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Mostre – Unica Bari

E’ allestita al Teatro Margherita, e raccoglie tre punti di vista diversi e momenti unici di una grande capitale del Mezzogiorno d’Italia. La collettiva Unica Bari si compone di sessanta scatti, realizzati in parti uguali da tre  talentuosi fotografi che con diversi stili e tematiche hanno raccontato le architetture, il paesaggio, le genti, le tradizioni, scegliendo tre diverse strade. Un’indagine fotografica del territorio che ha una doppia valenza. Innanzitutto è racconto del presente, per chi lo vive qui e ora, evidenziato proprio dai diversi sguardi che gli autori ci prestano. In secondo luogo è responsabilità della memoria, che loro stessi si assumono per registrarla: nell’istante stesso che questi scatti sono stati pensati, prodotti, stampati, esposti a un pubblico, sono diventati archivio documentale dei luoghi, delle persone, delle abitudini in quel determinato  momento storico, prezioso reperto da consegnare ai posteri. 
I fotografi coinvolti sono: 
Alessandro Arbusci si è concentrato sulle architetture, sui monumenti o gli edifici riconoscibili scevri da presenze umane, con una sequenza urbana carica di silenzio e quiete che registra questi giorni di lockdown: un ponte, lo stadio, l’aeroporto, la piazza della chiesa, i palazzi istituzionali, istanti dove nulla sembra accadere, tranne i movimenti dei suoi passi e dell’otturatore.  
Più umanista e aderente alla realtà il lavoro di Antonio Amendola che, con un taglio da street photography, si sofferma sui pescatori, sui lavoratori al mercato, su piazze assolate attraversate dai passanti. Lui con i soggetti sembra voler parlare, li avvicina a volte frontalmente, altre in punta di piedi da lontano, ma il dialogare è costante come costante è il mare a fare da sfondo.  
Mare che torna anche nell’indagine documentale di Marco Sacchi, ma il suo obiettivo è puntato sulle facce della gente, sulle tradizioni antiche e nuove della città, raccontate con scatti carichi di contrasto, dinamismo, ironia. I suoi soggetti hanno la forza dirompente del cinema neorealista di Zavattini che  presentava il candore dei piccoli eventi della quotidianità, per farli restare per sempre impressi in chi li guarda.
Il progetto editoriale è di Visual Crew, con la supervisione di Amedeo Novelli. La mostra è curata da Barbara Silbe, direttore di EyesOpen! Magazine.
Per approfondimenti, per ascoltare contenuti e fare un tour virtuale dell’esposizione, www.unicabari.it
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Portfolio – Noemi Cilenti

Pubblichiamo il portfolio di una giovane autrice milanese che, con un taglio introspettivo e poetico, racconta la sua storia personale utilizzando le immagini. Il suo lavoro  si concentra soprattutto sul corpo e sulle emozioni, messe in scena con l’espediente dell’autoritratto e di alcune simbologie. Noemi compie un viaggio di rinascita, un percorso a ostacoli che diventa archetipo nel quale riconoscersi, dove la sofferenza riscatta se stessa senza narcisismo, pur mettendosi al centro della ricerca. Pare piuttosto un dialogo interiore, possibile grazie al medium fotografico che la conduce a trovare risposte sulla sua identità.
Non rendermi triste, non farmi piangere. 


A volte l’amore non è abbastanza e la strada diventa dura.

Sento il mio cuore spezzarsi a ogni passo che faccio.

Scappare… Perchè? Da chi? Da cosa? Inciampare e incrociare una voce sconosciuta:
“Lasciati baciare sotto la pioggia battente” mi disse “Ti piacciono le ragazze folli!” gli risposi come sfida. Ma questa, è un’ altra “canzone”.

Fermarmi invece di correre, in un attimo mi sono ritrovata da sola sotto questa pioggia nera,  un mondo parallelo, rinchiusa in un Paradiso Oscuro.

Il cielo azzurro diventa grigio, come il mio amore, un contrasto confusionale, un vuoto incolmabile.

Hai portato via una parte di me, lasciandomi sola con la mia parte più tenebrosa.

Se fosse questa la parte migliore di me?

Ho incontrato molte persone in questo mondo.
“Chi veglierà su di te quando me ne sono andato?” Tutto brucia lentamente  come parole che macchiano una lettera.

Mi sento persa ma non spaesata,
nel cammino abbiamo perso noi stessi.
Ma io vorrei sentirmi rinata.

Il mio stomaco è stato calpestato,

il mio cuore anch’esso vuoto e soffocato.

Il dottore dice che io non sono il mio passato.

Vorrei urlare, ma la mia voce non la sente nessuno.

“Chi interromperà la tua caduta?” il fuoco brucia lasciando cadere i sensi di colpa. “Lascia che tu perda tutto” le mie mani sporche di terra mi sollevano piano piano.

Camminando parallelamente ho rotto quello specchio fatto di bugie e lacrime.
Mi sono rialzata, lasciando morire il vuoto colmandolo con la fame del coraggio.

