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Mostra – Ilaria Abbiento, Καρδια.

Inaugura il prossimo 31 luglio, presso Plaza Project Art Room (Hotel Plaza e De Russie, piazza D’Azeglio 1, Viareggio, Lucca, la personale di Ilaria Abbiento dal titolo Καρδια. Resterà aperta fino al 3 ottobre 2021.

Capraia è un’isola vulcanica, l’unica dell’arcipelago toscano.

La prima eruzione, circa nove milioni di anni fa, provocò un violento terremoto e metà dell’isola sprofondò nel mare.

 

καρδια è un lavoro elaborato durante una residenza d’artista sull’isola di Capraia, Plaza Art Residency

a cura di Claudio Composti, mc2gallery.

Il corpo del lavoro si compone di alcune opere fotografiche, una pietra vulcanica, un mareografo costruito con un elettrocardiogramma registrato sull’isola e un video, un diario e due antiche carte nautiche di Capraia dipinte a mano con il rame.

 

Riprendiamo qui alcuni appunti della stessa autrice:

 

[καρδιά, dal greco antico, vuol dire cuore.]

ho mal d’amore

Osservo da giorni la carta nautica di Capraia. Il mio sguardo, che segue le dolci linee di costa, d’un tratto

s’incanta sui frammenti delle rive e il profilo dell’isola mi appare come i contorni di un cuore lacerato.

Mi chiedo se le mie fratture collimino con le erosioni dell’isola.

 

Capraia, febbraio 2020

L’isola è un cuore sospeso sull’acqua.

Dal mare mi infiltro nelle sue arterie.

 

La percorro nei suoi molteplici sentieri.

La polvere vulcanica, le pietre sanguigne che ho ritrovato e le lesioni nei suoi bordi forse sono la verifica di

ciò che avevo immaginato. Registro la mia presenza sull’isola con il diagramma del mio ritmo cardiaco,

un mareografo immaginario che si accorda all’ondeggiare del mare e pulsa come la luce che lampeggia dalla lanterna del faro.

Nell’assenza di un segnale imparo a leggere il vento e ascoltare il mare, dolce anestetico di ogni mio dolore.

Così l’oceano, che circonda l’isola e il mio cuore, rimarginerà, almeno in parte, le vermiglie abrasioni.

 

Mentre il mio cuore prova a guarire, quello di mio padre sta per fermarsi.

 

φιλικῶς

con amore.

 

 

Claudio Composti

 

“Ognuno rinasce ogni giorno. Non sapremo mai se la conseguenza di quello che ci accade ci porta da una parte o dall’altra…credo nel “giusto tempo” anche nell’accettare quel tempo… e accettare quello che c’è”.

(Ezio Bosso, compositore – 1971/2020)

 

La sincronicità è un principio di nessi acausali che consiste in un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro, ma non in maniera causale, cioè non in modo tale che l’uno influisca materialmente sull’altro, bensì come due orologi che siano stati sincronizzati su una stessa ora.

Così ha fatto Ilaria Abbiento, sincronizzando il battito del suo cuore ad ogni passo fatto per i sentieri lungo la costa dell’isola di Capraia. E non solo. Ha trascorso lì un periodo, in inverno, da sola, per una residenza d’artista… “Registro la mia presenza sull’isola con il diagramma del mio ritmo cardiaco, un mareografo immaginario che si accorda all’ondeggiare del mare e pulsa come la luce che lampeggia dalla lanterna del faro…”.  Le rosse “vene” rocciose che solcano questa isola di origine vulcanica sembrano darle ragione. Mappandone le linee di costa, si è spinta prima del tramonto fino in cima al faro, di fronte alla lanterna spenta fino a che, improvvisamente, si è accesa, come un cuore che improvvisamente torna a battere. E illumina. Unica luce per i marinai nella notte o nella tempesta, in quel buio che a volte arriva troppo presto nella vita di ognuno. Ha studiato le carte nautiche dell’isola, scorgendo nelle sue linee la forma di un cuore appoggiato sul mare, di cui ha scoperto essersi persi dei pezzi di costa in passato, sprofondati nel mare in seguito ad eruzioni… “Osservo da giorni la carta nautica di Capraia. Il mio sguardo, che segue le dolci linee di costa, d’un tratto s’incanta sui frammenti delle rive e il profilo dell’isola mi appare come i contorni di un cuore lacerato. Mi chiedo se le mie fratture collimino con le erosioni dell’isola” scrive nel suo diario di bordo immaginario, capitano esperto di un viaggio dell’anima. Pezzi di “cuore” perduti, ricuciti con la sua arte e il suo amore viscerale per il mare, che la aiutano a tracciare nuove rotte per navigare tra le isole del suo arcipelago interiore, come lo chiama lei e a lenire le sue ferite del cuore. Quelle che lascia la vita, quando accade…“Così l’oceano, che circonda l’isola e il mio cuore, rimarginerà, almeno in parte, le vermiglie abrasioni. Mentre il mio cuore prova a guarire, quello di mio padre sta per fermarsi.” E si ferma. Sincronicità.

