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Intervista con Benedetta Donato

Benedetta Donato è una curatrice indipendente che da molti anni si occupa di fotografia in modo egregio. Con il primo numero del 2016 di EyesOpen! Magazine, inizia la sua collaborazione per questa testata e per questo abbiamo fatto una chiacchierata con lei per farvela conoscere meglio. Formatasi tra Roma e Parigi, è Presidente di pianoBI per cui ha curato e prodotto diversi progetti fotografici. Nel 2010 viene inserita all’interno della lista dei Consulenti Esperti dell’ ICCD – Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC). Dal 2012 rappresenta la Sezione Donne e Arte nell’ambito di Progetto Donne e Futuro. Già Art Curator in Giart – Società di Art Management e Produzione, che ha ideato e realizzato  FOTOGRAFIA ITALIANA, la serie di otto film sui grandi maestri della fotografia italiana edita da Contrasto e distribuita in tutto il mondo. Collabora con gallerie d’arte contemporanea, istituzioni e manifestazioni di settore come consulente e lettore portfolio. E’ responsabile dei progetti espositivi ed editoriali di Maurizio Galimberti, ha collaborato con Giuseppe Mastromatteo, Niccolò Biddau, Paolo Troilo.

Come è approdata alla fotografia e perché?

Per caso, fui invitata ad una mostra di fotografia. Durante quella visita rimasi colpita perché, per la prima volta, osservavo fotografie diverse da quelle che ero solita vedere pubblicate sui giornali. Erano fotografie che riproducevano il reale, ma caratterizzate da un forte senso estetico. Vidi la fotografia non più solo come documento che registrava la realtà, ma come prodotto artistico. L’autore delle immagini era Mimmo Jodice che ebbi il piacere di conoscere anni dopo.

Ha studiato arte e fotografia e poi scelto di affiancare gli artisti, più che diventare artista lei stessa. Ci spiega la sua scelta?

Non ho mai desiderato diventare un’artista, a me interessavano i fenomeni della società con particolare attenzione riguardo le espressioni artistiche contemporanee. Per questo ho studiato sociologia, approfondendo gli studi in storia dell’arte.

Una volta compreso che la fotografia poteva essere prodotto artistico, ho voluto tentare di capire come ragionava, pensava, sentiva, lavorava un fotografo e così, durante l’università, iniziai a frequentare la scuola di fotografia a Roma, con la consapevolezza che sarei stata una frana in tutto ciò che avesse riguardato la pratica, ma con la volontà di avere cognizione della materia, di acquisire informazioni da ogni punto di vista: storico, critico e tecnico.

Che cosa ha seminato a Parigi e perché ha deciso di tornare? Quali sono le sue attività principali in Italia, attualmente?

A Parigi sono approdata in seguito all’ottenimento di una borsa di studio per completare la formazione universitaria presso la Nouvelle Sorbonne e seguire un corso di critica fotografica all’École du Louvre. È stata una grandissima opportunità per me, anche perché in quegli anni, non esistevano ancora in Italia scuole di critica e storia della fotografia così altamente specializzate e fondate su una grande tradizione. A Parigi e in generale in Francia, mangi pane e fotografia. C’è un’offerta incredibile, non solo a livello formativo, ma nella quantità e qualità di musei e sedi che ospitano mostre fotografiche, di incontri e seminari, di manifestazioni di settore… Pensiamo solo che in Francia sono nati il ParisPhoto e i Rencontres ad Arles, rispettivamente la fiera e il festival di fotografia più antichi del mondo. La fotografia si respira perché è considerata un fatto culturale.

Ho deciso di tornare perché Parigi faceva parte di un momento intenso di approfondimento e di esperienza che volevo proseguire in Italia e precisamente a Roma dove sono rientrata per lavorare in qualità di curatrice in una galleria d’arte e in seguito ho fondato pianoBI.

Ben presto ho compreso che Roma non aveva la freschezza e l’immediatezza di Parigi. Esistevano poche realtà di confronto per la fotografia e una mentalità ancora poco professionale e specializzata da questo punto di vista, mancava la cultura di questa disciplina.

Così ho iniziato a collaborare con altre realtà e a spostarmi perché un curatore freelance deve potersi confrontare con più interlocutori, in diversi territori, ma la Francia continua ad essere un punto fermo per me, in cui tornare spesso e raccogliere nuovi stimoli.

Con quali autori collabora, ci racconta qualcosa di loro?

