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Portfolio – Federica Malgrati, L’eleganza del saper sentire

Un fiore che si schiude, è questa la prima metafora evocata dalla serie di Federica Malgrati. Bianco bocciolo fatto di carne e sangue e pensieri, che lentamente, morbidamente, si apre e svela molti dei temi cari a questa giovane autrice. Celati tra le pieghe di una lettura puramente estetica, ci sono grandi interrogativi, emozioni, la timidezza che si scioglie e lascia spazio a una verità talmente abbagliante da non lasciare neanche un dubbio. Nessun intento voyeuristico muove il suo sguardo. Piuttosto è teso a cogliere ogni sfumatura che i gesti sottolineano. Mostrare se stessi costa fatica, tanto più se si cerca di rendere il concetto ritraendo il corpo di una modella con una fotocamera. Sapientemente altalenante tra l’io interiore e il suo soggetto, Federica in fondo ci consegna un frammento che le appartiene. E con queste parole spiega il portfolio che pubblichiamo:

Si dice che la delicatezza sia l’eleganza del saper sentire sottilmente lo stato d’animo degli altri.

Lo schiudersi al mondo può essere un processo lento.

Richiede tempistiche differenti per ciascuna persona.

Ci si apre spontaneamente? Ci si nasconde? Si è titubanti nel mostrarsi?

A volte si ha paura di essere giudicati. O criticati.

Ognuno di noi ha una risposta intima e personale a questi interrogativi.

Ma universalmente la delicatezza sa spogliare dalle proprie paure.

Accarezza dolcemente, ma si spinge a fondo.

Così a fondo da toccare l’animo. Lavarlo dai timori. Renderlo lieve. Leggero.

Fin tanto che ci si sente pronti a mostrarsi. Così come si è.

(Federica Malgrati)

 

Note biografiche

Federica Malgrati è nata nel 1979 a Milano, città nella quale tuttora vive. Da sempre desiderosa di conoscere differenti culture, effettua numerosi viaggi. Si avvicina così inizialmente alla fotografia di reportage.

Scopre una nuova passione, un mondo da esplorare. Decide di frequentare l’Istituto Italiano di Fotografia, dove ha modo di sperimentare diversi generi fotografici. Si rende conto di voler utilizzare la fotografia come mezzo per entrare in empatia con le persone e unire un’altra sua grande passione, quella per la moda. Si sta attualmente specializzando in fashion photography presso l’Istituto Europeo di Design.

 

Contatto instagram: @federicamalgrati

 

Modella: Clelia Bastari

Contatto Instagram: @cleliabastari

Sito: www.cleliabastari.com 

 

 

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Libri – Vaia, viaggio consapevole dentro un disastro

di Barbara Silbe

Ci sono stata, a vedere quello sfacelo. Venti fortissimi di scirocco, tra il 26 e il 30 ottobre del 2018, hanno sferzato le Dolomiti trasformando antiche foreste di conifere in un cumulo di macerie. Il colpo d’occhio era impressionante: milioni di alberi schiantati al suolo da un uragano, evento estremo che normalmente si verifica nelle zone tropicali del mondo. Solo a guardarle mancava il fiato, veniva da piangere. E’ colpa nostra, pensai subito. Per aver riscaldato il posto che ci ospita, sfruttato le sue risorse, comportandoci come il peggior predatore del pianeta Terra. Mi venne in mente che quelle piante accatastate erano esseri viventi e che quello era un immenso cimitero. Oggi,  sfogliando il libro di Manuel Cicchetti edito da The Music Company, scopro che lui quei pini spezzati, sradiacati, li ha chiamati per nome, uno ad uno, come si fa col gatto di casa, con ogni vecchio amico. Nomi, e peculiarità, caratteri, occupazioni, come se li avesse incontrati e ci avesse parlato davvero, lungo il suo girovagare nella desolazione. Le sue immagini in bianco e nero, le parole tra le pagine, cariche di implicazioni emotive ed estetiche, sembrano voler restituire memoria a quegli abeti, come a dirci di ascoltarli, rispettarli, riconnetterci con loro.

“Mi chiamo Fioretto, perché gli ultimi metri della mia cima sono esili e ondeggiano al vento come se fossi un tiratore di  scherma che combatte contro il vento. Quando si placa il soffio riposo, pronto per la prossima sfida. Quei fendenti leggeri ora non sono più, la mia lama è stata spezzata e nessuno potrà più forgiarla di nuovo. Non era lo stesso vento che giocava con me quel giorno, ma un turbine iroso, ho pensato, mentre cedevo di schianto”. 