E se fosse questo il mondo che mi appartiene?
“Chi si prenderà cura di te quando me ne sarò andato?” ME STESSA, la persona che ho ritrovato.”

 

Biografia

Noemi Cilenti è nata nel 1990 in provincia di Milano, ma risiede in un piccolo paese della Brianza. Ha iniziato il suo percorso studiando turismo da adolescente, periodo  nel quale si è interessata sempre di più al mondo dell’arte e della ristorazione. Ha conseguito un master post diploma in Comunicazione e all’università frequentato  Lettere Moderne. Sognava di fare la giornalista e questo l’ha ricondotta alla sua passione più grande di quando era bambina: la fotografia. Dopo aver approfondito diverse tematiche, studia cucina per affinare la tecnica della food photography e lavora come assistente in uno studio fotografico. Inizia così a collaborare con riviste, agenzie e ristoranti. Nel 2016 realizza la sua prima mostra personale dedicata alla fotografia del cibo durante il Fuori Salone di Milano. Ancora oggi le raccontare il mare come facevo da bambina, utilizzando una macchinetta Kodak usa e getta. Ha al suo attivo già alcune mostre personali e collettive. Per saperne di più: https://www.noemicilenti.com/food.html 

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Portfolio – Vivienne B

Di Barbara Silbe

VivienneB (nome d’arte di Vivienne Bellini), è una fotografa italiana il ​​cui lavoro si concentra sulla moda e sul ritratto. Recita così l’attacco della sua biografia che dice e non dice. Ho scoperto il talento che indubbiamente possiede questa fotografa scorrendo il suo profilo Instagram e sono rimasta colpita da uno stile originale che ricorda la pittura preraffaellita di Dante Gabriele Rossetti o John Everett Millais. E’ quello il primo rimando che viene in mente guardando le sue opere. Poi pensi ad altro, a quella pittura dove fiori e frutta hanno rappresentato un genere che tornò spesso a popolare le tele fino alla fine del Settecento, epoca dove gli elementi naturali, seppure nelle evidenti diversità stilistiche, conservavano la loro doppia natura di indagine naturalistica e allusione simbolica. Viene in mente anche Proust, tra questi scatti, e il suo affresco della Recherche, dove i dettagli descrittivi di pizzi e merletti narrano la bellezza e l’incanto dell’universo femminile verso il quale il grande romanziere richiede la nostra totale attenzione nella lettura, per non venirne esclusi. Le donne di VivienneB sono creature sensuali e dolci, forti e fragili, vere eppure enigmatiche, che oscillano e fanno oscillare nelle emozioni osservate da un’altra donna, la fotografa, che su di loro fa sostare uno sguardo senza voyeurismo e scevro da ogni convenzione. Emanano luce e profumo, queste immagini, e svelano movenze, pensieri, fantasie grazie a quel lato creativo che in fotografia non andrebbe abbandonato mai.

Biografia
VivienneB ha iniziato il suo viaggio fotografico a Venezia, con un corso di fotografia e psicologia dell’immagine. Poi si è trasferita in Sudafrica, a Città del Capo, per un progetto charity e per imparare l’inglese. Al suo ritorno in Italia, ha iniziato a concentrarsi e costruire il suo stile personale sulla figura umana e sulla moda come conseguenza dei suoi studi a Torino presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, principalmente sulle Arti Didattiche, Critica d’Arte, Storia dell’Arte e Arte Contemporanea. La sua sensibilità fotografica è ispirata dal flusso costante di immaginazione che incontrava nelle sue emozioni, esperienze di vita e sentimenti riguardo alle cose che la circondano. La fotografia di VivienneB è romantica, nostalgica, appassionata con un punto di vista a tratti drammatico o delicato. I suoi personaggi sono ritratti con sensualità, dolcezza, usando uno stile cinematografico. Il suo intento è creare immagini e storie che possano impressionare le emozioni e l’immaginazione dello spettatore. Ma, soprattutto, l’obiettivo che vuole raggiungere è creare un nuovo modo di fare fotografia di moda, dove il cinema e il gusto della moda possano convivere. I suoi lavori sono stati ospitati su diverse pubblicazioni internazionali, anche con interviste personali.

 

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Mostra – Uno chef stellato e un gallerista danno voce dall’arte britannica

Beth Cullen-Kerridge, Chris Moon, Fred Coppin, Mark Beattie, Matt Roe e Robi Walters, Marc Queen, Hartland Miller sono solo alcuni dei grandi protagonisti dell’arte contemporanea radunati al Kerridge’s Bar and Grill di Londra, locale del noto chef stellato Tom Kerridge che, sotto la curatela della galleria West Contemporary di Londra, riesce a dare voce all’altra sua grande passione, quella per le opere d’arte appunto. La collettiva “Voices in British Art”, aperta fino a dicembre, presenta dunque in un luogo insolito alcuni dei migliori artisti britannici le cui opere potranno essere viste con ingresso libero in uno spazio trasformato in sala espositiva all’interno del famoso ristorante del London Corinthia Hotel (senza obbligo di consumazione), e potranno, contemporaneamente, essere acquistate da casa accendendo online sul sito www.west-contemporary.com. La sede londinese della galleria West Contemporary ha prodotto la rassegna in collaborazione con curatori ospiti ed editori di stampe artistiche Manifold Editions, mettendo in campo tutti i talenti che le ruotano intorno e sfidando ancora una volta la sua intenzione di utilizzare spazi informali e pubblici per rendere fruibile l’arte a tutti.

