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Portfolio: Giulia Di Franco, Mesafeler

L’autrice ha ripreso dal passato una sua esperienza e ha deciso di riviverla, donandogli nuova vita. Ci racconta di questa sua malinconia in modo molto delicato, lasciando tracce di memoria tra i suoi ricordi poco nitidi, quasi cancellati dal tempo, in qualche modo sembra non volersi staccare dalle esperienze fatte. Alle sue fotografie scattate a Istanbul, sovrappone interventi grafici, aggiungendo i disegni di una figura femminile che sembra muoversi da un fotogramma all’altro quasi come se stesse danzando.

(Antonio Verrascina)

 

Giulia Di Franco è una giovane artista italiana, laureatasi in Arti Visive alla RUFA nel febbraio 2020. Il suo lavoro si sviluppa attraverso diversi media tra cui pittura, fotografia e video arte.

Con queste parole lei stessa ci introduce il suo progetto:

“Mesafeler”, in turco ‘distanze’, è nato quasi per caso tra la fine del mio Erasmus a Istanbul, e l’inizio della prima quarantena. Le fotografie sono memorie, immagini sfocate, a tratti invisibili della capitale turca, alle quali ho sovrapposto i disegni di una ragazza che vi vaga liberamente, e allo stesso tempo sembra esserne intrappolata.

 

 

 

 

 

 

 

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“Patrimoni” protagonisti al Brescia Photo Festival

Barbara Silbe

Ha aperto ieri, affidandosi a nuove date e confidando nel miglioramento della situazione pandemica, la IV edizione del Brescia Photo Festival che si chiuderà il 17 ottobre 2021. Curato da Renato Corsini, è promosso dal Comune di Brescia e da Fondazione Brescia Musei con la collaborazione di MaCof – Centro della fotografia italiana e celebra il tema “Patrimoni”, che si collega alle celebrazioni per il ritorno a Brescia della Vittoria Alata, una delle più straordinarie statue in bronzo di epoca romana, portavoce del valore culturale e identitario del patrimonio della città, dopo due anni di restauro a cura dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. La nuova collocazione della statua nell’aula orientale del Capitolium, in un allestimento museale progettato dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg, valorizza l’intera area archeologica di Brixia. Parco Archeologico di Brescia Romana, nella ricorrenza del decennale del riconoscimento UNESCO del sito “I Longobardi in Italia. I Luoghi del potere (568-774 d.C.)” e prelude al cammino culturale che, nel 2023, consacrerà Brescia come Capitale italiana della Cultura con Bergamo.
La kermesse, avviata daFondazione Brescia Musei, presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov, ha epicentro nel Museo di Santa Giulia (nei rinnovati spazi del “Quadrilatero Occidentale”) e si diffonderà con mostre importanti in varie sedi cittadine, come il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, il MO.CA, lo Spazio Contemporanea, il Museo Civico di Storia Naturale, la Fondazione Poliambulanza di Brescia, le gallerie d’arte della città e della provincia, con protagonisti alcuni dei più importanti maestri della fotografia, da Gianni Berengo Gardin a Ferdinando Scianna, da Francesco Cito a Franco Fontana, da Elio Ciol a Donata Pizzi, e molti altri ancora, che interpreteranno con il medium fotografico il valore culturale, archeologico, storico e sociale dei patrimoni identitari, dall’antichità romana alla contemporaneità.

Il Museo di Santa Giulia ospita l’esposizione di punta del festival, dedicata al fotografo austriaco Alfred Seiland: si intitola IMPERIVM ROMANVM. Fotografie 2005-2020″, sua prima retrospettiva italiana che giunge a noi dopo il successo ottenuto al Museo Romano Germanico di Colonia, ai Rencontres di Arles e all’Albertina di Vienna. Il percorso raccoglie 136 immagini, la cura è di Filippo Maggia e Francesca Morandini, co-prodotta da Skira e frutto di un accurato lavoro quindicennale che l’autore ha realizzato attorno ai luoghi mitici della romanità, reinterpretati in modo sorprendente e inatteso, con20 inediti tra cui un portfolio di 6 scatti realizzati a Brescia tra il 2019 e il 2020. Affascinato infatti dalle scenografie cinematografiche dell’antica Roma, allestite a Cinecittà, Alfred Seiland ha intrapreso un lungo viaggio nei territori in cui si estendeva il dominio di Roma, dalla Siria alla Scozia e oltre, per fotografare gli edifici costruiti dai romani e cogliere le diverse sfumature di interazione tra uomo e rovine.

