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Don’t Touch My Children, un progetto artistico per i bambini del mondo

Segnaliamo un importante progetto internazionale che apre il 7 maggio a Nuoro: si intitola DTMC , “Don’t Touch My Children”. Voluto e ideato con coraggio, determinazione e molta caparbia da Seb Falchi, artista fotografa sarda che vive e lavora negli Stati Uniti. Il progetto ‐ in prezioso partenariato con l’artista di Orune Nietta Condemi De Felice ‐ è patrocinato da Unicef Italia, Comune di Nuoro ‐ Assessorato alle politiche sociali, Camera di Commercio, Museo MAN, Istituto Scolastico Podda sempre della città di Nuoro e dal museo Midi di Norbello. Ha collaborato nella prima fase l’Associazione Presenza Isole Comprese di Nuoro e nella seconda, l’Associazione Culturale Insula Felix di Olbia. Sponsor di DTMC l’Hotel Centrale di Olbia.
Il format born in USA made in Italy a partire dalla Sardegna, era stato lanciato per il 21 marzo 2020 ma bloccato dal primo lockdown italiano. E’ la seconda volta che le due artiste si uniscono per affrontare attraverso lo strumento dell’arte, temi sociali che toccano l’intera collettività, infatti è del 2017 la performance interattiva contro la violenza di genere (Don’t Touch My Brain) partita da San Francisco per approdare a San Teodoro.

La performance interattiva è divisa in due parti, una creativa e l’altra più scientifica. La prima si terrà a partire dalle 9.30 presso la libreria Mieleamaro in Corso Garibaldi, con l’esplosivo allestimento a terra del coloratissimo photo carpet: un tappeto lungo 130 metri, inondato di fotografie di bimbi donate dagli artisti partecipanti. Prezioso nella posa in opera sarà l’aiuto dei bambini e dei giovani che stenderanno il photo carpet fino a farlo finire all’interno del palazzo del Museo MAN. La parte scientifica sarà ospitata nella Sala Convegni della Camera di Commercio di Nuoro in Via Papandrea 8, con la presentazione di un convegno-dibattito pubblico al quale interverrano numerosi esperti e personalità. Il tema del dibattito sarà “LA TUTELA DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI” indagare dalla radice i danni della violenza psico fisica del minore per iniziare un percorso educativo di cambiamento che, partendo dalla famiglia ‐ prima istituzione del bambino ‐ lavori in sinergia con la scuola e tutte le istituzioni.
Il progetto coinvolge circa 60 fotografi a livello internazionale, come il fotografo nonché docente di fotografia Kevin Bransfield del Monterey Peninsula College e il fotografo afgano Naser Bayat, solo per citarne alcuni.
DON’T TOUCH MY CHILDREN è solo all’inizio ‐ sostiene l’ideatrice Seb Falchi ‐ l’idea è quella di innescare una joint venture con i giovani, le amministrazioni comunali e gli artisti italiani per portare l’idea negli Stati Uniti. Questo è solo il numero zero, la cartina tornasole per capire se la mia terra è pronta a fare un salto coraggioso e presentarsi ovunque con contenuti culturali importanti dei quali spesso non si tiene conto. In programma ci sono altre edizioni in Sardegna e non solo ‐ continua l’artista ideatrice dell’evento ‐ un evento che non avrebbe potuto vedere la luce se non grazie alla sinergia di molteplici attori; chi ha creduto progetto e ha fatto sì che tutta questa bellezza accadesse, a partire da tutti i fotografi e vignettisti, Nietta, tutti i patrocinanti e partecipanti al convegno. Nonché lo staff che dietro le quinte ha lavorato sodo per comporre il meraviglioso puzzle artistico culturale. Abbiamo bisogno di ottimismo, di infondere il desiderio di un futuro buono da costruire tutti insieme per i bambini e gli adolescenti, che sono giovani adulti da rispettare, accompagnare, sollecitare per sviluppare i loro talenti e la creatività di cui sono colmi. In un periodo post pandemico come il nostro, i rapporti umani con la riscoperta del gioco, l’arte come ponte che unisce e mai divide, sono le fondamenta solide sul quale costruire un futuro ex novo, conclude Seb Falchi. Un momento d’arte, d’incontro e di idee tutte da mettere su strada.

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Mostra – Roberto Besana, I segni di Vaia

Dal 28 aprile al 29 ottobre, presso il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige, si terranno due manifestazioni: “I suoni di Vaia” e “I segni di Vaia”, iniziativa di forte impatto emozionale, da un’idea di Claudio Lucchin.

Centinaia di migliaia di immagini hanno raccontato la devastazione di quella tragedia avvenuta a fine ottobre 2018. Ora, con “I suoni di Vaia“, sarà l’audio a stimolare alcune urgenti riflessioni necessarie per elaborare gli effetti devastanti di quel fenomeno meteorologico estremo. La sonorizzazione e le musiche sono di Elisa Pisetta e Claudio Lucchin. L’iniziativa, in tutte le sue parti, costituisce un’opportunità per ragionare insieme sul futuro del nostro Pianeta e di noi che siamo i suoi abitanti. Forse per la prima volta, sarà possibile assistere all’incredibile sovrapposizione di suoni, armonizzazioni, rumori e dissonanze che la tempesta si è portata dietro e ci ha fatto sentire in modo sfuggente. Ma un urlo così forte, il grido di dolore di una Terra sofferente, non poteva che essere introdotto, o meglio accompagnato, da questa misurata, attenta e affascinante selezione d’immagini, che rappresenta, in termini psicologici e cognitivi, esattamente l’opposto di quello che proverete dopo.

Il percorso sonoro sarà preceduto, nell’allestimento, da “I segni di Vaia”, una serie di potenti immagini invernali del  fotografo Roberto Besana, che illustrano il prima e il dopo della distruzione di migliaia di ettari di bosco. Un video sul rapporto uomo-natura, ideato da Davide Grecchi e Roberto Besana su testo di Mimmo Sorrentino, sarà un ulteriore stimolo all’approfondimento. Besana racconta gli alberi, i boschi, la natura e la stessa tempesta con un’educazione e un punto di vista così raffinati e delicati, merito anche del sapiente uso del bianco e nero, da evitare di annichilire la nostra fragile umanità e, di conseguenza, la nostra personale curiosità. Perché queste bellissime fotografie hanno lo scopo di riattivarla, per provare a comprendere la complessità di quanto accaduto e tornare a curiosare in quei luoghi, senza timori, paure o, una più che normale titubanza, in modo da comprendere finalmente che abitare significa ontologicamente prendersi cura, dell’ambiente che ci accoglie e di tutti i viventi presenti.