Personificandoli, ce li rende amici, parenti e, come in una Spoon River dei boschi, li fa ritornare a noi. Le fotografie ritraggono gli alberi ormai caduti, ma quale grido avrebbero potuto lanciare, un attimo prima della fine? Se già la testimonianza fotografica dà voce a quelle piante, il lavoro va oltre, ed è affidato al giornalista Angelo Miotto il compito di immaginare l’ultimo pensiero di RadiceTorta, Fioretto, FustoDritto, Corteccia, TanaFelice e molti altri cui vuole conferire l’onore di un nome proprio, portando al lettore il loro ultimo messaggio.

L’intervento scritto dell’autore, a corredo delle immagini racchiuse in questo volume, si intitola “Dar voce a quella natura”: una raccolta di pensieri che raccontano le ragioni di questa indagine tra poesia e denuncia e suggeriscono molto riguardo al suo amore per l’ambiente. Cicchetti ricorda le parole pronunciate da Ansel Adams di fronte al Comitato Democratico il 24 agosto del 1968: “Il terribile problema che abbiamo ora di fronte a noi è come salvare questo pianeta perché sia un mondo in cui poter vivere. La tutela dell’ambiente è implicitamente più importante della guerra e della pace, della politica, del razzismo, dei problemi e delle gelosie nazionali e internazionali. Se i principi di base dell’ecologia, naturale e umana, non vengono ascoltati, l’uomo è sicuramente condannato”.  A decenni di distanza, ancora attuali e dannatamente inascoltate.

Vaia. Viaggio consapevole dentro un disastro

Formato: 30 x 24 cm Lingue: Ita, En, Es
Stampa: Offset Copertina: cartonata
Carte: multiple Fedrigoni Tatami e Materica
Rilegatura: Svizzera
Sestini: Si
Progetto grafico: Massimo Fiameni
Prefazione: Denis Curti
Stampa: Faenza Group
Prezzo di copertina: 40 euro
Patrocini: Comune di Belluno, Fondazione Teatri delle Dolomiti, Festival Oltre le Vette

Note biografiche

– Manuel Cicchetti – fotografo (1969)

Inizia a fotografare sin da ragazzo. Nei primi anni ’90 opera in ambito musicale realizzando copertine per la BMG, EMI e CNI. Lavora come fotografo di scena per importanti teatri, compagnie teatrali, orchestre e festival.

Nel 1999 Filippo Del Corno gli propone di realizzare per I Cantieri d’Arte Internazionali di Montepulciano la scenografia e la regia dell’opera Sulla Corda più Alta (“On the high wire”) di Philippe Petit. Sempre con Del Corno nel 2001 segue la regia dell’opera per il teatro “Orfeo a fumetti” (testo: Dino Buzzati da “Poema a fumetti”), in scena per il festival Suoni e Visioni. Fonda assieme a Lorenzo Ferrero e Angelo Miotto il gruppo di lavoro Hdemia per sviluppare la cultura giovanile in Italia.

Da questa esperienza nasce l’idea di Officium, società che si occupa di eventi come La Festa della Musica di Milano, il WOMAD festival itinerante ideato da Peter Gabriel, l’inaugurazione dei Mondiali di Sci del Sestriere ed altri. Lavora come creativo con J.Walter Thompson, Inferenzia, Fullsix, Reply, Weber Shandwinck, Hill+Knolton, Young & Rubicam.

Dal 2014 si dedica esclusivamente alla fotografia. Nel 2018 ha pubblicato con Touring Club il libro “Monocrome | Walking Through the Ampezzo Dolomites”.

– Angelo Miotto – giornalista (1969)

Giornalista per radio e stampa, cronista, ha realizzato documentari audio e video e webdocumentari, e scritto drammaturgie per teatro e opera. Per quindici anni a Radio Popolare Network, ha collaborato con Radio24 e Radio Svizzera Italiana, è stato caporedattore di Peacereporter.net / E-Il Mensile e ha fondato come direttore il magazine digitale Q Code Mag e la sua rivista cartacea Q CODE. È stato docente per quindici anni al Master di giornalismo dell’Università Cattolica di Milano.

Ha fondato l’ensemble di musica contemporanea Sentieri selvaggi, con Filippo Del Corno e Carlo Boccadoro. Nel campo della Comunicazione ha lavorato nel settore corporate e nella politica. È responsabile della comunicazione del Festival dei Diritti Umani di Milano, della cooperativa energetica ènostra, per Avanzi – Sostenibilità per azioni e AlCube, incubatore e acceleratore di startup. Nel corso della sua attività ha ricevuto vari riconoscimenti, fra cuiil primo premio Enzo Baldoni per il documentario video Cronache Basche, l’Anello debole e il premio Bizzarri.