“Seiland non si limita alla rappresentazione dell’antico – spiega Filippo Maggia – non racconta le statue come oggetto del passato, ma cerca una contestualizzazione delle situazioni. Per lui è importante l’attesa e la costruzione dell’immagine, c’è uno studio, c’è pazienza, le persone sono reali e le sue opere non sono mai frutto di una messa in scena costruita. Per questo l’inquadratura del Tempio di Segesta, in Sicilia, include un autobus: è il passato calato nella contemporaneità, a volte con tutte le sue contraddizioni. In molti casi percepiamo il suo intento di denuncia della condizione in cui si trovano queste importanti vestigia; è il tempo, l’antico, maltrattato. Alcune inquadrature sono perfino un po’ ridondanti, ma osserva con severità, con durezza e con ironia le nostre azioni di oggi”

La mostra si pone come un ponte ideale tra il patrimonio storico e lo sguardo attuale in coerenza con l’identità del progetto pluriennale dedicato alla celebrazione e alla valorizzazione della Vittoria Alata. Sono quaranta i paesi raccontati dai propri siti archeologici come Palmira, Samaria o Epidauro. Il progetto illustra, con fotografie talvolta iperrealiste e pop, talvolta simboliste e minimali, l’inestricabile e vitale rapporto tra le tracce residue della cultura romana e i luoghi della modernità. Le rovine emergono così in tutta chiarezza quali patrimonio comune di un immaginario collettivo, una sorta di minimo comune denominatore continentale tra passato, arte moderna e architettura contemporanea, la prima “forma” di globalizzazione dello sguardo. Il pubblico è invitato a scoprire le trasformazioni delle città e del paesaggio: l’occhio del fotografo ne esalta il riuso consapevole o quello casuale, ed espone il surreale dialogo tra le antiche glorie monumentali e i moderni tessuti urbanistici, gli spazi del turismo di massa, dello sport e della cultura del tempo libero.

Il Colosseo a Roma, le terme di Bath, il Pont du Gard in Provenza, ma anche rovine di siti meno noti al grande pubblico, riferimento per piccole comunità o territori totalmente travisati o, ancora, edifici moderni iperrealisti che alludono all’antico in tutto il loro paradosso, come il set di Cinecittà per una fiction inglese ambientata nell’antica Roma o il Caesar Palace di Las Vegas o la presenza discreta dei resti archeologici nel tessuto urbanistico attuale. I monumenti dell’Impero romano, diffusi in Europa e lungo il bacino del Mediterraneo, costituiscono per i suoi abitanti un’abitudine visiva, per i turisti un feticcio, per le infrastrutture un ostacolo. Il catalogo bilingue italiano e inglese è edito da Skira.

Il percorso espositivo al Museo di Santa Giulia prosegue, dall’8 maggio al 17 ottobre 2021, con Palmira. Una memoria negata, a cura di Renato Corsini, il reportage del fotografo friulano Elio Ciol, composto da 20 scatti, realizzato nel 2015 in Siria prima delle distruzioni inferte dall’ISIS a uno dei tesori più preziosi dell’umanità. La rassegna è corredata da un focus architettonico e urbanistico curato da Alberto Ferlenga, rettore dello IUAV di Venezia e professore ordinario di progettazione architettonica, dedicato alla prima rappresentazione pittorica di Palmira nel 1691, la monumentale Veduta di Palmira del pittore olandese Hofstede van Hessen, conservata presso l’Allard Pierson Museum di Amsterdam.

Donata Pizzi, con Roma in Africa, dall’8 maggio al 17 ottobre 2021, a cura di Renato Corsini, racconta attraverso 29 fotografie le suggestioni delle antiche città del Nord Africa, tra deserti e rovine romane. Il viaggio ha condotto l’artista da Cirene in Libia, attraverso Timgad e Djemila nella regione della Cabilia, Tipasa lungo la costa algerina, Dougga, Thuburbo Maius, Sbeitla e il grande colosseo di El Djem in Tunisia, e ancora a Sabratha e Leptis Magna. Per tradurre in immagine intima quella luce, quelle immense distanze, Donata Pizzi ha tentato di ridurre il mezzo fotografico al minimo, utilizzando una piccola macchina panoramica, con un semplice obiettivo standard, come se guardasse attraverso la fessura del turbante dei Tuareg.

Eros, a cura Clelia Belgrado, presenta invece 25 fotografie di sculture che l’artista reggiano Bruno Cattani ha scattato all’interno dei musei, svelando il lato inedito delle opere classiche. Come scrive Benedetta Donato “Eros raccoglie gli anni di appassionate indagini e affascinanti percorsi nell’universo della scultura, in cui l’autore ha saputo intercettare e plasmare quegli aspetti oscuri e nascosti del desiderio, che finalmente si rivelano, grazie ad uno sguardo capace di cogliere istinti e pulsioni, […] in figurazioni di forte impatto visivo, come corpi vigorosi, dotati di profonda vitalità.”

Quale ideale conclusione della IV edizione del Brescia Photo Festival dal 21 settembre al 17 ottobre 2021 verrà presentato al Museo di Santa Giulia “Con amore e cura grandissima”. Il restauro dell’albumina della Chiesa dei Miracoli, di Giacomo Rossetti, a cura di Roberta D’Adda. Premiata all’Esposizione Industriale di Vienna del 1873, l’opera di Rossetti fu acquistata dal Comune di Brescia nel 1903 ed è parte della collezione dell’Archivio Fotografico dei Civici Musei d’Arte e Storia, costituitosi in parallelo allo sviluppo delle collezioni museali e dotato di propri registri a partire dal 1935.

L’itinerario diffuso in città del IV Brescia Photo Festival prosegue al Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, nel Castello di Brescia, che accoglie, dall’8 maggio al 17 ottobre 2021, la mostra Vita da centurioni, a cura di Renato Corsini. L’esposizione documenta, attraverso 36 fotografie di scena e di backstage, oltre a 6 manifesti originali, i miti, le leggende, le avventure e le peripezie degli eroi del Peplum, uno dei generi più prolifici del cinema italiano, raccontando l’invenzione dei centurioni e dei gladiatori nelle pellicole del dopoguerra e rivedendo in forma spesso ironica e dissacrante il mito del militare romano.

