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Usare gli HASHTAG in maniera professionale sui Social

 

Puntuale come un orologio svizzero, rieccomi con il terzo appuntamento con suggerimenti e consigli per lavorare con i social, per voi fotografi professionisti.

Gli hashtag ormai li conoscete tutti, sono delle particolari etichette, contraddistinte dal segno “#”, che servono a richiamare l’attenzione degli utenti su argomenti o temi particolari.

Dopo Twitter, il social che li ha introdotti per primo, gli hasthag sono diventati di uso comune anche su Facebook, Instagram, Google+, Pinterest, Tumblr, Linkedin e perfino YouTube. Ma sono diventati un segno distintivo di alcuni in particolare, ovvero Twitter e Instagram.

L’Hashtag è un vero e proprio aggregatore tematico ed è utilizzato per identificare uno specifico argomento, nel tuo caso per categorizzare le fotografie che tu pubblichi, raggruppandole in contenitori tematici.

Oltre che sui social facilita la ricerca di argomenti sui blog e l’instant messaging. E’ lo strumento che Instagram ha scelto per permettere di raggiungere un’audience ampia e interessata.  

A questo punto, come si crea un hashtag? Gli spazi non esistono e nel caso in cui si decida di utilizzare più parole, le si può “separare” attraverso l’uso delle maiuscole, poiché le lettere maiuscole non modificano i risultati della ricerca. I numeri sono supportati, ma non possono essere inseriti i segni di punteggiatura, simboli commerciali o altri caratteri speciali.

Purtroppo a causa dell’algoritmo in continua cambiamento, Non è chiaro ancora se utilizzarne pochi o tanti, quali siano gli hashtag bannati e quelli per finire in popular page, sappiamo però che la scelta migliore sarebbe usarne massimo 30.

Fra i criteri di massima di cui tener conto nel loro utilizzo ci sono sicuramente la pertinenza e la popolarità, ma non vanno trascurate anche l’unicità e la memorabilità.

 

Quindi l’hashtag deve sempre essere in linea col contenuto dell’immagine. Cerca di usare solo hashtag di qualità, utilizzando “Hashtagfy”, un sito per trovare in modo semplice e veloce gli hashtag più popolari tra i social. Non usare hashtag con troppo “seguito” poiché potresti rischiare che il tuo post venga perso nel marasma dei social. Puoi usare hashtag di account autorevoli, per arrivare ad un pubblico più ampio e sicuramente interessato.

E se per caso ti accorgessi di esserti dimenticato qualche hashtag rilevante?  No problem, puoi sempre inserirlo nei commenti o modificando il post.

Attenzione: questo vale però solo per i commenti a foto pubblicate da te, non per quelle che invece sono pubblicate da altri.

E infine non spaventarti e sperimenta…la ricerca dell’hashtag perfetto non ha mai fine, purtroppo o per fortuna l’algoritmo varia continuamente.

Fai una prova, cerca i tuoi competitors, Analizza i loro post, Entra in alcuni hashtag, Analizza i post più famosi.

Inizia a farti qualche domanda del tipo: Vengono pubblicate più foto o video? Qual è principalmente lo scopo del post? In che modo viene utilizzata la descrizione? Questo ti aiuterà a capire se l’hashtag che vuoi usare è coerente con il tuo contenuto.

Quelli che possono sembrare dettagli di poco conto, fanno parte invece di un sistema complesso di “posizionamento” dei contenuti di un professionista e quindi un vero è proprio strumento di vendita. Stai valutando l’idea di adottare una strategia più completa per il tuo posizionamento?

Stefania La Rosa

info@stefanialarosa.com

sito web: www.stefanialarosa.com                                                                                     FB : @stefaniawebmarketing

LINKEDIN: https://www.linkedin.com/in/stefania-la-rosa-07525b37/

IG: @stefaledo

 

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Riccardo Piccirillo – Diego

Riccardo Piccirillo, ottimo ritrattista napoletano che abbiamo già pubblicato qualche tempo fa con il suo progetto “Seven Seconds”, ha avuto l’occasione di testare per noi una Sony A7R MKIII dotata di ottica 24-70G Master. Questo è il portfolio che ha realizzato, corredato dal suo racconto:

“A Mergellina, Napoli, ci sono delle cabine bianche e azzurre su una spiaggia. Si trovano alle spalle di quelli che vengono chiamati “gli chalet”, in un’area dove il mare non è balneabile. Lì c’è un molo, piccolo e di legno, dove sono ormeggiate alcune barche. Diego lavora dentro la cabina più vicina al molo e il suo incarico è guardarlo, esattamente come fanno i guardiani dei fari o gli incaricati della sicurezza di un museo. Nella sua cabina c’è un monitor con alcune telecamere e una piccola finestra, da dove può osservare cosa succede fuori senza essere notato. Diego passa la maggior parte del suo tempo lì dentro, in solitudine. Per me quelle cabine sono magiche. Sono sempre stato attratto da quel luogo che ho visitato tante volte. E’ curioso come lì la luce cambi continuamente e le stesse costruzioni possano sembrare nuove o diverse. Vengono fuori sempre nuovi spunti e nuovi scatti.

