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Matilde Collinassi – Radici

Piccole Storie di EyesOpen! #2

Questo progetto è nato dalla necessità, inconscia, di rientrare in contatto con le origini, con i luoghi della Carnia, dove l’autrice ha passato molto tempo durante l’infanzia, e da una ricerca di tranquillità mentale.
E’ un percorso attraverso dei luoghi bianchi, dei luoghi avvolti dalla nebbia e poetici proprio per questo, dei luoghi impregnati di silenzio e di tutti quei suoni che lo compongono.

E’ un percorso di Esperienza della fotografia che, raccogliendo in sé tutte le sensazioni e le riflessioni provate da Matilde , trasforma questi paesaggi in qualcosa di intimo.

MATILDE COLLINASSI, classe 1996 nata a San Daniele del Friuli, frequenta il terzo anno di fotografia alla LABA

“Il fulcro della mia ricerca fotografica è quello di cercare di capire la relazione tra la natura e il costruito umano. Cerco di documentare e analizzare come la connessione primordiale uomo-natura sia cambiata nel tempo modificandone l’interazione tra essi.
Vedo la fotografia come esperienza non solo dello scatto in sé ma del luogo come immersione totale e come occasione di riflessione”

 

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Kicia Randagia – Scelte

Ho conosciuto Kicia nel 2016 al Centro Italiano per la Fotografia d’autore di Bibbiena durante una sessione di letture portfolio in occasione di una delle tappe del Portfolio Italia indetto dalla Fiaf.

Mi colpirono soprattutto la sua passione, tipica dei giovani, ma soprattutto la chiarezza delle idee e la sua progettualità. Viene premiata oggi al Zeiss Photography ed esposta a Londra al Sony Award

Vi presentiamo il lavoro esposto a Londra: “Scelte”

Manuela Cigliutti

Scelte

2011 – 2016

Scelte’ tells the story of a life split between two cultures – the life of my daughter Siria. Siria doesn’t just live between two different countries, she lives in two different worlds. She feels very much at home in the big city of Rome, a place filled to the brim with technological advances. But every year, we spend two months living in an out-of-the-way village in Poland. It’s like a different world there: from the food and the traditions to the nature, nothing there can be compared to the mod cons of big-city life.

As a mother, it was incredible for me to see how quickly Siria, an ambitious, high-tech girl, transformed into one who loves the countryside, walks around barefoot, lives among animals, appreciates simple, natural food and plays with everything she finds. I realized that my daughter was able to find happiness everywhere, and when we returned to Rome I came up with ‘Scelte’. For Siria, both worlds seemed perfect in their own right. Meanwhile, I wonder which one she’ll choose when she grows up.

I’ve selected photos that capture a life that could belong to any child in today’s world. I decided to take my photographs in black and white to present both worlds as equal. Colors would only have taken attention away from the matter at hand – and I didn’t want that. Through my series, I’d like to show the world how children who grow up between two cultures live and how it feels to do so. What some may see as a disadvantage is actually a great opportunity for a lot of people – the chance to see the world with new eyes

 

Chi è Kicia

 

 

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Chiara Conti – Mercanti Vietnamiti

Generazioni #11

Chiara Conti è una giovane fotografa e una viaggiatrice. Ha documentato la cultura Vietnamita, e in particolare i mercanti con il suo personale stile “retrò” che ricorda tanto i viaggi dei reporter anni ’70 e la pellicola.

“Ho cominciato a dare una spiegazione a quello che mi si presentava della cultura vietnamita il gior­no in cui ho incontrato Trang. Eravamo quasi al capolinea del nostro viaggio, stavamo attraversando le insenature del Mekong la mattina all’alba, in visita ai floating market.

Trang mi ha raccontato della guerra, della generazione di sua madre, del profondo cambiamento che sta compiendo il suo Paese, della dittatura comunista che l’attraversa e, per forza, lo caratteriz­za. La vittoria del regime ha costretto il Vietnam a un periodo di frazionamento del cibo, le famiglie avevano a disposizione 150 gr di carne al mese, trovavano sostentamento da tutto ciò che il territorio offriva spontaneamente: piante infestanti, riso, erbe, la frutta degli alberi. Ogni tanto ripenso ai mille occhi che ho incontrato e mi chiedo se siano ancora lì dove li ho lasciati, se ogni persona che mi ha sfamato abbia ancora quel sorriso tranquillo che ho conosciuto, se ogni mattina, ancora, all’alba i floating market si accendano come lucciole o se abbia smesso di piovere sulle bancarelle di Hue. Mi sembra uno spettacolo così preciso e importante che mi fa strano, ogni tanto, immaginare che ogni giorno quello che ho visto rinasce di nuovo, anche senza di me”