Il MO.CA – Centro per le nuove culture ospita tre rassegne: la prima, È Brescia, a cura di Albano Morandi, presenta dall’8 maggio al 31 luglio 2021 sette grandi fotografi italiani – Gianni Berengo Gardin, Francesco Cito, Franco Fontana, Gianni Pezzani, Ferdinando Scianna, Luca Gilli – che raccontano Brescia e le sue eccellenze culturali con il loro obiettivo.

La seconda, una mostra-omaggio dedicata al ritorno della Vittoria Alata: Bellissima. 20 fotografi travolti da un insolito splendore. Curata da Mario Trevisan, propone dall’8 maggio al 27 giugno 2021 le opere di più di venti fotografi, tra i più importanti della scena italiana, quali Silvia Camporesi, Renato Corsini, Maurizio Galimberti, Giovanni Gastel e altri artisti, che hanno deciso di lavorare su questa straordinaria scultura, vera Musa della rassegna fotografica del 2021.

Infine, Federico Fellini / “dietro le quinte”, a cura di Renato Corsini, dal 29 giugno al 31 luglio 2021 testimonia l’opera di quello che è stato definito una pietra miliare della cinematografia del secondo Novecento e, appunto, un “patrimonio” italiano. Accanto ad alcuni manifesti dei suoi film più conosciuti, si racconta, attraverso circa 50 scatti – eseguiti da Sandro Becchetti, Tazio Secchiaroli, Agenzia Dufoto – un Fellini più privato rispetto alla sua immagine ufficiale legata al ruolo di regista.

 Spazio Contemporanea accoglie la rassegna Le cattedrali del lavoro, a cura di Renato Corsini e Paolo Conforti, con il supporto di Fondazione ASM, dall’8 maggio al 13 giugno 2021, nella quale gli scatti di Matteo e Stefano Rodella (Bams Photo), accompagnano il visitatore nei luoghi dell’archeologia industriale di Brescia e della sua provincia, sorti nell’immediato dopoguerra, documentando alcuni straordinari testimoni dello sviluppo industriale, capaci di farci riflettere su una storia economica e sociale che ha caratterizzato forti metamorfosi urbane.

Sempre a Spazio Contemporanea, per la cura di Renato Corsini e Albano Morandi, si terrà 1921/2021. Omaggio a Joseph Beuys: ritratti, sequenze fotografiche e scatti di ambientazione (16 giugno – 31 luglio 2021) – eseguiti da Renato Corsini durante la storica intervista che il critico d’arte Pierre Restany fece all’artista nel 1980 – raccolti in una mostra di grande valore iconografico e culturale, nel centenario della nascita di Beuys.

La difesa del patrimonio faunistico è l’oggetto dell’indagine che Federico Veronesi ha svolto con il suo reportage condotto in Africa. La mostra Wildlife, a cura di Carolina Zani, allestita al Museo civico di Scienze naturali dal 14 maggio al 29 agosto 2021, propone una serie di fotografie di grandi dimensioni dei più affascinanti mammiferi africani.

 Alla Fondazione Poliambulanza dall’8 maggio al 26 settembre 2021 si potrà ammirare la prima tappa di una mostra itinerante dal titolo Mirabili radici. Il sito UNESCO di Brescia nelle fotografie di Alessandra Chemollo, a cura di Alessandra Chemollo e Francesca Morandini, con le immagini dei luoghi riconosciuti patrimonio UNESCO nel 2011, come il Complesso Monumentale di Santa Giulia, prima e durante la retrospettiva dedicata all’architetto e artista Juan Navarro Baldeweg, il Capitolium, durante e a conclusione della realizzazione del nuovo allestimento della cella orientale con la Vittoria Alata restaurata, le Domus e il Santuario repubblicano.

Al Museo Mille Miglia, dal 21 maggio al 18 luglio 2021, saranno esposte 60 fotografie di Giacomo Bretzel che raccontano la corsa della Mille Miglia negli ultimi vent’anni. L’autore comunica la sensazione di velocità con l’uso di più stili diversi, con il risultato di una trama fotografica che aggiunge alle immagini la potenza e l’allure di un’epoca passata.

Alla LABA, presso la sede di Via Don Vender, sarà visitabile dal 13 maggio al 31 luglio 2021 la mostra Humanitas, organizzata dagli studenti del dipartimento di Fotografia che hanno sviluppato ed evidenziato attraverso la ricerca e la personale sensibilità l’importanza del patrimonio declinato nelle sue infinite forme.

La quarta edizione del Brescia Photo Festival allarga i propri orizzonti anche alla provincia di Brescia. Alla Biblioteca Comunale di Vobarno, in Valle Sabbia, i grandi alberi sono i protagonisti della mostra Humus di Gianni Pezzani, a cura di Andrea Tinterri, che fissa il patrimonio dei boschi italiani nelle sue foto alla ricerca di una natura incantata (15 maggio – 30 settembre 2021).