Καρδια assume così una forte valenza personale e simbolica che rende omaggio al ciclo della vita e all’amore puro, di cuore, che vive all’unisono di gesti e silenzi, distanze e parole, in un tempo tutto suo, sincronico, oltre la nostra volontà. Il “giusto tempo”. Dante, nella Divina Commedia, descrive Ulisse come chi, ubbidendo al suo destino di curioso giramondo, “per seguir virtute e canoscenza” ha ripreso il mare una volta giunto a Itaca e ha varcato le Colonne d’Ercole, giungendo ai piedi del monte Purgatorio. Ilaria Abbiento si fa mare e ci naviga, novella Ulisse, in quel viaggio che chiamiamo vita, in cerca della propria isola interiore dove approdare e da cui, forse, non ripartire. E traccia per noi nuove rotte sulle coordinate della sua poesia e del suo amore folle e irresistibile per il mare. Da batticuore.

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In Val di Non è aperta la mostra “A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali in Long, Fulton, Griffin, Girardi”

di Barbara Silbe

C’è una valle alpina molto fotogenica, ideale per incursioni dedicate al paesaggio, al trekking fotografico, al buon cibo e alla cultura. Si tratta della Val di Non, provincia di Trento, un’ampia visuale dolomitica che si snoda tra il Brenta e il fiume Noce da Mezzolombardo fino a Cles. Sui pendii di queste montagne si coltivano le mele più buone del mondo, mentre non tutti sanno che questa terra ospita ben 43 antichi manieri e dimore storiche oggi visitabili: Castel Valer, Castel Nanno, Castel Coredo, Castel Belasi, Castel Thun, Palazzo Nero… edifici possenti che custodiscono tesori e storia, alcuni dei quali recentemente restaurati. Sono tra i meglio conservati di tutto l’arco alpino e la loro riapertura al pubblico li ha visti trasformarsi in un bellissimo spazio espositivo diffuso che, fino al 30 ottobre, ospiterà la mostra collettiva “A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali in Long, Fulton, Griffin, Girardi”, prevalentemente incentrata su opere, per lo più inedite, provenienti dalla prestigiosa Collezione Panza di Biumo, dove pittura, grafica, scultura, installazioni, fotografia e videoarte dialogano tra loro e con gli spettatori.

A Castel Belasi, edificio affrescato tardo duecentesco legato alla famiglia nobile famiglia Kuhen, recentemente restaurato e fulcro della mostra, sono ospitate 21 opere: 15 sono inedite e 6 sono state parte della Collezione Guggenheim New York dal 1996 al 2003. Il filo conduttore, pensato come un dialogo tra il territorio, i suoi castelli e le opere, è la pratica del camminare quale esperienza estetica. Oltre a quelli di Richard Long, Hamish Fulton e Ron Griffini, a Castel Belasi, sarà presentata una serie di lavori di Daniele Girardi. Castel Valer, Castel Nanno e Castel Coredo gli altri manieri coinvolti dal percorso espositivo che ospiteranno altri pezzi, quaderni d’artista e approfondimenti.

A cura di Jessica Bianchera, Pietro Caccia Dominioni e Gabriele Lorenzoni.

Un’estate in castello

Oltre a una parte del percorso espositivo della mostra, Castel Valer, il fiore all’occhiello tra i manieri della Val di Non, propone novità interessanti: autentico scrigno di tesori, abitato ininterrottamente alla famiglia Spaur dal XIV secolo, da quest’anno oltre alle visite guidate sarà possibile partecipare a una serie di attività culturali, gastronomiche e didattiche, nonché organizzare eventi privati. Le aree fiabesche come il giardino, la loggia o il salone degli stemmi, faranno da cornice alle tante proposte ideate per gli ospiti.

Se prima valeva la pena raggiungere questo luogo anche solo per farsi incantare dall’imponente bellezza della struttura, con la sua torre ottagonale, unica in tutto il Nord Italia, che svetta tra i filari di melo, con queste nuove iniziative sarà possibile immergersi da protagonisti nei magnifici spazi di uno dei castelli più ricchi di elementi originali di tutte le Alpi.

Castel Belasi, che ospiterà, appunto, il cuore della mostra, si mette in evidenza anche per gli affreschi del Cinquecento che richiamano il modello decorativo del refettorio del castello del Buonconsiglio di Trento. Sottoposto a recente restauro ha ritrovato importanti decorazioni intorno alle porte dei saloni e ha svelato una facciata affrescata di notevole fattura. In questa sede si troveranno una selezione di lavori per lo più inediti di Long, Fulton e Griffin appartenenti alla Panza Collection.

Altro maniero visitabile sarà Castel Nanno, che si presenta come un’elegante residenza cinquecentesca, manifestando con chiarezza alterne fasi di uso e abbandono. L’edificio è stato, infatti, villa fortificata di campagna, a riparo della famiglia Madruzzo, caserma austro ungarica, ricovero coatto delle truppe italiane durante la Grande Guerra e deposito utile al lavoro nei campi.

Dimora dalle antiche origini, protagonista dell’estate della Val di Non in castello, è anche Castel Coredo, austero palazzo documentato per la prima volta nel 1291, che oggi ha l’aspetto di una dimora signorile settecentesca in cui sono ben visibili le stratificazioni del tempo e che ospita, tra le altre ricchezze, un ritratto di bambina del pittore trentino Bartolomeo Bezzi e la prima edizione del celebre Dioscoride, un trattato miniato di botanica stampato a Venezia nel 1565 del medico Pietro Andrea Mattioli, che soggiornò a lungo a Trento e in Val di Non.