Con Altreconomia ha pubblicato “Il ritorno delle cose” e “Milano siamo Noi”, con Milieu Editore “Metromoebius”, con NdA il saggio “Storie basche”, con Verdenero “L’Italia chiamò”.

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Portfolio – Antonio Verrascina, Mi hai chiesto quale fosse il mio angolo di pace

di Barbara Silbe

Di questo autore i nostri lettori già conoscono il progetto “Black Hole”, da noi pubblicato dopo un incontro avvenuto durante una lettura portfolio la scorsa estate. Era intenso, originale, scaturito dalle sensazioni di oppressione e solitudine del primo lockdown. Questo suo nuovo step, attualmente esposto al Circuito Off di Fotografia Europea e in procinto di andare al Festival di Arles, si è generato da un laboratorio sullo storytelling che ho condotto io stessa, e ci riporta a una dimensione aperta, di ricerca su frammenti immaginifici positivi dove l’esperienza visiva ha tutta la sua e la nostra attenzione. Va a fondo, esplorando se stesso, i suoi ricordi e traumi, le sue delusioni e i desideri, accentuando la dimensione onirica con fotogrammi che sembrano riflessi di pensieri. Ci affida le esperienze fatte, trasformandole in archetipi dove ogni spettatore può riconoscersi. L’autore enfatizza qui l’esperienza immersiva, creando una sequenza fluttuante e spingendo il suo stile verso la coerenza linguistica, arrivando dritto al cuore di chi osserva.

Di Antonio Verrascina io so anche altro, e ve lo racconto: prende il suo impegno per e con la fotografia con una serietà che lo fa restare sveglio di notte, lo fa agitare, entusiasmare, commuovere e lo fa, soprattutto, lavorare con un metodo che lo porterà lontano. Per questa testata, che nuovamente lo ospita con piacere, collabora segnalandoci i talenti che intercetta sul web o sui social e che poi noi, regolarmente, pubblichiamo. Un ulteriore coinvolgimento, che costa tempo e impegno e che nessuno gli impone. Si comporta come se questa disciplina, in tutte le sue declinazioni, fosse una ragione di vita e la benzina che muove le sue energie. Come è per me. Per questo in lui, io per prima, mi riconosco.

“In un mondo in cui la realtà non lascia spazio alla vita, il sogno diventa l’unico modo per provare qualcosa. Dolore, perdita, amore, desiderio, passione, rancore. Promesse sbiadite rubate alla vita,

un passato che bussa con forza, un futuro che faccio fatica a immaginare, l’unico modo che mi resta per vivere e chiudere gli occhi”

Antonio Verrascina

 

Note biografiche

Antonio Verrascina (Milano, 1983) è un fotografo che vive e lavora a Milano. Con un background nel mondo della finanza, usa la fotografia come mezzo di espressione e strumento di indagine. Nella sua ricerca, passione e ossessione convivono e si nutrono vicendevolmente, la macchina fotografica diviene estensione dei sensi nell’incontro con il mondo esterno, che nelle sue immagini appare sempre come il riflesso di una ricerca introspettiva: il suo processo è istintivo, lascia fluire le domande attraverso le immagini e viceversa. Il suo lavoro sfiora temi come la memoria, il passaggio del tempo, la solitudine, il sogno come luogo in cui si rivelano i molteplici aspetti dell’io e della realtà. Sperimenta spesso accostando immagini, parole, musica, attraverso il video e la realizzazione di piccole pubblicazioni.

 

 

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Mostre – Richard de Tscharner “Il Canto della Terra. Un poema fotografico”

di Fabrizio Bonfanti

La città di Todi, Perugia, ospita la mostra “Il Canto della Terra. Un poema fotografico” di Richard de Tscharner in tre luoghi iconici della splendida città umbra.

Tre luoghi come i tre movimenti di un sinfonia. Il titolo rimanda all’opera di Mahler “Das Lied von der Erde”, l’ultima sinfonia composta dopo un periodo di sofferenza dell’autore legato a problemi di salute, famigliari e professionali oltre che ideologici.

Il lavoro di De Tscharner viene esposto per la prima volta al di fuori dei confini della patria del fotografo svizzero ed è un omaggio al nostro pianeta e alla vita: un percorso in 59 immagini da lui realizzate in 22 Paesi di tutto il mondo, dall’India all’Algeria, dall’Islanda al Perù, dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Cambogia alla Francia.

La Sala delle pietre di Palazzo del Popolo ospita il primo movimento: monumentale come il luogo stesso. Il paesaggio in bianco e nero, nitido, in grande formato ritrae luoghi remoti della Terra che portano le tracce, come delle cicatrici, degli eventi naturali che li hanno plasmati. La figura umana è assente lasciando il paesaggio protagonista.