Alla Fondazione Vittorio Leonesio a Puegnago sul Garda, l’esposizione Sipario – si prega di accendere i telefoni, lo spettacolo sta per cominciare di Nicola Bertellotti (23 giugno – 26 settembre 2021) incentra la sua poetica sul senso di caducità che avvolge i luoghi abbandonati e cristallizzati in un tempo statico. Gli scatti di Bertellotti rappresentano un racconto aperto su usi e costumi, patrimonio immateriale condensato negli arredi e nelle decorazioni degli ambienti ritratti di forte impatto: teatri e sale cinematografiche in disuso si mostrano in tutto il loro fascino decadente.

Come da tradizione, Brescia Photo Festival proporrà il palinsesto PHOTO FRIENDS dove gallerie d’arte, librerie, biblioteche e la rete delle boutique del centro si apriranno per accogliere interventi espositivi, focus, conferenze e proposte editoriali tematiche. Il progetto di collaborazione con le gallerie d’arte è curato da Albano Morandi che sottolinea come “anche quest’anno, grazie alla collaborazione di associazioni e gallerie private e grazie al coordinamento dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Brescia, il nucleo dei “Friends” si presenta nutrito di ben 10 mostre in cui il tema del festival viene straordinariamente illustrano attraverso linguaggi e tematiche tra i più vari e disparati”.

La nuova edizione del Brescia Photo Festival è come di consueto l’occasione per una serie di appuntamenti dedicati a tutti i photo addicted: visite guidate, attività per famiglie, incontri con gli autori, guide d’eccezione, proiezioni dedicate al Nuovo Eden, che animeranno le mostre allestite nel Museo di Santa Giulia.

Per maggiori dettagli, visitate il sito www.bresciaphotofestival.it

 

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Portfolio – Elisa Moro. How foggy memories can be?

Elisa Moro affianca alle sue opere una semplicissima domanda posta nel titolo: quanto possono essere annebbiati i ricordi? Le foto sono molto scure, anzi oscure, i soggetti emergono quasi come fossero dei fantasmi, le atmosfere sono poetiche, ma, allo stesso tempo, molto inquietanti. La sensazione che ho provato è stata come quella di cadere in un buco, uno spazio nascosto nella sua mente, dentro al quale quei ricordi hanno una forma, prendono vita e catturano lo sguardo e l’attenzione di chi guarda. Ho trovato il lavoro davvero magnetico, mi ha ricordato l’atmosfera provata guardando Eraserhead di David Lynch.

How foggy memories can be?

(Antonio Verrascina)

 

Queste le parole dell’autrice:

“Cresciamo nell’illusione che la nostra identità sia un’unità definita e definibile, costituita principalmente da ricordi a cui aggrapparci per descriverci. Eppure basta una frase per mettere in discussione una memoria, una nuova immagine a ridefinire i contorni o il semplice passare degli anni a farne sbiadire la vividezza. Cosa succede quando scopriamo che non tutti sono veri? Scomparendo loro, scompariamo anche noi? Questo è il mio viaggio nell’oblio, nell’inquietudine di ricordi veri e falsi, distorti o mai vissuti. Un ritorno a casa, all’infanzia, a cercare di salvare qualcosa e con esso, salvarmi”.

NOTE BIOGRAFICHE

Dopo la laurea in Psicologia si avvicina alle Arti Visive partecipando al Master sull’Immagine Contemporanea di Fondazione Modena Arti Visive.

Il suo interesse è nell’applicazione terapeutica del processo creativo utilizzando come mezzo d’elezione quello fotografico, considerando le immagini come reali corpi fisici con cui interagire e la nostra mente costituita da simboli che lavorano attivamente a livello emotivo.

La sua ricerca attualmente si concentra sul paradosso dell’identità individuale come risultato della combinazione collettiva di elementi familiari, sociali e storici.

 

 

 

 

 

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Come e perché creare una community sui social

Dopo aver affrontato l’argomento hashtag, questa volta vorrei parlare dell’importanza di creare una community sul web, soprattutto sui social network.

Solitamente come obiettivo si pensa alla vendita o alla visibilità, ma quasi nessuno pensa a creare una vera e propria community online. Eppure, ciò che premia di più nel lungo periodo, è proprio avere una community affezionata, cioè persone che ti sceglieranno sulla fiducia.  In questo articolo, vedremo insieme perché è importante avere una community, come coltivarla e farla crescere nel tempo.

 

COSA SIGNIFICA “COMMUNITY”?

“Community” vuol dire creare un insieme di persone che condividono qualcosa: un ideale, una passione, quindi che hanno qualcosa in comune, che vada  aldilà dei confini geografici.

Il luogo d’incontro diventa lo spazio virtuale che può essere, oltre a Instagram, un forum, un gruppo Facebook, i gruppi Whatsapp e Telegram, le newsletter e, perché no, anche Youtube.

 

COSTRUISCI UNA RELAZIONE

 Ma come si costruisce, nella pratica, una relazione vera e autentica con il proprio pubblico?

 Bisogna sicuramente ascoltare i suoi bisogni e fornire contenuti che siano d’aiuto.

Si parte dalla strategia, quindi da obiettivi molto chiari.

Devi assolutamente analizzare il tuo target e capirne i desideri, per esempio seguendone le conversazioni online.

Cerca di generare conversazioni e interazioni sul tuo profilo, rispondi sempre ai messaggi privati e ai commenti. Segui i profili che ritieni più interessanti e affini a te o al tuo business e commenta il loro contenuti per avviare un dialogo.

