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Tokjo – Il mercato Tsukiji visto da Nicola Tanzini

Intervallo, il sipario si accosta e sospende l’ennesima rappresentazione. Questa sorta di backstage in bianco e nero è silenzioso, calmo, i fotogrammi fermano i movimenti rallentati e precisi di una scena sospesa. Gli attori sono i lavoratori del più famoso mercato ittico del mondo, quello di Tokjo, che due giorni fa è stato smantellato per sempre. Dopo 83 anni di attività, quell’area diventerà un parcheggio per le Olimpiadi. Quel luogo incredibile però, tempio delle aste mondiali del tonno e dove vengono vendute ogni anno più di 700mila tonnellate di pesce, è reso immortale dallo sguardo di un fotografo italiano. Lui è Nicola Tanzini, fondatore di Street Diaries, progetto itinerante e in costante evoluzione sulla fotografia di strada, che si alimenta grazie ai numerosi viaggi compiuti dall’autore intorno al mondo. La sua ricerca si ispira prevalentemente al movimento della fotografia umanista, ponendo al centro i comportamenti, le situazioni quotidiane appartenenti alla natura umana, in quello che l’autore definisce il proprio ambiente naturale: la strada. Dal suo approfondimento giapponese deriva “Tokyo. Tsukiji” che si traduce nel suo primo libro (edito da Contrasto) e in una mostra personale ospitata da Leica Galerie in via Mengoni 4 a Milano, fino al 4 novembre con ingresso libero. Sia il volume che la sua personale sono curati da Benedetta Donato.

Tanzini ha impiegato due anni di lavoro per produrre questa importante testimonianza di un microcosmo che scompare. E lo ha fatto osservando un contesto frenetico e rumoroso come Tsukiji da un punto di vista inedito: si è soffermato dietro le quinte, sul volto meno conosciuto di questa realtà, concentrando il suo obiettivo sul termine della giornata lavorativa. Usa un linguaggio caratterizzato da forti contrasti e da un’attenzione maniacale per i gesti ripetitivi e le espressioni delle persone incluse nell’inquadratura. A fine mattina i lavoratori preparano le ultime cassette, fanno i conti, spingono bancali, puliscono strumenti e banchi, si fermano a fumare, mangiare, sbadigliare, riposare guardando il cellulare. L’autore rivolge in particolare il suo sguardo sull’area interna del mercato (jonai shijō), quella famosa per le aste dei tonni, che ogni turista in visita ambisce a vedere e che rappresenta l’anima del luogo i cui protagonisti sono i grossisti ripresi negli attimi che precedono la dismissione delle attività e la conseguente chiusura. Come gli astronauti o i palombari, i soggetti vengono fotografati in un momento di decompressione, ma forse, in fondo, anche un magazziniere o un commerciante possono portarci sulla Luna. O in fondo al mare.

Oltre al testo curatoriale di Benedetta Donato, il progetto editoriale realizzato da Contrasto Books si avvarrà del contributo di Masuo Nishibayashi, Direttore dell’Istituto di Cultura Giapponese in Roma. Il libro, proposto in un’unica edizione multilingue italiana/giapponese/inglese/francese, è distribuito in Italia e all’estero.

Barbara Silbe

 

 

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Humanscape – Giuseppe Mastromatteo

Due appuntamenti celebrano questo mese l’arte di Giuseppe Mastromatteo, autore che con il libro HUMANSCAPE, pubblicato da Silvana Editoriale, mette un punto sulla sua intera, introspettiva produzione. Il volume, che ripercorre a ritroso la storia artistica e creativa di questo ritrattista molto apprezzato nel mondo dell’arte contemporanea e del collezionismo (e che EyesOpen! ha pubblicato sul numero “Umani” lo scorso anno), è curato da Benedetta Donato e si avvale di contributi di grandi firme come Rankin, Oliviero Toscani, Walter Guadagnini, Barbara Silbe, Denis Curti, Giovanni Pelloso e altri. La sua prima pubblicazione monografica sarà presentata il 18 ottobre alle 18.30 presso la Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2 a Milano. In contemporanea all’uscita del volume, la galleria 29ArtsInProgress di via San Vittore 13 a Milano, che rappresenta l’autore, ospita dal 4 ottobre al 18 novembre la produzione inedita di Mastromatteo, in una mostra curata da Giovanni Pelloso.

