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In mostra a Milano i vincitori del Sony World Photography Award 2022

Dal 14 settembre al 30 ottobre, i prestigiosi spazi di Fondazione Stelline di Milano ospiteranno la mostra italiana dei vincitori di uno dei più seguiti contest internazionali, il Sony World Photography Award. Giunto alla 15esima edizione, e promosso da World Photography Organisation e Sony, il contest quest’anno ha visto in finale otto autori italiani, tra i quali Giacomo d’Orlando, Lorenzo Poli, Alessandro Gandolfi, Federico Borella, con oltre 340.000 immagini inviate, provenienti da 211 territori, e più di 156.000 presentate al solo concorso Professional, il numero più alto di concorrenti nella storia degli Awards. La collettiva, possibile grazie alla main partnership di Fondazione Fiera Milano e al grande impegno di Cristina Papis, responsabile comunicazione di Sony, dopo la tappa dello scorso aprile alla Somerset House di Londra, è stata nuovamente prodotta in Italia e curata da Barbara Silbe, direttore di EyesOpen! Magazine. Sarà un’occasione unica per ammirare da vicino alcune delle migliori produzioni fotografiche contemporanee, come il progetto “Migrantes” del fotografo australiano Adam Ferguson, che si è aggiudicato il titolo di Photographer of the Year; le opere di Federico Borrella sul traffico di animali esotici, premiato con il 2° posto per la categoria Wildlife and Nature all’edizione Professional, quelle di Giacomo Orlando e Alessandro Gandolfi, che si sono aggiudicati il 3° posto rispettivamente nella categoria Ambiente e Natura Morta, oltre al progetto di Antonio Pellicano, vincitore del National Award, Rise Up Again.

“Gli scatti proposti costituiscono testimonianze preziose del nostro tempo perché racchiudono storie che non conosciamo e che meritano di essere raccontate e condivise. Siamo particolarmente orgogliosi dei riconoscimenti conquistati ogni anno, e mai come in questa edizione, dai fotografi italiani grazie al valore culturale e all’eccellenza tecnica che distinguono le loro opere. È importante sottolineare la natura internazionale del concorso, aspetto che Sony desidera valorizzare attraverso le tappe locali di un tour globale che permette a un pubblico sempre più vasto di ammirare le fotografie premiate. E ricordare che Sony World Photography Awards rappresenta solo uno dei modi, sebbene sicuramente tra i più importanti, con cui Sony si impegna a sostenere il mondo della fotografia, attraverso la continua innovazione tecnologica da un lato e un supporto fattivo al lavoro dei fotografi di ogni livello dall’altro. Il premio, infatti, rappresenta una piattaforma internazionale di grande visibilità che ci auguriamo possa aprire per vincitori e finalisti nuove opportunità di lavoro”. Federico Cappone, Country Manager di Sony in Italia.

Il nostro direttore, Barbara Silbe, afferma: “I vincitori di questa competizione raccontano le storie dell’umanità e portano fino a noi frammenti di terre vicine e lontane, riassegnando alla fotografia il suo ruolo nodale, quello che da sempre mi incanta: la sua capacità di testimoniare gli avvenimenti contemporanei e consegnarli alla futura memoria collettiva. Le vicende che emergono dagli sguardi originali dei tanti fotografi premiati, riguardano segnatamente la natura, le migrazioni, la crisi climatica, l’inclusività, le fonti energetiche, la bellezza, i giovani, la scienza… Riguardano noi, i cambiamenti che abbiamo attraversato e che ci attendono. E selezionare l’insieme della produzione 2022 nelle sue dieci categorie, mi ha rinnovato la convinzione che gli Awards siano di grande valore, proprio perché il gran numero di progetti inviati da tutto il mondo sollecitano quell’empatia tra gli individui che talvolta sembriamo dimenticare. Negli altri ci riconosciamo, ci ritroviamo, e i fotografi lo sanno”. 