Il gallerista Liam West dice: “Io e Tom lavoriamo a stretto contatto sui temi e sui concetti di West Contemporary messi in mostra al Kerridge’s Bar and Grill, quindi per “Voices of British Art” abbiamo escogitato questa idea di poter ordinare l’arte britannica di alto livello in contemporanea al famoso e squisito budino britannico” Liam West aveva già da tempo in mente di collaborato con Manifold Editions, uno dei migliori editori artistici del Paese, famoso per le sue stampe in edizione limitata di grandi artisti. “Avere Manifold come curatori ospiti per questa mostra è stato fantastico”, dice West.

Tom Kerridge commenta invece così: “Voices of British Art” offre ai commensali del Kerridge’s Bar & Grill l’opportunità di ordinare opere d’arte. insieme al loro caffè e ai loro dessert! Adoriamo questo concetto unico di West Contemporary, in collaborazione con Manifold Editions. Hanno prodotto una mostra davvero impressionante nel ristorante, che sono sicuro che i miei clienti apprezzeranno”.

Se passate da Londra, andate a curiosare questo insolito evento, che include opere fotografiche di grande valore.

(Barbara Silbe)

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Portfolio – Antonio Cauciello, Intimus

Di Barbara Silbe 

Ho una spiegazione per aver voluto accompagnare questo progetto. Ha a che fare con l’impegno, con la cura che Antonio Cauciello ha messo in quello che ha realizzato. Normalmente diffido di chi fotografa spazi abbandonati: è una moda che da qualche anno ha appassionato professionisti e amatori e che affligge chi di fotografia si occupa a tutto tondo. Forse da principio era anche originale. Era un modo per aprire finestre sul patrimonio architettonico in abbandono, ma oggi questa produzione è inflazionata, abusata, post prodotta uguale ovunque e da chiunque, senza un vero pensiero di spessore e progettazione a originarla. 

Così, quando Antonio si è presentato al mio desk al Photolux2018, a Lucca, per farsi leggere il portfolio lo scorso novembre, guardando quel suo malloppo ero svagatamente sulle difensive. Ero inquieta all’idea dell’ennesimo esercizio estetico dentro palazzi fatiscenti. Lui però era serio, accompagnato da due amici a sostenerlo emotivamente e quella sua agitazione mi rivelò quanto tenesse a ciò che aveva realizzato. Così mi misi comoda e attenta e, sfogliando stampa dopo stampa (ogni opera era realizzata ottimamente), mi resi conto che il suo era un investimento importante, come fondamentale era quello che lo aveva condotto lì a scattare: l’amore per la sua terra e per l’umanità. Traspariva dagli oggetti, dalle abitudini svelate e congelate in quegli istanti, era come se lui volesse aggiustare ogni cosa, ogni crepa nei muri, e il suo attrezzo per compiere il restauro era la fotocamera. 

Questo paese fantasma è un simbolo ed è pieno di rimandi metaforici che si insinuano tra vuoti e pieni, tra ingressi e scale dove sono andati i passi stessi dell’autore, testimone di un abbandono che lo rende curioso e addolorato. Da parte mia andava soltanto fatto un lavoro di presentazione, per raccontare al meglio la storia che narravano quei vani incrostati, ma lui il più l’aveva visto e reso immortale anche in caso di crollo. 

Nelle sue foto non c’è nessuno. Nessun essere umano, a parte chi scatta, è presente in quelle inquadrature. Eppure sembra di sentire rumori di passi e di vita di chi è appena stato lì. Come nei teatri di Candida Hofer, come nelle città americane di Walker Evans o nei palazzi giganteschi di Andreas Gursky e Thomas Struth, le persone vengono omesse e, nonostante questo,le si avverte presenti e tangibili. L’architettura si trasforma in un tema a sé stante, con il quale dialogare, attraverso il quale rivivere e sanare i ricordi. 

Con una lucidità assoluta e una chiarezza capace di avvolgere il più spesso dei ragionamenti, l’autore tocca uno dei problemi fondamentali della fotografia contemporanea: quella del legame tra realtà e rappresentazione estetica, sofferenza e bellezza, tragedie e uso massmediatico delle stesse. E quel problema lo aggira con un approccio di tipo accademico, lui che fa un lavoro umile, ma ha una laurea in filosofia, materia che a molti di noi risulta contorta eppure è tanto utile per analizzare la vita. Antonio cerca una sua verità senza sensazionalismi e sulla quale non è molto disposto a cambiare punto di vista. Lo so bene io, che ho dovuto seguire l’editing del lavoro battagliando per convincerlo su certe scelte e qualche volta (lo dico sorridendo sotto i baffi che non ho), ha vinto lui. Ha una precisione chirurgica nel dirti il perché di ogni scelta che ha fatto. E ha uno scopo: quello di donare l’eterno a un borgo dimenticato dove tutto è rimasto come era, dove una culla, un calendario o un soprabito appeso dicono a noi del paesaggio e dei suoi abitanti, e lo fanno senza retorica, grazie a delle armoniche, formali, immagini in bianco e nero scarnificate da ogni orpello.