Non perdete infine l’occasione per andare a Castel Thun, definito tra i più bei manieri medievali di tutta la Penisola e sottoposto a un lungo restauro. Immerso tra i meleti, svetta con la sua imponenza e racchiude tesori, mobili, pezzi d’arte, armi, porcellane che consentono un vero viaggio nel tempo. Che sia per vederli tutti insieme, uniti anche dal percorso espositivo legato alla mostra, o per ammirarne anche uno soltanto, i castelli della Val di Non costituiranno un ulteriore motivo per scegliere la valle trentina per un weekend fotografico e culturale o per un periodo di relax all’aria aperta con le Dolomiti di Brenta, patrimonio UNESCO, a fare da sfondo.

Info sulla mostra e sui castelli della Val di Non: www.castellivaldinon.it

Info turistiche: www.visitvaldinon.it

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“Rovine”, la prima semi-retrospettiva di Nicholas Party al MASI Lugano LAC

di Fabrizio Bonfanti

Avevamo già parlato del MASI di Lugano in occasione della collettiva “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940”. Questa volta siamo tornati lì per la pittura, segnatamente per l’inaugurazione della mostra “Rovine” di Nicholas Party. L’artista svizzero presenta la sua prima semi-retrospettiva, come l’ha definita lui stesso, nel bellissimo spazio del MASI. L’esposizione ospita 31 lavori a pastello e 4 sculture alcune opere provengono da collezionisti provati e rappresentano il lavoro degli ultimi dieci anni dell’artista svizzero, mentre altre sono state realizzate per la mostra come lo stesso spazio espositivo è stato progettato da Party stesso. Lui è solito costruire le sue mostre adattando gli spazi ospitanti diventato essi stessi parte dell’elaborato artistico.

Party ha completamente ridisegnato lo spazio seminterrato creando un percorso che è opera d’arte esso stesso. I visitatori possono immergersi in una cattedrale di colori brillanti guidati dal tragitto che li porta a scoprire il suo lavoro. Sono accolti da due sculture di teste giganti e poi vengono subito rapiti dalle tele presenti nelle sale successive. I temi sono quelli classici della pittura: il paesaggio, il ritratto e la natura morta, sorta di archetipi artistici, che Party interpreta con i tratti dei sui pastelli dai colori strabilianti e pop.

Le rappresentazioni sono immaginarie e non fanno riferimento a luoghi od oggetti specifici, sono tuttavia riconoscibili e diventano lo strumento per dell’espressione creativa dell’artista.

Esternamente al percorso vi sono 4 opere ispirate al pittore simbolista svizzero Arnold Bocklin (1827-1901) dove vi sono rappresentati paesaggi in disfacimento, da qui il nome “Rovine” della mostra, ospitate in un ambiente cupo che contrasta nettamente con il resto dell’esposizione

Il tema “Rovine” per Party rappresenta tuttavia il cambiamento, la transizione da uno stato all’altro.

In altre due sale si avvale della tecnica del trompe l’oeil dipingendo le pareti e le campiture in finto marmo policromo realizzate in collaborazione con l’artista Sarah Margnetti.

La mostra è un’immersione completa nel mondo di Party per certi versi straniante, è un viaggio in cui le opere e lo spazio espositivo dialogano offrendo nuove possibilità di lettura.

Definire il MASI un museo è tuttavia riduttivo, sarebbe più corretto chiamarlo un centro di aggregazione culturale: nell’auditorio all’aperto in estate vengono organizzati concerti e letture, mentre le altre sale ospitano la sopracitata mostra “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940, che è un prezioso scrigno di fotografie vintage raccolte dal collezionista Thomas Walther , attualmente di proprietà del MOMA di New York. Si possono ammirare capolavori della fotografia originali difficilmente visibili data la loro delicatezza, normalmente custodite nell’istituzione museale newyorkese. Il prima piano invece ospita una mostra di pittura dal titolo “Sentimento e osservazione, arte in Ticino 1850-1950″ che raccoglie capolavori dal Realismo al Surrealismo nella regione, tra i quali anche pezzi di Sironi e Giacometti.

La mostra di Party sarà visitabile fino al 9 gennaio 2022 ed è a cura del direttore del MASI Tobia Bezzola e di Francesca Bernasconi.

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Portfolio – Federica Malgrati, L’eleganza del saper sentire

Un fiore che si schiude, è questa la prima metafora evocata dalla serie di Federica Malgrati. Bianco bocciolo fatto di carne e sangue e pensieri, che lentamente, morbidamente, si apre e svela molti dei temi cari a questa giovane autrice. Celati tra le pieghe di una lettura puramente estetica, ci sono grandi interrogativi, emozioni, la timidezza che si scioglie e lascia spazio a una verità talmente abbagliante da non lasciare neanche un dubbio. Nessun intento voyeuristico muove il suo sguardo. Piuttosto è teso a cogliere ogni sfumatura che i gesti sottolineano. Mostrare se stessi costa fatica, tanto più se si cerca di rendere il concetto ritraendo il corpo di una modella con una fotocamera. Sapientemente altalenante tra l’io interiore e il suo soggetto, Federica in fondo ci consegna un frammento che le appartiene. E con queste parole spiega il portfolio che pubblichiamo:

Si dice che la delicatezza sia l’eleganza del saper sentire sottilmente lo stato d’animo degli altri.

Lo schiudersi al mondo può essere un processo lento.

Richiede tempistiche differenti per ciascuna persona.

Ci si apre spontaneamente? Ci si nasconde? Si è titubanti nel mostrarsi?

A volte si ha paura di essere giudicati. O criticati.

