavori, ma trovare i finanziamenti e il tempo per realizzarli è un processo lento. Vorrei stare più spesso fuori, sulla strada, ma sono comunque grato per il tempo in cui riesco a starci. Cerco sempre gli occhi degli estranei, con la macchina fotografica al collo o senza.

 

 

 

 

 

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Intervista con Benedetta Donato

Benedetta Donato è una curatrice indipendente che da molti anni si occupa di fotografia in modo egregio. Con il primo numero del 2016 di EyesOpen! Magazine, inizia la sua collaborazione per questa testata e per questo abbiamo fatto una chiacchierata con lei per farvela conoscere meglio. Formatasi tra Roma e Parigi, è Presidente di pianoBI per cui ha curato e prodotto diversi progetti fotografici. Nel 2010 viene inserita all’interno della lista dei Consulenti Esperti dell’ ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC). Dal 2012 rappresenta la Sezione Donne e Arte nell’ambito di Progetto Donne e Futuro. Già Art Curator in Giart – Società di Art Management e Produzione, che ha ideato e realizzato  FOTOGRAFIA ITALIANA, la serie di otto film sui grandi maestri della fotografia italiana edita da Contrasto e distribuita in tutto il mondo. Collabora con gallerie d’arte contemporanea, istituzioni e manifestazioni di settore come consulente e lettore portfolio. E’ responsabile dei progetti espositivi ed editoriali di Maurizio Galimberti, ha collaborato con Giuseppe Mastromatteo, Niccolò Biddau, Paolo Troilo.

Come è approdata alla fotografia e perché?

Per caso, fui invitata ad una mostra di fotografia. Durante quella visita rimasi colpita perché, per la prima volta, osservavo fotografie diverse da quelle che ero solita vedere pubblicate sui giornali. Erano fotografie che riproducevano il reale, ma caratterizzate da un forte senso estetico. Vidi la fotografia non più solo come documento che registrava la realtà, ma come prodotto artistico. L’autore delle immagini era Mimmo Jodice che ebbi il piacere di conoscere anni dopo.

Ha studiato arte e fotografia e poi scelto di affiancare gli artisti, più che diventare artista lei stessa. Ci spiega la sua scelta?

Non ho mai desiderato diventare un’artista, a me interessavano i fenomeni della società con particolare attenzione riguardo le espressioni artistiche contemporanee. Per questo ho studiato sociologia, approfondendo gli studi in storia dell’arte.

Una volta compreso che la fotografia poteva essere prodotto artistico, ho voluto tentare di capire come ragionava, pensava, sentiva, lavorava un fotografo e così, durante l’università, iniziai a frequentare la scuola di fotografia a Roma, con la consapevolezza che sarei stata una frana in tutto ciò che avesse riguardato la pratica, ma con la volontà di avere cognizione della materia, di acquisire informazioni da ogni punto di vista: storico, critico e tecnico.

Che cosa ha seminato a Parigi e perché ha deciso di tornare? Quali sono le sue attività principali in Italia, attualmente?

A Parigi sono approdata in seguito all’ottenimento di una borsa di studio per completare la formazione universitaria presso la Nouvelle Sorbonne e seguire un corso di critica fotografica all’École du Louvre. È stata una grandissima opportunità per me, anche perché in quegli anni, non esistevano ancora in Italia scuole di critica e storia della fotografia così altamente specializzate e fondate su una grande tradizione. A Parigi e in generale in Francia, mangi pane e fotografia. C’è un’offerta incredibile, non solo a livello formativo, ma nella quantità e qualità di musei e sedi che ospitano mostre fotografiche, di incontri e seminari, di manifestazioni di settore… Pensiamo solo che in Francia sono nati il ParisPhoto e i Rencontres ad Arles, rispettivamente la fiera e il festival di fotografia più antichi del mondo. La fotografia si respira perché è considerata un fatto culturale.

Ho deciso di tornare perché Parigi faceva parte di un momento intenso di approfondimento e di esperienza che volevo proseguire in Italia e precisamente a Roma dove sono rientrata per lavorare in qualità di curatrice in una galleria d’arte e in seguito ho fondato pianoBI.

Ben presto ho compreso che Roma non aveva la freschezza e l’immediatezza di Parigi. Esistevano poche realtà di confronto per la fotografia e una mentalità ancora poco professionale e specializzata da questo punto di vista, mancava la cultura di questa disciplina.

Così ho iniziato a collaborare con altre realtà e a spostarmi perché un curatore freelance deve potersi confrontare con più interlocutori, in diversi territori, ma la Francia continua ad essere un punto fermo per me, in cui tornare spesso e raccogliere nuovi stimoli.