Mastromatteo lavora come Chief Creative Officerr di una delle agenzie di comunicazioni più importanti del mondo, ma in parallelo fa crescere da oltre un decennio un suo incredibile percorso artistico che lo ha portato a esporre in gallerie e fiere a Milano, Bologna, Capri, New York, Parigi, Miami, Basilea, Istanbul, Pechino… Il suo lavoro è estetico, eppure intriso di contenuti e dal suo mestiere di pubblicitario e dalla sua indole, gli deriva un’estrema capacità di sintesi.  Il libro Humanscape raccoglie 110 fotografie insieme a testimonianze, contributi e immagini che lo inseriscono a pieno titolo nel dibattito della cultura visiva internazionale, grazie anche a una foto-intervista che rappresenta il cuore del progetto: un dialogo tra l’autore e la curatrice Benedetta Donato che approfondisce i momenti fondamentali del percorso artistico di Mastromatteo attraverso le ispirazioni, gli incontri, gli aneddoti in una sorta di flash back di memorie restituite al presente. Ciò che emerge da questo confronto è anche una mappa visiva caratterizzata da più matrici in cui immagini di altri artisti, oggi divenute icone contemporanee e che hanno segnato la storia di Mastromatteo, sono giustapposte alle sue opere, con l’obiettivo di restituire a 360° il senso della sua ricerca artistica. Serie già conosciute sono pubblicate a fianco di produzioni inedite che evidenziano il tema centrale della sua indagine: la continua, estenuante ricerca dell’identità tra essenza e percezione. I soggetti dell’obiettivo dell’artista sono sempre i corpi e soprattutto i volti che rappresentano una teoria di tipi umani in cui la perfezione dei fisici torniti e dai contorni plastici, contrasta con la natura instabile ed effimera dell’uomo. Attraverso un uso quasi filologico della manipolazione digitale e della sottrazione, l’autore definisce questi ossimori scomponendo le immagini e creando un effetto di straniamento prima e di riconoscimento poi tra chi è ritratto, chi ritrae e anche in chi osserva.
Il libro-opera HUMANSCAPE è nelle librerie da ottobre.

 

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Mosta – W. Eugene Smith racconta la società industriale attraverso una città

Punto di forza di questa mostra al Mast di Bologna è la quantità di stampe vintage proposte nell’allestimento: 170, per la precisione, provenienti dalla collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh. Fino al 16 settembre racconteranno il lavoro sulla città americana fatto da uno dei protagonisti della fotografia mondiale a cento anni dalla nascita, che a partire dal 1955 (quando entrò a far parte di Magnum) si dedicò ai lavoratori dell’industria dell’acciaio e alle persone comuni con una ricerca indipendente e non commissionata dai giornali. W. Eugene Smith rimase a Pittsburgh per tre anni, realizzando circa 20mila negativi e non ultimando mai questo grande progetto che è testimonianza sociale, storica, economica sull’industria dell’acciaio e sulle contraddizioni dell’America degli anni Cinquanta. Lui stesso lo considerò come il lavoro più ambizioso della sua carriera. Sicuramente segnò un momento di svolta nella sua vita professionale e personale. A trentasei anni, dopo i successi e la notorietà ottenuti documentando come fotoreporter alcuni dei principali avvenimenti della Seconda guerra mondiale per “Life”, Smith decise di chiudere con la rivista e con i mal tollerati vincoli imposti dai media per dedicarsi alla fotografia con una maggiore libertà espressiva. Come spiega il curatore Urs Stahel, “W. Eugene Smith lottava per rappresentare l’assoluto. Ben lungi dall’accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l’essenza stessa della vita umana.”

Il primo incarico che Smith accettò fu di realizzare in un paio di mesi un centinaio di fotografie su Pittsburgh per una pubblicazione celebrativa sul bicentenario della sua fondazione. La città era in pieno boom economico grazie alla crescita dell’industria siderurgica e in particolare delle sue acciaierie, che garantivano lavoro e attiravano operai da tutto il mondo. L’autore rimase affascinato dalla città dell’acciaio, dai volti dei lavoratori, dalle sue strade, dalle fabbriche, dagli infiniti particolari e dalle contraddizioni del tessuto sociale, registrandoli meticolosamente per comporre il ritratto di una città a tutto tondo. Solo una piccola parte di questo lavoro venne conosciuto dal grande pubblico, tramite il “Photography Annual” del 1959, l’unica rivista su cui Smith accettò di pubblicare le sue foto perché gli garantì il controllo assoluto sulle 36 pagine intitolate Labyrinthian Walk, rifiutando importanti offerte economiche da “Life”. Il risultato non fu all’altezza delle aspettative di Smith, che continuò per anni ad avere come priorità la pubblicazione di un intero libro su Pittsburgh. Lo stesso Smith, riconoscendo le difficoltà incontrate nel comporre in un’unica opera i contrasti di una città così complessa, affermava: “Penso che il problema principale sia che non c’è fine ad un soggetto come Pittsburgh e non ci sia modo di portarlo a compimento”.