Diego lavora senza parlare, la sua cabina è silenziosa e umida, ha  un odore simile a quello di un banco di vendita del pesce e, in effetti, tutto intorno è pieno di reti di pescatori. In realtà la strada è proprio alle spalle ed è sempre trafficata, quindi il rumore del traffico è costante, così come il vociare della gente, ma quando ci si trova all’interno di questo suo spazio, non si sente più nulla. Lui osserva da lì dentro, non fa altro che fare quello che faccio io dietro alla mia fotocamera: restare in contemplazione, la sua forzata, la mia libera. E’ il nostro mestiere, è quello che ci accomuna. Quando lo guardo e gli chiedo di raccontarmi il suo lavoro, Diego non fa domande, non mi chiede perché, proprio come se fosse normale che io lo stessi osservando. D’altronde è il nostro mestiere. Così, mi racconta che è tifoso del Napoli, che si chiama Diego non a caso (come Maradona), e che in quella cabina passa spesso le notti e i weekend. Gli domando se succede mai qualcosa e lui mi dice che succedono tante cose, ma quasi mai brutte. Spesso i gabbiani danno fastidio e ci sono animali, gatti, topi, piccioni e cani randagi. Quando c’è una bella giornata, ci sono curiosi che si affacciano o che semplicemente vengono a prendere un po’ di sole. E quando viene il bel tempo, le barche escono. Diego sa tutto, ma nessuno sa di lui. E’ il suo mestiere e somiglia al mio”.
Prima di fare il fotografo, Riccardo era un chitarrista blues. Nel 2010 ha scattato la prima fotografia con una reflex, un anno dopo realizzò uno dei suoi più importanti ritratti durante un concerto. Il prossimo maggio uscirà il suo libro che celebra i primi dieci anni di carriera.
Per altre informazioni www.riccardopiccirillo.com

 

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Antonio Fede – Fiorire perpendicolare

Il lavoro di questo giovane autore di origine siciliana, classe 1992, è caratterizzato da uno stile mosso, da bianchi e neri carichi, da giochi di proporzioni e prospettive che pongono sempre l’accento sulle emozioni. Le nostre, le sue. Fotografa in maniera colta, profonda, come uno che attribuisce peso ad ogni scatto, ed è per questo che abbiamo deciso di pubblicarlo.

“Arrivare tardi, fuori tempo; rincorrere la propria ombra sperando si fermi. Agognare il tanto atteso e ignorarlo quando arriva. Lasciare si ripeta ogni errore, anche il più vituperato. Forse la visione è coniugata all’infinito e il fiorire, perpendicolare.

È proprio “Fiorire perpendicolare” il titolo che ho voluto dare a questo lavoro in fieri che non so bene, ancora, dove mi porterà. Un grido di inadeguatezza e precarietà, forse, generazionali; il tentativo di dare una forma ai miei fantasmi, pensieri e desideri più reconditi. Uno sguardo nella crepa che ci portiamo dentro”.

Biografia

Nasco a Messina, città nella quale tuttora risiedo. Mi avvicino alla fotografia a diciotto anni, quando, per sopravvivere alla noia della periferia, decido di acquistare una macchina fotografica. Apprendo i rudimenti da autodidatta; studio i maggiori fotografi, la storia della fotografia, e mi appassiono al racconto ma soprattutto al linguaggio. Comincio così a fotografare quello che mi sta intorno (una frazione del messinese di circa cinquecento anime) e ne nasce un lavoro, durato quattro anni: “Vite ad acqua”. Accresciuto l’interesse per le vicende e l’animo umani, decido di iscrivermi alla facoltà di Lettere moderne, presso la quale sto ancora studiando. Negli ultimi tre anni ho partecipato a diverse attività fotografiche di rilievo, tra cui un workshop tenuto da Settimio Benedusi e un altro da Letizia Battaglia (entrambi organizzati da SFM scuola di fotografia di Messina).