Tutto l’incasso della biglietteria, grazie anche alla collaborazione con Fondazione Fiera Milano e Fondazione Stelline, verrà totalmente devoluto a Fondazione Progetto Arca, onlus che lo scorso 30 marzo ha avviato una collaborazione con Fondazione Fiera Milano per supportare il popolo ucraino. La collaborazione ha visto a oggi l’invio di 22 tir con a bordo oltre 170 tonnellate di materiali (alimentari, prodotti per l’igiene personale, pannolini, stoviglie monouso, coperte, sacchi a pelo e altri beni di prima necessità, oltre a giocattoli e pelouche) e la recente realizzazione di un video nel quale sei fra i più famosi comici milanesi (Giacomo Poretti, Raul Cremona, Elio, Pucci, Enrico Bertolino e Andrea Pisani) invitano a donare per il sostentamento di due mense per gli sfollati gestite dai volontari di Progetto Arca, attive rispettivamente ai confini dell’Ucraina con Polonia e Romania. Fondazione Fiera Milano, insieme al Gruppo Fiera Milano, ha messo a disposizione di questo appello risorse, relazioni e capacità logistica, in linea con la propria missione che include il sostegno ai territori e alle comunità.

Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca: “È un onore essere partner in questo importante progetto artistico che vede la sua manifestazione finale a Milano, la città in cui Progetto Arca è nata e da cui siamo partiti per ogni missione umanitaria che abbiamo affrontato in questi anni di aiuto ai più fragili. Come quella in Ucraina, iniziata il giorno dopo l’inizio della guerra. Oggi siamo ancora lì: abbiamo dispensato aiuti, alimenti e conforto alle tante famiglie che abbiamo accolto, e abbiamo costruito in tempo record mense da migliaia di pasti al giorno per gli sfollati. Questo è stato possibile in particolare grazie al sodalizio con Fondazione Fiera Milano e oggi proseguiamo accompagnati da altri sostegni concreti come questo con Sony World Photography Awards. Grazie di cuore da parte mia e di tutti gli operatori e volontari che ogni giorno sono in prima linea con il loro tempo, le loro competenze e la loro energia”.

Creati dalla World Photography Organisation e acclamati in tutto il mondo, i Sony World Photography Awards rappresentano uno degli appuntamenti più importanti per il settore fotografico internazionale. Aperti a tutti a titolo gratuito, rappresentano un importante sguardo sul mondo della fotografia contemporanea e offrono agli artisti, sia affermati che emergenti, la straordinaria opportunità di esporre il proprio lavoro. Inoltre, oltre a consentire l’occasione per riconoscere i fotografi più influenti al mondo attraverso il premio Outstanding Contribution to Photography; tra i vincitori degli anni passati figurano Martin Parr, William Eggleston, Candida Hofer, Nadav Kander, Graciela Iturbide, Elliott Erwitt.

LA MOSTRA

Fondazione Stelline, dal 14 settembre al 30 ottobre 2022.

Orari: da martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 20 al costo di €12 (ridotto €8).

CREDITI FOTOGRAFICI, DA SINISTRA A DESTRA, PER RIGA:

© Adrees Latif, Stati Uniti, shortlist, concorso Professional, Portfolio, Sony World Photography Awards 2022

© Fabian Ritter, Germania, finalista, concorso Professional, Documentaristica, Sony World Photography Awards 2022

© Andrea Bettancini, Italia, shortlist, concorso Professional, Documentaristica, Sony World Photography Awards 2022

© Hugh Kinsella Cunningham, Regno Unito, shortlist, concorso Professional, Fotografia creativa, Sony World Photography Awards 2022

© Luca Locatelli, Italia, shortlist, concorso Professional, Portfolio, Sony World Photography Awards 2022

© Serena Dzenis, Australia, shortlist, concorso Professional, Architettura e Design, Sony World Photography Awards 2022

© Raphaël Neal, Regno Unito, finalista, concorso Professional, Fotografia creativa, Sony World Photography Awards 2022

© Anna Neubauer, Austria, finalista, concorso Professional, Portfolio, Sony World Photography Awards 2022

© Adam Ferguson, Austrialia, finalista, concorso Professional, Ritratto, Sony World Photography Awards 2022

© Georgios Tatakis, Grecia, finalista, concorso Professional, Ritratto, Sony World Photography Awards 2022

© Areshina Nadezhda, Federazione Russa, shortlist, concorso Open, Ritratto, Sony World Photography Awards 2022

© Phillip Walter Wellman, Stati Uniti, shortlist, concorso Professional, Ritratto, Sony World Photography Awards 2022

© Oana Baković, Romania, finalista, concorso Professional, Vita selvaggia e natura,  Sony World Photography Awards 2022