Ognuno di noi ha una risposta intima e personale a questi interrogativi.

Ma universalmente la delicatezza sa spogliare dalle proprie paure.

Accarezza dolcemente, ma si spinge a fondo.

Così a fondo da toccare l’animo. Lavarlo dai timori. Renderlo lieve. Leggero.

Fin tanto che ci si sente pronti a mostrarsi. Così come si è.

(Federica Malgrati)

 

Note biografiche

Federica Malgrati è nata nel 1979 a Milano, città nella quale tuttora vive. Da sempre desiderosa di conoscere differenti culture, effettua numerosi viaggi. Si avvicina così inizialmente alla fotografia di reportage.

Scopre una nuova passione, un mondo da esplorare. Decide di frequentare l’Istituto Italiano di Fotografia, dove ha modo di sperimentare diversi generi fotografici. Si rende conto di voler utilizzare la fotografia come mezzo per entrare in empatia con le persone e unire un’altra sua grande passione, quella per la moda. Si sta attualmente specializzando in fashion photography presso l’Istituto Europeo di Design.

 

Contatto instagram: @federicamalgrati

 

Modella: Clelia Bastari

Contatto Instagram: @cleliabastari

Sito: www.cleliabastari.com 

 

 

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Libri – Vaia, viaggio consapevole dentro un disastro

di Barbara Silbe

Ci sono stata, a vedere quello sfacelo. Venti fortissimi di scirocco, tra il 26 e il 30 ottobre del 2018, hanno sferzato le Dolomiti trasformando antiche foreste di conifere in un cumulo di macerie. Il colpo d’occhio era impressionante: milioni di alberi schiantati al suolo da un uragano, evento estremo che normalmente si verifica nelle zone tropicali del mondo. Solo a guardarle mancava il fiato, veniva da piangere. E’ colpa nostra, pensai subito. Per aver riscaldato il posto che ci ospita, sfruttato le sue risorse, comportandoci come il peggior predatore del pianeta Terra. Mi venne in mente che quelle piante accatastate erano esseri viventi e che quello era un immenso cimitero. Oggi,  sfogliando il libro di Manuel Cicchetti edito da The Music Company, scopro che lui quei pini spezzati, sradiacati, li ha chiamati per nome, uno ad uno, come si fa col gatto di casa, con ogni vecchio amico. Nomi, e peculiarità, caratteri, occupazioni, come se li avesse incontrati e ci avesse parlato davvero, lungo il suo girovagare nella desolazione. Le sue immagini in bianco e nero, le parole tra le pagine, cariche di implicazioni emotive ed estetiche, sembrano voler restituire memoria a quegli abeti, come a dirci di ascoltarli, rispettarli, riconnetterci con loro.

“Mi chiamo Fioretto, perché gli ultimi metri della mia cima sono esili e ondeggiano al vento come se fossi un tiratore di  scherma che combatte contro il vento. Quando si placa il soffio riposo, pronto per la prossima sfida. Quei fendenti leggeri ora non sono più, la mia lama è stata spezzata e nessuno potrà più forgiarla di nuovo. Non era lo stesso vento che giocava con me quel giorno, ma un turbine iroso, ho pensato, mentre cedevo di schianto”. 

Personificandoli, ce li rende amici, parenti e, come in una Spoon River dei boschi, li fa ritornare a noi. Le fotografie ritraggono gli alberi ormai caduti, ma quale grido avrebbero potuto lanciare, un attimo prima della fine? Se già la testimonianza fotografica dà voce a quelle piante, il lavoro va oltre, ed è affidato al giornalista Angelo Miotto il compito di immaginare l’ultimo pensiero di RadiceTorta, Fioretto, FustoDritto, Corteccia, TanaFelice e molti altri cui vuole conferire l’onore di un nome proprio, portando al lettore il loro ultimo messaggio.

L’intervento scritto dell’autore, a corredo delle immagini racchiuse in questo volume, si intitola “Dar voce a quella natura”: una raccolta di pensieri che raccontano le ragioni di questa indagine tra poesia e denuncia e suggeriscono molto riguardo al suo amore per l’ambiente. Cicchetti ricorda le parole pronunciate da Ansel Adams di fronte al Comitato Democratico il 24 agosto del 1968: “Il terribile problema che abbiamo ora di fronte a noi è come salvare questo pianeta perché sia un mondo in cui poter vivere. La tutela dell’ambiente è implicitamente più importante della guerra e della pace, della politica, del razzismo, dei problemi e delle gelosie nazionali e internazionali. Se i principi di base dell’ecologia, naturale e umana, non vengono ascoltati, l’uomo è sicuramente condannato”.  A decenni di distanza, ancora attuali e dannatamente inascoltate.

Vaia. Viaggio consapevole dentro un disastro

Formato: 30 x 24 cm Lingue: Ita, En, Es
Stampa: Offset Copertina: cartonata
Carte: multiple Fedrigoni Tatami e Materica
Rilegatura: Svizzera
Sestini: Si
Progetto grafico: Massimo Fiameni
Prefazione: Denis Curti
Stampa: Faenza Group
Prezzo di copertina: 40 euro
Patrocini: Comune di Belluno, Fondazione Teatri delle Dolomiti, Festival Oltre le Vette

Note biografiche

– Manuel Cicchetti – fotografo (1969)

Inizia a fotografare sin da ragazzo. Nei primi anni ’90 opera in ambito musicale realizzando copertine per la BMG, EMI e CNI. Lavora come fotografo di scena per importanti teatri, compagnie teatrali, orchestre e festival.