I singoli fotogrammi in mostra, raccontano di presenze forti, instabili, forse ingombranti, perché Vaia ha inciso pesantemente il territorio con i segni del suo passaggio. Queste immagini, in più, ci permettono di smontare la tragedia, ci consentono una possibile interpretazione dell’evento, codificandone caratteristiche e portata, avviandoci così, sempreché se ne abbia la capacità, a capire come sia possibile procedere oltre. Sapendo, fin d’ora, che per affrontare e metabolizzare un disastro così grande è necessario innanzitutto ricorrere alla parola, con la quale provare a esorcizzare l’angoscia sul futuro; recuperare una certa capacità d’ascolto, per risintonizzare il nostro “stile di vita” con le più naturali necessità del pianeta e, infine, tornare a una più efficace cooperazione tra tutti gli uomini, meglio sarebbe fra tutti gli esseri viventi, perché, se vogliamo affrontare i problemi difficili e complessi di questo nostro tempo, è necessario connettere tra loro tutti i cervelli possibili.

Un ciclo di incontri di carattere scientifico animerà tutto il periodo di allestimento.

Con inaudita intensità la tempesta nota con il nome di Vaia, si abbatté a fine ottobre 2018 su tutto il Nordest italiano, in particolar modo sul Trentino Alto Adige e su tutta l’area delle Dolomiti patrimonio dell’UNESCO. Venti fortissimi raggiunsero la velocità di 217,3 chilometri orari sul passo Rolle. Piogge torrenziali, che in soli tre giorni fecero registrare sulle montagne del Trentino e del Veneto fino a 715,8 mm caduti, superando di molto i dati dell’alluvione del 1966. Otto persone persero la vita, i danni furono elevatissimi, stimati in oltre tre miliardi di euro. Una ricchezza forestale di milioni di alberi venne schiantata al suolo dalle potentissime raffiche di vento, vennero distrutte decine di migliaia di ettari (41.000) di foreste alpine di conifere. Gli effetti della tempesta Vaia hanno posto, da subito, molti quesiti ad esperti di vari ambiti, a tutte le persone che vivono nei territori colpiti e ad un vastissimo pubblico attento alle problematiche del genere umano. Perché quella tragedia? Perché quella pioggia torrenziale così insolita per le latitudini dell’Italia settentrionale, perché quel vento di scirocco a velocità “uragano”, perché tutti quei danni da vento mai ricordati a memoria d’uomo? Che cosa ha provocato quel fortissimo vento che, secondo le stime ha abbattuto 42 milioni di alberi, un dato mai registrato in epoca recente in Italia? Al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina saranno diverse e in varie modalità le occasioni per riflettere insieme.

Testo di Roberto Besana

Silenziosa, consapevole tristezza

È nelle occasioni come questa che sento con certezza che la fotografia riesce a parlare alla nostra mente, a documentare, a tenere vivo il ricordo del passato e, in modo particolare, di quanto avvenuto nell’ottobre del 2018 sulle Dolomiti e le Prealpi Venete a causa dell’uragano Vaia.

Momenti e sensazioni che ho cercato di fissare indelebilmente con le mie immagini e di presentare in questa mostra, portandoli al vostro sguardo per non dimenticare.

Le parole, a mio avviso, non hanno altrettanta forza nel dare evidenza dell’accaduto.

Solo il suono, i rumori e le immagini possono raccontarci quanta distruzione si è abbattuta sulle montagne, quanti alberi si sono adagiati dopo essere stati estirpati con violenza.

Perché la vista e l’udito sono i sensi che più velocemente raggiungono la mente e il cuore, e che ancora meglio della parola rimangono impressi nella memoria.

Ecco, la fotografia scuote il cuore, l’anima di chiunque non ha potuto vedere né vagare per i versanti e le valli, ammutolito come me, incredulo e tristemente consapevole che siamo di fronte alla necessità di comprendere e condividere quanto la scienza ci dice da tempo: l’equilibrio ambientale si sta rompendo, si accelerano i fenomeni dirompenti per la nostra incuria di una vita dispendiosa di energia, di suolo, di risorse.

Nulla di male per la natura, lei è riuscita a sopravvivere nei milioni di anni passati a catastrofi ben più grandi e continuerà a farlo in un eterno infinito che viene prima degli uomini e continuerà dopo di loro.

Non è certo questo mammifero “Homo” che ne causerà la distruzione, ma dovrebbe essere lui ad agitarsi nel considerare l’avvenimento come presagio, avvertimento per la sua esistenza futura.

Rispettare la natura è portare rispetto a noi stessi, alla nostra qualità di vita sul Pianeta Terra, in cui siamo ospiti.

Solo così l’uragano Vaia, con il suo nome di donna madre, ci servirà per rigenerarci come gli alberi che via via ricresceranno, noi migliori di prima, più consapevoli, più umani.

Note biografiche

Roberto Besana nasce a Monza nel 1954 e risiede a La Spezia. È un uomo curioso e di talento con un lungo passato da manager editoriale che lo ha portato fino alla direzione generale della De Agostini Editore. Opera nella realizzazione di progetti culturali con mostre, convegni e pubblicazioni come i libri “Il paesaggio” del 2021 o “L’albero” del 2020. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, quindi temi legati alla natura, all’ambiente e al paesaggio e, come tali, i suoi principali filoni di ricerca. Un continuo indagare verso questo nostro terribile e meraviglioso mondo, con una meraviglia trovata nella brina sui fili d’erba al mattino, nella pioggia, nei campi lavorati dall’uomo e, soprattutto, negli alberi. Alberi che affondano le radici nel terreno dei primordi, ma che dalle cui gemme fioriscono le stelle, il sole e l’universo.

MUSEO DEGLI USI E COSTUMI DELLA GENTE TRENTINA

Aperto da martedì a domenica, ore 9.00 – 12.30 / 14.30 – 18.00

tel. 0461 – 650314, fax 0461 – 650703

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Mostre – WESTON Edward, Brett, Cole, Cara. Una dinastia di fotografi

Fino al 24 luglio, al Museo di Santa Giulia di Brescia, saranno esposte ottanta opere dei quattro autori, quaranta solo del più celebre Edward, tra cui i suoi maggiori capolavori: dai ritratti plastici ai nudi che esaltano forme e volumi, dalle dune di sabbia agli oggetti trasformati in sculture, sino ai celebri vegetable – peperoni, carciofi, cavoli – e le conchiglie riprese in primissimo piano. Spesso direttamente paragonata alla pittura e alla scultura, la fotografia di Edward Weston è l’espressione di una ricerca ostinata di purezza, nelle forme compositive come nella perfezione quasi maniacale dell’immagine. L’autore indaga gli oggetti nella loro quintessenza, eleggendoli a metafore visive degli elementi stessi della natura.