Tra i suoi lavori più famosi, realizzati per LIFE, ci sono Country Doctor, Spanish Village e Nurse Midwife. Il suo ultimo lavoro Minamata risale agli anni Settanta ed è dedicato alle vittime di avvelenamento da mercurio in un villaggio di pescatori in Giappone. Smith scomparve a Tucson, Arizona, il 15 ottobre 1978.

La mostra è organizzata dalla Fondazione MAST in collaborazione con Carnegie Museum of Art, Pittsburgh, Pennsylvania.

 

La mostra

“W. Eugene Smith. Pittsburgh. Ritratto di una città industriale”

Al MAST di Bologna fino al 16 settembre con ingresso gratuito

www.mast.org

Orari: 10.00 – 19.00, chiuso lunedì.

 

 

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Mostre – Michael Wolf alla Fondazione Stelline

L’antologica di Michael Wolf resta aperta alla Fondazione Stelline di Milano fino al 22 luglio. Pubblichiamo volentieri un intervento di Alessandra Klimciuk, co-curatrice della mostra insieme a Wim van Sinderen, che ci spiega importanza e complessità di questo pluripremiato autore.

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Hong Kong, Tokyo, Chicago e Parigi. La complessità delle metropoli nello sguardo di Michael Wolf rivela poeticamente la relazione tra struttura sociale e spazio architettonico. Il suo obiettivo mette a fuoco l’espansione verticale di Hong Kong, con i suoi palazzi simili ad alveari, e il cambiamento strutturale di Chicago, “sbirciato” attraverso le finestre dei suoi palazzi trasparenti, dove indaga le dinamiche sempre più complesse tra vita pubblica e vita privata, al confine tra privacy e voyeurismo.

La fisicità della vita nella sua individualità emerge con determinazione anche quando viene schiacciata, compressa e massificata dalla densità del paesaggio urbano e architettonico, così come la vegetazione che fotografa nella serie Informal Solutions, si fa strada caparbiamente nella giungla urbana della megalopoli.

Rigoroso nella composizione razionale dello spazio e preciso nella sua osservazione, Michael Wolf ricorre ad una vasta gamma di prospettive e approcci visivi, spingendo la fotografia ben oltre i suoi limiti e confini. Spesso sceglie tagli di visuale che portano a un appiattimento della prospettiva, dove i palazzi diventano pattern astratti, ripetizioni infinite di moduli architettonici apparentemente senza via di fuga, ma con piccole e mimetizzate tracce di vita umana, come in Architecture of Density. Altre volte adotta una prospettiva più astratta e voyeuristica, come in Tokyo Compression, in cui i pendolari giapponesi, le “vittime” di Wolf, sembrano cercare di fuggire la vista del suo obiettivo, e in The Transparent City dove la trasparenza dei grattacieli di vetro rivela la vita che si nasconde dietro le sue pareti.

Sei le serie nella prima retrospettiva italiana dell’artista tedesco, cresciuto tra gli Stati Uniti e il Canada, che dopo aver studiato all’Università di Berkeley in California, torna in Germania a completare la propria formazione alla Folkwang School di Essen dove è allievo del leggendario professore Otto Steinert. Quasi centocinquanta le opere in mostra. Dai suoi primi lavori, realizzati per la tesi di laurea nel villaggio minerario di Bottrop-Ebel (1976), fino alla più recente Paris Rooftops (2014), al confine tra rappresentazione ed astrazione; dalla serie forse più famosa Tokyo Compression (2010-2013), con i ritratti dei pendolari giapponesi schiacciati nei vagoni della metropolitana, fino a Informal Solution (2003-2018), che nasce come un archivio fotografico della vita di Hong Kong a livello strada dove lo spazio pubblico diventa un tutt’uno con quello privato, e fino alle serie iconiche di Architecture of Density (2003 – 2014) dedicate alle dinamiche tra densità umana e architettura urbana e Transparent City (2006), dove prosegue il suo studio della città urbana in un contesto radicalmente diverso i cui i ritratti sfuocati dei Details, rivelano la vita che si nasconde dietro le pareti di vetro dei suoi grattacieli.