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Mostre – Elliott Erwitt, 100 fotografie

di Barbara Silbe

C’è un ‘istituzione milanese, custode dell’arte sacra e nata per valorizzare il patrimonio della diocesi, che, grazie anche alla lungimiranza di chi lo dirige, negli ultimi anni è diventata punto di riferimento cittadino per la fotografia. Sto parlando del Museo Diocesano, collocato presso i Chiostri di Sant’Eustorgio in pieno centro storico. Per la bella stagione ospiterà l’antologica dedicata a uno dei più importanti autori del Novecento, Elliott Erwitt (Parigi, 1928) e costituita da un’ampia selezione dei suoi scatti più noti in bianco e nero e a colori. Inaugurata il 27 maggio, sarà visitabile fino al 16 ottobre ed è curata da curata da Biba Giacchetti, organizzata dal Museo Diocesano in collaborazione con SudEst57, col patrocinio del Comune di Milano, sponsor Crédit Agricole. Raccoglie cento dei suoi scatti più famosi, da quelli più iconici a quelli meno conosciuti che Erwitt aveva deciso di utilizzare per i suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari, dalla politica al sociale, dall’architettura al cinema e alla moda. La mostra sarà anche l’occasione per iniziative collaterali ospitate negli spazi interni ed esterni del museo, che già nelle passate edizioni hanno portato molti visitatori a godere del suo chiostro per conferenze, aperitivi, approfondimenti.

“Anche quest’anno – dichiara Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano – il Museo Diocesano propone per il periodo estivo una mostra di fotografia, aprendosi alla città anche in orario serale e offrendo nel gradevole spazio del chiostro diverse attività culturali. Le sale del museo accolgono una importante retrospettiva dedicata a Elliott Erwitt, uno dei più straordinari fotografi, ancora vivente, del quale presentiamo le immagini più iconiche affiancate ad altre meno note. Tanti sono i temi toccati da Erwitt nel corso della sua lunga carriera: i ritratti di importanti personaggi del mondo della politica o dello spettacolo, i grandi fatti della storia, i bambini, i reportage di viaggio, ma anche la propria famiglia. Egli guarda sempre alla realtà, da quella più nota a quella più intima e personale, con uno sguardo curioso, talvolta con una sottile e delicata ironia che rende i suoi scatti sempre affascinanti e capaci di portare nuove riflessioni”.

“Elliott ed io – afferma Biba Giacchetti – salutiamo con entusiasmo questa retrospettiva che il Museo Diocesano ha voluto dedicargli. Elliott è molto legato a Milano, città dove trascorse l’infanzia fino alla partenza per gli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. La selezione delle immagini in mostra, molte delle quali mai esposte a Milano, è stata curata da me in stretta collaborazione con Elliott, come ogni progetto che lo riguarda. Sono certa che questa selezione delle sue icone più note affiancate ad immagini inedite a Milano, potrà generare una nuova curiosità, che si aggiungerà all’amore che da sempre accompagna gli scatti di questo grande fotografo”.

Il percorso espositivo ripercorre l’intera carriera dell’autore americano e offre uno spaccato della storia e del costume del secolo scorso, osservato attraverso la sua tipica ironia, pervasa da una vena surreale e romantica, che lo ha identificato come il fotografo della commedia umana.  L’obiettivo di Erwitt ha spesso anche colto momenti e situazioni che si sono iscritte nell’immaginario collettivo come vere e proprie icone; è il caso dello scatto con Nixon e Kruscev a Mosca nel 1959, talmente efficace che lo staff del presidente degli Stati Uniti se ne appropriò per farne un’arma nella sua campagna elettorale, dell’immagine tragica e struggente di Jackie Kennedy in lacrime dietro il velo nero durante il funerale del marito, del celebre incontro di pugilato tra Muhammad Ali e Joe Frazier del 1971, o ancora di un giovane Arnold Schwarzenegger in veste di culturista durante una performance al Whitney Museum di New York. Grande ritrattista, Erwitt ha immortalato numerose personalità, dai padri della rivoluzione cubana, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara, in una rara espressione sorridente, ai presidenti americani che ha fotografato dagli anni Cinquanta fino a oggi con una particolare predilezione per J.F. Kennedy che stimava e che fissò sulla pellicola in una posa ufficiale e in una insolita, mentre fuma indisturbato durante la convention democratica nel 1960.