Nel 1999 Filippo Del Corno gli propone di realizzare per I Cantieri d’Arte Internazionali di Montepulciano la scenografia e la regia dell’opera Sulla Corda più Alta (“On the high wire”) di Philippe Petit. Sempre con Del Corno nel 2001 segue la regia dell’opera per il teatro “Orfeo a fumetti” (testo: Dino Buzzati da “Poema a fumetti”), in scena per il festival Suoni e Visioni. Fonda assieme a Lorenzo Ferrero e Angelo Miotto il gruppo di lavoro Hdemia per sviluppare la cultura giovanile in Italia.

Da questa esperienza nasce l’idea di Officium, società che si occupa di eventi come La Festa della Musica di Milano, il WOMAD festival itinerante ideato da Peter Gabriel, l’inaugurazione dei Mondiali di Sci del Sestriere ed altri. Lavora come creativo con J.Walter Thompson, Inferenzia, Fullsix, Reply, Weber Shandwinck, Hill+Knolton, Young & Rubicam.

Dal 2014 si dedica esclusivamente alla fotografia. Nel 2018 ha pubblicato con Touring Club il libro “Monocrome | Walking Through the Ampezzo Dolomites”.

– Angelo Miotto – giornalista (1969)

Giornalista per radio e stampa, cronista, ha realizzato documentari audio e video e webdocumentari, e scritto drammaturgie per teatro e opera. Per quindici anni a Radio Popolare Network, ha collaborato con Radio24 e Radio Svizzera Italiana, è stato caporedattore di Peacereporter.net / E-Il Mensile e ha fondato come direttore il magazine digitale Q Code Mag e la sua rivista cartacea Q CODE. È stato docente per quindici anni al Master di giornalismo dell’Università Cattolica di Milano.

Ha fondato l’ensemble di musica contemporanea Sentieri selvaggi, con Filippo Del Corno e Carlo Boccadoro. Nel campo della Comunicazione ha lavorato nel settore corporate e nella politica. È responsabile della comunicazione del Festival dei Diritti Umani di Milano, della cooperativa energetica ènostra, per Avanzi – Sostenibilità per azioni e AlCube, incubatore e acceleratore di startup. Nel corso della sua attività ha ricevuto vari riconoscimenti, fra cuiil primo premio Enzo Baldoni per il documentario video Cronache Basche, l’Anello debole e il premio Bizzarri.

Con Altreconomia ha pubblicato “Il ritorno delle cose” e “Milano siamo Noi”, con Milieu Editore “Metromoebius”, con NdA il saggio “Storie basche”, con Verdenero “L’Italia chiamò”.

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Portfolio – Antonio Verrascina, Mi hai chiesto quale fosse il mio angolo di pace

di Barbara Silbe

Di questo autore i nostri lettori già conoscono il progetto “Black Hole”, da noi pubblicato dopo un incontro avvenuto durante una lettura portfolio la scorsa estate. Era intenso, originale, scaturito dalle sensazioni di oppressione e solitudine del primo lockdown. Questo suo nuovo step, attualmente esposto al Circuito Off di Fotografia Europea e in procinto di andare al Festival di Arles, si è generato da un laboratorio sullo storytelling che ho condotto io stessa, e ci riporta a una dimensione aperta, di ricerca su frammenti immaginifici positivi dove l’esperienza visiva ha tutta la sua e la nostra attenzione. Va a fondo, esplorando se stesso, i suoi ricordi e traumi, le sue delusioni e i desideri, accentuando la dimensione onirica con fotogrammi che sembrano riflessi di pensieri. Ci affida le esperienze fatte, trasformandole in archetipi dove ogni spettatore può riconoscersi. L’autore enfatizza qui l’esperienza immersiva, creando una sequenza fluttuante e spingendo il suo stile verso la coerenza linguistica, arrivando dritto al cuore di chi osserva.

Di Antonio Verrascina io so anche altro, e ve lo racconto: prende il suo impegno per e con la fotografia con una serietà che lo fa restare sveglio di notte, lo fa agitare, entusiasmare, commuovere e lo fa, soprattutto, lavorare con un metodo che lo porterà lontano. Per questa testata, che nuovamente lo ospita con piacere, collabora segnalandoci i talenti che intercetta sul web o sui social e che poi noi, regolarmente, pubblichiamo. Un ulteriore coinvolgimento, che costa tempo e impegno e che nessuno gli impone. Si comporta come se questa disciplina, in tutte le sue declinazioni, fosse una ragione di vita e la benzina che muove le sue energie. Come è per me. Per questo in lui, io per prima, mi riconosco.

“In un mondo in cui la realtà non lascia spazio alla vita, il sogno diventa l’unico modo per provare qualcosa. Dolore, perdita, amore, desiderio, passione, rancore. Promesse sbiadite rubate alla vita,

un passato che bussa con forza, un futuro che faccio fatica a immaginare, l’unico modo che mi resta per vivere e chiudere gli occhi”

Antonio Verrascina

 

Note biografiche

Antonio Verrascina (Milano, 1983) è un fotografo che vive e lavora a Milano. Con un background nel mondo della finanza, usa la fotografia come mezzo di espressione e strumento di indagine. Nella sua ricerca, passione e ossessione convivono e si nutrono vicendevolmente, la macchina fotografica diviene estensione dei sensi nell’incontro con il mondo esterno, che nelle sue immagini appare sempre come il riflesso di una ricerca introspettiva: il suo processo è istintivo, lascia fluire le domande attraverso le immagini e viceversa. Il suo lavoro sfiora temi come la memoria, il passaggio del tempo, la solitudine, il sogno come luogo in cui si rivelano i molteplici aspetti dell’io e della realtà. Sperimenta spesso accostando immagini, parole, musica, attraverso il video e la realizzazione di piccole pubblicazioni.