Così parla invece l’autore stesso:

“L’uomo moderno è sempre più abituato a “violare” l’intimità altrui. Ormai è diventato quasi come un bisogno spiare le vite degli altri, attraverso quello che definiamo “ingresso principale”;  lo facciamo quasi inconsapevolmente postando e condividendo immagini e pensieri. Ci sentiamo, a nostra volta, osservati e ciò ci spinge a creare un’immagine distorta e fittizia di noi stessi: una sorta di alter ego che ostenta, attraverso la rete, il suo ideale di vita perfetta. Tutto questo contribuisce paradossalmente, a creare quel vuoto incolmabile che l’uomo si porta dietro e che cerca vanamente di riempire riducendosi in uno stato di insoddisfazione latente. Il mio intimus è diverso: non è una rappresentazione di un modello sociale di bellezza e perfezione bensì le mie immagini ritraggono quei luoghi in cui un evento “straordinario” e distruttivo ha stravolto lo stato delle cose. Sono luoghi improvvisamente abbandonati, “svestiti” del loro abito migliore. Un cataclisma, come fu il terremoto nell’Irpinia del 1980, che con la propria forza distruttrice ci rese infermi facendo emergere solo la parte più vera di noi. Mettendo insieme gli scatti che negli anni avevo realizzato in questi luoghi, mi si è materializzata un racconto: la storia di uomini, donne, bambini, che sorpresi nella loro intimità, dovettero abbandonare le stanze segrete del loro animo per salvarsi. Quello che per loro è stato un momento di enorme smarrimento, perché nella società moderna la casa rappresenta ancora tutto ciò che si possiede, luogo inaccessibile dove realmente si può scoprire e vedere la vera essenza dell’umanità, dove ognuno di noi è messo a nudo, dove si vivono anche momenti più dolorosi, più felici, quelli che per una certa pudicità non siano ancora pronti a condividere con gli atri, oggi è per me uno scrigno di ricordi, una narrazione, un’incursione nella loro intimità”.   

(Antonio Cauciello)

Biografia

Antonio Cauciello è nato a Salerno nel 1981. Ha conseguito la laurea in Filosofia, con una tesi in Estetica e Storia dell’Arte Contemporanea sul fotografo napoletano Mimmo Jodice. La passione per la fotografia è stata alimentata nel corso degli anni ed è maturata grazie alla frequentazione di varie associazioni fotografiche amatoriali, come il Museo Nazionale della Fotografia di Brescia, il Circolo Fotografico Salernitano e il Photo Club Mugello, tutti associati FIAF. Dopo diverse mostre nel circuito culturale salernitano e alcune pubblicazioni, nelle sezioni amatoriali,  su riviste nazionali, come Fotografia Reflex e il Fotografo, espone per due anni consecutivi al “The Darkroom Exhibition”, manifestazione organizzata da Luciano Corvaglia nell’ex Convento dei Domenicani a  Muro Leccese. Poi, per quattro edizioni, dalla 10’ alla 13’, è tra i fotografi selezionati per la mostra collettiva “Il Mostro” tenutasi presso la TAG, Tevere Art Gallery di Luciano Corvaglia. Nel 2018, viene selezionata una sua foto per Le Festival  des Recontres d’Arles, nel circuito Voies Off.  Attualmente vive e lavora a Firenze.

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Mostra – FEELING HOME. Sentirsi a casa

Una collettiva itinerante di autori italiani, ben orchestrati dalla curatela di Giusy Tigano, per un’esposizione-evento organizzato da GT Art Photo Agency in collaborazione con F2 Progetti per la Fotografia che fa tappa ora alla Galleria d’Arte Moderna GAM di Catania, via Castello Ursino 32. Apre il 3 ottobre con opere di  Isabella Balena, Franco Carlisi, Francesco Cito, Luca Cortese, Pierfranco Fornasieri, Gianni Maffi, Carlo Riggi, Pio Tarantini, Daniele Vita, e sarà visitabile con ingresso libero fino al 30 ottobre. Nove autori raccontano attraverso 90 fotografie il sentimento del “sentire casa” come idea e sensazione, spazio intimo e personale, custode di ricordi, sogni ed emozioni, dove il tempo non pesa mai in quanto “specchio” del tempo interiore di ognuno di noi.