Il secondo movimento, nella Pinacoteca della città, è composto da fotografie di rovine di popolazioni antiche. Le immagini dialogano con l’esposizione permanete di arte antica e sono un monito alla brevità della nostra permanenza sul pianeta.

L’ultimo movimento, nella Sala del Torcularium, nel Complesso delle Lucrezie, racconta la presenza dell’uomo nelle aree isolate e lontane del pianeta, dove le tradizioni sono rimaste incontaminate.

Lo sguardo dell’autore è contemplativo, intimo e ci permette di visitare idealmente mete lontane difficilmente raggiungibili, facendoci riflettere sulla fragilità e la bellezza del luogo che ci ospita,

Ci guida ad una riflessione sulle relazioni tra l’uomo e l’ambiente, sul patrimonio naturalistico e culturale veicolato da un linguaggio puro e sospeso dal tempo.

Il tema della rinascita è centrale, l’autore vuole mandare un messaggio ottimista alle nuove generazioni e sceglie le parole di Mahler per sottolineare la sua visione:

“Ovunque la terra amata

Fiorisce in primavera e rinverdisce

Ovunque ed eternamente, l’orizzonte si tinge d’azzurro!

Eternamente…Eternamente…”

La personale, curata da William A. Ewing, è organizzata da PHOTODI, associazione culturale presieduta da Mario Santoro, in collaborazione con il Museo Pinacoteca di Todi, col patrocinio del Comune di Todi – che ha collaborato mettendo a disposizione i suoi spazi espositivi più prestigiosi. Con questo evento inaugurato il 12 giugno scorso, si apre anche la stagione culturale della città e si integra impeccabilmente con la bellezza del luogo. Sarà visitabile fino al 22 Agosto 2021.

Accompagna la mostra una pubblicazione digitale, scaricabile dal sito www.richarddetscharner.ch.

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Portfolio – Maria Sécio, River Gurara

Si rimane catturati davanti alle foto realizzate da questa talentosa artista portoghese, immediatamente trasportati in un mondo parallelo e fiabesco, ma se ci si ferma ad osservare con maggiore attenzione, alcune evanescenti figure iniziano a manifestarsi e a dare vita allo scenario circostante e alle emozioni di chi osserva. L’apparente mancanza di riferimenti costringe a cercare indizi per capire meglio cosa accade, per placare una certa inquietudine che inevitabilmente ti coglie e che afferri solo dopo aver letto la storia che si cela dietro la sua poetica. Un racconto sorprendente, magico, ma allo stesso tempo disturbante. Come spesso accade con le cose che ci fanno paura, non si riesce a smettere di entrarci dentro, per coglierne i particolari e la profondità delle immagini.

(Antonio Verrascina)

 

La verità all’interno della cornice viene dal disorganizzare i momenti in una nuova narrazione astratta. I soggetti/modelli sono spogliati da se stessi. Permettendomi di alterare la loro natura nella mia. Questi nuovi personaggi spesso vestono le mie emozioni mentre inconsciamente inclino il mio lavoro ad esplorare le mie paure e i ricordi perduti.

La mia pratica analogica è spesso ciclica. Fotografo solo con la pellicola analogica perché mi fornisce gli stadi infiniti necessari per modificare un’immagine. La mia macchina fotografica è sempre impostata sulla modalità Bulb e questo fattore, “tecnicamente sbagliato”, mi permette di avere una più ampia scelta di movimento all’interno dell’inquadratura. Dopo aver sviluppato i negativi, procedo a distruggerli manualmente con sostanze acide. L’immagine è poi completa solo dopo una continua rielaborazione attraverso un editing manuale e digitale.

(Maria Sécio)

RIVER GURARA

Un giorno ho letto che i traumi possono essere trasmessi geneticamente.

All’epoca non ero a conoscenza dei traumi di mio padre. Fu solo alcuni anni dopo che mi raccontò la storia di quando vide il River Gurara affondare in una missione di salvataggio dei marines. Gli ordini dati erano di osservare, ma non di avvicinarsi. La nave si ruppe in due pezzi e rapidamente fu inghiottita dal mare lungo la costa di Sesimbra.

Per otto giorni mio padre raccolse i corpi che affioravano, già morti. Quando me lo disse io stavo già fotografando l’acqua senza sapere cosa mi spingeva a farlo. Quando me lo disse soffrivo già di talassofobia senza sapere perché. Mio padre ha risposto alla mia paura.

Usare l’acqua come tema non è mai stato qualcosa che ho scelto deliberatamente. È successo naturalmente. L’acqua è facilmente influenzata da ciò che la circonda e questa componente metamorfica mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo.