 

 

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Umberto Verdoliva – Procida, “isola non-trovata”

Di Barbara Silbe

Procida sta lì, sospesa tra il vento e il mare, a raccontare secoli di storia e a srotolare paesaggi da incanto come fossero un sipario. E’ anche un ramo di Napoli, un comune della città metropolitana per la precisione, proteso nel suo golfo, che insieme ad Ischia, Vivara, Nisida e Capri fa parte dell’Arcipelago Campano. Lei però è diversa da tutte. Antica, autentica, un po’ segreta, tanto da meritarsi il fregio di Capitale della Cultura 2022. L’anno prossimo si aprirà a molte iniziative e al turismo, ne sarà invasa, speriamo, quando la pandemia avrà allentato i suoi morsi su tutti noi. Noi abbiamo incontrato un fotografo che da tempo la racconta nella sua più profonda intimità. Si tratta di Umberto Verdoliva, residente a Treviso, ma nato a Castellammare di Stabia e ancorato alle sue radici come una quercia. Vive da pendolare da molti anni, con molte difficoltà, e il suo sguardo sull’isola si addentra tra le sue strade, si affaccia ai suoi balconi, si ferma con le persone e tra le architetture, come a voler osservare quello che noi non sappiamo vedere. Uno stile, il suo, che mescola sapientemente un approccio analitico-geometrico del paesaggio architettonico a inquadrature più emotive e ampie, dove le sensazioni che ci rimanda sono quelle che egli stesso prova e lascia sedimentare. I soggetti ritratti sono spesso al centro della composizione, a testimoniare quanto l’incontro con l’altro sia determinante nella sua fotografia. Le situazioni riprese sono dinamiche, spesso mosse, le diagonali e le proporzioni perfette, come in un balletto classico. Autore di strada, che si esprime usando medium analogici, Umberto ha una notevole profondità di pensiero, quella che serve a raccontare le vie che percorre senza cadere nella superficialità improvvisata tipica della street photography contemporanea. Queste le sue parole a descrizione del portfolio che pubblichiamo.

“In questo percorso, che ancora continua, Procida è stata il mio transito, il rifugio, una porta svelata con la chiave della mia fotocamera, essa ha permesso di ritrovarmi, di scoprire, di lasciar fuori stanchezze e incomprensioni di una vita che avrei voluto forse diversa.

Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata” sono i versi di una poesia di Guido Gozzano, un luogo immaginario che è lì per essere reinventato continuamente da chi ne percepisce l’animo e la grazia. Nell’isola troviamo però anche un approdo, una stazione momentanea di un transito, il fermarsi per recuperare le forze e poi proseguire. L’isola e il mare, elementi da sempre contenuti nella narrazione, hanno permesso di abbandonarmi alla bellezza del vento, alla luce, all’odore della salsedine e ai propri silenzi facendo nascere in me il desiderio ancestrale di raccontare e svelare l’enigma profondo dentro di me.

Nel termine “isolamento” la parola isola come luogo ne costituisce l’ossatura, e la vicinanza stessa con la terraferma accentua la dimensione di distanza, guardi da lontano le tue paure e sembri dimenticarle”

Note biografiche

Sono nato nel 1961 a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli. Vivo a Treviso. Fotografo dal 2006. Ho amato immediatamente la fotografia di strada, questa consapevolezza nel tempo mi ha spinto ad indagare con profondità il mio “quotidiano”, fino alla ricerca costante della poesia e della bellezza come qualità essenziali da evidenziare dell’uomo.

Dal 2010 al 2017 sono stato membro del collettivo internazionale “ViVo” e nel 2013 ho fondato “SPONTANEA” un collettivo italiano dedicato alla street photography sciolto nel 2019 che ha lasciato un significativo segno nella comunità street italiana.

La fotografia è uno strumento parallelo alla mia vita professionale e personale che utilizzo per entrare in un mondo tutto mio in cui raccontare, sognare, ricaricarmi, stare bene con me stesso e con gli altri. Narro attraverso le immagini, tutto ciò che vivo giorno dopo giorno, dalle strade sotto casa, all’ambiente di lavoro, dalla famiglia ai luoghi in cui vivo, indagando con occhio attento e profonda sensibilità, il mio vissuto per lasciare tracce e memoria anche di altri.

In questi anni ho realizzato numerosi progetti fotografici che, sebbene siano ben distinti, rappresentano il mio progetto unico, la mia storia di uomo, la memoria e il mio pensiero sulla vita.

Non amo citare i premi vinti o in cui sono stato finalista, sono elencati sul mio sito web così come tutte le esposizioni personali e collettive a cui ho partecipato. La fotografia, per me, non ha nulla a che vedere con il guadagnarsi da vivere e soprattutto non è una competizione. Considero i premi ricevuti un riconoscimento del mio percorso fotografico.

Mi piace, oltre a fotografare, trasmettere la mia passione curando laboratori, mostre, letture di portfolio, presentazioni, scrivere articoli ed approfondimenti sulla fotografia. Molte mie foto e progetti fotografici sono stati pubblicati nelle principali riviste di fotografia italiane e internazionali.