Se vuoi testare i tuoi contenuti, coinvolgi i tuoi follower chiedendo opinioni o quali temi vorrebbero che tu trattassi. Questo è possibile attraverso quiz, sondaggi e box per le domande nelle stories.

Crea degli appuntamenti fissi con i tuoi follower, attraverso ad esempio delle dirette, che permettono l’interazione in tempo reale con la propria community.

 E’ importantissimo saper ascoltare chi ti segue, perché questo ti consentirà di trovare stimoli per nuovi contenuti.

Racconta di te… lo storytelling è importantissimo! Condividi le tue esperienze e le tue emozioni, entra in contatto con il tuo pubblico in modo profondo, questo consentirà di creare relazioni più solide.

 

IN CONCLUSIONE

 Molto importante, inoltre, è analizzare il rendimento di ciascun post. Quelli che hanno ricevuto più like, quelli che hanno avuto più commenti, sono quelli che sono piaciuti di più al tuo pubblico,  questo ti consentirà di creare sempre più contenuti di qualità per i tuoi follower.

Concludendo, se la tua strategia è ottenere più follower, inizerai a trascurare le persone che già ti seguono. Creare una community, invece, significa non chiedere solo a una persona di seguirti, ma di mettersi in  relazione con  te e questo di conseguenza porterà il tuo pubblico a fidarsi di te, entrare a far parte della tua community e a provare i tuoi prodotti/servizi che  di conseguenza condivideranno e consiglieranno ad altri.

 

Stefania La Rosa

email: info@stefanialarosa.com

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Portfolio – Massimo Valentini. Strade vuote, silenzi desolati

Nelle suggestive fotografie di Massimo Valentini, non il rumore del mare ma il silenzio dei muri. Queste immagini eloquenti di un abitato salentino ci mostrano (di-mostrano) la desolazione delle strade senza il respiro umano, delle mura slabbrate o splendenti di calce, delle tracce di movimenti bloccati: una moto in attesa di evasione, carrelli sbilenchi, strumenti di lavoro senza mani lavoranti. Le finestre sono serrate, vuoti i balconi e, se una porta si apre, è su un assordante silenzio. Il cielo non è che un ritaglio, manca il respiro, lo sguardo si affretta su un vicolo stretto d’un bianco abbagliante in cerca di luce. Si medita su una edicola con l’icona mariana rinchiusa sottovetro come un giardinetto d’inverno di fiori e di foglie; spuntano accanto immagini di quotidiana devozione e un drammatico crocefisso attorniato dal nodo scorsoio di un rosario. E si apre il dialogo tra l’umanità scomparsa e l’uomo del dolore. “Ecce homo!”: sentiamo l’eco di una voce, in attesa di una resurrezione e del ritorno degli uo-mini. “Ecce homines!”

Prof. Vincenzo Cazzato – Università del Salento

 

NOTE BIOGRAFICHE

Massimo Valentini è nato nel 1964. Inizia a fotografare come autodidatta circa venticinque anni fa. Predilige la fotografia di architettura e di paesaggio urbano, antropizzato, in cui dell’uomo sono presenti, spesso, esclusivamente i segni. I suoi scatti ci parlano del rapporto tra l’uomo e il suo ambiente, senza retorica. Racconti senza pregiudizi che pongono interrogativi, lasciano dubbi.

Partecipa a numerose mostre, in questo momento il lavoro “18,45 mt.” è esposto al Centro Italiano Fotografia d’Autore di Bibbiena per Portfolio Italia 2020.

È in uscita il libro “La Quarta Roma” realizzato a quattro mani con lo scrittore Marcello Fiori per proporre una diversa idea di città. Sono pietre e ricordi tenuti insieme da uno sguardo particolare, attento, penetrante e sempre pervaso da un amore incrollabile per Roma.

 

(Portfolio segnalato da Antonio Verrascina)

 

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Usare gli HASHTAG in maniera professionale sui Social

 

Puntuale come un orologio svizzero, rieccomi con il terzo appuntamento con suggerimenti e consigli per lavorare con i social, per voi fotografi professionisti.

Gli hashtag ormai li conoscete tutti, sono delle particolari etichette, contraddistinte dal segno “#”, che servono a richiamare l’attenzione degli utenti su argomenti o temi particolari.

Dopo Twitter, il social che li ha introdotti per primo, gli hasthag sono diventati di uso comune anche su Facebook, Instagram, Google+, Pinterest, Tumblr, Linkedin e perfino YouTube. Ma sono diventati un segno distintivo di alcuni in particolare, ovvero Twitter e Instagram.

L’Hashtag è un vero e proprio aggregatore tematico ed è utilizzato per identificare uno specifico argomento, nel tuo caso per categorizzare le fotografie che tu pubblichi, raggruppandole in contenitori tematici.

Oltre che sui social facilita la ricerca di argomenti sui blog e l’instant messaging. E’ lo strumento che Instagram ha scelto per permettere di raggiungere un’audience ampia e interessata.  

A questo punto, come si crea un hashtag? Gli spazi non esistono e nel caso in cui si decida di utilizzare più parole, le si può “separare” attraverso l’uso delle maiuscole, poiché le lettere maiuscole non modificano i risultati della ricerca. I numeri sono supportati, ma non possono essere inseriti i segni di punteggiatura, simboli commerciali o altri caratteri speciali.