Con quali autori collabora, ci racconta qualcosa di loro?

Collaboro con autori molto diversi fra loro per età, tipo di produzione, linguaggio. Ne cito due rappresentativi: Alberto Alicata, giovane fotografo con il quale abbiamo iniziato a collaborare lo scorso anno e con cui stiamo strutturando un percorso espositivo, il primo per lui, con un progetto che secondo me avrà molto riscontro. Mi piace perché le sue fotografie appaiono leggere, come sintesi e frutto di un grande lavoro di approfondimento e studio da parte del fotografo. Alberto lavora nel campo della fotografia Fashion e questo sarà un po’ il suo debutto in ambito artistico, mi auguro vada bene.

Un altro autore è Maurizio Galimberti, con cui ho iniziato a collaborare qualche anno fa per alcuni progetti che sono poi sfociati in Paesaggio Italia, un lavoro cui sono molto legata perché ne sono nati un libro e una mostra che abbiamo presentato a Venezia. Per un curatore così come per un artista, Venezia rappresenta una direzione verso cui tendere. Sì, perché Galimberti è un artista vero, di quelli che studiano in continuazione, che hanno la necessità di contaminare la propria arte, che nutrono curiosità nei confronti di quello che non conoscono, che sanno anticipare la realtà e interpretarla. Lavorare con lui ti fa prendere consapevolezza di quanto la macchina sia mero strumento, il resto è tutto nella testa!

Con lui è nata una sinergia che ci vede tuttora insieme su alcun progetti: una mostra e una pubblicazione che presenteremo nell’ambito della prossima edizione di PARMA360 Festival della Creatività Contemporanea, un libro antologico su una parte molto importante della produzione del fotografo che riguarderà i suoi celebri ritratti.

Abita a Roma, ma ha collaborazioni in tutta Italia e all’estero. Frequenta gallerie, festival, spazi istituzionali con i quali avvia progetti di valore e scrive per riviste del settore. Sempre in viaggio, o ha anche una sede?

In realtà ho sempre avuto una sede, un piccolo studio nel ghetto ebraico di Roma che ho mantenuto per cinque anni e che, ultimamente, ho deciso di lasciare perché non ci sono mai. Mentre rispondo alle tue domande sono in treno e mi rendo conto che manco da Roma da 20 giorni!

Il movimento fa parte del mio modo d’essere e sta nella logica del mestiere di freelance: spostarsi, muoversi, confrontarsi con nuove e diverse realtà, visitare lo studio di un fotografo per visionare il suo archivio, fare un sopralluogo in un nuovo spazio espositivo, partecipare ad un festival, progettare una mostra per una sede museale o per la galleria con cui sto collaborando in quel momento. Oltre ad assorbire gran parte delle mie energie, tutto questo mi offre nuovi stimoli di approfondimento e ricerca.

Mi fermo solo quando devo scrivere: che si tratti di un testo critico, un articolo o della descrizione di un progetto, allora lì mi fermo, spesso mi isolo e mi concentro unicamente sulla scrittura.

Cosa le piace e cosa non le piace del suo lavoro?

La prima cosa che mi piace del mio lavoro è che rappresenta una scelta costante, mi responsabilizza ogni volta che devo decidere quale nuovo progetto sposare e con quale artista lavorare, è una crescita continua che ti fa capire che mare magnum sia la fotografia e quanto tempo allo studio si debba sempre dedicare.

Non riesco a definire nello specifico cose che non mi piacciono, perchè rammento sempre di essere stata fortunata a poter fare il lavoro che volevo, a poter individuare qual’era l’ambito in cui mi sarebbe piaciuto operare. Certo, i sacrifici non mancano, ma prevale la sensazione di sentirti nel tuo mondo e se c’è qualcosa che non ti piace, cerchi di migliorarla o semplicemente di accettarla, inquadrandola all’interno di un bilancio che è sempre positivo.

Dove sta andando la fotografia oggi? La vede in crisi oppure la pensa diversamente? E cosa si potrebbe fare per migliorarne la percezione?