Dal dicembre 2016 collaboro con il dipartimento social della FIAF e con la rivista FOTOIT nella recensione di autori e progetti specifici.

www.umbertoverdoliva.com  

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Il writer Endless in mostra a Milano

Di Barbara Silbe

Endless venne scoperto per le strade e sui muri di Londra ed è oggi uno dei più apprezzati e noti street-artist della scena internazionale contemporanea. Non è un fotografo, ma lo segnaliamo volentieri sulle pagine di EyesOpen! Magazine mossi dallo spirito di commistione tra le varie discipline artistiche che ci è sempre piaciuto. Le sue opere, da ieri in mostra al Salotto di Milano di corso Venezia 7, nel capoluogo meneghino, sono dissacranti ed estetiche, apparentemente leggere, ma con al loro interno un messaggio provocatorio potente di critica alla società del consumi e alla futilità del lusso. La sua fama è aumentata sempre più, fino a catturare l’attenzione dei curatori, dei galleristi e dei media di tutto il mondo. Gran parte del suo lavoro si concentra sulla rappresentazione di elementi chiave della società odierna, coprendo aspetti come il “culto del marchio”, la pubblicità, il consumismo e la cultura della celebrità.

Oltre che per le strade di Londr,a le sue opere si possono visionare nella galleria londinese Cris Contini Contemporary, partner di questa esposizione italiana dal titolo The Queen & Culture Exhibition che si è tenuta a Londra lo scorso ottobre 2020 nella suggestiva location di The Crypt Gallery.  Questa versione è curata da Simona Gervasio e resterà aperta fino all’8 maggio. Raccoglie una selezione di opere ispirate al periodo del lockdown, audaci riflessioni sugli eventi chiave e sui cambiamenti sociali che hanno avuto luogo a partire da marzo dello scorso anno. Tra le opere esposte ci saranno nuove interpretazioni dei pezzi più iconici di Endless, inclusa “Lizzy Vuitton”, la sua prima opera a ottenere riconoscimento pubblico. Il suo racconto non è mai né positivo né negativo, lo spettatore è libero di esplorare la varietà di messaggi nascosti e interagire con l’estetica dirompente, dissacrante e giocosa dei suoi molteplici lavori. Lungo il percorso espositivo appare la Regina Elisabetta che fa una boccaccia, ed è spesso presente il suo celebre logo “CHAPEL”, della serie Deities (una serie di dipinti che mostrano il contrasto tra vecchi e nuovi simboli di adorazione), dove la sua reinterpretazione modifica l’iconico profumo Chanel N.5 per farci ragionare sulla trasformazione dei valori culturali in un mondo dove i marchi e le celebrities sono paragonabili a nuove divintià e  i negozi sono le nuove chiese.

Endless ha anche realizzato un autoritratto per la collezione del Museo degli Uffizi, il primo donato da uno street-artist, una tecnica mista che lo raffigura insieme a una celebre coppia dell’arte contemporanea, Gilbert & George, all’interno del loro studio. L’artista londinese è stato inoltre il primo a ricevere l’incarico, in queste settimane, di dipingere un murales nella località sciistica di Cortina D’Ampezzo, in occasione dei Mondiali di Sci Alpino 2021.

La mostra è visitabile anche virtualmente nella galleria digitale di VR Art Gate.

Altre info: tel. 0276317715

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Margherita Micheletti – Ginevra

Margherita Micheletti ci racconta una storia.  La protagonista, attraverso la quale sceglie di narrare, è una giovane donna di nome Ginevra che cerca la sua strada nel mondo, che affronta ostacoli, interruzioni, paure, attrazioni e trasformazioni. Se questa storia fosse stata scritta, la giovane autrice sarebbe passata di continuo dalla terza alla prima persona: Ginevra è un modello, è lei, Ginevra siamo un po’ tutti.  Gli scatti selezionati di questa sua serie sono parte di un lungo racconto visivo che l’autrice ha realizzato durante un corso fatto da Barbara Silbe, direttore di EyesOpen! Magazine, in collaborazione con la scuola milanese di Bottega Immagine, e che riconsegna al pubblico comunicando con ognuno di noi, pur parlando a se stessa. Lo fa prendendo in prestito questa figura simbolica femminile per trattare temi universali e, al contempo, molto personali come l’accettazione di sé, la consapevolezza, il coraggio. Margherita stessa è la protagonista di questa metamorfosi e usa l’obiettivo come se fosse un microscopio, le serve a comprendere, le serve per analizzare quello che le accade. Lo fa con uno stile personale già connotato, pungente, producendo immagini eteree, contrastate, sulle quali interviene manualmente, ponendosi in bilico fra il ritratto, l’autoritratto, l’estetica e la concettualizzazione del pensiero, mescolando differenti linguaggi artistici come interventi grafici, collage e scrittura, per un risultato che ci parla inevitabilmente di fragilità e riscatto.