La collettiva è il principale appuntamento del Brescia Photo Festival – iniziativa promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana che quest’anno verterà sul tema Le forme del ritratto – e raccoglie anche quaranta fotografie realizzate dai figli dell’artista, Brett e Cole, e della nipote Cara. Una dinastia, appunto, che si sviluppa poi con la ricerca di Brett Weston che ridefinisce la rappresentazione della natura, dalla grande veduta al primo piano, in chiave astrattista; il fotografo sovente opera per sottrazione, isolando pochi elementi che graficamente, come fossero disegnati a matita sul foglio, animano e giustificano i vuoti. L’indagine formale di Cole Weston, fatta eccezione per la serie dei Landscape, si caratterizza per la fisicità dell’immagine, al punto che sembra di poter toccare gli elementi naturali che la compongono. L’aver visto centinaia di opere e aver curato, nel periodo in cui dirigeva la Weston Gallery, mostre di importanti autori americani, ha contribuito a sviluppare in Cara Weston un senso critico accurato che, traslato nella propria esperienza, induce un approccio alla fotografia meditativo e intenso.

L’intera collettiva è curata da Filippo Maggia, prodotta dalla Fondazione Brescia Musei e da Skira e progettata in stretta sinergia con la famiglia Weston. Riunisce, per la prima volta, le fotografie dei quattro autori. “La disponibilità offerta dalla famiglia Weston nel costruire questa mostra – afferma Filippo Maggia – si è rivelata un valore aggiunto unico e fondamentale per avere una selezione di opere preziosa e completa, di veri capolavori del padre Edward, un genio assoluto della fotografia, e di opere significative dei figli Brett e Cole che di fatto scopriamo solo ora in Italia, come la nipote Cara ancora in attività”.

“Sono veramente pochi i fotografi che hanno modernizzato la lingua della propria arte – commenta Stefano Karadjov, direttore di Fondazione Brescia Musei – intervenendo profondamente con la propria poetica nel definire le architravi stesse di una disciplina. In questo senso la mostra che portiamo a Brescia propone uno straordinario esercizio di modernità che in tutto il Novecento, prima Edward e poi in modo diverso i suoi figli Brett e Cole e la nipote Cara hanno professato, la modernità che pone sullo stesso piano il corpo, gli elementi vegetali e del regno animale trattati con l’occhio del ritrattista, esplorando in questo modo un filone narrativo che nel secondo Novecento trasformerà anche tecnologicamente la fotografia con l’invenzione delle macro e con la grande attenzione allo sguardo trasversale sugli oggetti del nostro microcosmo. La città di Brescia e Fondazione Brescia Musei possono dirsi orgogliosi di proporre per la prima volta in Italia questo sguardo trasversale cross-generazionale. La mostra di Edward Weston è uno straordinario avanzamento della nostra capacità organizzativa e produttiva con un salto di qualità verso il benchmark internazionale che il contenitore fotografico di Santa Giulia ormai può consapevolmente presidiare”.

L’aspetto d’eccellenza che caratterizza l’intera esposizione è stato quello di poter lavorare a stretto contatto con la famiglia Weston. La totalità delle immagini di Edward presenti in mostra è stata stampata dal maestro e dagli eredi: alcuni scatti da lui stesso, altri dal figlio Cole, seguendo le istruzioni trasferite dal padre. Negli ultimi anni della malattia del maestro, i figli lo hanno infatti assistito in camera oscura, dando in questo modo vita a una delle collezioni più organiche di tutto il Novecento, con cui Fondazione Brescia Musei ha avuto l’onore di potersi confrontare.

Catalogo pubblicato da Skira

Al Museo di Santa Giulia e in altre sedi espositive cittadine, grandi mostre e importanti eventi intorno alle molteplici declinazioni del “ritratto” nella storia della fotografia italiana e internazionale. Giunta alla sua V edizione, l’iniziativa promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini, verte sul tema Le forme del ritratto, consolidando nuovamente la città di Brescia quale uno dei centri propulsivi di quest’arte. La kermesse si dispiega in vari luoghi della città e della provincia, tra cui la Pinacoteca Tosio Martinengo, il Mo.Ca. – Centro per le Nuove Culture, il Museo Civico di Scienze Naturali, la Fondazione Vittorio Leonesio di Puegnago del Garda e la Cantina Guido Berlucchi di Corte Franca.

WESTON.Edward, Brett, Cole, Cara.Una dinastia di fotografi 

31 marzo – 24 luglio 2022Brescia, Museo di Santa Giulia

Orari di apertura: martedì – domenica, ore 10-18

Aperture straordinarie: lunedì 18 aprile e 25 aprile

www.bresciamusei.com

www.bresciaphotofestival.it

Fondazione Brescia Musei

tel. 030.2977833 – 834 | santagiulia@bresciamusei.com

 

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Portfolio – Antonello Ferrara, Il porto straziato

Testo di Barbara Silbe

Antonello Ferrara si affida a un colore intriso di simboli per parlarci di una ferita. Quella che ha subito la sua terra e, di conseguenza, lui stesso. Nella produzione iconografica che è frutto di perlustrazioni in situ, concettualizza la rabbia, il pericolo, il dolore, perfino la passione, in un filtro rosso che ricopre ogni inquadratura. Un drappo che cela, eppure mette accenti con l’intento di attirare la nostra attenzione. Ogni tappa della sua storia è affidata a questo velo rubino, steso su un pezzo di Sicilia che ha subito violenze ed è stato dimenticato. È la cronaca, la documentazione di industrie che hanno cambiato il profilo di un luogo caro, Marina di Melilli (provincia di Siracusa), che si fa espressione artistica per un messaggio ancora più potente.

Rosso è un colore che urla, come una sirena o una rivoluzione. È intenso, pietrificato, alchemico come una pozione. Quel vedo-non vedo, fa venire voglia di entrare in ogni frammento del suo racconto, come se la nostra mano potesse scostare il sipario per indagare in profondità come si sono svolti fatti e misfatti. L’autore a quei luoghi appartiene, li ha visti deperire e ha assecondato l’istinto a denunciare quanto è accaduto usando il suo obiettivo.

Lo ha fatto con il riguardo e il rigore che caratterizzano la sua indole delicata, posando lo sguardo sulle case e sui dettagli trascurati di un paese fantasma, dove sarebbe proibito entrare, dove nessuno abita più quei muri che sono state case. Un cane randagio si è appropriato degli spazi decrepiti, un bagnante ostinato torna lì per riposare, lui li incontra nel suo perlustrare e li include, trasformandoli in personaggi recitanti di questo avulso palcoscenico.