Purtroppo a causa dell’algoritmo in continua cambiamento, Non è chiaro ancora se utilizzarne pochi o tanti, quali siano gli hashtag bannati e quelli per finire in popular page, sappiamo però che la scelta migliore sarebbe usarne massimo 30.

Fra i criteri di massima di cui tener conto nel loro utilizzo ci sono sicuramente la pertinenza e la popolarità, ma non vanno trascurate anche l’unicità e la memorabilità.

 

Quindi l’hashtag deve sempre essere in linea col contenuto dell’immagine. Cerca di usare solo hashtag di qualità, utilizzando “Hashtagfy”, un sito per trovare in modo semplice e veloce gli hashtag più popolari tra i social. Non usare hashtag con troppo “seguito” poiché potresti rischiare che il tuo post venga perso nel marasma dei social. Puoi usare hashtag di account autorevoli, per arrivare ad un pubblico più ampio e sicuramente interessato.

E se per caso ti accorgessi di esserti dimenticato qualche hashtag rilevante?  No problem, puoi sempre inserirlo nei commenti o modificando il post.

Attenzione: questo vale però solo per i commenti a foto pubblicate da te, non per quelle che invece sono pubblicate da altri.

E infine non spaventarti e sperimenta…la ricerca dell’hashtag perfetto non ha mai fine, purtroppo o per fortuna l’algoritmo varia continuamente.

Fai una prova, cerca i tuoi competitors, Analizza i loro post, Entra in alcuni hashtag, Analizza i post più famosi.

Inizia a farti qualche domanda del tipo: Vengono pubblicate più foto o video? Qual è principalmente lo scopo del post? In che modo viene utilizzata la descrizione? Questo ti aiuterà a capire se l’hashtag che vuoi usare è coerente con il tuo contenuto.

Quelli che possono sembrare dettagli di poco conto, fanno parte invece di un sistema complesso di “posizionamento” dei contenuti di un professionista e quindi un vero è proprio strumento di vendita. Stai valutando l’idea di adottare una strategia più completa per il tuo posizionamento?

Stefania La Rosa

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Riccardo Piccirillo – Diego

Riccardo Piccirillo, ottimo ritrattista napoletano che abbiamo già pubblicato qualche tempo fa con il suo progetto “Seven Seconds”, ha avuto l’occasione di testare per noi una Sony A7R MKIII dotata di ottica 24-70G Master. Questo è il portfolio che ha realizzato, corredato dal suo racconto:

“A Mergellina, Napoli, ci sono delle cabine bianche e azzurre su una spiaggia. Si trovano alle spalle di quelli che vengono chiamati “gli chalet”, in un’area dove il mare non è balneabile. Lì c’è un molo, piccolo e di legno, dove sono ormeggiate alcune barche. Diego lavora dentro la cabina più vicina al molo e il suo incarico è guardarlo, esattamente come fanno i guardiani dei fari o gli incaricati della sicurezza di un museo. Nella sua cabina c’è un monitor con alcune telecamere e una piccola finestra, da dove può osservare cosa succede fuori senza essere notato. Diego passa la maggior parte del suo tempo lì dentro, in solitudine. Per me quelle cabine sono magiche. Sono sempre stato attratto da quel luogo che ho visitato tante volte. E’ curioso come lì la luce cambi continuamente e le stesse costruzioni possano sembrare nuove o diverse. Vengono fuori sempre nuovi spunti e nuovi scatti.

Diego lavora senza parlare, la sua cabina è silenziosa e umida, ha  un odore simile a quello di un banco di vendita del pesce e, in effetti, tutto intorno è pieno di reti di pescatori. In realtà la strada è proprio alle spalle ed è sempre trafficata, quindi il rumore del traffico è costante, così come il vociare della gente, ma quando ci si trova all’interno di questo suo spazio, non si sente più nulla. Lui osserva da lì dentro, non fa altro che fare quello che faccio io dietro alla mia fotocamera: restare in contemplazione, la sua forzata, la mia libera. E’ il nostro mestiere, è quello che ci accomuna. Quando lo guardo e gli chiedo di raccontarmi il suo lavoro, Diego non fa domande, non mi chiede perché, proprio come se fosse normale che io lo stessi osservando. D’altronde è il nostro mestiere. Così, mi racconta che è tifoso del Napoli, che si chiama Diego non a caso (come Maradona), e che in quella cabina passa spesso le notti e i weekend. Gli domando se succede mai qualcosa e lui mi dice che succedono tante cose, ma quasi mai brutte. Spesso i gabbiani danno fastidio e ci sono animali, gatti, topi, piccioni e cani randagi. Quando c’è una bella giornata, ci sono curiosi che si affacciano o che semplicemente vengono a prendere un po’ di sole. E quando viene il bel tempo, le barche escono. Diego sa tutto, ma nessuno sa di lui. E’ il suo mestiere e somiglia al mio”.
Prima di fare il fotografo, Riccardo era un chitarrista blues. Nel 2010 ha scattato la prima fotografia con una reflex, un anno dopo realizzò uno dei suoi più importanti ritratti durante un concerto. Il prossimo maggio uscirà il suo libro che celebra i primi dieci anni di carriera.
Per altre informazioni www.riccardopiccirillo.com

 

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Antonio Fede – Fiorire perpendicolare

Il lavoro di questo giovane autore di origine siciliana, classe 1992, è caratterizzato da uno stile mosso, da bianchi e neri carichi, da giochi di proporzioni e prospettive che pongono sempre l’accento sulle emozioni. Le nostre, le sue. Fotografa in maniera colta, profonda, come uno che attribuisce peso ad ogni scatto, ed è per questo che abbiamo deciso di pubblicarlo.