Su EyesOpen! n.11

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15 Dicembre – EyesOpen! festeggia

Vi aspettiamo il 15 Dicembre a partire dalle 19.00 negli spazi di Bottega Immagine (nota scuola di fotografia oltre che importante ritrovo didattico del panorama milanese) per presentarvi il nuovo numero di EyesOpen! e i giovani fotografi che abbiamo pubblicato ci racconteranno i loro lavori e la loro avventura nel mondo della fotografia. Saremo poi felici di brindare insieme ai partecipanti e agli amici di Bottega Immagine ….e vi daremo qualche anticipazione sulle novità per il 2018!

Bottega Immagine, via Carlo Farini 60 – Ingresso libero!

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Davide Esposito – Capri, sogno di un’ombra

Generazioni #7

Davide Esposito fotografa per cercare e trovarsi nel mondo interiore dell’impossibile, in un surrealismo prettamente mentale. Cerca di dare luce e materia all’impossibile.

Portare il non essere nel mondo dell’essere

Giovane fotografo, vive a Capri e ci racconta la sua isola in un modo del tutto diverso dall’atteso

“L’inverno, lì c’è l’essenza di Capri. Maestosa, misteriosa, matrigna. Un’isola che obbliga all’introspezione, a fare i conti con il dualismo dell’essere umano. Ego e solitudine. Sapere chi siamo e dove stiamo andando. Luce che si staglia nel buio, ora trionfante, ora succube, ora complice del nulla. 

Capri come dimensione dell’anima, una lunga nota interiore che appartiene a ogni essere umano, Capri e il suo inverno appartengono a tutti. Si manifestano come esperienza individuale di una metarealtà, qualcosa che è possibile sentire solo ascoltando il sibilo dei cinque sensi, che insieme si incontrano con queste atmosfere”

Il suo lavoro è pubblicato su EyesOpen! n.11

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Danea Urso – Je est un autre

Generazioni #6

Vi presentiamo la giovane fotografa Danea Urso, attiva partecipante e socia dell’associazione culturale Photosintesi di Casarano (LE) che ha affrontato un tema drammatico, vissuto in prima persona, usando la fotografia per esorcizzare quanto accadutole.

“Je est un autre”: un soggetto e un verbo non coniugati, una lingua che non è quella italiana, un altro che non si sa chi è, un altro da sé stessi che non è dato conoscere. Questo progetto racconta di una storia uguale, ma anche diversa da tante altre, una storia di “mal di vivere”, una storia che parla del soggetto in se, ma anche del fotografo.

“È il racconto di un perenne senso di angoscia, soffocamento, dolore e solitudine. Qui ho esorcizzato tutta la rabbia, tutto il senso di impotenza, tutta l’atmosfera che ho vissuto prima in terza e poi in prima persona; qui chiudo un capitolo della mia vita scegliendo di reagire; qui ha chiuso la sua vita mio zio scegliendo la morte. Nel febbraio del 2002, quando aveva quasi la stessa età che ho io oggi

Ho voluto dar voce alla sua vicenda e alla sua sofferenza, ho voluto rompere il silenzio che si è creato da allora in famiglia attorno a tutta questa storia”

Pubblicato in dittici su EyesOpen! n.11

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Camilla Ferrari – Ribeira

Generazioni #5

Camilla Ferrari nasce a Milano il 22 ottobre del 1992 e scatta la sua prima fotografia 14 anni dopo. Laureata in Scienze Umanistiche per la Comunicazione all’Università degli Studi di Milano può dedicarsi totalmente alla fotografia.  Frequenta alcuni workshop con i fotografi per lei di riferimento – tra i quali Gueorgui Pinkhassov, Harry Gruyaert e John Stanmeyer e nel 2012 inizia a lavorare per un fotografo di moda italiano e nel 2014 lavora come assistente per il fotografo David Alan Harvey (Magnum Photos). Dall’aprile 2016 ad oggi tiene la rubrica “Dietro lo scatto” sulla rivista Osservatorio Digitale, nella quale racconta le storie e le sensazioni che si celano dietro ad uno scatto fotografico.

Inizialmente attirata dalla fotografia di paesaggio, il suo interesse si è gradualmente spostato negli anni sulla relazione tra l’essere umano e ciò che lo circonda e sulle storie che quotidianamente lo segnano.

Qui via diamo un’anteprima di Ribeira, lavoro che abbiamo pubblicato su EyesOpen! #11

“Trovare la bellezza nelle cose più semplici. Nel vedere il sole nelle scaglie dei pesci al tramonto, nell’ombra che crea una ruga profonda sul viso di una donna. Nella curiosità nel bussare ad ogni porta di ogni container che popola il cemento affacciato sul fiume. Quello stesso fiume che si unirà al mare per diventare oceano.