Si muove in punta di piedi, entra tra le macerie inquinate, mette a fuoco paesaggi desolati che un tempo erano ricordi e appartenenza… eppure, questo rosso tagliente che ha scelto per comunicare con noi, mi ha ricordato uno degli artisti più complessi del Novecento: il viennese Hermann Nitsch, il padre dell’Azionismo oggi esposto presso lo spazio Oficine 800 alle Fondamenta di San Biagio, Venezia, per una vasta celebrazione nell’ambito della Biennale d’Arte. La sua ricerca pittorica è una sorta di ramo più duro della Body Art, dove tra reale e metafora, tra sacro e profano, mescola il sangue con la pittura in un rituale liberatorio e dirompente.

Ancestrali rimandi, che hanno un impatto significativo sulle nostre percezioni, emozioni e fisicità. L’umanità si è evoluta dando la priorità al rosso del fuoco, alla lava dei vulcani che portano distruzione e rinascita. Quello di Ferrara è il rosso primordiale usato da Anish Kapoor, è il pigmento primario delle pitture rupestri, è quella tonalità densa di vibrazioni che Mark Rothko ha reso vivo come un canto di luce. È, ancora, messaggio politico, presa di posizione netta nei confronti dell’incuria che ha ridotto in brandelli un luogo amato. Bandiera rossa rivoluzionaria, emozionante, la sua, generata dalle immagini e dal suo pensiero.

Note biografiche

Nato a Taranto nel 1967, lavoro nella Marina Militare Italiana dal 1984. Ho ricevuto in dono nel 1978 una macchinetta fotografica AGFA POCKET con la quale ho iniziato a fare i primi scatti. Ho cominciato a stampare in proprio utilizzando un progetto proposto nel “manuale delle giovani marmotte”. Utilizzando una scatola di scarpe, inserendo un’intercapedine con un buco al centro dove posizionare il negativo, una lampadina all’interno di essa, era possibile stampare su carta fotografica fotosensibile posizionata nel fondo interno della scatola. Visti gli alti costi economici e dal momento che nessun adulto che mi aiutava, sia nel migliorarmi che nel confronto, ho sospeso le prime esperienze fotografiche.

Da quando ho comprato il primo smartphone ho ricominciato a fotografare. Nel 2017, durante un viaggio in Turchia, ho scattato delle foto con un iPhone5. Un amico sacerdote invia una foto ad un concorso su Twitter per la pagina domenicale del sito della rivista cultura del Corriere della Sera. La foto viene selezionata e pubblicata nella homepage del sito. Vedendo i vari commenti e complimenti su Twitter decido di impegnarmi nella fotografia comprando una Olympus Om 10 III con un obbiettivo Pancake 12/40. Ho poi deciso di approfondire con corsi, workshop, concorsi e varie collaborazioni formative.

Con una modalità sporadica ho avuto modo di confrontarmi sui miei portfolio con Silvano Bicocchi, Antonio Biasucci, Yvonne de Rosa, Fabiola di Maggio, Salvo Zito, Daniela Sidari, Barbara Silbe, Santo Di Miceli, Marco Rigamonti, Laura Petrillo, Alessandra de Pace, Steve Besson. Alessandra Sanguinetti (lettura Magnum), Amber Terranova (lettura Magnum).

Ha svolto tre lezioni “one to one” su Street phography con Eolo Perfido.

Sono socio di Magazzini Fotografici di Napoli, “la fototeca Siracusana” a Siracusa, “2 Lab Catania”.

Sono membro del Collettivo TIFF di Piacenza.

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Festival Fotografico Europeo 2022

Apre il 9 aprile e durerà fino al 22 maggio, con un programma articolato di appuntamenti culturali. E’ la decima edizione del festival che coinvolge i comuni di Legnano, Busto Arsizio, Castellanza, Castiglione Olona e Cairate e che ha il patrocinio della Commissione Europea, di Regione Lombardia, Provincia di Varese e delle Amministrazioni comunali, in partenariato con Istituto Italiano di Fotografia – Milano.  Un progetto culturale e artistico dedicato alla fotografia storica, moderna e contemporanea, con un approccio interdisciplinare che vede importanti autori a confronto con fotografi emergenti, italiani e provenienti da diversi Paesi del mondo. Il programma è arricchito da conferenze, proiezioni, presentazione di libri, workshop, visite guidate e iniziative site specific, il cui obiettivo è approfondire l’evoluzione del linguaggio fotografico e visivo. Un crocevia di esperienze dove esperti del settore, studenti, appassionati, ricercatori e professionisti potranno confrontarsi per una crescita collettiva. Il Festival Fotografico Europeo ha tra le finalità anche quella della valorizzazione del territorio, da far conoscere e scoprire mediante una comunicazione mirata, immagini d’archivio e campagne contemporanee.

Tra le mostre, da segnalare Giorgio Lotti “Viaggio nel ‘900”; Monika Bulaj “Broken Songlines”; Nino Migliori “Una visione neorealista; Reza Khatir “Le lune di SaturnO”; Alain Laboile “Le temps retrouvé”; Pino Bertelli “Chernobyl, ritratti dell’infanzia contaminata”; “La grande epopea del Giro. Vincenzo Torriani, l’ultimo patron”; Valter Iannetti “Afghanistan. Nel tempo di mezzo”; Ugo Panella, “La silenziosa rivoluzione delle donne afghane”; Francesco Faraci con “Anima nomade. Da Pasolini alla fotografia povera” e, al Castello Visconteo di Legnano, Martin Parr con “Views of the world”, oltre a molte altre.

L’intera iniziativa è valorizzata dalla partecipazione di spazi e soggetti privati, gallerie e librerie che propongono esposizioni e progetti. Una sorta di laboratorio culturale, che si apre all’Europa, che dialoga con la gente attraverso l’arte dello sguardo e mette a fuoco le aspirazioni, i linguaggi e l’inventiva di artisti con differenti peculiarità stilistiche.Un progetto che vuole affermare la centralità della cultura quale potente meccanismo in grado stimolare confronti tra i popoli e tra le generazioni in una prospettiva di sviluppo, riflessione e dialogo, guidati dall’impegno comune, in un percorso di progresso in opposizione al degrado sociale.Venticinque mostre, conferenze, proiezioni, presentazione di libri. Un programma espositivo ricco, che muove dalla fotografia storica al reportage d’autore, dalla fotografia d’arte all’architettura, dalle ricerche creative alla documentazione del territorio ed è una bella occasione di approfondimento.