River Gurara è diventato, quindi, il titolo di questo progetto come un omaggio alla paura di un padre e di una figlia. L’apparente equilibrio disorganizzato delle fotografie parla di un trauma messo a tacere da un’atmosfera spaventosa e misteriosa. I soggetti sono lasciati soli, vagano prima di una tempesta. Emergono dall’acqua come fantasmi che non hanno mai perdonato, vestendo le mie emozioni. Lì, aspettano il coraggio di nuotare di nuovo.

Il River Gurara abbandona la forma di una nave e diventa il purgatorio che questi personaggi conoscono come unica realtà

 

NOTE BIOGRAFICHE

Maria Sécio, nata nel 1994, è un’artista visiva portoghese attualmente residente a Berlino.

Attraverso la costruzione di immaginari inquietanti in cui i personaggi delle sue storie troverebbero spazio per esistere, Sécio ha sviluppato un modo molto particolare di raccontare storie che in seguito darà luogo all’immaginario che troveremo nelle sue opere. Le linee temporali lineari lasciano il posto a uno spazio in cui i ricordi intimi sono rappresentati in modo disordinato, creando momenti di apparente intimità con i personaggi sconosciuti che rappresenta nelle sue storie.

Dopo aver finito il liceo nella scuola d’arte António Arroio, in Portogallo, Sécio si è trasferita nel Regno Unito dove ha continuato i suoi studi in produzione cinematografica presso l’Arts University of Bournemouth seguita da un BA in fotografia presso la stessa istituzione. Tuttavia, Sécio inizierà a trovare la sua espressione artistica solo dopo aver lasciato l’università e aver viaggiato nel 2018 in Giappone e in Grecia dove ha avuto l’opportunità di partecipare alle residenze artistiche presso lo Studio Kura

(Itoshima) e Tryfon Arts Residency (Lesbo). Durante questo periodo, ha avuto le sue opere pubblicate in varie riviste d’arte a Milano, Berlino e Lisbona.

Nel 2020 ha avuto le sue prime mostre personali – “The Calm before” – alla Mina Gallery, ad Amsterdam e River Gurara all’Auditorio Augusto Cabrita in Portogallo. Questo progetto è stato anche quello che portato Maria a vincere il suo primo premio – “Novos Talentos FNAC 2020” nella categoria fotografia (Portogallo).

Nel corso dell’anno i suoi lavori sono stati esposti anche alla BARK Gallery di Berlino con la mostra collettiva “Corona-K”, la doppia-esposizione “Wabi Sabi 9+10 21” dove ha presentato le sue opere insieme a quelle di Allistair Walter e la Weserhalle Winter Auction Exhibition.

Attualmente, Sécio sta lavorando al suo libro fotografico River Gurara e sta ricominciando a lavorare con il video.

 

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Libri – da 28 anni a lezioni di fotografia con Toscana Photographic Workshop

Un compendio che ha visto una lunghissima gestazione, tanti rimandi, e finalmente la celebrazione di un anniversario insolito, il 28esimo, possibile grazie alla sosta che la pandemia ha imposto ai tanti impegni e agli anni impiegati a lavorare per la fotografia con serietà e passione. “Tra queste pagine troverete tante cose – come spiega lo stesso Carlo Roberti, fondatore e direttore di Toscana Photographic Workshop – un’introduzione di Grazia Neri, amica di lunga data del TPW, e una di Arno Rafael Minkkinen, che è il fotografo che ha registrato più presenze al TPW! E dopo una breve presentazione per fare gli onori di casa, una serie di pagine doppie, (il journey) ognuna dedicate ai fotografi che in questi anni hanno insegnato al TPW. Una foto (realizzata in Toscana) e una descrizione della loro esperienza.

A seguire, un diario, (la parte journal) dove cerco di raccontare in maniera condensata quello che è successo in questi anni: com’è nato il TPW, le nostre differenti sedi, lo spirito che si è creato, i fotografi e gli studenti che sono transitati, gli assistenti. Il mondo della fotografia vista da un piccolo gruppo isolato sulle colline toscane.

Nell’idea originale, il libro doveva finire qui, poi mi sono reso conto di quanti altri progetti sono nati dall’idea originale, e quindi ho aggiunto un’altra sezione: TPW World. Una carrellata dei nostri workshop in giro per l’Italia e nel mondo. Roma, Venezia, Genova, Napoli e soprattutto Sicilia, e poi India, Romania, Parigi, Mississippi, Portogallo… Le parti dedicate alle fotografie dei master sono su carta patinata opaca da 170 gr, quelle di diario su carta usomano da 100gr. Perché vogliamo che sia un diario, qualcosa da sfogliare di tanto in tanto. Anche il format del libro è una scelta precisa, qualcosa di comodo, che si tiene bene in mano, nello zainetto,  nella borsa. Decisamente non un coffee-table book (anche se non sfigurerebbe!), più qualcosa da sfogliare e sognare. Per chi ha fatto parte del mondo TPW, un tuffo nel passato, per chi ne ha solo sentito parlare, una sbirciatina in un Totally Perfect World! (come ci chiamano ogni tanto)“.