L’esposizione è patrocinata dal Comune di Catania e dall’Assessorato alla Cultura. Dopo Milano, Voghera (PV), Corigliano Calabro (CS) e Bibbiena (AR), approda ora in Sicilia con alcuni contributi inediti grazie ai nuovi portfoli di Isabella Balena e di Pierfranco Fornasieri, che si aggiungono ai fotografi presenti nelle passate edizioni: Franco Carlisi, Francesco Cito, Luca Cortese, Gianni Maffi, Carlo Riggi, Pio Tarantini e Daniele Vita.

La curatrice Giusy Tigano afferma che “Il progetto FEELING HOME costituisce una testimonianza fotografica allargata e ricca su un tema particolarmente vivo, universale, estremamente attuale e di grande respiro come quello del “sentirsi a casa”: offrendo differenti visioni, si propone come una preziosa opportunità di riflessione, di crescita e di ricerca di identità per ognuno di noi“.

Il percorso espositivo, nel quale ciascun autore declina il senso di “casa” in funzione della propria sensibilità, del proprio linguaggio e della propria poetica, alterna le fotografie a loro estratti bibliografici e introduzioni personali, in aggiunta a  specifiche letture critiche redatte da diverse figure professionali del mondo della fotografia: Ilaria Baiocchi, Gigliola Foschi, Roberto Mutti, Barbara Silbe, Pio Tarantini e Giusy Tigano. Un contributo letterario che offre ai visitatori interessanti chiavi di lettura attraverso citazioni d’autore e riflessioni importanti che affiancano e integrano il percorso visivo, conducendo il fruitore lungo un percorso di stimoli e di apporti diversificati e preziosi.

La mostra è accompagnata dal libro fotografico “FEELING HOME. Sentirsi a casa”  (Edizioni EBS Print, 2019) che raccoglie 115 fotografie a colori e in bianco e nero degli autori presenti in mostra, i testi curatoriali di Giusy Tigano che illustrano la poetica dell’intero progetto e i diversi contributi critici che accompagnano le fotografie. Il libro FEELING HOME può essere acquistato in tutte le più importanti librerie ed è ordinabile anche online: https://www.gtartphotoagency.com/books/books-news-2019/

EVENTI SATELLITE

Questa nuova tappa del fortunato progetto espositivo include due interessanti appuntamenti collaterali:

La mostra delle fotografie selezionate in occasione del contest fotografico “LOCKDOWN. Sospesi in casa” organizzato nei mesi di marzo-giugno 2020 in coincidenza con la situazione di confinamento dovuta alle misure sanitarie governative legate all’emergenza Covid-19.

L’idea di F2 Progetti per la fotografia e di GT Art Photo Agency è stata quella di promuovere un contest finalizzato all’esposizione che non si costituisse come meccanismo di competizione tra i partecipanti, ma piuttosto come strumento di analisi, di consapevolezza e di testimonianza atto a stimolare e promuovere la creazione di memoria, la costruzione di valore e la condivisione collettiva. Questo “capitolo” fotografico si propone come mostra complementare del progetto, andando ad integrarlo arricchendone il messaggio con nuovi apporti autoriali interessanti e di forte adesione al mondo reale più contemporaneo.

La realizzazione del “Feeling Home Social Video”: in occasione dell’inaugurazione, in un’area dedicata della Galleria d’Arte Moderna, verranno allestite delle riprese video ove i visitatori saranno invitati ad esprimere liberamente le proprie idee sul concetto del “sentirsi a casa”, partecipando così al progetto in maniera diretta e personale.

La performance, ideata da Alessandro Vicario, ha riscosso un notevole successo di pubblico in occasione delle edizioni precedenti della mostra e la accompagna in tutte le sue edizioni, andando così a comporre un documento multimediale e culturale di particolare valore sociale e antropologico, che dopo ogni esposizione si arricchisce di ulteriori testimonianze.

Entrambe le iniziative si ispirano al principio di inclusività e di interazione con il pubblico che ha da sempre animato il progetto nel suo percorso, tappa dopo tappa. La visione di “Feeling Home” si allarga così a nuove visioni espandendo il senso di “casa”, di identità e di appartenenza.

Tutte le informazioni relative alla mostra e agli eventi collegati sono disponibili sul sito www.eventofeelinghome.it

Orari di apertura al pubblico da lunedì a sabato dalle 9.00 alle 19.00. Informazioni: tel. 095.7428008, cultura.eventi@comune.catania.it, info@gtartphotoagency.com

 

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Mostre – Stefano Torrione, “INTRA MONTES – La Valle d’Aosta in 30 Immagini”

Il fotografo valdostano Stefano Torrione dedica un’indagine alla sua regione e ai grandi tesori che racchiude per portarli in mostra nel cuore di una città. Dal 25 settembre al 25 ottobre 2020 infatti, la milanese via Dante si trasformerà in una galleria d’arte open-air attraverso l’esposizione di 30 immagini fotografiche scattate dall’autore come omaggio alle bellezze monumentali di cui la Regione Valle d’Aosta è ricca.