Altre informazioni su www.europhotofestival.com 

 

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Mostra – Lorenzo Castore, Interior

Inaugura mercoledì 6 aprile alle 18, presso Alessia Paladini Gallery via Pietro Maroncelli 11, la personale di Lorenzo Castore dal titolo “Interior”. Sarà esposta una selezione di polittici e opere singole realizzate tra il 2008 e il 2022. Interior è un’estensione del lavoro pubblicato nel libro Ultimo Domicilio (edizioni l’Artiere, 2015) che nel tempo si evolve attraverso l’aggiunta di nuovi capitoli. La ricerca di Lorenzo Castore è caratterizzata da progetti di lungo termine che hanno come tema principale l’esperienza personale, l’identità, la memoria e la relazione tra piccole storie in-dividuali, il presente e la storia.

“Ognuna delle opere in mostra –  afferma l’autore  – parla di uno spazio fisico interiore e dell’universo emotivo a cui si riferisce. Sono tutte case che non esistono più, lasciate per i più disparati motivi (morte, guerra, separazione, vendita, cambio di vita…), da chi le aveva vissute arredandole a propria immagine e somiglianza, donandogli così una specifica personalità, frutto dei caratteri e dei gusti, delle circostan-ze e del quotidiano, della cultura, dell’educazione e della provenienza geografica dei suoi abitanti. Ho conosciuto queste case per varie ragioni: sono case che sono state vissute e poi abbandonate, case che ho frequentato o solo visitato, case di amici, familiari o sconosciuti. Tutte parlano di qualcosa che ho cercato in anni di girovagare, di un senso di appartenenza alla nostra parte di mondo. Ogni casa rappresenta il complesso mondo interiore di chi l’ha abitata certamente legato alla mia esperienza, ma anche ad una più vasta, collettiva. Parlano di un passaggio, di intimità e di un territorio comune; sono mappe di un atlante domestico occidentale. Il modo in cui questo lavoro è strutturato è estremamente personale: scaturisce dalle coincidenze, dall’identificazione e dall’immaginazione e crea corrispondenze che sono arbitrarie e strutturate allo stesso tempo”.

Note biografiche

Lorenzo Castore è nato a Firenze il 22 giugno 1973. È stato rappresentato dall’Agenzia Grazia Neri dal 2001 al 2009 e membro dell’Agence e Galerie VU’ dal 2002 al 2017.

MOSTRE PERSONALI (SELEZIONE):

PARADISO Galerie VU’. Paris, FR (2004) Photokina. Cologne, DE (2006) Espace Le Mejan, Ren-contres d’Arles. Arles, FR (2006) Mai Mano’ House of Photography. Budapest, HU (2007) NERO Palazzo Reale. Milan, IT (2004) PRESENT TENSE Galerie VU’. Paris, FR (2015) PORTRAITS Trienna-le. Milan, IT (2010) POLONIA 1999-2013 Polish Institute of Culture. Rome, IT (2013) SING ANO-THER SONG BOYS(with Michael Ackerman) Interzone. Rome, IT (2015) ITALIA (with Anders Petersen + Martin Bogren) Dunkers Kulturhus. Helsingborg, SE (2017) SOGNO #5 MACRO. Rome, IT (2017) INVITO AL VIAGGIO Leica Galerie. Milan, IT (2017) ULTIMO DOMICILIO Galleria del Cembalo. Rome, IT (2018) EWA & PIOTR Images Festival. Vevey, CH (2018) LAND Czytelnia Sztuki. Gliwice, PL (2018) 1994-2001 | A BEGINNING Galerie Folia. Paris, FR (2019) THÉO & SALO-MÉ. Planches Contact Festival. Deauville, FR (2020) GLITTER BLUES Unsocial Studio Gallery. Modena, IT (2021)

LIBRI MONOGRAFICI:

NERO (2004) Federico Motta Editore (IT) PARADISO (2005)Actes Sud (FR), Dewi Lewis Publishing (UK), Edition Braus (DE), Apeiron (GR), Lunwerg (ES), Peliti Associati (IT) ULTIMO DOMICILIO (2015) L’Artiere (IT) EWA & PIOTR (2018) Les Editions Noir Sur Blanc (CH/FR) LAND (2019) Blow Up Press (PL) 1994-2001 | A BEGINNING (2019) L’Artiere (IT) GLITTER BLUES (2021) Blow Up Press (PL)

La mostra resterà aperta fino all’11 giugno con ingresso gratuito. Orari: da martedì a venerdì ore 11-14 e 16-19. Sabato 12-19.

 

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Il World Report Award di Fotografia Etica

Ha da poco aperto la XII edizione del World Report Award | Documenting Humanity 2022., concorso internazionale promosso dal Festival della Fotografia Etica che vuole rappresentare fotograficamente l’impegno sociale e si rivolge a tutti i fotografi italiani e stranieri, professionisti e non. Il soggetto è l’uomo con le sue vicende pubbliche e private, le sue piccole e grandi storie; i fenomeni sociali, i costumi, le civiltà, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane, i cambiamenti e l’immutabilità. Il Festival lodigiano giunge quest’anno alla sua XIII Edizione. L’evento è diventato un’importante occasione di approfondimento e conoscenza, non solo all’interno della comunità dei fotografi, ma per tutta la società civile.

Premi sempre più importanti

Nella categoria Master quest’anno si è alzato il premio a 7.000€

Nella categoria Spotlight si è alzato il premio a 3.000€

E’ stato inoltre aggiunto un ulteriore premio in attrezzatura fotografica FUJIFILM.

Per partecipare al concorso è necessario registrarsi alla piattaforma Picter, iscrivendosi gratuitamente e creando un Profilo Fotografo. Uno strumento semplice e potente per i fotografi.

QUANTE RAGIONI PER PARTECIPARE

  • 10.000 euro di premi in denaro
  • Attrezzatura fotografica professionale FUJIFILM per un valore di oltre 6.500 euro 
  • Stampa ed esposizione della mostra durante il Festival della Fotografia Etica
  • Spese di viaggio e alloggio sostenute dall’organizzazione per soggiornare a Lodi nel mese di ottobre per presentare il progetto
  • Visibilità in Italia e all’estero per la durata di 3 anni grazie al progetto Travelling Festival
  • Visibilità sulla stampa internazionale e con i professionisti del settore
  • Pubblicazione nel catalogo annuale del Festival edizione 2022
  • Visibilità per un intero anno a tutti i progetti e alle pubblicazioni future dei fotografi vincitori attraverso i loro canali di comunicazione
  • Tutti i fotografi selezionati saranno presenti nella gallery online permanente sul sito del festival

La giuria internazionale decreterà solo un vincitore per categoria, ma se reputasse meritevoli altri lavori, oltre a quelli premiati nelle quattro categorie e previo consenso del fotografo, questi potranno essere proposti come mostre nel programma ufficiale della manifestazione.