Life in cities, premiata all’ultima edizione di Les Rencontres d’Arles, è la prima grande mostra in Italia dedicata a Michael Wolf (Monaco, 1954 – vive e lavora a Hong Kong dal 1994), due volte vincitore del World Press Photo e in finale nell’ultima edizione del prestigioso Prix Pictet. Il progetto espositivo, realizzato dalla Fondazione Stelline in collaborazione con Fotomuseum Den Haag, è stato ripensato e modulato per gli spazi di Milano, individuando una nuova immagine della mostra dalla sua ultima serie Paris Rooftops. Una scelta simbolica molto precisa che delinea la poetica sottesa alla ricerca artistica di Wolf, in cui la sensibilità per il sociale e la fotografia documentaria emergono anche nella raffinatezza delle sue immagini, in cui la riproduzione della realtà si trasforma in linee e immagini al limite dell’astrazione.

Michael Wolf è in grado in questa mostra, attraverso la grammatica visiva così unica di ogni megalopoli, di accompagnarci dentro l’anima delle città contemporanee, rivelando sempre l’irriducibilità della vita e la vitalità dell’umano.

 

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Mostre – Fondazione Stelline per i giovani di CFP Bauer

Questa esposizione, accolta dal 12 al 22 luglio alla Fondazione Stelline di Milano, è fatta per conoscere e valorizzare i percorsi alla formazione delle nuove generazioni. Si intitola Bauer Update 2018, raduna oltre 150 opere, appartenenti a 17 progetti degli studenti del Centro di Formazione Professionale Bauer (Afol Metropolitana) che hanno frequentato i corsi di fotografia, graphic design, motion e web design, type design, illustrazione editoriale nell’anno 2017-2018. Allestita nel Quadriportico al piano terra del bel palazzo storico di corso Magenta, è il risultato delle riflessioni sui temi proposti, affrontati con gli strumenti della ricerca e del metodo didattico, delle attività di laboratorio e dei workshop tematici e professionalizzanti.
Fondamentale e visibile il contributo dei docenti, di autori di rilievo internazionale e dei collaboratori nelle aree formative della scuola, che hanno accompagnato gli studenti nel loro percorso di formazione.

CFP Bauer
Da oltre mezzo secolo il CFP Bauer forma professionisti della fotografia e della comunicazione visiva, fornendo proposte formative di qualità e secondo una logica di costante aggiornamento e di sviluppo di competenze nelle professionalità contemporanee.
CFP Bauer opera nell’area della fotografia e della comunicazione visiva. Fa parte di AFOL Metropolitana – Agenzia Metropolitana per la formazione, l’orientamento e il lavoro, ente iscritto all’Albo della Regione Lombardia degli operatori accreditati per i servizi di istruzione, formazione professionale e lavoro. A partire dalla propria storia, il centro intende confermare la contemporaneità della proposta formativa grazie alla costante verifica dei profili professionali nell’area della comunicazione visiva e della fotografia, valutandone la congruenza all’evolversi dei linguaggi e delle tecnologie digitali.

BAUER UPDATE 2018 – Fotografia, grafica, video
12-22 luglio 2018, Fondazione Stelline, corso Magenta 61, Milano
Orari: 10-20 (chiuso il lunedì). Ingresso libero.

 

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Mostra – Abitanti. Sette sguardi sull’Italia di oggi

Un modo nuovo e umanista di considerare il paesaggio che parte da una riflessione sull’abitare compiuta da nove giovani fotografi. I progetti esposti sono di Dario Bosio, Saverio Cantoni e Viola Castellano, Francesca Cirilli, Gloria Guglielmo e Marco Passaro, Rachele Maistrello, Tommaso Mori e Flavio Moriniello. La mostra, a cura di Matteo Balduzzi, è allestita alla Triennale di Milano fino al 9 settembre e chi la vede ha la possibilità di compiere un’indagine sociologica e antropologica nel vivere contemporaneo.