Collaboro con autori molto diversi fra loro per età, tipo di produzione, linguaggio. Ne cito due rappresentativi: Alberto Alicata, giovane fotografo con il quale abbiamo iniziato a collaborare lo scorso anno e con cui stiamo strutturando un percorso espositivo, il primo per lui, con un progetto che secondo me avrà molto riscontro. Mi piace perché le sue fotografie appaiono leggere, come sintesi e frutto di un grande lavoro di approfondimento e studio da parte del fotografo. Alberto lavora nel campo della fotografia Fashion e questo sarà un po’ il suo debutto in ambito artistico, mi auguro vada bene.

Un altro autore è Maurizio Galimberti, con cui ho iniziato a collaborare qualche anno fa per alcuni progetti che sono poi sfociati in Paesaggio Italia, un lavoro cui sono molto legata perché ne sono nati un libro e una mostra che abbiamo presentato a Venezia. Per un curatore così come per un artista, Venezia rappresenta una direzione verso cui tendere. Sì, perché Galimberti è un artista vero, di quelli che studiano in continuazione, che hanno la necessità di contaminare la propria arte, che nutrono curiosità nei confronti di quello che non conoscono, che sanno anticipare la realtà e interpretarla. Lavorare con lui ti fa prendere consapevolezza di quanto la macchina sia mero strumento, il resto è tutto nella testa!

Con lui è nata una sinergia che ci vede tuttora insieme su alcun progetti: una mostra e una pubblicazione che presenteremo nell’ambito della prossima edizione di PARMA360 Festival della Creatività Contemporanea, un libro antologico su una parte molto importante della produzione del fotografo che riguarderà i suoi celebri ritratti.

Abita a Roma, ma ha collaborazioni in tutta Italia e all’estero. Frequenta gallerie, festival, spazi istituzionali con i quali avvia progetti di valore e scrive per riviste del settore. Sempre in viaggio, o ha anche una sede?

In realtà ho sempre avuto una sede, un piccolo studio nel ghetto ebraico di Roma che ho mantenuto per cinque anni e che, ultimamente, ho deciso di lasciare perché non ci sono mai. Mentre rispondo alle tue domande sono in treno e mi rendo conto che manco da Roma da 20 giorni!

Il movimento fa parte del mio modo d’essere e sta nella logica del mestiere di freelance: spostarsi, muoversi, confrontarsi con nuove e diverse realtà, visitare lo studio di un fotografo per visionare il suo archivio, fare un sopralluogo in un nuovo spazio espositivo, partecipare ad un festival, progettare una mostra per una sede museale o per la galleria con cui sto collaborando in quel momento. Oltre ad assorbire gran parte delle mie energie, tutto questo mi offre nuovi stimoli di approfondimento e ricerca.

Mi fermo solo quando devo scrivere: che si tratti di un testo critico, un articolo o della descrizione di un progetto, allora lì mi fermo, spesso mi isolo e mi concentro unicamente sulla scrittura.

Cosa le piace e cosa non le piace del suo lavoro?

La prima cosa che mi piace del mio lavoro è che rappresenta una scelta costante, mi responsabilizza ogni volta che devo decidere quale nuovo progetto sposare e con quale artista lavorare, è una crescita continua che ti fa capire che mare magnum sia la fotografia e quanto tempo allo studio si debba sempre dedicare.

Non riesco a definire nello specifico cose che non mi piacciono, perchè rammento sempre di essere stata fortunata a poter fare il lavoro che volevo, a poter individuare qual’era l’ambito in cui mi sarebbe piaciuto operare. Certo, i sacrifici non mancano, ma prevale la sensazione di sentirti nel tuo mondo e se c’è qualcosa che non ti piace, cerchi di migliorarla o semplicemente di accettarla, inquadrandola all’interno di un bilancio che è sempre positivo.

Dove sta andando la fotografia oggi? La vede in crisi oppure la pensa diversamente? E cosa si potrebbe fare per migliorarne la percezione?

Posso dire che, rispetto a qualche anno fa, abbiamo imparato a confrontarci con realtà al di fuori dei nostri confini. Non siamo più chiusi nei nostri piccoli feudi a combattere per salvaguardare quelle fette infinitesimali di territorio d’azione. La fotografia, come sappiamo, nasce democratica e il volerla relegare a ristretti gruppi di critici, curatori, giornalisti e fotografi non si rivela più una strategia vincente. Da noi, in Italia, questo tipo di atteggiamento ha prevalso fino a qualche tempo fa. Ora noto che la situazione sta cambiando, che abbiamo preso coscienza di essere un punto in mezzo al mondo, che il confronto è fondamentale, che si vanno a creare nuove sinergie tra interlocutori diversissimi tra loro per esperienza e tipo di progettualità. Non esistono i cenacoli di una volta che rientravano in logiche di quartiere, ma esistono dialoghi che si possono instaurare tra nord e sud, oltreoceano, in Asia con molta più facilità e fluidità rispetto a prima. I nostalgici e qualunquisti ti diranno che la fotografia è in crisi, quasi a decretarne la fine, imputando gran parte della responsabilità all’utilizzo sempre più diffuso degli smartphone.