Come ci si sente? Cosa significa avere quel potere e quella magnificenza di fronte a te ogni giorno della tua vita? Cosa si prova a camminare per le strade del tuo piccolo villaggio e riconoscere ogni singolo viso che si incontra, sapendo di far parte di una generazione che conserva tradizioni di cui un giorno le persone sentiranno la mancanza?

Trovare la bellezza nelle cose più semplici. Nel salto di un giovane ragazzo esperto, che conosce ogni roccia in equilibrio nel fiume Douro, nella saggezza e conoscenza dei marinai, nei lavoratori che ogni mattina salutano il fiume sulla riva.

Mi hanno accolto senza dire una parola, mi hanno incluso nel loro mondo e hanno condiviso con me le loro storie e tradizioni. Infine, mi hanno resa parte dell’Afurada, di Lomba, di Areja, di Ribeira: i luoghi che li hanno cresciuti, i luoghi che loro chiamano Casa.”

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Francesco Malavolta – Un reporter sul mare

Da EyesOpen! n. 7/2016 – SUD

Fotografie di Francesco Malavolta

Testo di Maria Grazia Patania – Collettivo Antigone

Francesco Malavolta è impegnato dal 2011 in una instancabile documentazione. Il fotoreporter collabora con l’Unchr, l’agenzia Onu per i rifugiati; l’Oim, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni; Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea per il Controllo delle Frontiere e con agenzie di stampa internazionali come Associated Press. Sta sul mare per buona parte della sua vita lavorativa, quel Mare Nostrum che è ponte di comunicazione tra il sud e il nord del mondo, Mediterraneo che accoglie e rifiuta, che culla e uccide e dà speranze a chi parte dalle coste povere dell’Africa per inseguire un miraggio che non esiste. Questa selezione di immagini è solo una microscopica parte del suo immenso archivio.

Fatima era di fronte al mare
Fatima non aveva mai visto il mare prima. E francamente le sembrava troppo grande. Quel blu – tono su tono col cielo di notte – le metteva addosso una strana sensazione. Quella pozza sconfinata non somigliava affatto ai disegni che da bambina le facevano fare i volontari delle organizzazioni umanitarie su fogli di carta rimediati. Fra l’altro l’inganno del colore era intollerabile: nei suoi disegni d’infanzia il mare era azzurro, piatto, confortante, solcato da una barchetta allegra e sovrastato da un sole sorridente coi raggi che sembravano dita.

Tutta un’altra cosa rispetto a questa colata di pece che si trovava di fronte. Ad ogni modo era troppo tardi per ripensarci e non partire. Le bastava pensare al deserto, alla prigione, alla casa buia dove l’avevano sequestrata degli uomini armati per prendere coraggio. Le bastava chiudere gli occhi per aggrapparsi a un sogno di salvezza, alla speranza che da qualche parte oltre la colata di buio ci fosse un posto per lei e per i suoi desideri. Fra l’altro, sicuramente l’inganno cromatico sarebbe sparito il giorno successivo quando sarebbe sorto il sole e a quell’ora lei sarebbe stata già ad un passo dalla salvezza, al sicuro in Sicilia, quella terra di cui aveva solo sentito parlare.

Inizia così il viaggio lungo la rotta sud, crogiolo di culture e scambi ancestrali. Inizia con un mare in mezzo a due sponde della stessa terra: un mare che divide e unisce, un mare fra le cui onde spumeggia il destino della nostra umanità smarrita. Quella stessa umanità che coi suoi sogni interrotti sta pavimentando i fondali silenziosi del Mare Nostrum, costruendo quel ponte che neghiamo ai vivi: un ponte di desideri disattesi, di speranze infrante e di respiri interrotti.

E’ fragile la vita in mezzo al mare. A tratti smette di essere vita per diventare un incubo senza occhi, un groviglio di paure che infine si dissolvono nella certezza della morte…
Così Fatima si era addormentata sicura che quella rotta sud l’avrebbe tradita e per lei non ci sarebbe stato nessun nord. Nessun approdo nella terra promessa dove gliaranceti ti rubano il cuore e il sole si rifrange tra le fronde dei limoni. Niente giardini di rose dove coltivare desideri piccolie fragili che odorano di pane caldo, come quello di sua madre che nel campo profughi faceva le focacce più buone. Il suo sonno di piombo e paura veniva spesso interrotto: un movimento brusco, il pianto di un bambino inconsolabilmente affamato, il singhiozzo della madre col corpo arido e incapace di sfamare, l’odore pungente del terrore di un adolescente col volto sfregiato. E ad ogni risveglio Fatima si costringeva a tornare nel suo bozzolo, retaggio dell’utero materno che aveva abitato nel suo primo viaggio sulla rotta sud della vita.