Sette storie raccontate da dentro, ciascuna con linguaggi e stili molto diversi, che mostrano uno spiccato radicamento nei luoghi ripresi. Si è fatto uno sforzo di collegamento tra lo spazio geografico e la presenza umana, fino ad abbracciare il tessuto sociale nel suo complesso. Ogni sguardo racconta una diversa sfumatura dell’abitare, da quanto di noi emerge durante coabitazione con sconosciuti con Airbnb, alla vita in una ex fabbrica di Penicillina oggi occupata da più di 600 persone, alla vita in un minuscolo paese delle Marche in cui internet diventa estensione del privato, creando una sorta di collisione tra reale e virtuale.

La mostra nasce con la volontà di promuovere lo sviluppo della cultura fotografica contemporanea attraverso campagne di committenza pubblica, valorizzare giovani fotografi italiani, incrementare il patrimonio fotografico delle collezioni pubbliche e sottolineare il ruolo chiave della fotografia per testimoniare, indagare e comprendere le trasformazioni culturali, sociali ed economiche.

I lavori vincitori sono stati selezionati tra le oltre trecento candidature arrivate da tutta Italia da un comitato scientifico composto da Fabio De Chirico, Dirigente della Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie urbane, Giovanna Calvenzi, Presidente del Museo di Fotografia Contemporanea, Matteo Balduzzi, curatore del Museo di Fotografia Contemporanea e del progetto, Stefano Mirti, fondatore di IdLab, progettista e curatore della mostra 999. Una collezione di domande sull’abitare contemporaneo, Luigi Spedicato, sociologo all’Università del Salento e Milena Farina, ricercatrice in progettazione architettonica e urbana all’Università degli Studi Roma Tre.

La mostra è promossa dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie urbane in collaborazione con la Triennale di Milano e il Museo di Fotografia Contemporanea, e con la partecipazione di Geico.

 

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Mostra – Greg Gorman. Beyond the portrait

Di Barbara Silbe

29 Art in Progress, galleria fotografica di via San Vittore 13 a Milano, sceglie sempre bene chi rappresentare: annovera tra i suoi autori Lucien Clergue, Lelli e Masotti, Gian Paolo Barbieri, Giuseppe Mastromatteo, Valerio Berruti. Da domani 6 giugno, in corrispondenza con l’apertura della Milano Photo Week che animerà la città con molti eventi culturali, ospiterà la prima personale italiana di uno dei più apprezzati fotografi statunitensi, Greg Gorman. In quaranta opere verrà sintetizzata la sua trentennale carriera. Il percorso espositivo affianca ritratti non convenzionali di celebrità ai suoi nudi classici, scatti in cui emerge la sua essenza purista connotati da una luce violenta, da assenza di sfondi, arredi essenziali, bianco e nero dai forti contrasti. L’obiettivo di questo maestro del ritratto si è posato sull’intero jet set hollywoodian, da Al Pacino a John Travolta a Sharon Stone o Michael Jackson e Gerard Depardieu…

Nei suoi scatti c’è un attento studio sul linguaggio del corpo, nel quale esalta rotondità e movenze delle masse muscolari, che ottiene curando il punto di ripresa, le tonalità, la posizione delle luci e la creazione delle ombre. Queste ultime giocano un ruolo importante nei suoi ritratti,  perché rappresentano quella porzione di spazio inaccessibile allo spettatore, stimolandone la curiosità e la volontà di saperne di più. Il nero è il non detto, lo spazio aperto all’interpretazione di chi osserva. Maestro della messa in scena, l’artista arricchisce la sua gamma dei volti con molti studi sulla figura e, dunque, con una varietà di linguaggi corporei. Da Leonardo di Caprio agli inizi degli anni Novanta ad Alex Pettyfer, ritratto nel 2008, la serie di immagini esposta testimonia l’incessante ricerca dell’eterna giovinezza.

Una volta Gorman ha detto: “Per me una fotografia ha più successo quando non risponde a tutte le domande e lascia qualcosa a desiderare”.
In questa affermazione è, forse, l’essenza della sua visione inconfondibile.