“Arrivare tardi, fuori tempo; rincorrere la propria ombra sperando si fermi. Agognare il tanto atteso e ignorarlo quando arriva. Lasciare si ripeta ogni errore, anche il più vituperato. Forse la visione è coniugata all’infinito e il fiorire, perpendicolare.

È proprio “Fiorire perpendicolare” il titolo che ho voluto dare a questo lavoro in fieri che non so bene, ancora, dove mi porterà. Un grido di inadeguatezza e precarietà, forse, generazionali; il tentativo di dare una forma ai miei fantasmi, pensieri e desideri più reconditi. Uno sguardo nella crepa che ci portiamo dentro”.

Biografia

Nasco a Messina, città nella quale tuttora risiedo. Mi avvicino alla fotografia a diciotto anni, quando, per sopravvivere alla noia della periferia, decido di acquistare una macchina fotografica. Apprendo i rudimenti da autodidatta; studio i maggiori fotografi, la storia della fotografia, e mi appassiono al racconto ma soprattutto al linguaggio. Comincio così a fotografare quello che mi sta intorno (una frazione del messinese di circa cinquecento anime) e ne nasce un lavoro, durato quattro anni: “Vite ad acqua”. Accresciuto l’interesse per le vicende e l’animo umani, decido di iscrivermi alla facoltà di Lettere moderne, presso la quale sto ancora studiando. Negli ultimi tre anni ho partecipato a diverse attività fotografiche di rilievo, tra cui un workshop tenuto da Settimio Benedusi e un altro da Letizia Battaglia (entrambi organizzati da SFM scuola di fotografia di Messina).

 

 

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Umberto Verdoliva – Procida, “isola non-trovata”

Di Barbara Silbe

Procida sta lì, sospesa tra il vento e il mare, a raccontare secoli di storia e a srotolare paesaggi da incanto come fossero un sipario. E’ anche un ramo di Napoli, un comune della città metropolitana per la precisione, proteso nel suo golfo, che insieme ad Ischia, Vivara, Nisida e Capri fa parte dell’Arcipelago Campano. Lei però è diversa da tutte. Antica, autentica, un po’ segreta, tanto da meritarsi il fregio di Capitale della Cultura 2022. L’anno prossimo si aprirà a molte iniziative e al turismo, ne sarà invasa, speriamo, quando la pandemia avrà allentato i suoi morsi su tutti noi. Noi abbiamo incontrato un fotografo che da tempo la racconta nella sua più profonda intimità. Si tratta di Umberto Verdoliva, residente a Treviso, ma nato a Castellammare di Stabia e ancorato alle sue radici come una quercia. Vive da pendolare da molti anni, con molte difficoltà, e il suo sguardo sull’isola si addentra tra le sue strade, si affaccia ai suoi balconi, si ferma con le persone e tra le architetture, come a voler osservare quello che noi non sappiamo vedere. Uno stile, il suo, che mescola sapientemente un approccio analitico-geometrico del paesaggio architettonico a inquadrature più emotive e ampie, dove le sensazioni che ci rimanda sono quelle che egli stesso prova e lascia sedimentare. I soggetti ritratti sono spesso al centro della composizione, a testimoniare quanto l’incontro con l’altro sia determinante nella sua fotografia. Le situazioni riprese sono dinamiche, spesso mosse, le diagonali e le proporzioni perfette, come in un balletto classico. Autore di strada, che si esprime usando medium analogici, Umberto ha una notevole profondità di pensiero, quella che serve a raccontare le vie che percorre senza cadere nella superficialità improvvisata tipica della street photography contemporanea. Queste le sue parole a descrizione del portfolio che pubblichiamo.

“In questo percorso, che ancora continua, Procida è stata il mio transito, il rifugio, una porta svelata con la chiave della mia fotocamera, essa ha permesso di ritrovarmi, di scoprire, di lasciar fuori stanchezze e incomprensioni di una vita che avrei voluto forse diversa.

Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata” sono i versi di una poesia di Guido Gozzano, un luogo immaginario che è lì per essere reinventato continuamente da chi ne percepisce l’animo e la grazia. Nell’isola troviamo però anche un approdo, una stazione momentanea di un transito, il fermarsi per recuperare le forze e poi proseguire. L’isola e il mare, elementi da sempre contenuti nella narrazione, hanno permesso di abbandonarmi alla bellezza del vento, alla luce, all’odore della salsedine e ai propri silenzi facendo nascere in me il desiderio ancestrale di raccontare e svelare l’enigma profondo dentro di me.