Il progetto espositivo – promosso dalla Regione autonoma Valle d’Aosta e inserito nel programma espositivo annuale della Soprintendenza per i beni e le attività culturali, nonché patrocinato dal Comune di Milano – si propone di far conoscere a un ampio pubblico, valorizzandoli, i siti più importanti dal punto di vista storico, culturale e architettonico presenti in questa regione incastonata nel cuore delle Alpi, “Intra Montes” appunto, dal latino “dentro le montagne”. 

Nel 2018 Torrione firma un servizio per la prestigiosa rivista National Geographic Italia dedicato alla Valle d’Aosta romana e INTRA MONTES – La Valle d’Aosta in 30 Immagini rappresenta l’ideale continuazione di quel reportage. L’obiettivo della mostra infatti è quello di approfondire e dare spazio, attraverso un lavoro di ricerca per immagini, all’immenso valore e all’infinita bellezza delle tante opere monumentali perfettamente conservate nella Regione, vere meraviglie dell’arte romana custodite in un ambiente duro e difficile come quello di una regione alpina di alta quota qual è la Valle d’Aosta: “Ho redatto una lista di 30 “capolavori” dell’Umanità senza che questi siano iscritti in alcuna lista dell’Unesco – dice il fotografo – 30 siti archeologici per rappresentare una regione nella sua completezza”. 

Per immortalare i grandi tesori della Regione – da quelli più conosciuti a quelli nascosti – Torrione ha scelto di utilizzare il linguaggio del reportage e le sue fotografie non sono mai statiche “cartoline” dei monumenti, ma immagini che fanno vivere i luoghi scelti, catturati in speciali momenti dell’anno e attraversati dall’umanità di chi li frequenta, calcando le “antiche pietre” sia nel proprio quotidiano che durante momenti di festa. Ecco allora apparire la ritualità, la tradizione popolare di una regione ricca non solo di monumenti, ma anche di cultura e di vita, secondo un approccio che è già stato il fil rouge dell’esposizione ALPIMAGIA. Riti, leggende e misteri dei popoli alpini, curata dallo stesso Stefano Torrione con Daria Jorioz e realizzata al Museo Archeologico Regionale di Aosta nell’inverno 2016-2017, che attualmente è allestita a Bolzano. 

È attraverso questa chiave di lettura che Torrione in INTRA MONTES – La Valle d’Aosta in 30 Immagini ritrae un’attrice mentre legge la Medea nel grandioso Teatro Romano di Aosta costruito alla fine del I° secolo d.C.; o un gruppo folk mentre sosta sul ponte che conduce al Forte di Bard, il complesso monumentale sede del Museo delle Alpi; o ancora, un anziano viticoltore mentre rientra camminando sull’antica Strada Romana delle Gallie, dove nel selciato sono ancora evidenti i segni del passaggio dei carri. 

La parola chiave della mostra è unicità, rappresentata da immagini dal forte impatto visivo, originali e in grado di colpire e incuriosire chiunque le guardi. Questo patrimonio iconografico sarà esposto nel centro di Milano, in quella Via Dante che collega il Duomo con il Castello Sforzesco e che ogni giorno viene percorsa da turisti, cittadini e pendolari e che per un mese, anche di notte – grazie a un impianto di illuminazione hi-tech alimentato da pannelli fotovoltaici – sarà visibile 7 giorni su 7 e h 24, raccontando le meraviglie più nascoste e più preziose della Regione Valle d’Aosta. 

Stefano Torrione valdostano di nascita e milanese di adozione, dopo la laurea in Scienze Politiche si dedica alla fotografia. Professionista dal 1992, inizia la carriera a Epoca e vince nel 1994 ad Arles (Francia) il Premio Kodak Europeo Panorama. Si dedica poi al reportage geografico ed etnografico viaggiando negli anni in molti paesi del mondo e pubblicando servizi su numerose riviste italiane e straniere tra cui Geo, Bell’Italia, Meridiani Montagne e National Geographic Italia. Negli ultimi anni ha lavorato principalmente a progetti fotografici a lungo termine realizzando un altro grande progetto sulle Alpi esposto nella mostra del National Geographic La Guerra Bianca allestita al Forte di Bard nel 2018, a Milano nel 2017 e a Trento nel 2016. Ha recentemente fondato una propria casa editrice. www.stefanotorrione.com 

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Mostre – Enrica Gjuzi, Svestirsi

Riprendono a Istituto Italiano di Fotografia, via Enrico Caviglia 3 a Milano, le mostre appartenenti alla rassegna fotografica “Venti Rosa. Nuovi sguardi femminili sul contemporaneo”, ciclo di esposizioni inserite nel palinsesto “I Talenti delle donne” promosso dal Comune di Milano per l’anno 2020.  che sono l’occasione per dare visibilità a nuovi punti di vista originali e alle sensibilità proprie dell’universo femminile. Sono dedicate ai progetti inediti di talentuose autrici neo diplomate all’Istituto e raccontano condizioni, percorsi e aspettative dell’esistenza umana.

Dopo lo stop obbligato dettato dall’emergenza sanitaria che ha interrotto la rassegna al primo appuntamento, Istituto Italiano di Fotografia ha calendarizzato nuovamente gli appuntamenti a partire da settembre 2020, prevedendo la partecipazione delle mostre al palinsesto del Milano Photofestival 2020.