Posso dire che, rispetto a qualche anno fa, abbiamo imparato a confrontarci con realtà al di fuori dei nostri confini. Non siamo più chiusi nei nostri piccoli feudi a combattere per salvaguardare quelle fette infinitesimali di territorio d’azione. La fotografia, come sappiamo, nasce democratica e il volerla relegare a ristretti gruppi di critici, curatori, giornalisti e fotografi non si rivela più una strategia vincente. Da noi, in Italia, questo tipo di atteggiamento ha prevalso fino a qualche tempo fa. Ora noto che la situazione sta cambiando, che abbiamo preso coscienza di essere un punto in mezzo al mondo, che il confronto è fondamentale, che si vanno a creare nuove sinergie tra interlocutori diversissimi tra loro per esperienza e tipo di progettualità. Non esistono i cenacoli di una volta che rientravano in logiche di quartiere, ma esistono dialoghi che si possono instaurare tra nord e sud, oltreoceano, in Asia con molta più facilità e fluidità rispetto a prima. I nostalgici e qualunquisti ti diranno che la fotografia è in crisi, quasi a decretarne la fine, imputando gran parte della responsabilità all’utilizzo sempre più diffuso degli smartphone.

Sappiamo invece che in ogni esperienza umana la crisi è un’opportunità, un momento fondamentale perché impone una riflessione profonda, ti costringe a rivedere te stesso e ciò che stai facendo, ti suggerisce che forse dovresti mettere in atto una metamorfosi. Certamente esiste una crisi del mercato, che è globale e non riguarda solo la fotografia. Sicuramente in Italia c’è un discorso relativo alla tassazione molto alta che viene applicata sull’acquisto delle opere d’arte che non aiuta. In generale nel mondo si è di fronte al congelamento dei compensi relativamente alla fotografia editoriale.

Siamo di fronte ad un’evoluzione, ad un cambiamento di quello che viene percepito come fotografia.

Trovo che l’abitudine diffusa di dare così tanta importanza fuggevole alle immagini, anche amatoriali, a volte risulti compulsiva, ma che nulla sottragga a chi della fotografia fa mestiere. Questo è un punto fondamentale: la fotografia, quella vera, è un lavoro che presuppone una progettualità, un pensiero costante e profondo, una dedizione come succede in qualunque altro mestiere creativo. Quello che mi piacerebbe accadesse, ed è un pò il senso del mio lavoro, è che si comprendesse come un’immagine o una serie di immagini rappresentino la sintesi di un percorso pieno, denso e che la bravura e l’attitudine del fotografo sia quella di riuscire a rendere questa sintesi. Uno scatto con migliaia di like sui social come instagram o facebook, per me non vuol dire nulla, se non riesco a rintracciare il progetto. Sarà un bello scatto in mezzo a milioni di altri, ma non rimarrà nella mia memoria, fra cento anni non rimarrà e non farà parte della storia della fotografia.

Ci sono, a suo avviso, luoghi più ricettivi alla fotografia, in Italia? E se ci sono, perché lì e non altrove? E cosa accade di diverso, all’estero?

Sì, esistono luoghi deputati più di altri. Città con una più solida tradizione come Venezia, Torino e Milano, ma anche realtà più piccole che stanno nascendo negli ultimi anni, potrei citarti Lucca e ultimamente Pietrasanta e altri centri ancora.

Accade in luoghi dove innanzitutto si realizzano con un certo ritmo, manifestazioni sulla disciplina: fiere, mostre, festival, incontri, dibattiti. Si instaura, intorno alla fotografia, un sistema condiviso che vede interagire il mercato con la critica, le scuole di formazione, le sedi museali e le istituzioni.

All’estero, come ti dicevo prima parlando della Francia, esistono sistemi consolidati, la fotografia viene accettata e considerata come fatto culturale. Non solo, se pensi ad alcune realtà dell’Asia o agli Emirati Arabi, ti rendi conto di quanto il fattore investimenti in cultura abbia il suo peso. Non tanto come capacità d’acquisto all’interno del mercato, come tassazione più agevolata sulle acquisizioni, ma anche come esposizioni che vengono proposte, manifestazioni che vengono organizzate, come offerta formativa e di specializzazione. Anche qui si crea un sistema intorno alla fotografia.

Vede nuove tendenze e nuovi spiragli per questa arte?

Difficile capire quale sarà la direzione per la fotografia. Posso dirti che, rispetto a venti anni fa, la fotografia in senso professionale conta sempre meno fotoamatori, quelli che arrivavano al mestiere attraverso un percorso da autodidatta. Oggi, sempre più persone, entrano in questo mondo dopo aver maturato una scelta che non prevede solo lo studio e la preparazione, ma un ragionamento in senso creativo. Emergono molte più donne rispetto ad un recente passato in cui la fotografia e l’arte in generale erano dominate dagli uomini.

Sono cambiati i contesti operativi e di fruizione: penso alla quantità di piattaforme in cui è possibile presentare e promuovere i propri lavori.