Per partecipare al concorso è necessario registrarsi alla piattaforma Picter, iscrivendosi gratuitamente e creando un porfilo fotografo.

TIMELINE:

24 aprile 2022: chiusura concorso

28 giugno 2022: comunicazione dei 10 FINALISTI per ogni categoria e dei 30 FINALISTI per il Single Shot Award, tramite il sito del Festival

30 agosto 2022: proclamazione dei VINCITORI per ogni categoria, tramite il sito del Festival.

Per info:

wra@festivaldellafotografiaetica.it

© Jana Mai, winner of the Student Award in 2021 Fotografia Etica
© Jana Mai, winner of the Student Award in 2021 Fotografia Etica
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BRESCIA PHOTO FESTIVAL Le forme del ritratto

Giunto alla sua V edizione, il Brescia Photo Fest è promosso da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con Ma.Co.f – Centro della fotografia italiana, con la curatela artistica di Renato Corsini. Il tema che guida i percorsi espositivi verte su Le forme del ritratto. Il fulcro del festival è il Museo di Santa Giulia, epicentro culturale cittadino gestito dalla Fondazione Brescia Musei, presieduta da Francesca Bazoli e diretta da Stefano Karadjov, Istituzione produttrice dell’intera manifestazione. La kermesse si dispiega in vari luoghi della città e della provincia, tra cui la Pinacoteca Tosio Martinengo, il Mo.Ca. – Centro per le Nuove Culture, il Museo Civico di Scienze Naturali, la Fondazione Vittorio Leonesio di Puegnago del Garda e la Cantina Guido Berlucchi di Corte Franca.

Museo di Santa Giulia

Tra gli appuntamenti di maggior richiamo internazionale, la mostra WESTON. Edward, Brett, Cole, Cara. Una dinastia di fotografi, la grande monografica, allestita al Museo di Santa Giulia, dedicata a Edward Weston (1886-1958), uno dei maestri della fotografia del Novecento, le cui opere sono esposte per la prima volta in Italia a fianco di quelle dei figli Brett e Cole e della nipote Cara. L’esposizione, curata da Filippo Maggia, promossa da Fondazione Brescia Musei e Skira e progettata in stretta sinergia con la famiglia Weston, propone oltre 80 capolavori, tra cui 40 del solo Edward, con i suoi lavori più significativi: dai nudi plastici, dalle dune di sabbia, dagli oggetti trasformati in sculture sino ai celebri vegetable – peperoni, carciofi, cavoli – e dalle conchiglie inquadrate in primissimo piano. Paragonata dalla critica alla pittura e alla scultura, la fotografia di Edward Weston è l’espressione di una ricerca ostinata della purezza, nelle forme compositive così come nella perfezione quasi maniacale dell’immagine. L’autore indaga gli oggetti nella loro quintessenza, eleggendoli a metafore visive degli elementi stessi della natura.

Aspetto d’eccellenza che caratterizza l’esposizione è stata l’opportunità di lavorare a stretto contatto con la famiglia Weston. La totalità delle immagini di Edward presenti in mostra è stata stampata dalla famiglia: alcuni scatti da lui stesso, altri dal figlio Cole, seguendo le istruzioni trasferite dal padre. Negli ultimi anni della malattia del maestro, i figli lo hanno infatti assistito in camera oscura, dando in questo modo vita ad una delle collezioni più organiche del ‘900, con cui Fondazione Brescia Musei ha avuto l’onore di potersi confrontare.

 

Pinacoteca Tosio Martinengo

 Nella nuova Pinacoteca Tosio Martinengo si potrà ammirare un insolito dialogo tra collezionisti che hanno fatto la storia: Peggy e Paolo. Una passione senza tempo. Il Brescia Photo Festival mette infatti in scena un inedito dialogo tra Paolo Tosio e Peggy Guggenheim, in un celebre scatto di Gianni Berengo Gardin: a distanza di più di un secolo, l’uno dall’altra, due collezionisti affidano al ritratto la memoria della loro passione. Un progetto one-off dedicata che Gianni Berengo Gardin dedica a Peggy Guggenheim, fotografata nella sua dimora veneziana a Palazzo Venier dei Leoni, sullo sfondo una scultura di Calder. Di fronte a lei, di Luigi Basiletti, il Ritratto del conte Paolo Tosio, il mecenate illuminato grazie al cui lascito, 170 anni fa, nel 1851, la città di Brescia inaugurò la prima galleria civica d’arte contemporanea in Italia, oggi la Pinacoteca Tosio Martinengo, recentemente aperta nuovamente al pubblico dopo un’importante operazione di riallestimento di sette sale e della sezione dedicata alle opere del ‘700.

Al grande maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin è dedicata anche la serata di giovedì 31 marzo al cinema Nuovo Eden, quando, in occasione dell’apertura del Brescia Photo Festival, è in programma in prima visione per Brescia, il film Il ragazzo con la Leica. 60 anni d’Italia nello sguardo di Gianni Berengo Gardin, di Daniele Cini e Claudia Pampinella.

 

Mo.Ca.

 Nel centenario della nascita, inoltre, al Mo.Ca. il Brescia Photo Festival ricorda Pier Paolo Pasolini, con la mostra di ritratti Pier Paolo Pasolini. Per essere poeti, bisogna avere molto tempo, curata da Renato Corsini e Gerardo Martorelli. L’esposizione restituisce una visione intimista del grande intellettuale: il rapporto con la madre, la passione per il calcio e le amicizie più profonde sono i temi di un corpus di fotografie scattate da importanti autori italiani quali Gianni Berengo Gardin, Federico Garolla, Sandro Becchetti, Aldo Durazzi, Ezio Vitale. A Pier Paolo Pasolini, in occasione del Brescia Photo Festival, anche il cinema Nuovo Eden, art house cittadina della Fondazione Brescia Musei, dedica un programma speciale, Pasolini 100, con una selezione dei suoi capolavori in versione restaurata, in collaborazione con la Cineteca di Bologna. Oltre alla rassegna dedicata a Pier Paolo Pasolini, il Mo.Ca. accoglierà Maurizio Frullani, con un focus sui ritratti al femminile nella “sua” Eritrea realizzati tra il 1993 e il 2000 nella Massaua piagata dalla guerra; Fabrizio Garghetti, con la sua documentazione delle avanguardie artistiche italiane della metà degli anni ’60; N.V. Parekh, con i suoi celebri reportage da Mombasa.