Nel termine “isolamento” la parola isola come luogo ne costituisce l’ossatura, e la vicinanza stessa con la terraferma accentua la dimensione di distanza, guardi da lontano le tue paure e sembri dimenticarle”

Note biografiche

Sono nato nel 1961 a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli. Vivo a Treviso. Fotografo dal 2006. Ho amato immediatamente la fotografia di strada, questa consapevolezza nel tempo mi ha spinto ad indagare con profondità il mio “quotidiano”, fino alla ricerca costante della poesia e della bellezza come qualità essenziali da evidenziare dell’uomo.

Dal 2010 al 2017 sono stato membro del collettivo internazionale “ViVo” e nel 2013 ho fondato “SPONTANEA” un collettivo italiano dedicato alla street photography sciolto nel 2019 che ha lasciato un significativo segno nella comunità street italiana.

La fotografia è uno strumento parallelo alla mia vita professionale e personale che utilizzo per entrare in un mondo tutto mio in cui raccontare, sognare, ricaricarmi, stare bene con me stesso e con gli altri. Narro attraverso le immagini, tutto ciò che vivo giorno dopo giorno, dalle strade sotto casa, all’ambiente di lavoro, dalla famiglia ai luoghi in cui vivo, indagando con occhio attento e profonda sensibilità, il mio vissuto per lasciare tracce e memoria anche di altri.

In questi anni ho realizzato numerosi progetti fotografici che, sebbene siano ben distinti, rappresentano il mio progetto unico, la mia storia di uomo, la memoria e il mio pensiero sulla vita.

Non amo citare i premi vinti o in cui sono stato finalista, sono elencati sul mio sito web così come tutte le esposizioni personali e collettive a cui ho partecipato. La fotografia, per me, non ha nulla a che vedere con il guadagnarsi da vivere e soprattutto non è una competizione. Considero i premi ricevuti un riconoscimento del mio percorso fotografico.

Mi piace, oltre a fotografare, trasmettere la mia passione curando laboratori, mostre, letture di portfolio, presentazioni, scrivere articoli ed approfondimenti sulla fotografia. Molte mie foto e progetti fotografici sono stati pubblicati nelle principali riviste di fotografia italiane e internazionali.

Dal dicembre 2016 collaboro con il dipartimento social della FIAF e con la rivista FOTOIT nella recensione di autori e progetti specifici.

www.umbertoverdoliva.com  

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Il writer Endless in mostra a Milano

Di Barbara Silbe

Endless venne scoperto per le strade e sui muri di Londra ed è oggi uno dei più apprezzati e noti street-artist della scena internazionale contemporanea. Non è un fotografo, ma lo segnaliamo volentieri sulle pagine di EyesOpen! Magazine mossi dallo spirito di commistione tra le varie discipline artistiche che ci è sempre piaciuto. Le sue opere, da ieri in mostra al Salotto di Milano di corso Venezia 7, nel capoluogo meneghino, sono dissacranti ed estetiche, apparentemente leggere, ma con al loro interno un messaggio provocatorio potente di critica alla società del consumi e alla futilità del lusso. La sua fama è aumentata sempre più, fino a catturare l’attenzione dei curatori, dei galleristi e dei media di tutto il mondo. Gran parte del suo lavoro si concentra sulla rappresentazione di elementi chiave della società odierna, coprendo aspetti come il “culto del marchio”, la pubblicità, il consumismo e la cultura della celebrità.

Oltre che per le strade di Londr,a le sue opere si possono visionare nella galleria londinese Cris Contini Contemporary, partner di questa esposizione italiana dal titolo The Queen & Culture Exhibition che si è tenuta a Londra lo scorso ottobre 2020 nella suggestiva location di The Crypt Gallery.  Questa versione è curata da Simona Gervasio e resterà aperta fino all’8 maggio. Raccoglie una selezione di opere ispirate al periodo del lockdown, audaci riflessioni sugli eventi chiave e sui cambiamenti sociali che hanno avuto luogo a partire da marzo dello scorso anno. Tra le opere esposte ci saranno nuove interpretazioni dei pezzi più iconici di Endless, inclusa “Lizzy Vuitton”, la sua prima opera a ottenere riconoscimento pubblico. Il suo racconto non è mai né positivo né negativo, lo spettatore è libero di esplorare la varietà di messaggi nascosti e interagire con l’estetica dirompente, dissacrante e giocosa dei suoi molteplici lavori. Lungo il percorso espositivo appare la Regina Elisabetta che fa una boccaccia, ed è spesso presente il suo celebre logo “CHAPEL”, della serie Deities (una serie di dipinti che mostrano il contrasto tra vecchi e nuovi simboli di adorazione), dove la sua reinterpretazione modifica l’iconico profumo Chanel N.5 per farci ragionare sulla trasformazione dei valori culturali in un mondo dove i marchi e le celebrities sono paragonabili a nuove divintià e  i negozi sono le nuove chiese.

Endless ha anche realizzato un autoritratto per la collezione del Museo degli Uffizi, il primo donato da uno street-artist, una tecnica mista che lo raffigura insieme a una celebre coppia dell’arte contemporanea, Gilbert & George, all’interno del loro studio. L’artista londinese è stato inoltre il primo a ricevere l’incarico, in queste settimane, di dipingere un murales nella località sciistica di Cortina D’Ampezzo, in occasione dei Mondiali di Sci Alpino 2021.

La mostra è visitabile anche virtualmente nella galleria digitale di VR Art Gate.

Altre info: tel. 0276317715