La rassegna riprende giovedì 17 settembre 2020 alle ore 18:30 con l’inaugurazione della mostra Svestirsi di Enrica Gjuzi, che resterà visitabile fino al 28 settembre.

“Un racconto intorno all’identità sessuale, tematica data per scontata ma che ancora oggi crea incomprensioni e pregiudizi”.

 

Biografia

Enrica Gjuzi nasce a Sant’Elpidio a Mare nel 1997, dove frequenta il Liceo Artistico.

Dopo l’arte comincia ad appassionarsi alla fotografia, diplomata arriva a Milano dove frequenta l’Istituto Italiano di Fotografia, come studentessa e assistente.

Terminato il percorso di studi, lavora e manda avanti alcuni dei suoi progetti personali, alcuni intimi concentrati sul rapporto umano, altri sul rapporto uomo natura.

Enrica ci presenta il suo progetto “Svestirsi” dove affronta l’argomento dell’identità sessuale, intesa come infinita e mutabile, formata da strati differenti di verità e lati nascosti dove cerca di mettere a nudo il lato emotivo e non solo fisico.

 

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Lisa Borgiani – What is Europe to you?

What is Europe to you? è un progetto artistico che intende rappresentare il sentimento europeo attraverso immagini e parole espresse dalle storie e dalle idee delle singole persone che compongono la grande comunità dell’Europa.

In mostra dal 1 settembre al 15 dicembre 2020 a Villa Vigoni, Menaggio, Como

What is Europe to you?
Questo è il titolo del viaggio fotografico nelle principali città e capitali europee ideato dalla fotografa Lisa Borgiani. Attraverso una mappatura delle città scelte l’autrice identifica i quartieri dove incontra le persone che ritrae in modo spontaneo e inaspettato mentre rispondono alla stessadomanda: What is Europe to you?, che cosa significa per te l’Europa? Ogni persona è ritratta mettendo in risalto la parola chiave che riassume la sua idea di Europa, riportata in una breve intervista. Immagine e parola entrano così in stretto dialogo.

Lo scopo è quello di cogliere e rappresentare ritratti e sentimenti che provengono da diverse culture ed espressi in varie lingue per rafforzare l’idea di una identità comune europea. Il progetto è iniziato nel 2019 ad Atene e a Berlino -interviste e testi a cura della giornalista Marta Ottaviani- per poi proseguire a febbraio 2020 a Milano e a Roma a luglio 2020. Il viaggio proseguirà nelle altre città europee: Parigi, Bruxelles, Madrid, Vienna etc…

Dal 1 settembre al 15 dicembre 2020 Villa Vigoni, centro italo-tedesco per il dialogo europeo, ospiterà la mostra fotografica “What is Europe to you?” con una scelta di ritratti e interviste realizzati nelle città di Milano e Berlino. La mostra si inserisce in un anno speciale: il trentesimo anniversario della riunificazione
tedesca e verrà inaugurata nell’ambito del Vigoni Forum per studenti, martedì 8 settembre 2020 alle ore 18:00.

Nel rispetto delle normative previste per l’emergenza Covid-19, sarà possibile visitare gratuitamente la mostra ogni giovedì dalle ore 15:30 alle ore 16:30. I posti sono limitati, per la prenotazione vi preghiamo di scrivere a reception@villavigoni.eu  entro il lunedì antecedente la data in cui si desidera visitare la mostra.

Villa Vigoni si impegna nel rafforzamento delle relazioni italo-tedesche in un contesto europeo. Sostiene lo scambio bilaterale nei campi della politica, dell’economia, della scienza, della formazione e della cultura. La mostra è realizzata in collaborazione con POLI.DESIGN | Master in Digital Strategy
(Politecnico di Milano) e Galleria Podbielski Contemporary (Milano). Progetto grafico e dell’allestimento: Alessandro Colombo

Per ulteriori informazioni: www.villavigoni.eu e www.whatseurope.eu

What is Europe to you?- Official Video
ITALIANO: https://youtu.be/rhRkn9Ct9r0
ENGLISH: https://youtu.be/Kze9BR69Ubc
Per partecipare al progetto e sostenere la campagna di crowfunding “The European Project” clicca qui: https://www.gofundme.com/f/what-is-europe-to-you

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Portfolio – Marco Merati, “1000 metri da casa”