Prende piede inoltre una concezione sempre più astratta della fotografia, sempre più compenetrata in un ambito artistico e sperimentale. Diventa più labile la distinzione tra ricerche prettamente fotografiche e indagini di valenza artistica.

Non so dirti se la soggettività autoriale prevalga perchè viene operata una scelta artistica coerente o se sia un’escamotage creativo di fuga e reazione alle incognite sul futuro che i fotografi stessi avvertono e traducono in senso creativo.

Se dovesse descriversi con solo tre aggettivi, quali sceglierebbe?

Gesù…Non lo so, ci provo in base ad un piccolo sondaggio. Nel lavoro certamente rigida, appassionata, lungimirante (che non so se è un aggettivo, ma nel senso di provare ad avere la visione, di non soffermarmi sull’immediato)

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Ray Giubilo, fotografo (quasi) per caso

Cogliere l’attimo. In fondo la vita è questa e sei fai il fotografo ancor di più. Soprattutto se fai il fotografo (quasi) per caso. Ray Giubilo è australiano di nascita, italiano di famiglia, giramondo per professione. E’ diventato uno dei fotografi più conosciuto di tutto il circuito tennistico mondiale e sapendo che tutto è cominciato con la moda, la cosa è ancor più bizzarra. I suoi lavori sono esposti nelle gallerie più prestigiose del mondo, come la Proud Gallery di Londra e la US Open Gallery di New York perché Ray ha colto l’attimo, il momento giusto, il clic della sua vita come quelli che ogni giorno moltiplica dalla sua macchina fotografica. “Che è una Nikon, perché sempre con quella ho lavorato. Oggi ho due D4S con tutte le lenti possibili. Tranne il fish eye, con quello non ci lavoro”. Scatti, clic, a bordo dei campi da tennis di tutto il pianeta. E tutto perché un giorno suo padre gli disse: “Figlio mio, non stare qui a Trieste, vai a cercare te stesso nel mondo”. Fatto, un anno a Londra e poi via. L’attimo.

Riepilogando Ray.
“Riepilogando tutto è partito da Adelaide, dove sono nato: lì ci finirono nel ’55 i miei genitori da Trieste, partiti come tanti concittadini quando gli americani lasciarono la città. Finirono in Australia e lì ho vissuto fino ai 7 anni”.

Poi il ritorno a casa.
“E’ stata mia madre a volerlo. E così ho fatto le scuole a Trieste fino a iscrivermi a legge: l’università però non mi convinceva e mio padre, che in realtà sarebbe rimasto volentieri in Australia, mi disse appunto di partire”.

Altro clic: Londra.
“Mi sono iscritto ad un college inglese perché volevo perfezionare la lingua, anche se già la conoscevo. Era vicino a Cambridge e in quel college c’era la più grande camera oscura in circolazione. A me erano sempre piaciute le macchine fotografiche e così, quasi per caso, mi iscrissi al corso di fotografia. Ho cominciato così, ma non ancora pensavo diventasse un lavoro”.

Come mai?
“Ebbi la proposta di andare a lavorare alla Qantas, la compagnia aerea. E intanto giocavo molto a tennis. Fu così che arrivai a conoscere Sergio Tacchini che, saputo che volevo tornare in Australia, mi disse che lì non vendeva molto e che gli serviva qualcuno  che gli aprisse il mercato. Mi diede due borse di campionario e partii: dovevo stare sei mesi, rimasi vent’anni”.

Un altro attimo fuggente.
“Proprio così, nella vita bisogna avere anche fortuna,  essere nel posto giusto al momento giusto. E’ un po’ il segreto di noi fotografi”.

 Dunque: di nuovo Australia.
“Conobbi un italiano, Bruno Giagu, un sardo che si era inventato una rivista di moda che diventò quella di grido proprio nel momento del boom. Mi propose di cominciare a fare foto a modelle e sfilate e io ovviamente accettai. Avevo 23-24 anni, una vita fantastica: non guadagnavo molto, ma bastava per campare. E mi divertivo. Tecnicamente però non ero ancora pronto, dovevo fare gavetta: così ebbi l’occasione di fare il terzo assistente di un grande fotografo americano che veniva per le sfilate e se ne portava due da casa. Lì ho imparato tutto sulle luci e sui trucchi e da Giagu invece mi feci insegnare i segreti dell’editing e degli still life. Una vera scuola. Intanto continuavo a giocare a tennis…”.

Che a questo punto entra nella tua vita.
“Grazie a Leo Bassi che mi contatta per la rivista Match Ball: il grande Angelo Tonelli mi avrebbe fatto avere l’accredito per l’Australian Open del 1989. Il mio primo lavoro nello sport”.