Altre sedi in città e provincia

Il Brescia Photo Festival si completa anche con tre mostre allestite in altre sedi della città e della provincia. Al Museo Civico di Scienze Naturali è possibile ammirare l’esposizione Claudio Amadei. Farfalle, immagini che scompongono il reale ed interpretano in maniera spesso dissacrante quello che la natura offre; la Fondazione Vittorio Leonesio di Puegnago del Garda, con la mostra La rivoluzione umana di ZENG YI, protagonista della fotografia cinese tra gli anni Novanta e il nuovo Millennio, che documenta il volto della Cina più nascosto, e la Cantina Guido Berlucchi di Corte Franca, che il 29 aprile inaugura I ritratti della Dolcevita, un’esposizione che documenta un modo di interpretare la fotografia che ha segnato un’epoca.

Anche nell’edizione 2022 del Photo Festival, il programma sarà arricchito dal palinsesto BRESCIA PHOTO FRIENDS che coinvolge librerie, biblioteche e le boutique del centro: 45 realtà cittadine affiancano la Fondazione Brescia Musei attraverso progetti di comunicazione condivisi: una rete, tra biblioteche, gallerie, associazioni e negozi, che permea la città dell’immagine della kermesse in modo capillare e diffuso.

La nuova edizione sarà come di consueto occasione per una serie di attività dedicate, curate da Fondazione Brescia Musei: visite guidate dedicate, workshop di fotografia, conferenze e laboratori per famiglie e adulti, per il pubblico e per le scuole di ogni ordine e grado, che consentiranno di approfondire i contenuti del Brescia Photo Festival ed avvicinare il mondo della fotografia a tutte le età.

 

BRESCIA PHOTO FESTIVAL 2022 – V EDIZIONELe forme del ritratto

31 marzo – 24 luglio 2022

Museo di Santa Giulia, Pinacoteca Tosio Martinengo, Mo.Ca e altre sedi in città e provincia

Orari di apertura:

Museo di Santa Giulia e Pinacoteca Tosio Martinengomartedì – domenica, ore 10-18Aperture straordinarie: lunedì 18 aprile e 25 aprile

Mo.Camartedì – domenica, ore 15-19

Biglietto intero Brescia Photo Festival: € 11

Biglietto ridotto: € 9 (Dai 14 ai 18 anni; sopra i 65 anni; studenti universitari e delle accademie di Brescia, titolare Brescia Card Museums Mobility, titolare Desiderio Card, titolare Skira card, titolare Feltrinelli card, abbonato Trenord (in possesso di tessera IO VIAGGIO + 1 eventuale accompagnatore), abbonato BergamoNews Friends, socio ICOM, socio Touring Club Italiano, abbonamento Musei Torino Piemonte, membro Alleanza Cultura)

Biglietto ridotto gruppi: € 8 (Gruppi da 10 a 20 o 25 persone)

Biglietto ridotto scuole: € 6

Biglietto ridotto speciale: € 6 (Bambini 6-13 anni, disabili)

bresciamusei.com

bresciaphotofestival.it

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Libri – A soft gaze at intimacy

Vi segnaliamo un bel progetto editoriale ed etico che vale la pena supportare. Raduna la creatività di 34 autrici e si intitolerà A soft gaze at intimacy, nome che identifica una comunità online che protende alla vita vera fatta di carta e connessioni; quasi fosse un luogo fisico in cui trovarsi, in cui accomodarsi piano e un modo per entrare in contatto con la vulnerabilità e la storia di ciascuna persona, di ciascuna artista. La pubblicazione, che sarà stampata anche grazie al nostro sostegno e ai pre-ordini, fonde la potenza alla fragilità unendo più voci in una grande elaborazione a più teste e animi.

In questa prima campagna crowdfounding, interamente curata dal team indipendente di Selfself Books, si sono incontrate appunto 34 autrici internazionali per la realizzazione di un volume collettivo che concentra la sua attenzione sulla potenza femminile e sul racconto della realtà più intima intrinseca in ognuno di noi, narrata attraverso un percorso visivo fatto di corpi, paesaggi, oggetti, ma anche, e soprattutto, relazioni umane. La pubblicazione vedrà, inoltre, la partecipazione di alcune curatrici italiane attive sul panorama fotografico, tra le quali Benedetta Donato, Alessia Locatelli, Laura Davì.

La campagna di raccolta fondi per la creazione del libro collettivo permetterà di supportare parallelamente l’associazione Ucraina CVIT, una nuova realtà al femminile che, dallo scoppio della guerra in Ucraina, si è subito attivata per portare aiuti umanitari, in termini medicali e di attrezzatura di difesa, da fornire alla popolazione civile. Per ogni contributo versato su selfselfbooks.com, a scelta tra i pacchetti #2 e #3, verrà versata all’associazione una percentuale della donazione (variabile fino alla sua metà), trattenendo il restante per la creazione e la consegna di una copia del libro a ciascun donatore. Kris Voitkiv, fotografa ucraina inclusa nella pubblicazione, è volontaria e fondatrice dell’associazione.

CAMPAGNA ATTIVA dal 28.03 al 11.05

Presentazione del libro durante il festival LIVE – Living Inside Various Experiences by Selfself dal 10 al 12 Giugno 2022 presso Pergola15.

Le autrici selezionate:

Adina Salome Harnischfeger, Aina Maria Cantallops Cifre, Alexia Colombo, Anna Breit, Annika Weertz, Arianna Genghini, Caroline Dare, Caroline Mackintosh, Chiara Cunzolo, Cinzia Gaia Brambilla, Clara Milo, Clara Nebeling, Costanza Musto, Cristina Altieri, Elisa Moro, Gaia Bonanomi, Giulia Gatti, Jasmine Bennister, Jule Wild, Kris Voitkiv, Laurie Bassett, Liza Kanaeva, Luisa Gutierrez, Lydia Metral, Maria Maglionico, Martina Parolo, Maya Francis, Megan Auer, Milena Villalón, Roberta Krasnig, Serena Salerno, Simone Steenberg, Sophie Kampf, Valeria Dellisanti.