 

 

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Mostre – Richard de Tscharner “Il Canto della Terra. Un poema fotografico”

di Fabrizio Bonfanti

La città di Todi, Perugia, ospita la mostra “Il Canto della Terra. Un poema fotografico” di Richard de Tscharner in tre luoghi iconici della splendida città umbra.

Tre luoghi come i tre movimenti di un sinfonia. Il titolo rimanda all’opera di Mahler “Das Lied von der Erde”, l’ultima sinfonia composta dopo un periodo di sofferenza dell’autore legato a problemi di salute, famigliari e professionali oltre che ideologici.

Il lavoro di De Tscharner viene esposto per la prima volta al di fuori dei confini della patria del fotografo svizzero ed è un omaggio al nostro pianeta e alla vita: un percorso in 59 immagini da lui realizzate in 22 Paesi di tutto il mondo, dall’India all’Algeria, dall’Islanda al Perù, dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Cambogia alla Francia.

La Sala delle pietre di Palazzo del Popolo ospita il primo movimento: monumentale come il luogo stesso. Il paesaggio in bianco e nero, nitido, in grande formato ritrae luoghi remoti della Terra che portano le tracce, come delle cicatrici, degli eventi naturali che li hanno plasmati. La figura umana è assente lasciando il paesaggio protagonista.

Il secondo movimento, nella Pinacoteca della città, è composto da fotografie di rovine di popolazioni antiche. Le immagini dialogano con l’esposizione permanete di arte antica e sono un monito alla brevità della nostra permanenza sul pianeta.

L’ultimo movimento, nella Sala del Torcularium, nel Complesso delle Lucrezie, racconta la presenza dell’uomo nelle aree isolate e lontane del pianeta, dove le tradizioni sono rimaste incontaminate.

Lo sguardo dell’autore è contemplativo, intimo e ci permette di visitare idealmente mete lontane difficilmente raggiungibili, facendoci riflettere sulla fragilità e la bellezza del luogo che ci ospita,

Ci guida ad una riflessione sulle relazioni tra l’uomo e l’ambiente, sul patrimonio naturalistico e culturale veicolato da un linguaggio puro e sospeso dal tempo.

Il tema della rinascita è centrale, l’autore vuole mandare un messaggio ottimista alle nuove generazioni e sceglie le parole di Mahler per sottolineare la sua visione:

“Ovunque la terra amata

Fiorisce in primavera e rinverdisce

Ovunque ed eternamente, l’orizzonte si tinge d’azzurro!

Eternamente…Eternamente…”

La personale, curata da William A. Ewing, è organizzata da PHOTODI, associazione culturale presieduta da Mario Santoro, in collaborazione con il Museo Pinacoteca di Todi, col patrocinio del Comune di Todi – che ha collaborato mettendo a disposizione i suoi spazi espositivi più prestigiosi. Con questo evento inaugurato il 12 giugno scorso, si apre anche la stagione culturale della città e si integra impeccabilmente con la bellezza del luogo. Sarà visitabile fino al 22 Agosto 2021.

Accompagna la mostra una pubblicazione digitale, scaricabile dal sito www.richarddetscharner.ch.

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Portfolio – Maria Sécio, River Gurara

Si rimane catturati davanti alle foto realizzate da questa talentosa artista portoghese, immediatamente trasportati in un mondo parallelo e fiabesco, ma se ci si ferma ad osservare con maggiore attenzione, alcune evanescenti figure iniziano a manifestarsi e a dare vita allo scenario circostante e alle emozioni di chi osserva. L’apparente mancanza di riferimenti costringe a cercare indizi per capire meglio cosa accade, per placare una certa inquietudine che inevitabilmente ti coglie e che afferri solo dopo aver letto la storia che si cela dietro la sua poetica. Un racconto sorprendente, magico, ma allo stesso tempo disturbante. Come spesso accade con le cose che ci fanno paura, non si riesce a smettere di entrarci dentro, per coglierne i particolari e la profondità delle immagini.

(Antonio Verrascina)

 

La verità all’interno della cornice viene dal disorganizzare i momenti in una nuova narrazione astratta. I soggetti/modelli sono spogliati da se stessi. Permettendomi di alterare la loro natura nella mia. Questi nuovi personaggi spesso vestono le mie emozioni mentre inconsciamente inclino il mio lavoro ad esplorare le mie paure e i ricordi perduti.

La mia pratica analogica è spesso ciclica. Fotografo solo con la pellicola analogica perché mi fornisce gli stadi infiniti necessari per modificare un’immagine. La mia macchina fotografica è sempre impostata sulla modalità Bulb e questo fattore, “tecnicamente sbagliato”, mi permette di avere una più ampia scelta di movimento all’interno dell’inquadratura. Dopo aver sviluppato i negativi, procedo a distruggerli manualmente con sostanze acide. L’immagine è poi completa solo dopo una continua rielaborazione attraverso un editing manuale e digitale.