Questa è la sua descrizione del lavoro che con piacere pubblichiamo.

“Ginevra, la protagonista di questo racconto, è un personaggio mutevole. Persegue una continua metamorfosi (1) senza interruzioni di sorta. Ginevra non ha un volto predefinito, ne ha molti. Tutti volti di donne, che vanno a celebrare il mondo femminile in tutta la sua forza. E nella sua totale fragilità.

Lei è volubile, instabile, disturbata, disfunzionale, ma anche tenace e coraggiosa, una che va dritta agli obiettivi che si prefigge con perseveranza, una che lotta continuamente.

Viene mostrata inizialmente in tutta la sua totalità, passando da una fase all’altra. Il suo mondo è alquanto complesso, tanto da risultare contorto e intrecciato agli occhi del mondo. Così com’è intrecciata visceralmente la sua persona alla natura, con la quale si mescola inevitabilmente.

Ginevra ama senza riserve un’altra donna, con la quale ha un fitto scambio di lettere, ma è impaurita dall’amore di per sé stesso.

Durante il suo percorso, decide, in modo in apparenza consapevole, di prendere una scelta definitiva: buttarsi da un balcone, invero lo fa senza nessuna cognizione del fatto a cui sta andando incontro, quasi volesse diventar parte di quel mondo che lei vede da lassù e che non l’ha mai accettata pienamente”.

1 metamòrfoṡi s. f. [dal gr. μεταμόρϕωσις, der. di μεταμορϕόω «trasformare», comp. di μετα- «meta-» e μορϕή «forma»]. –1. Trasformazione, e in particolare trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, come elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, spesso soggetto di opere letterarie, spec. del mondo classico, nelle quali il termine è usato anche come titolo (nella traduz. ital.), soprattutto al plur.: le «Metamorfosi» di Ovidio, di Apuleio, di Nicandro di Colofone; «La metamorfosi» (ted. Die Verwandlung) di Franz Kafka.

Biografia

Classe 1985. Affascinata dal mondo della pellicola e dalle camere fotografiche del nonno, inizia a fotografare sin da piccola. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali e la specialistica ad indirizzo Arti Digitali, intraprende un percorso di forte sperimentazione artistica dove la fotografia è protagonista e le consente di esprimere il suo immaginario. Partecipa ad un paio di mostre e vince un concorso con una delle sue fotografie. Definisce l’obiettivo un “terzo occhio”, attraverso il quale osserva e congela in modo istantaneo oggetti e persone e la loro collocazione nell’ambiente circostante, il loro amalgamarsi, slegarsi e poi recuperarsi. Utilizza il mezzo digitale, accostato a quello analogico, nel quale si sta immergendo assiduamente. Per la sua ricerca trova sia essenziale l’unione di linguaggi artistici differenti, per questo motivo utilizza spesso l’ausilio della grafica, del collage, del disegno e della macchina da scrivere di un tempo. Il bianco e nero marcato, la luce e i colori che escono dai vinili e dall’atmosfera degli anni Sessanta, l’ambiente teatrale, che l’ha accompagnata in tutti questi anni, e una continua sperimentazione, sono una costante del suo lavoro.

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Monia Marchionni – Never again the fog in the desert

Abbiamo deciso di pubblicare un altro progetto di questa autrice marchigiana, per il rinnovato valore di quanto ci ha presentato e per i diversi aspetti che ci hanno catturati nelle sue immagini. Facciamo riferimento alle valenze estetiche, ma anche alla profondità del racconto e all’originalità del linguaggio. Questa è una storia forte, dolente. Un crimine che la coscienza del mondo non può dimenticare, ma che spesso viene lasciato in un cassetto della memoria troppo faticoso da aprire. Lei lo ha fatto, con una consapevolezza acquisita una volta arrivata in Cile e che non le ha mai più permesso di ignorare il problema. Questo è la sua narrazione, poetica ma chirurgica, della storia:

“Questa serie è nata durante un viaggio nel Nord del Cile nel 2014, dopo aver conosciuto delle famiglie locali che mi hanno accompagnata alla scoperta del deserto di Atacama, ed è lì che ho visto una mano scolpita alta più di undici metri uscire dalla sabbia. Una vera e propria richiesta di aiuto, tesa a testimoniare tutte quelle mani che si trovano sotto e appartenute a persone ancora senza nome, senza identità, vittime della dittatura di Pinochet: i desaparecidos. Il dittatore fece sequestrare, torturare, uccidere e sparire tutti coloro sospettati di avere idee anti governative. Molte volte le vittime venivano portate in veri campi di concentramento dai quali non uscivano più se non per fare i “voli della morte” così tristemente chiamati perché i cadaveri venivano gettati in volo nell’oceano Atlantico. Diversi campi di prigionia si trovavano nel deserto di Atacama e perciò molti resti sono ancora seppelliti in fosse comuni e coperti da strati e strati di sabbia. Da quel momento ci sono povere figlie, mogli e madri che cercano ancora oggi senza sosta qualche resto dei loro amati padri, mariti e figli, le chiamano mujeres del desierto – le mogli del deserto. Vogliono solo piangere i propri cari e portare fiori di carta colorati sulle loro tombe, che neanche il sole potrà mai seccare.
Fino a quel momento avevo apprezzato la magia e il mistero del nord del Cile, ero rimasta affascinata dalle Salitrere, città nate nell’Ottocento nei pressi delle raffinerie e miniere che ospitavano le famiglie degli operai. Ma dopo aver visto quella mano ho preso coscienza di un dramma e non potevo più chiuderlo in qualche angolo della mente, così ogni luogo da lì in poi fotografato ha assunto una valenza metaforica. Ho lavorato sulle emozioni di una madre che perde il proprio figlio, sulla scomparsa, sul vuoto indescrivibile dopo un rapimento, sulla storia solo accennata a scuola.
L’indifferenza di molti di fronte ai crimini di guerra avvolge come una fitta e impossibile nebbia il deserto intero, perché quelli che non vedono
dimenticano e quelli che dimenticano non credono in ciò che è accaduto. La nebbia divora le strade, le montagne, il mare intero. La nebbia è l’oblio”.

Biografia

Monia Marchionni (Fermo, 1981) si diploma nel 2005 all’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel 2008 si laurea alla facoltà di Lettere e Filosofia con specializzazione in Storia dell’Arte Contemporanea. Dopo un periodo dedicato all’installazione, sceglie di proseguire da autodidatta lo studio della fotografia, linguaggio che le permette di allestire ambienti per le sue visioni. Lo sguardo è autoriale, lo stile riconoscibile, l’approccio è quello della staged photography.
Il punto di svolta per l’autrice si presenta nel 2014 durante un viaggio con suo marito in Cile: rimane impressionata dal deserto di Atacama e dalle atmosfere surreali e silenziose di vasti territori, così eterogenei tra loro. Porta con sé una Nikon, un vestito bianco e un libro di Isabelle Allende e torna con in grembo sua figlia e la sua prima serie fotografica “Never Again the fog in the desert”, premiata con le ”Nominee” ai FAPA Awards di Londra nel 2017 e con la “Honourable Mentions” agli IPA-Lucie Awards del 2018.
Dal 2016 al 2019 si dedica al progetto “Fermo Visioni Extra Ordinarie”, diversi scatti ottengono premi internazionali, tra questi: IPA-Lucie Awards, Artrooms Fair di Londra, Premio Arte Laguna. Nel 2019 vince il Life Framer Award di Londra con uno scatto della serie “The gardens from the sky”.
Il 2020 rappresenta un anno di conferme, il progetto di lunga data “Primo Amore” dedicato alla sua città Porto San Giorgio, vince il Premio Ghergo – Giovane Talento, si classifica al terzo Posto al FAPA – Fine Art Photography Award, è finalista al Premio Marco Pesaresi e anche SkyTG24 gli dedica un approfondimento. Sempre nel 2020 vince l’Honourable Mentions al SIPA – Siena International Photography Awards e, a seguito della lettura portfolio all’IMP Festival – International Month of Photojournalism, entra nell’“Italian Collection – Nuovi Talenti della Fotografia” curata da Italy Photo Award.
Durante il lockdown imposto per arginare la pandemia da Covid_19 realizza il progetto domestico “I Giorni Necessari” che viene ripubblicato dalle riviste e agenzie di fotografia più importanti: Contrasto, Perimetro, PhotoVogue, Collateral, EyesOpen!, Il Fotografo Magazine. Il progetto è finalista alla call “Isolation: you me we” della Lucie Foundation di Los Angeles e pubblicato sulla rivista internazionale Musée Magazine.
Monia Marchionni ha esposto in Italia e in Europa, in fiere d’arte e festival, in mostre collettive e personali; lavora a progetti personali e commerciali.