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James Barnor al MASI Lugano con Accra/London – A Retrospective

Il MASI Lugano in collaborazione con Serpentine Galleries, Londra, presenta la più ampia retrospettiva mai dedicata al fotografo James Barnor (Accra, Ghana, 1929, vive e lavora a Londra). Nella sua lunga carriera, che abbraccia sei decenni e due continenti, Barnor è stato un testimone visivo straordinario dei cambiamenti sociali e politici del suo tempo – dall’indipendenza del Ghana alla diaspora africana fino alla vita della comunità africana londinese. Muovendosi con agilità tra luoghi, culture e i generi più diversi – dal fotogiornalismo ai ritratti in studio, dalla fotografia documentaria a quella di moda e lifestyle – il fotografo anglo-ghanese si è sempre distinto per il suo sguardo potentemente moderno e il suo approccio pionieristico. Nonostante egli abbia influenzato generazioni di fotografi in Africa e nel mondo, la sua opera è stata riscoperta e valorizzata solo di recente. “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” presenta una selezione di più di 200 lavori dal vasto archivio personale di Barnor, tra cui numerose immagini inedite. Oltre ad opere vintage, ristampe e documenti originali, in mostra ci saranno anche copertine di riviste e dischi, con un’attenzione particolare per i decenni 1950-1980. Il percorso espositivo è articolato intorno ai nuclei e momenti chiave nell’opera di Barnor dagli inizi ad Accra ai soggiorni londinesi – e si snoda come un racconto cronologico attraverso le sale storiche di Palazzo Reali. Con la retrospettiva dedicata a Barnor, il MASI Lugano apre la stagione espositiva 2022 nel segno della continuità, confermando la sua costante attenzione per la fotografia contemporanea e storica, coltivata a Lugano da oltre mezzo secolo.

Barnor muove i primi passi nella fotografia nei primi anni ’50 ad Accra, dove fonda il suo studio dal nome programmatico “Ever Young”, centro pulsante di incontro per persone di tutte le età e ceti sociali. Allora il Ghana, colonia inglese, si sta avviando verso l’indipendenza – il giovane Barnor respira appieno il fervore politico e l’energia di quegli anni, che presto si rifletteranno nella sua opera. La struttura rigida della ritrattistica in studio di grande formato, che ancora fa sentire la sua influenza nei suoi primi ritratti in bianco e nero, è destinata a sciogliersi in immagini dinamiche e informali appena egli abbandona studio e treppiedi per avventurarsi sulla strada, a caccia di storie: “Se avevo bisogno di una foto, o di una nuova storia, mi precipitavo al mercato di Makola, dove la gente si comporta in modo più simile a se stessa. Questo mi piaceva di più della fotografia in studio. Usavo una piccola macchina fotografica. Era ottimo per trovare storie” così Barnor, che presto ottiene incarichi per il giornale Daily Graphic, diventando quindi il primo fotoreporter del Paese. Già nei lavori di questo decennio, raccolti in mostra nelle sezioni “Ever Young” e “Independence” emerge la cifra visiva di Barnor, quella sua capacità di riportare allo stesso modo la storia ufficiale e le storie personali su un piano di dialogo intimo, di incontro e relazione umana. In questo senso, tra i suoi scatti più emblematici spicca quello di Kwame Nkrumah mentre prende a calci un pallone, appena liberato dal carcere per diventare leader del Ghana.

Il percorso di Barnor prosegue a Londra, dove si trasferisce dal 1959: qui egli restituirà in immagini vibranti la vita della comunità africana, diventando il più importante testimone della diaspora africana nel tempo e nello spazio. I suoi scatti per la rivista Sud Africana “Drum”, baluardo anti-apartheid, raccontano gli “Swinging Sixties” londinesi attraverso il suo sguardo schietto, diretto e controcorrente. In un mondo di bianchi inglesi, Barnor mette infatti in copertina modelle di discendenza africana come Erlin Ibreck e Marie Hallowi. Spinto dal desiderio di condividere anche le innovazioni tecnologiche, Barnor fa ritorno ad Accra per fondare il primo laboratorio di fotografia a colore nel paese – tecnica che aveva studiato, tra l’altro, presso il Colour Processing Laboratories, principale laboratorio della Gran Bretagna. L’accesso al colore rivoluziona anche il ruolo della fotografia “Il colore ha davvero cambiato le idee della gente sulla fotografia. Il kente è un tessuto ghanese intrecciato con molti colori diversi e la gente voleva essere fotografata dopo la chiesa o in città indossando questo tessuto, quindi la notizia si diffuse rapidamente” così Barnor. Diverse immagini in mostra restituiscono le decorazioni, le acconciature, l’abbigliamento e la moda del tempo – un archivio visivo prezioso per la ricerca storica futura.

Il suo talento multiforme si esprime anche in diverse commissioni commerciali. Tra queste, anche un calendario promozionale per la compagnia petrolifera italiana AGIP, nel 1974 – in mostra uno scatto straordinariamente attuale presenta le modelle di colore, serene ed eleganti sullo sfondo di taniche e camion cisterna. Le commissioni includono diverse fotografie di copertine di dischi per musicisti come E. K. Nyame, padre della musica highlife ghanese. La passione per la musica e l’amore per la comunità ghanese, lo portano a gestire in quegli anni anche un gruppo musicale di bambini chiamato Ebaahi Gbiko (All Will Be Well One Day), poi rinominato Fee Hi (All is Well). La compagnia di musicisti diventa parte importante della vita del fotografo, che accompagna i giovani anche in un tour in Italia nel 1983 come parte di una campagna anti-apartheid. Dal 1994 Barnor tornerà a Londra, dove vive a tutt’oggi.

Completano l’esposizione un video di Campbell Addy, in cui Barnor presenta il suo lavoro, e una videodocumentazione in cui spiega la sua tecnica fotografica. La mostra, organizzata dalle Serpentine Galleries di Londra (19.05 – 24.10.2021), dopo la tappa al MASI Lugano proseguirà in America presso il Detroit Institute of Arts (primavera 2023), con l’intento di diffondere l’impatto artistico e sociale di James Barnor.

 

Presentata in collaborazione con Serpentine, Londra. “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” è ideata e organizzata da Serpentine, Londra. Curata da Lizzie Carey-Thomas, capo curatrice, Serpentine e Awa Konaté: Culture Art Society (CAS), assistente curatrice. Organizzata in collaborazione con Clémentine de la Féronnière, Isabella Seniuta e Sophie Culière, James Barnor Archives.

 

Il catalogo

 “James Barnor: Accra/London – A Retrospective” è accompagnata da un catalogo edito da König e co-prodotto dalle Serpentine Galleries di Londra, MASI Lugano e Detroit Institute of Arts. Progettato e illustrato da Mark El-khatib, include contributi di Christine Barthe, Sir David Adjaye OBE, David Hartt, Alicia Knock, Erlin Ibreck e una conversazione tra James Barnor e Hans Ulrich Obrist. La pubblicazione è disponibile in lingua inglese.