Il primo di una nuova vita.
“Portai un po’ della tecnica della moda nel tennis. Fino al ’94 feci solo la stagione australiana, intanto conobbi alcuni grandi campioni come Alexandre, Newcombe e Roche. Giocando a tennis, naturalmente, al circolo di White City. Un giorno Newcombe mi fa: lunedì sei libero? Arriva George. Io dissi: George chi? E lui: ma George Bush! Viene qui a giocare con noi… Insomma, mi ritrovai a scattare il servizio e ad un certo punto Bush mi volle con sé per uno scatto: Vieni Ray, chiamami George, siamo su un campo da tennis… Alla sera durante il galà alcune di quelle immagini furono vendute a 3000 dollari l’una per beneficenza”.

Un vero trampolino di lancio.
“I miei amici campioni a quel punto mi consigliavano in giro dicendo che ero bravo, anche se in realtà non era vero. Quantomeno non ancora. Poi un giorno mi chiama Leo Bassi, diventato addetto sponsor di Tacchini, e mi dice che vuole cambiare fotografo: però devi tornare in Italia, ti do una settimana di tempo per accettare. E io: parto subito. Da lì è cominciata l’avventura”.

Era il periodo in cui si avvicinava al digitale.
“Io ci sono arrivato tardi, all’inizio le macchine costavano un patrimonio e i miei clienti non si fidavano ancora della novità. Ricordo che alle Olimpiadi di Sidney 2000 Fila aveva preso in affitto una copia del Bounty sul quale sfilavano ogni giorni Vip e campioni. La Kodak mi diede una macchina digitale e io scattavo e scattavo…”.

 

Una rivoluzione.
“La vera rivoluzione fu lo scanner portatile della Nikon: prima esisteva solo quello di Hasselblad per le grandi agenzie che costava 100 milioni di allora. Con quello piccolo scanner finalmente si riusciva a vedere il rullino prima di sviluppare… Un’altra grande invenzione è stata l’autofocus: il primo della Nikon F5, nel 1995, ha cambiato il nostro lavoro”.

Soprattutto se c’è da cogliere l’attimo di una partita di tennis.
“AI tempi, quando la messa a fuoco era manuale, c’era un grosso scarto di materiale. Diciamo che in un rullino da 36 ti rimanevano si e no 10 foto. Si andava a occhio, e ancora oggi il vero trucco è quello. Occhio. E fortuna”.

Ad esempio?
“Beh, una delle foto a cui sono più affezionato è una di Venus Williams in Australia ad inizi carriera, quando aveva ancora le treccine. Passai su un terrazzo sopra il campo per caso e la vidi impegnata in un doppio: scattai la foto mentre colpiva un rovescio, l’inclinazione era quella giusta, c’era l’ombra lunga sul campo. E subito capii che era la foto perfetta: quando mi arrivarono i negativi ne ebbi la conferma”.

Il campo da tennis perfetto?
“Ce ne sono molti. Ma il numero 4 di Wimbledon è l’ideale al pomeriggio, quando i giocatori escono dall’ombra ed entrano nella luce. E’ un attimo”

Giocatori difficili da catturare con l’obbiettivo?
“Ah, io odio fotografare Horacio Zeballos, davvero impossibile avere un bello scatto con lui. E anche Almagro, tranne quando colpisce di rovescio. Dei big i migliori sono Nadal e Federer, e il rovescio di Wawrinka. Djokovic un po’ meno: solo quando si allunga in spaccata sul dritto”.

Il tuo vecchio studio in Australia?
“Non c’è più, ormai il mio ufficio è il mondo. Se mi serve lo affitto. Ora lavoro per aziende come Lotto, Volk, Fila e per l’Itf, per la quale seguo Coppa Davis, Fed Cup, il tour Senior. Presto andrò in Turchia per la conferenza mondiale dei coach di tennis”.

Fotografi mai col cellulare?
“Ogni tanto mi capita, con gli amici. Ma ho un modello non aggiornato di iPhone, ho visto che il 6 fa cose effettivamente belle. E poi ho una piccola Fujifilm che utilizzo per gli scatti veloci”.

Ma la macchina fotografica ideale?
“Io amo le Leica, stavo per prendere la M4 ma c’è qualcosa che non mi convince. E allora forse mi tolgo lo sfizio: una M6 con il 50mm F/1 Noctilux. Solo motore e rullino. Perché l’argento del rullino non si potrà sostituire mai”.