Quella notte c’era un’altra imbarcazione fra le onde. Una imbarcazione solida, una di quelle che strappano le carrette di Fatima dalla tragedia. Su quella nave c’era Gaetano, che aveva 20 anni e veniva dall’entroterra siciliano. Manco lui era un grande conoscitore del mare prima di trovare quel lavoro a bordo che gli aveva evitato la malafine di doversi trasferire al nord, a Milano, come aveva fatto suo fratello maggiore. Gaetano non riusciva a dormire quella notte: era esausto e ancora troppo scosso dai salvataggi degli ultimi giorni. Non lo chiedeva a nessuno, solo alle stelle aveva il coraggio di domandare perché quelle persone continuassero a partire, perché affrontassero quel viaggio che spesso si concludeva in un abisso liquido senza memoria. Un abisso dove i pesci erano i soli officianti di una cerimonia senza parole. Ma immaginava che la luce che vedeva negli occhi dei sopravvissuti avesse a che fare con la speranza. C’era una dignità che gli ispirava un timore sacro anche quando arrivavano con l’anima trapassata.

Con questo groviglio di pensieri, Gaetano si stava assopendo quando venne strattonato da un collega che gesticolando gli intimava di sbrigarsi. “Non c’è tempo da perdere. Stanno affondando”.

Fu così che inconsapevolmente Gaetano – inchiodato a sud – divenne il nord di Fatima mentre le porgeva la mano per farle mettere i piedi al sicuro: il primo passo verso i suoi sogni di adolescente. Nel centro di quel mare che unisce e divide, che consola e tradisce, che salva e condanna, Gaetano afferrò nel timido sorriso di Fatima una scintilla del miracolo stesso della vita. In quel volto incorniciato dal velo azzurro così simile al mare, Gaetano ebbe la sensazione di avvicinarsi a un segreto incommensurabile: ciascun essere umano è contemporaneamente nord e sud, salvezza e condanna, riparo e perdizione. Fatima era troppo sfinita per accorgersi di alcunché, tuttavia in qualche angolo del suo cuore era sbocciato un sorriso al pensiero degli aranceti, dei limoni e degli abitanti di quella terra nuova che parlavano con parole di mandorla.
Intanto il mare osservava quei figli della terra salvarsi a vicenda: gli uni dai fondali delle sue acque insondabili, gli altri da un invivibile abisso di disumano egoismo. Se qualcuno fosse riuscito a scrutarne la superficie dall’alto, avrebbe riconosciuto un sorriso anche fra le pieghe delle sue onde.

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Christian Weber – Terrestrial

Christian Weber Banc Sabadell

Parlano della vita e della morte, queste immagini enigmatiche. Per capire bisogna guardarle molte volte e andarci dentro per poi uscire e studiarle ancora da lontano. Da principio lo sguardo si posa su parti di animali: zampe, schiene, corna, pance, pelle che sembra una texture.

Le scene sono tagliate, ravvicinate, come se il racconto non volesse dirci la verità e non contasse approfondire di quale bestia si stia parlando. Si tratta di un corpus di fotografie che destruttura alcuni diorami di un museo di storia naturale dedicati alla fauna selvatica americana. L’autore non ci dice il dove o il perché. Ferma pose, l’obiettivo è a pochi centimetri e tu che guardi non capisci. Ogni scatto può avere una valenza singola, ma fa parte di una collezione e acquista valore proprio perché collocato nel suo insieme.

Il progetto porta la firma di Christian Weber, un artista universalmente noto per voler sfidare le interpretazioni più convenzionali della realtà e della bellezza. La sua narrazione si sofferma sull’evoluzione e sulle trasformazioni che affronta la vita per adattarsi e sopravvivere. Preferisce farlo attraverso i dettagli, incorniciando cose apparentemente insignificanti, sottolineando l’anonimato di ogni animale eppure mostrandocene il fascino. Questi soggetti sono morti e impagliati, inseriti immobili in un teatro statico esposto a milioni di visitatori. Eppure svelano il mistero della creazione, della formula semplice della natura che esiste in una eterna contraddizione: produce massa e per sopravvivere poi la elimina. Queste immagini parlano di vita e morte e del suo ciclo infinito e selvaggio. E stare a osservare è irresistibile.

Pubblicato su EyesOpen! n.9

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