Sappiamo invece che in ogni esperienza umana la crisi è un’opportunità, un momento fondamentale perché impone una riflessione profonda, ti costringe a rivedere te stesso e ciò che stai facendo, ti suggerisce che forse dovresti mettere in atto una metamorfosi. Certamente esiste una crisi del mercato, che è globale e non riguarda solo la fotografia. Sicuramente in Italia c’è un discorso relativo alla tassazione molto alta che viene applicata sull’acquisto delle opere d’arte che non aiuta. In generale nel mondo si è di fronte al congelamento dei compensi relativamente alla fotografia editoriale.

Siamo di fronte ad un’evoluzione, ad un cambiamento di quello che viene percepito come fotografia.

Trovo che l’abitudine diffusa di dare così tanta importanza fuggevole alle immagini, anche amatoriali, a volte risulti compulsiva, ma che nulla sottragga a chi della fotografia fa mestiere. Questo è un punto fondamentale: la fotografia, quella vera, è un lavoro che presuppone una progettualità, un pensiero costante e profondo, una dedizione come succede in qualunque altro mestiere creativo. Quello che mi piacerebbe accadesse, ed è un pò il senso del mio lavoro, è che si comprendesse come un’immagine o una serie di immagini rappresentino la sintesi di un percorso pieno, denso e che la bravura e l’attitudine del fotografo sia quella di riuscire a rendere questa sintesi. Uno scatto con migliaia di like sui social come instagram o facebook, per me non vuol dire nulla, se non riesco a rintracciare il progetto. Sarà un bello scatto in mezzo a milioni di altri, ma non rimarrà nella mia memoria, fra cento anni non rimarrà e non farà parte della storia della fotografia.

Ci sono, a suo avviso, luoghi più ricettivi alla fotografia, in Italia? E se ci sono, perché lì e non altrove? E cosa accade di diverso, all’estero?

Sì, esistono luoghi deputati più di altri. Città con una più solida tradizione come Venezia, Torino e Milano, ma anche realtà più piccole che stanno nascendo negli ultimi anni, potrei citarti Lucca e ultimamente Pietrasanta e altri centri ancora.

Accade in luoghi dove innanzitutto si realizzano con un certo ritmo, manifestazioni sulla disciplina: fiere, mostre, festival, incontri, dibattiti. Si instaura, intorno alla fotografia, un sistema condiviso che vede interagire il mercato con la critica, le scuole di formazione, le sedi museali e le istituzioni.

All’estero, come ti dicevo prima parlando della Francia, esistono sistemi consolidati, la fotografia viene accettata e considerata come fatto culturale. Non solo, se pensi ad alcune realtà dell’Asia o agli Emirati Arabi, ti rendi conto di quanto il fattore investimenti in cultura abbia il suo peso. Non tanto come capacità d’acquisto all’interno del mercato, come tassazione più agevolata sulle acquisizioni, ma anche come esposizioni che vengono proposte, manifestazioni che vengono organizzate, come offerta formativa e di specializzazione. Anche qui si crea un sistema intorno alla fotografia.

Vede nuove tendenze e nuovi spiragli per questa arte?

Difficile capire quale sarà la direzione per la fotografia. Posso dirti che, rispetto a venti anni fa, la fotografia in senso professionale conta sempre meno fotoamatori, quelli che arrivavano al mestiere attraverso un percorso da autodidatta. Oggi, sempre più persone, entrano in questo mondo dopo aver maturato una scelta che non prevede solo lo studio e la preparazione, ma un ragionamento in senso creativo. Emergono molte più donne rispetto ad un recente passato in cui la fotografia e l’arte in generale erano dominate dagli uomini.

Sono cambiati i contesti operativi e di fruizione: penso alla quantità di piattaforme in cui è possibile presentare e promuovere i propri lavori.

Prende piede inoltre una concezione sempre più astratta della fotografia, sempre più compenetrata in un ambito artistico e sperimentale. Diventa più labile la distinzione tra ricerche prettamente fotografiche e indagini di valenza artistica.

Non so dirti se la soggettività autoriale prevalga perchè viene operata una scelta artistica coerente o se sia un’escamotage creativo di fuga e reazione alle incognite sul futuro che i fotografi stessi avvertono e traducono in senso creativo.

Se dovesse descriversi con solo tre aggettivi, quali sceglierebbe?

Gesù…Non lo so, ci provo in base ad un piccolo sondaggio. Nel lavoro certamente rigida, appassionata, lungimirante (che non so se è un aggettivo, ma nel senso di provare ad avere la visione, di non soffermarmi sull’immediato)

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