I testi sono in inglese, è previsto un link per visualizzare i testi in italiano.

TPW è un’avventura iniziata nel 1994 – prosegue Carlo Roberti – All’epoca si trattava di pochi workshop che si svolgevano nell’arco dell’estate, in Toscana – da cui il nome originale, Toscana Photographic Workshop. L’idea era semplice: offrire agli appassionati di fotografia la possibilità di migliorare la qualità delle loro immagini, tramite un workshop con fotografi professionisti, scelti tra i migliori al mondo. Il tutto, in un ambiente sereno e rilassato, dove insegnanti e studenti possono concentrarsi restando totalmente immersi nella fotografia. Non è mai stata una scuola nel senso tradizionale: le aule erano saloni in vecchi castelli, o ampie stanze in case coloniche; campi di girasoli, piazze di piccoli borghi, greti di un fiume e piccoli bar in campagna! Gli insegnanti sono tutti professionisti, provenienti da tutto il mondo, che per una settimana si dedicano completamente agli studenti, condividendo le loro competenze e visione estetica. I ritmi della settimana sono rilassati: dividiamo i pasti, guardiamo insieme le proiezioni serali, scambiamo idee. La settimana del workshop passa in fretta, ma lo spirito rimane attivo per molto dopo: scambi di idee, nascita di progetti comuni, appuntamenti durante l’anno per una comunità fotografica molto attiva. Ogni anno fotografi di tutto il mondo si incontrano in un piccolo borgo della Toscana, o Sicilia, o altri luoghi affascinanti. Si impara, si producono progetti, si creano nuove amicizie”.

Info su http://www.tpw.it/tpw-anniversary-book/

 

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Portfolio – Matteo Verre, Corpus

“Corpus” è un’esplorazione visiva sul linguaggio del corpo come strumento di espressione. Fa parte di una ricerca più ampia su temi come la memoria e il suo funzionamento, la nostra percezione del tempo e il suo flusso, e il modo in cui costruiamo la nostra identità, temi che considero profondamente interconnessi e infondono tutto il mio lavoro, come modo per analizzare e interpretare la condizione umana.

Dal momento che tutte le creazioni sono reinterpretazioni, appropriazioni, aggiornamenti ed estensioni di qualcosa di preesistente (e lo è anche la vita stessa), io cerco, ammessa la sua esistenza, ciò che rende ognuno di noi unico. Ecco perché l’autoritratto, genere sul quale lavoro da quattro anni, è un punto centrale nella mia produzione. Mi mette in una posizione particolare, dandomi l’opportunità di osservarmi dall’esterno, facendomi spostare la percezione di essere il centro del mio personale universo e, allo stesso tempo, trasformandomi in un mezzo per esprimere idee e sentimenti.

Sebbene io sia il soggetto principale di questo lavoro, il mio obiettivo è esprimere qualcosa con cui le altre persone possano identificarsi e relazionarsi, una forma di comunicazione ed empatia attraverso emozioni condivise.

Matteo Verre

Note biografiche

Nato a Livorno il 30/10/1986. Dopo il diploma scientifico matematico-informatico si è iscritto alla facoltà di Scienze Politiche Internazionali dell’Università di Pisa, ma dopo un anno ha deciso di seguire quella che era la sua vera passione, cambiando corso di studi in Storia dell’Arte Contemporanea. Affascinato enormemente dall’esame di Storia e Tecnica della Fotografia, in combinazione con il bisogno crescente di esprimere se stesso, è stato in quel periodo che ha cominciato a esplorare il medium fotografico. Essendo amante del Surrealismo, influenzato principalmente dalle opere di Dalì e Magritte, ha cominciato a  esplorare la fotomanipolazione, facendone largo uso nelle sue prime opere.

Con il tempo ha poi espanso la sua pratica, guardando ai lavori, tra gli altri, di Robert Mapplethorpe, Duane Michals e Ulay, le cui ricerche sulla figura umana e sul linguaggio fotografico, sia esteticamente che concettualmente, hanno avuto un grande impatto su di lui, combinandoli con i suoi interessi scientifici in fisica quantistica e antropologia culturale, influssi che hanno contribuito a formare il suo punto di vista sulle diverse prospettive con le quali si può osservare la condizione umana. L’interconnessione di questi concetti e percorsi variegati sono ciò che forma la sua “poetica”, focalizzata sull’identità, la  memoria, la percezione del tempo e del suo scorrere, che sono adesso alla base della sua ricerca. E’ totalmente autodidatta, ma la passione e il trasporto verso l’arte lo spingono continuamente sia a migliorare l’aspetto tecnico sia a scavare sempre più a fondo nel linguaggio artistico, con lo scopo di tradurre in immagini i suoi pensieri, le emozioni e i sentimenti.