Il suo indirizzo Instagram è @monia_marchionni

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Stefania La Rosa – Una nuova rubrica per aiutarvi a implementare i vostri social media

Sono felice di inaugurare questa mia serie di interventi sulle pagine di EyesOpen! Magazine, con l’obiettivo di poter fornire ai lettori qualche consiglio utile su come muoversi nel vasto mondo dei social media.
Questo confronto sarà istruttivo e divertente per me quanto per voi.  Vi svelerò qualche segreto (ma non troppi), utili per il vostro loro lavoro, per comprendere l’importanza del buon utilizzo dei social media.
La figura professionale che oggi, più marcatamente, si può definire freelance, è proprio quella del fotografo, mestiere che deve sempre essere concentrato su come procacciarsi clienti in maniera autonoma, contando solo sulle proprie forze. Inizierò parlandovi delle opportunità di crescita professionale che i principali social networks possono darci, se utilizzati (o dati in gestione) nel modo corretto e con una
strategia di base rivolta a nostri potenziali clienti.
Il primo aspetto da prendere in considerazione è quello di rivolgersi ai nostri clienti finali. Da questo punto di vista, sicuramente siamo avvantaggiati: vendiamo un prodotto che, per essere apprezzato, deve essere “guardato”; e la maggior parte dei social network più utilizzati ci permette di mettere in bella mostra il nostro talento. Cerchiamo però di arrivare al punto e non di stupire il nostro cliente.
Muoviamoci per singola tipologia di cliente, postando contenuti specifici (food, eventi…). Mostriamo il nostro lavoro e spieghiamo, al nostro potenziale interlocutore, qual è il nostro approccio e come la nostra arte possa trasformare e valorizzare quello che catturiamo con il nostro obiettivo. Non dimentichiamoci mai che l’utente medio viene attirato da quello in cui si riconosce e cerchiamo di vincere le sue resistenze, spiegandogli quali sono le fasi del nostro lavoro che possono portare al risultato ottimale. Spesso il cliente potrebbe pensare che i suoi prodotti o la sua location non siano adatti ad uno scatto bellissimo come quelli che gli vengono proposti sui social.
Allarghiamo il nostro bacino di utenza con dei contenuti sponsorizzati. Se ci concentriamo su chi vogliamo che diventi il nostro cliente, ne capiremo anche esigenze e spesso (cosa molto importante) le stagionalità del loro lavoro. E’ quindi fondamentale arrivare al nostro target in un momento caldo, o con largo anticipo su di esso. Se riusciremo ad avere contenuti specifici, di qualità e se sceglieremo con cura le
caratteristiche del nostro pubblico, il momento e l’area geografica giusta, le nostre campagne pubblicitarie saranno ottimizzate e potranno darci risultati concreti senza il bisogno di budget stellari;

mail: info@stefanialarosa.com
sito web: www.stefanialarosa.com

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Paola Gallo Balma – Corniglia

Le Cinque Terre, patrimonio dell’Unesco, sono l’Appennino che si tuffa nel Mar Ligure. Una combinazione che ha portato alla creazione di meravigliosi paesaggi: le coste alte e frastagliate, scogliere scoscese con calette profonde, terrazzamenti di muretti a secco coltivati, sentieri e mulattiere fra boschi e olivi. A fare da cornice in questo territorio ci sono cinque piccoli borghi marinai, incastonati nelle insenature delle pietra, che si affacciano direttamente sul mare. Luoghi dove l’uomo di queste parti ha tenacemente ha posto le sue radici e sulla roccia ha costruito le case, strette una all’altra, separate solo da carrugi e baciate dal sole. Qui il contadino ha addomesticato i pendii , ricavando lembi di terra dove coltivare il proprio orto, piantare le vigne e gli olivi per poter celebrare ogni anno il rito della vendemmia e della spemitura delle olive. Unica eccezione dei cinque borghi è Corniglia, che si trova a 100 metri sul livello del mare ed è più un paese rurale e montano piuttosto che marino, sito permeato di una conoscenza che sa di terra, di mare e dell’odore di libro antico.

Corniglia è costituita di persone che hanno scelto questa vita e che tengono stretti i ricordi di un tempo passato. Corniglia è Mario, che ti accoglie nella sua casa e condivide le sue giornate fatte di gesti antichi e umili e che racconta di meravigliosi luoghi lontani. E’ il sapere di Stefano, un conoscenza che nemmeno i suoi 15.000 libri potrebbero contenere. E’ la memoria di una vecchia fotografia che porta Vittoria a raccontare cosa le sue stanche mani hanno raccolto.
Corniglia è oggetti sommersi sul fondo del mare, sacralità, storia, durezza, impegno e dedizione.
Corniglia è il mare che si fa rarefatto, risale la costa e si adagia leggero sulle case e sulle vite degli abitanti, il vento che cambia l’andamento delle giornate e il camminare fra i carrugi.
Corniglia è magia dove paesaggio e persone si mostrano ai miei occhi per la loro vera natura.
Corniglia è sospesa sul mare e sospesa nel tempo

BIOGRAFIA

Paola Gallo Balma è nata nel 1982 e cresciuta in un piccolo paese vicino a Torino. Si laurea prima nella specialistica e poi nella magistrale al Politecnico di Torino nella prima facoltà di Architettura.
Negli stessi anni universitari si avvicina alla fotografia come autodidatta. All’età di 24 anni inizia a collaborare con un fotografo locale dapprima in negozio, a contatto con le persone e nelle impaginazioni di album e successivamente sul campo per i vari lavori su commissione.