 

BEYOND THE PORTRAIT, Greg Gorman

29 ARTS IN PROGRESS gallery – Via San Vittore 13, Milano

Aperta da 6 giugno al 1 settembre 2018 con ingresso libero. Orari: martedì-sabato, 11.00-19.00. Altri giorni e orari su appuntamento

Informazioni: tel. 02 94387188; info@29artsinprogress.com

Sito internet: www.29artsinprogress.com

 

 

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Mostre – My dream home

Un tetto a punta, la finestra, il cielo blu: la casa è il nostro primo disegno. In pochi tratti includiamo il mondo che conosciamo, le cose che danno sicurezza come mamma e papà: è  la nostra storia, ci portiamo dietro quel simbolo tutta la vita e lì, sempre, ritorniamo. E’ così per tutti i bambini del mondo. Ci pensa ora la sensibilità di due fotografi italiani, Elisabetta Illy e Stefano Guindani, a ricordarcelo. In occasione del FuoriSalone, nell’ambito di “INTERNI House in Motion”, nel Cortile d’Onore dell’Università Statale di Milano, apre oggi un’esposizione che è affascinante racconto tra realtà e sogno guidati dalla sguardo di due artisti sensibili e inclini al reportage umano e sociale.

Visitabile fino al 28 aprile, la mostra “My Dream Home” raccoglie le immagini che ritraggono i bimbi poverissimi dell’isola di Haiti davanti alle loro reali abitazioni accostate ai disegni della casa che sognano di avere. Il lavoro è stato realizzato nel 2017 in uno dei bassifondi di Cité Soleil, in collaborazione con la Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus con lo scopo di sensibilizzare il mondo sulla drammatica situazione del Paese e contribuire concretamente alla realizzazione di case nella baraccopoli più estesa di tutto l’emisfero occidentale, dove vivono oltre 300mila persone tra baracche di lamiera e immondizia.

“My Dream Home” è allestita all’interno di un’istallazione dell’architetto Piero Lissoni/Lissoni Associati, in collaborazione con Dmeco Engineeing divisione Living, per interpretare il tema della mostra evento “House in Motion” organizzata dal magazine Interni. L’installazione di Lissoni prevede l’assemblaggio di 12 container sovrapposti come una scultura verticale, a voler suggerire un concetto astratto di abitazione, con i colori intensi delle case haitiane. I tre container alla base ospitano la mostra fotografica e i disegni dei bambini, oltre al progetto di un’unità abitativa ecosostenibile, economica e versatile studiata per le esigenze di una famiglia di Haiti. Il ricavato delle vendite delle fotografie sarà interamente devoluto alla Fondazione Rava per la costruzione di case sull’isola caraibica. E’ possibile contribuire tramite la Fondazione con offerte di 250 euro per ogni immagine in mostra, in tiratura limitata fine art cm. 30×40, certificata e autografata, con donazione di 10 euro per un mattone, di 200 euro per un mq di casa o con una donazione di 12mila euro per la realizzazione di una casa completa con targa dedicata.

Il progetto prevede di dare una casa dignitosa alle famiglie della comunità, attraverso la costruzione di abitazioni in muratura fatte di mattoni usando manodopera locale. Oltre a 250 casette, sono stati già realizzati un ospedale, una panetteria, una struttura per l’aggregazione di giovani ed è in corso di ultimazione un campo sportivo.

Altre info: tel. 02.54122917.

 

 

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Mostra – Carlo Carletti, Framing stories

Barbara Silbe

Le fotografie sono oggetti che raccontano storie. Lo fanno nello spazio ristretto di una cornice, nel tempo congelato di un clic che riconsegna all’eterno quel momento inquadrato. E proprio di storie in cornice ci parla la nuova personale di Carlo Carletti allestita da Leica Galerie in via Mengoni 4 a Milano fino al 24 aprile. Una antologia sintetica del pensiero di un maestro che ha fatto della fotografia di matrimonio la sua personale ricerca autoriale. Una volta ancora, dopo il suo bel libro del 2013 edito da Marsilio “Fotografie di Matrimoni” che si trasformò in un’ampia mostra ospitata la scorsa primavera allo Spazio Tadini di Milano, in queste fotografie emerge la sua poetica capace di raccogliere emozioni e dettagli dell’umano vivere fino a restituircene il senso. Vede ciò che a noi sfugge, Carlo Carletti. Lo fa con una osservazione impeccabile e uno sguardo pieno di originalità e incanto, trasformando un mestiere commerciale in un genere artistico destinato a insegnare a molti. Ha scelto di usare un approccio documentale, reportagistico, per celebrare il rito di ogni matrimonio che è chiamato a testimoniare. Quando ha di fronte gli sposi e tutto il contorno del parentado, li tratta come farebbe un grande romanziere. Come Victor Hugo, Stendhal o il Marcel Proust della Recherche da lui stesso citata qualche settimana fa parlando con me. Per la sua oeuvre cathédrale suddivisa in categorie ontologiche, Carletti usa con sapienza un tipo di inquadratura fatta di quinte e piani sovrapposti, anch’egli attingendo al ricordo, alla malinconia, a una rievocazione che non deperisce mai. Passando dal bianco e nero al colore con naturalezza, il sipario si apre e compare un bimbo che dorme accasciato in chiesa, una sposa che si sistema una ciocca prima di entrare in scena, il fruscio del tulle, un letto disfatto, l’incertezza di un bacio o di due mani che si toccano… Ogni momento, davanti al suo obiettivo, diventa il senso di quel tempo perduto, archetipo e riflessione estetica e filosofica sul senso del ricordo che sta in ognuno di noi.