 

 

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Conosci la Golden Hour?

Hai mai sentito parlare di Golden Hour?

Non mi riferisco a tecniche fotografiche, poiché per quelle siete più bravi voi, ma a quell’intervallo di tempo fondamentale per l’algoritmo per individuare se il tuo post è di valore e che vi consentirà di farlo vedere a più persone.

 

LA FORMULA MAGICA ESISTE?

Ma com’è possibile individuare il Golden Hour?!?

Purtroppo devo darvi una brutta notizia… non esiste una formula magica uguale per tutti per individuarla, ma entrano in gioco diversi fattori per far si che questo avvenga.

Innanzitutto, gli utenti non sono “zombie” che gravitano nello stesso posto tutto il giorno; perciò trattandosi di tempismo, è logico che sarà diverso per tutti, anche se i fusi orari non vengono considerati.

Non è possibile, quindi, raggrupparli tutti in un unico posto e orario durante il giorno o durante la settimana. I tuoi utenti sono vivi, attivi, insomma sono umani.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare dicendo che c’è un’orario in cui la maggioranza dei tuoi utenti sono online. Sbagliato!

Ad esempio, se in Italia la maggioranza è online durante la pausa pranzo, ma i tuoi prodotti sono specificamente destinati a un gruppo di clienti più ristretto che è più probabile che sia online all’ora di cena, ti perderai il tuo target ogni volta, perché hai deciso di affidarti a una soluzione unica per pubblicare per “maggioranza” di utenti online.

 

I COMPORTAMENTI E LE ABITUDINI PRIMA DI TUTTO

Il risultato delle tue pubblicazioni dipende quindi dalle persone che vorrai attirare a te in base a una serie di comportamenti e abitudini legate all’uso dei social del tutto particolari, variando così da individuo a individuo.

Devi quindi effettuare delle ricerche sulle abitudini del tuo target, nello specifico sull’orario in cui preferiscono connettersi durante la settimana.

Come puoi risolvere questo problema?

I social, ancor di più con la pubblicità a pagamento, ti consentiranno di visualizzare i risultati utili ad ottimizzare i tuoi contenuti per lavorare in modo più intelligente. Ti aiuteranno a migliorare e a presentarti nei modi e nei tempi giusti al tuo pubblico e, se qualcosa non funziona, potrai cambiarlo quando vuoi.

 

ATTENZIONE ALLA CONCORRENZA

Inoltre, bisogna anche considerare che, pubblicando nelle fasce orarie di maggior affluenza, si potrebbe correre il rischio di passare inosservati, con i propri post, a causa della forte concorrenza in quel dato momento.

La soluzione è quella di far caso agli orari di pubblicazione dei nostri competitors differenziandoti rispetto alle loro abitudini, al fine di aumentare la visibilità dei tuoi contenuti, non dovendosi disperdere nella moltitudine di post pubblicati in quello stesso momento.

 

GLI HASHTAG

Un altro consiglio, soprattutto, per Instagram, è quello di utilizzare, non solo gli hashtag più popolari, ma anche quelli un po’ meno diffusi, poiché ci sarà più probabilità di catturare maggiore quantità di attenzione, con gli hashtag di una nicchia di grandezza più piccola. In generale questa potrebbe essere una giusta combinazione nella scelta:

2-3 hashtag popolari > 100k.

12 hashtag di nicchia di grandezza media < 100k.

15 hashtag di nicchia più piccoli < 15k.

 

(Vedi anche: https://eyesopen.it/eo-news/2021/03/usare-gli-hashtag-in-maniera-professionale-sui-social/)

 

SPERIMENTA E VERIFICA

Non puoi fare supposizioni e raggruppare i tuoi follower in una folla di utenti che si limitano ad indugiare sul web. Devi sperimentare e provare continuamente, pubblicando diversi contenuti in diverse fasce orarie e paragona i risultati, troverai così le combinazioni migliori per il tuo pubblico.

 

In conclusione devi preoccuparti in primis di conoscere il tuo pubblico e capire quando abbia voglia e necessità di vedere i tuoi post. Questo richiederà un po’ di tempo, ma alla fine raggiungerai il tuo obiettivo di successo.