Architettura e fotografia diventano due percorsi di analisi, progettazione visiva e ricerca personale che viaggiano parallelamente.
Negli anni successivi decide di portare avanti entrambe le passioni nelle esperienze lavorative. Collabora così nello stesso momento sia in studi di architettura che con diversi fotografi locali.

Negli ultimi anni, spinta dalla voglia di migliorare, decide di concentrarsi solo sulla fotografia e frequenta alcuni workshop: Assisi wedding reportage nel marzo 2018 con fotografi di matrimonio quali Roberto Panciatici, Victor Lax e Sergio Pieri e il fotografo di moda Marco Onofri. Successivamente, sempre nel 2018, segue il workshop di Maria Zavaglia, fotografa di matrimonio, la quale le suggerisce di incontrare il fotografo Giovanni Marozzini.

Con quest’ultimo, ad aprile 2019, frequenta il workshop “Le vie dei pastori – Marche e Abruzzo”, e si avvicina alla fotografia autoriale, descrittiva e interpretativa.
A novembre-dicembre 2019 parte per l’Argentina e dopo due settimane di sosta a Buenos Aires si unisce al gruppo di Marrozzini viaggiando nella Patagonia tra Bahia Blanca e Ushuaia .

Partecipa a due concorsi fotografici con il progetto fotografico “il gaucho Pol” :

  • –  BIFOTO FEST 2020 (SARDEGNA) arrivando fra i 13 portfoli selezionati dalla giuria
  • –  RIAPERTURE 2020 (FERRARA) arrivando fra ii 20 portfoli selezionati dalla giuria

    Partecipo ad alcune letture portfolio del circuito FIAF (PORTFOLIO ITALIA) arrivando nella rosa dei selezionati sempre del portfolio “il Gaucho Pol” :

– Portfolio SEGNALATO nelle letture di CORIGLIANO CALABRO.

A Luglio 2020 inizia questo progetto fotografico su Corniglia.

 

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Isabella Franceschini – The garden

Isabella Franceschini vive da sedici anni a contatto con la natura della campagna circostante Ozzano dell’Emilia e il giardino è sempre stato il suo rifugio segreto, la sua oasi rigenerante, una bolla di leggerezza e libertà dove si ritrova. “Nei giorni della pandemia – racconta lei stessa – quel giardino è stato il luogo che mi ha permesso di indagare su me stessa e di confrontarmi con le mie insicurezze. Così, l’oppressione provocata in me dalla battaglia contro il nemico invisibile, è diventata matrice di sogni malinconici che mi hanno aiutato a non smarrirmi, ma di continuare a sperare”.

Un incedere poetico, il suo, attento ai dettagli, alle sensazioni, alla percezione di se stessa tradotta in gesti e brandelli di quel mondo protettivo, pieno di sorprese e di appagamento, che l’autrice racconta con uno stile carico di percezioni tattili, perfino uditive e olfattive, ottenute nonostante la “costrizione” della bidimensionali del mezzo fotografico. In questo sua oasi verde, come esistesse un Dio delle piccole cose, tutto è fondamentale, perfino l’ombra di un fiore al tramonto. Ed è importante la sua grande capacità di narrazione, che rende speciale l’ordinario e spazia dal ritratto all’indagine documentale: questa attitudine denota una grande curiosità per l’essere umano e le sue infinite sfaccettature.

BIOGRAFIA

Isabella Franceschini è una fotografa freelance italiana. Si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Bologna. Dal 2008 si è avvicinata alla fotografia viaggiando all’estero e da allora la fotografia è diventata parte fondamentale della sua vita. Ha cominciato a studiare fotografia nella sua città approfondendo il reportage, il ritratto, il bianco e nero, la street photography. Successivamente ha frequentato a Roma la Masterclass di fotogiornalismo annuale. Attualmente Isabella si dedica alla fotografia documentaria, sviluppando progetti a lungo termine principalmente ispirati da tutto ciò che influenza gli esseri umani e le loro relazioni. Il suo interesse per il mondo è rivolto principalmente verso le persone e la quotidianità. Ha già ricevuto diversi premi e pubblicato su molte riviste specializzate e generaliste, anche all’estero. 

Sito: www.isabellafranceschini.com