(Maria Sécio)

RIVER GURARA

Un giorno ho letto che i traumi possono essere trasmessi geneticamente.

All’epoca non ero a conoscenza dei traumi di mio padre. Fu solo alcuni anni dopo che mi raccontò la storia di quando vide il River Gurara affondare in una missione di salvataggio dei marines. Gli ordini dati erano di osservare, ma non di avvicinarsi. La nave si ruppe in due pezzi e rapidamente fu inghiottita dal mare lungo la costa di Sesimbra.

Per otto giorni mio padre raccolse i corpi che affioravano, già morti. Quando me lo disse io stavo già fotografando l’acqua senza sapere cosa mi spingeva a farlo. Quando me lo disse soffrivo già di talassofobia senza sapere perché. Mio padre ha risposto alla mia paura.

Usare l’acqua come tema non è mai stato qualcosa che ho scelto deliberatamente. È successo naturalmente. L’acqua è facilmente influenzata da ciò che la circonda e questa componente metamorfica mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo.

River Gurara è diventato, quindi, il titolo di questo progetto come un omaggio alla paura di un padre e di una figlia. L’apparente equilibrio disorganizzato delle fotografie parla di un trauma messo a tacere da un’atmosfera spaventosa e misteriosa. I soggetti sono lasciati soli, vagano prima di una tempesta. Emergono dall’acqua come fantasmi che non hanno mai perdonato, vestendo le mie emozioni. Lì, aspettano il coraggio di nuotare di nuovo.

Il River Gurara abbandona la forma di una nave e diventa il purgatorio che questi personaggi conoscono come unica realtà

 

NOTE BIOGRAFICHE

Maria Sécio, nata nel 1994, è un’artista visiva portoghese attualmente residente a Berlino.

Attraverso la costruzione di immaginari inquietanti in cui i personaggi delle sue storie troverebbero spazio per esistere, Sécio ha sviluppato un modo molto particolare di raccontare storie che in seguito darà luogo all’immaginario che troveremo nelle sue opere. Le linee temporali lineari lasciano il posto a uno spazio in cui i ricordi intimi sono rappresentati in modo disordinato, creando momenti di apparente intimità con i personaggi sconosciuti che rappresenta nelle sue storie.

Dopo aver finito il liceo nella scuola d’arte António Arroio, in Portogallo, Sécio si è trasferita nel Regno Unito dove ha continuato i suoi studi in produzione cinematografica presso l’Arts University of Bournemouth seguita da un BA in fotografia presso la stessa istituzione. Tuttavia, Sécio inizierà a trovare la sua espressione artistica solo dopo aver lasciato l’università e aver viaggiato nel 2018 in Giappone e in Grecia dove ha avuto l’opportunità di partecipare alle residenze artistiche presso lo Studio Kura

(Itoshima) e Tryfon Arts Residency (Lesbo). Durante questo periodo, ha avuto le sue opere pubblicate in varie riviste d’arte a Milano, Berlino e Lisbona.

Nel 2020 ha avuto le sue prime mostre personali – “The Calm before” – alla Mina Gallery, ad Amsterdam e River Gurara all’Auditorio Augusto Cabrita in Portogallo. Questo progetto è stato anche quello che portato Maria a vincere il suo primo premio – “Novos Talentos FNAC 2020” nella categoria fotografia (Portogallo).

Nel corso dell’anno i suoi lavori sono stati esposti anche alla BARK Gallery di Berlino con la mostra collettiva “Corona-K”, la doppia-esposizione “Wabi Sabi 9+10 21” dove ha presentato le sue opere insieme a quelle di Allistair Walter e la Weserhalle Winter Auction Exhibition.

Attualmente, Sécio sta lavorando al suo libro fotografico River Gurara e sta ricominciando a lavorare con il video.

 

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Libri – da 28 anni a lezioni di fotografia con Toscana Photographic Workshop

Un compendio che ha visto una lunghissima gestazione, tanti rimandi, e finalmente la celebrazione di un anniversario insolito, il 28esimo, possibile grazie alla sosta che la pandemia ha imposto ai tanti impegni e agli anni impiegati a lavorare per la fotografia con serietà e passione. “Tra queste pagine troverete tante cose – come spiega lo stesso Carlo Roberti, fondatore e direttore di Toscana Photographic Workshop – un’introduzione di Grazia Neri, amica di lunga data del TPW, e una di Arno Rafael Minkkinen, che è il fotografo che ha registrato più presenze al TPW! E dopo una breve presentazione per fare gli onori di casa, una serie di pagine doppie, (il journey) ognuna dedicate ai fotografi che in questi anni hanno insegnato al TPW. Una foto (realizzata in Toscana) e una descrizione della loro esperienza.

A seguire, un diario, (la parte journal) dove cerco di raccontare in maniera condensata quello che è successo in questi anni: com’è nato il TPW, le nostre differenti sedi, lo spirito che si è creato, i fotografi e gli studenti che sono transitati, gli assistenti. Il mondo della fotografia vista da un piccolo gruppo isolato sulle colline toscane.