 

Stefania La Rosa

sito web: www.stefanialarosa.co

FB : @stefaniawebmarketing

LINKEDIN: https://www.linkedin.com/in/stefania-la-rosa-07525b37/

IG: @stefaledo

 

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Robert Lundin – Sentinelle della prateria

Robert è un fotografo fine art svedese che, scrive, non pratica il mestiere a tempo pieno. Il suo stile seriale lo ha condotto a catalogare dei silos solitari in mezzo a grandi spazi, che resistono agli elementi naturali e al trascorrere degli anni, antichi testimoni del lavoro dell’uomo. Cartoline dall’Antropocene, le sue, inanimate, astratte, che pur escludendo soggetti vivi, ne fanno intuire tutta la presenza. Nella sua indagine contano il colore, le sfumature, la prospettiva le dimensioni, i vuoti e i pieni, le linee, i segni lasciati sui muri… ma più di tutto conta l’immaginazione che qui lo ha condotto e da qui lo fa (ci fa) partire per un viaggio nel tempo. Questi edifici si ergono come fari decadenti sopravvissuti all’uomo, eppure scopriamo, attraverso questa serie, che possiedono la nostra stessa caducità.

 

“Il lavoro di Robert mi ha colpito per la pulizia delle sue foto e per l’equilibrio che riesce a donare all’interno dei suoi fotogrammi. Gli scenari che ritrae sono degli enormi silos, delle maestose cattedrali circondate da un paesaggio innaturale, tanto da sembrare un set cinematografico abbandonato e sospeso nel tempo”

(Antonio Verrascina)

 

“Gli elevatori per cereali nordamericani mi hanno sempre incuriosito per le loro enormi dimensioni e per il loro design monolitico unico e senza finestre, come cattedrali che resistono agli elementi del tempo e segnalano la sublime presenza umana. Le persone sono innegabilmente al centro della storia e le loro impronte sono assolutamente ovunque nelle mie foto – ma non sono fotograficamente il soggetto principale. Attraversando il Canada occidentale nel 2018 ho esplorato la provincia canadese, principalmente agricola, del Saskatchewan. Durante questo percorso ho incontrato praterie e deserti sconfinati, luoghi in cui mi sono sentito totalmente in pace. Ciò che mi attrae è la sbalorditiva sensazione di soggezione quando si sperimenta il contrasto tra la vulnerabilità dell’uomo con la maestosità di ciò che è in grado di costruire. Lo scopo del mio lavoro è quello di trasmettere questa sensazione di imponenza e la sublimità dell’uomo in questa grande macchina che chiamiamo società. Penso che i vecchi edifici sopravvissuti alle generazioni umane, siano diventati fari nel tempo, anche se nel frattempo, stanno scomparendo proprio davanti ai nostri occhi: in Saskatchewan circa il 90% non esiste più”

(Robert Lundin)

 

Note biografiche

Cresciuto nei Paesi Bassi e in Svezia, Robert Lundin ha inizialmente avuto una lunga carriera nel business, conseguendo un Master in Economia aziendale a Rotterdam. Tuttavia, la fotografia è stata la sua vera passione. Ha seguito diversi corsi presso l’Accademia Fotografica di Stoccolma, tenendo numerose mostre nella sua città e a Parigi. Ha lasciato la sua carriera nel marketing nel 2017 per concentrarsi su nuove progetti di vita, tra cui viaggiare e fotografare.

www.robertlundinphotography.com

 

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Portfolio – Giulia Di Franco, Mesafeler

L’autrice ha ripreso dal passato una sua esperienza e ha deciso di riviverla, donandogli nuova vita. Ci racconta di questa sua malinconia in modo molto delicato, lasciando tracce di memoria tra i suoi ricordi poco nitidi, quasi cancellati dal tempo, in qualche modo sembra non volersi staccare dalle esperienze fatte. Alle sue fotografie scattate a Istanbul, sovrappone interventi grafici, aggiungendo i disegni di una figura femminile che sembra muoversi da un fotogramma all’altro quasi come se stesse danzando.

(Antonio Verrascina)

 

Giulia Di Franco è una giovane artista italiana, laureatasi in Arti Visive alla RUFA nel febbraio 2020. Il suo lavoro si sviluppa attraverso diversi media tra cui pittura, fotografia e video arte.

Con queste parole lei stessa ci introduce il suo progetto:

“Mesafeler”, in turco ‘distanze’, è nato quasi per caso tra la fine del mio Erasmus a Istanbul, e l’inizio della prima quarantena. Le fotografie sono memorie, immagini sfocate, a tratti invisibili della capitale turca, alle quali ho sovrapposto i disegni di una ragazza che vi vaga liberamente, e allo stesso tempo sembra esserne intrappolata.