Carlo Carletti “Framing Stories”
Leica Galerie Milano – Via Mengoni, 4
Fino al 24 aprile 2018
Orari: 10.30-19.30 – domenica chiuso
Ingresso gratuito

 

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MAST – Il mondo visto dai giovani fotografi

Il concorso “Gd4PhotoArt” organizzato dalla Manifattura di Arti, Tecnologia e Sperimentazione di Bologna, da quest’anno è diventato “MAST Foundation for photography grant on industry and work”. Era alla quinta edizione e vive con lo scopo di documentare e sostenere l’attività di ricerca sull’immagine dell’industria, le trasformazioni che questa induce nella società e nel territorio, il ruolo del lavoro per lo sviluppo economico e produttivo. Sara Cwynar, Mari Bastashewsky, Sohei Nishino e Cristóbal Olivares sono i giovani fotografi finalisti, selezionati dalla Fondazione MAST, quattro progetti, scelti su un totale di quaranta partecipanti. I vincitori ex aequo premiati sono Sara Cwynar (Canada) e Sohei Nishino (Giappone). La mostra che li raccoglie è curata da Urs Stahel, che è stato tra i fondatori del Museo della Fotografia di Winterthur.
Il progetto di Sohei Nishino è un viaggio alla scoperta della psico-geografia della Pianura Padana e dei suoi abitanti lungo il fiume Po. Dopo aver visto il film di Ermanno Olmi “Lungo il fiume”, affascinato dall’acqua che dal Monviso scorre fino all’Adriatico, il giovane fotografo percorre in 45 giorni un itinerario che parte dalle montagne e arriva fino al mare. Il suo reportage è una ricerca artistica che narra il paesaggio e i suoi incontri con pescatori, bambini, contadini. Un viaggio che segue il flusso dell’acqua che è il flusso della vita. In questo lavoro il fotografo giapponese combina micro e macro-prospettiva nel suo paesaggio di immagini incollate su una tela. “Ho camminato lungo il fiume per mesi scattando migliaia di fotografie. Le immagini mi sono capitate davanti agli occhi”. Una volta ritornato a Tokyo, Nishino ha sviluppato manualmente i rullini e ha ricostruito il viaggio, un’ opera a metà strada tra mappe e diorama, un panorama infinito.
“Colour Factory” (La fabbrica del colore) è titolo del progetto di Sara Cwynar che comprende un cortometraggio e nove fotografie. La fotografa canadese si interroga sulla “relazione che intercorre tra il colore è la nostra idea di bellezza e artificio”. “Non saprò mai come voi vedete il rosso e voi non saprete mai come lo vedo io” recita una voce fuori campo nel suo cortometraggio. Sara ci fa entrare nell’industria del colore in una fabbrica di cosmetici, dove i prodotti di serie e il processo di produzione non si fermano mai. Il suo video è una riflessione sull’importanza e l’influenza dei colori nella nostra vita e sull’idea di bellezza che è artificio e merce. Mari Bastashewsky, fotografa e scrittrice russa, ha raccontato l’avvelenamento della rete idrica delle città di Flint (Michigan) nel 2014, causata da un’alta quantità di piombo nell’acqua corrente. Il suo lavoro s’intitola “Emergency Managers” (Manager dell’emergenza).
Il progetto del cileno Cristóbal Olivares “The Desert” (Il Deserto) è una narrazione sul tema degli emigranti domenicani in Cile. Ritratti di uomini e donne che non mostrano il volto per paura di essere espulsi che dialogano con video in cui raccontano il viaggio nel deserto.

Al MAST, fino al 1° maggio con ingresso gratuito. Info: www.mast.org
Orari di apertura: 10 – 19. Chiuso lunedì.

(Testo a cura di Carolina Masserani)