Nell’idea originale, il libro doveva finire qui, poi mi sono reso conto di quanti altri progetti sono nati dall’idea originale, e quindi ho aggiunto un’altra sezione: TPW World. Una carrellata dei nostri workshop in giro per l’Italia e nel mondo. Roma, Venezia, Genova, Napoli e soprattutto Sicilia, e poi India, Romania, Parigi, Mississippi, Portogallo… Le parti dedicate alle fotografie dei master sono su carta patinata opaca da 170 gr, quelle di diario su carta usomano da 100gr. Perché vogliamo che sia un diario, qualcosa da sfogliare di tanto in tanto. Anche il format del libro è una scelta precisa, qualcosa di comodo, che si tiene bene in mano, nello zainetto,  nella borsa. Decisamente non un coffee-table book (anche se non sfigurerebbe!), più qualcosa da sfogliare e sognare. Per chi ha fatto parte del mondo TPW, un tuffo nel passato, per chi ne ha solo sentito parlare, una sbirciatina in un Totally Perfect World! (come ci chiamano ogni tanto)“.

I testi sono in inglese, è previsto un link per visualizzare i testi in italiano.

TPW è un’avventura iniziata nel 1994 – prosegue Carlo Roberti – All’epoca si trattava di pochi workshop che si svolgevano nell’arco dell’estate, in Toscana – da cui il nome originale, Toscana Photographic Workshop. L’idea era semplice: offrire agli appassionati di fotografia la possibilità di migliorare la qualità delle loro immagini, tramite un workshop con fotografi professionisti, scelti tra i migliori al mondo. Il tutto, in un ambiente sereno e rilassato, dove insegnanti e studenti possono concentrarsi restando totalmente immersi nella fotografia. Non è mai stata una scuola nel senso tradizionale: le aule erano saloni in vecchi castelli, o ampie stanze in case coloniche; campi di girasoli, piazze di piccoli borghi, greti di un fiume e piccoli bar in campagna! Gli insegnanti sono tutti professionisti, provenienti da tutto il mondo, che per una settimana si dedicano completamente agli studenti, condividendo le loro competenze e visione estetica. I ritmi della settimana sono rilassati: dividiamo i pasti, guardiamo insieme le proiezioni serali, scambiamo idee. La settimana del workshop passa in fretta, ma lo spirito rimane attivo per molto dopo: scambi di idee, nascita di progetti comuni, appuntamenti durante l’anno per una comunità fotografica molto attiva. Ogni anno fotografi di tutto il mondo si incontrano in un piccolo borgo della Toscana, o Sicilia, o altri luoghi affascinanti. Si impara, si producono progetti, si creano nuove amicizie”.

Info su http://www.tpw.it/tpw-anniversary-book/

 

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Portfolio – Matteo Verre, Corpus

“Corpus” è un’esplorazione visiva sul linguaggio del corpo come strumento di espressione. Fa parte di una ricerca più ampia su temi come la memoria e il suo funzionamento, la nostra percezione del tempo e il suo flusso, e il modo in cui costruiamo la nostra identità, temi che considero profondamente interconnessi e infondono tutto il mio lavoro, come modo per analizzare e interpretare la condizione umana.

Dal momento che tutte le creazioni sono reinterpretazioni, appropriazioni, aggiornamenti ed estensioni di qualcosa di preesistente (e lo è anche la vita stessa), io cerco, ammessa la sua esistenza, ciò che rende ognuno di noi unico. Ecco perché l’autoritratto, genere sul quale lavoro da quattro anni, è un punto centrale nella mia produzione. Mi mette in una posizione particolare, dandomi l’opportunità di osservarmi dall’esterno, facendomi spostare la percezione di essere il centro del mio personale universo e, allo stesso tempo, trasformandomi in un mezzo per esprimere idee e sentimenti.

Sebbene io sia il soggetto principale di questo lavoro, il mio obiettivo è esprimere qualcosa con cui le altre persone possano identificarsi e relazionarsi, una forma di comunicazione ed empatia attraverso emozioni condivise.

Matteo Verre

Note biografiche

Nato a Livorno il 30/10/1986. Dopo il diploma scientifico matematico-informatico si è iscritto alla facoltà di Scienze Politiche Internazionali dell’Università di Pisa, ma dopo un anno ha deciso di seguire quella che era la sua vera passione, cambiando corso di studi in Storia dell’Arte Contemporanea. Affascinato enormemente dall’esame di Storia e Tecnica della Fotografia, in combinazione con il bisogno crescente di esprimere se stesso, è stato in quel periodo che ha cominciato a esplorare il medium fotografico. Essendo amante del Surrealismo, influenzato principalmente dalle opere di Dalì e Magritte, ha cominciato a  esplorare la fotomanipolazione, facendone largo uso nelle sue prime opere.

Con il tempo ha poi espanso la sua pratica, guardando ai lavori, tra gli altri, di Robert Mapplethorpe, Duane Michals e Ulay, le cui ricerche sulla figura umana e sul linguaggio fotografico, sia esteticamente che concettualmente, hanno avuto un grande impatto su di lui, combinandoli con i suoi interessi scientifici in fisica quantistica e antropologia culturale, influssi che hanno contribuito a formare il suo punto di vista sulle diverse prospettive con le quali si può osservare la condizione umana. L’interconnessione di questi concetti e percorsi variegati sono ciò che forma la sua “poetica”, focalizzata sull’identità, la  memoria, la percezione del tempo e del suo scorrere, che sono adesso alla base della sua ricerca. E’ totalmente autodidatta, ma la passione e il trasporto verso l’arte lo spingono continuamente sia a migliorare l’aspetto tecnico sia a scavare sempre più a fondo nel linguaggio artistico, con lo scopo di tradurre in immagini i suoi pensieri, le emozioni e i sentimenti.