1000 METRI DA CASA
Questo progetto fotografico nasce dal tempo, dalla sorpresa di camminare lentamente per le vie di un quartiere che dovrei conoscere bene, considerato che ci abito da sette anni. E che invece, ho sempre vissuto di fretta. Viviamo veloci e non abbiamo tempo di fermarci a guardare quello che abbiamo intorno. Quando lo facciamo, ci stupiamo delle molte cose che ci passano davanti e che neppure vediamo. Succede con le strade, ma immagino che sia così anche con le persone che incontriamo sul nostro cammino. Ho imparato ad osservare lentamente, ad avere tempo, a ritornare più volte negli stessi luoghi e nelle stesse strade, sullo stesso angolo di strada, scoprendo sempre punti di vista differenti e angolazioni nuove. Ho cominciato a portarmi la macchina fotografica, in una tracolla, come se non ci fosse e, camminando e osservando lentamente, ho iniziato a fotografare. Le strade che avevo percorso mille volte acquistavano un aspetto nuovo. Un muro di mattoni, un giardino, una vecchia fabbrica, un grande viale, un cancello chiuso, uno spazio abbandonato, un’architettura moderna. Ho passato un mese così, poi è cresciuta la curiosità di scoprire di più. Allora sono entrato all’interno di vecchie fabbriche, di capannoni in disuso, in aree chiuse e abbandonate, nel grande bosco della Goccia, sono salito sui gasometri per ammirare il paesaggio e sono entrato in decadenti palazzotti di inizio ‘900, con enormi turbine, dove gli zingari avevano lasciato un segno del loro passaggio, negli spazi del Politecnico, in uffici di spedizionieri. Ho conosciuto tanta gente che mi ha arricchito. Vagabondi, ex operai della Montedison, proprietari di antiche fabbriche che hanno resistito al tempo, ingegneri nostalgici, rom, studenti fuori sede del Politecnico, immigrati, comitati di lotta, genuine signore milanesi dai ricordi ancora vividi, scultori ed artisti che hanno arricchito di opere d’arte un luogo sconosciuto. Mi sono spostato di solo un chilometro da casa mia ed ho scoperto il mondo. Forse è un mondo un po’ decadente per alcuni, troppo cittadino o metropolitano. Ma la poesia è ovunque. Se solo camminassimo sempre un po’ più lentamente…

BOVISA o del nessun luogo
Il progetto fotografico nasce con l’dea di cristallizzare il paesaggio e le trasformazioni urbane di un quartiere, attraverso una ricerca fotografica di luoghi e di simboli che consumiamo quotidianamente, senza però coglierne l’essenza sociale e il valore storico. Le grandi fabbriche di un tempo, amate da Testori, da Luchino Visconti e Le Corbusier, ritratte da Sironi, sede di cultura del lavoro e lotte operaie, hanno lasciato profonde cicatrici nel territorio: luoghi senza nome, capannoni silenziosi, cancelli chiusi sul vuoto e muri di cinta innalzati sul nulla. Le architetture industriali sono a ricordarci il tempo passato, come le vecchie
cascine, che a dispetto di ingombranti e colorati palazzi, sembrano quasi indifferenti al passare del tempo. Nella chiesa della Bovisa, a lato dell’altare maggiore, è quasi nascosto un affresco sacro, dove alle spalle di una Madonna in preghiera si riconoscono le ciminiere delle vecchie fabbriche della zona. Simbolo di un legame inscindibile tra la sacralità e la cultura del lavoro, che qui è sempre stato presente.
Un angolo di Milano che offre sorprendenti contrasti urbanistici, un paesaggio urbano unico in continua trasformazione, eppure immobile nelle sue contraddizioni e nelle sue dissonanze. Un luogo sospeso tra memoria e riscatto, in bilico tra passato e futuro dove il tempo sembra scorrere in modo circolare. Un luogo costellato di non luoghi. Il profondo processo di recupero edilizio di ampi insediamenti produttivi si mescola ancora con le poche architetture di un’archeologia industriale che, con le ciminiere delle vecchie fabbriche abbandonate, gli scheletri delle officine e dei gasometri dismessi, resistono schiacciati tra la ferrovia e la circonvallazione. Le scellerate decisioni di varie giunte comunali che si sono susseguite negli ultimi trent’anni hanno cancellato un patrimonio culturale, sociale e architettonico unico.
Nei luoghi dove si ergevano grandi fabbriche ora resta il vuoto. E con il vuoto si cancella la memoria. Intanto, la riqualificazione urbana avanza colorata e prepotente, come a scrollarsi di dosso la polvere dell’indifferenza, del declino. E da qui riparte la mia ricerca fotografica: una narrazione visuale per riscoprire il passato e fissare su una stampa il presente, in un dialogo onirico con il futuro.

Biografia

Marco Merati è nato a Milano. Terminati gli studi di fotografia, inizia a lavorare come assistente in diversi studi fotografici che si occupano di fotografia industriale e pubblicitaria. Contemporaneamente inizia a collaborare con studi di architettura e imprese di costruzioni. Pubblica su riviste del settore ( Costruire, VetroSpazio, Abacus) e realizza diverse brochure di presentazione per imprese ed architetti. Pubblica anche su” l’Arca” e “Ville e Giardini” La passione per l’architettura lo spinge a ritrarre vari luoghi di Milano realizzatI in grande formato, e una serie di fotografie  vengono esposte nel 1995 alla galleria “Il Diaframma” di Lanfranco Colombo nell’ambito di un concorso per giovani fotografi. Da oltre vent’anni lavora nel turismo.