In questa galleria di personaggi, un angolo particolare è riservato a Marilyn Monroe, forse la stella del cinema più fotografata di tutti i tempi, colta sia in momenti privati e intimi, sia nei momenti di pausa sui set dei film; di lei, Erwitt ammirava, più che la bellezza, la capacità di flirtare con l’obiettivo, che rendeva remota la possibilità di sbagliare lo scatto. Uno dei temi ricorrenti nella carriera di Erwitt è quello dei bambini che ama – ha avuto sei figli e un numero esponenziale di nipoti – e con i quali ha sempre avuto un rapporto speciale. Alle immagini tranquillizzanti, in cui i piccoli sono colti nella loro allegria, la bambina di Puerto Rico o i ragazzini irlandesi, entrambi fotografati per una campagna di promozione turistica dei due paesi.

A questi scatti si affiancano quelli dedicati agli animali, in particolare ai cani, presi in pose il più delle volte buffe o che richiamano un atteggiamento antropomorfo d’imitazione dell’uomo. Così ne parlò lui stesso: “Le foto dei cani hanno una duplice chiave di lettura. Colti in determinate situazioni i cani sono semplicemente divertenti. Ma i cani possiedono anche qualità umane, e io sono convinto che le mie foto abbiano un fascino antropomorfico. Nella sostanza non hanno nulla a che vedere con i cani… insomma, nel mio intento riguardano essenzialmente la condizione umana. Ma gli altri possono vedervi quello che vogliono”.

Al Museo Diocesano di Milano non mancano le immagini che rivelano il suo spirito romantico tipico di certa fotografia umanista del Novecento e che mostrano coppie d’innamorati che si scambiano momenti di tenerezza all’interno delle auto o si abbracciano in place du Trocadéro davanti alla Tour Eiffel in un giorno di pioggia, mentre la silhouette di un uomo salta una pozzanghera. Erwitt è stato anche un grande viaggiatore e ha documentato le società e le vicende della gente comune dei paesi che visitava come fotoreporter, dalla Francia alla Spagna, dall’Italia alla Polonia, dal Giappone alla Russia, agli Stati Uniti e gli scorci di vita delle metropoli americane. Accompagna la mostra un volume SudEst con testi di Elliott Erwitt e Biba Giacchetti.

Durante il periodo di apertura, si terrà una serie di visite narrate e di approfondimento alla mostra. Il primo appuntamento è in programma giovedì 2 giugno, alle ore 16.30.

Tutti i martedì e i mercoledì di giugno, l’esposizione rimarrà aperta anche in orario serale dalle 18.00 alle 22.00, con ingresso ridotto (€6,00).

Note biografiche

Elliott Erwitt è nato in Francia da una famiglia di emigrati russi, nel 1928. Passa i suoi primi anni in Italia. A 10 anni si trasferisce con la famiglia in Francia e da qui negli Stati Uniti nel 1939, stabilendosi dapprima a New York, poi, dopo due anni, a Los Angeles.

Nei primi anni ‘50, Erwitt dopo essere transitato per Pittsburg, la Germania e la Francia, si stabilisce a New York, città che elegge sua base operativa fondamentale. Flessibilità e spirito d’adattamento necessari tanto alla sua professione che ai suoi interessi, lo hanno visto muoversi molto spesso intorno al pianeta prima di far ritorno alla base. Durante i suoi studi alla Hollywood High School, Erwitt lavora in un laboratorio di fotografia sviluppando stampe “firmate” per i fan delle star di Hollywood. Nel 1949 torna in Europa viaggiando e immortalando a lungo realtà e volti in Italia e Francia. Questi anni segnano l’inizio della sua carriera di fotografo professionista. Chiamato dall’esercito americano nel 1951 continua a lavorare per varie pubblicazioni e, contemporaneamente, anche per l’esercito americano stesso, mentre staziona in New Jersey, Germania e Francia. La grande opportunità gli viene offerta dall’incontro, durante le sue incursioni newyorchesi a caccia di lavoro, con personalità come Edward Steichen, Robert Capa e Roy Stryker che amano le sue fotografie al punto da diventare suoi mentori. Nel 1953 congedato dall’esercito, Elliott Erwitt viene invitato da Robert Capa, socio fondatore, ad unirsi a Magnum Photos in qualità di membro fino a diventarne presidente nel 1968. Ancora oggi ne è membro attivo e resta una delle figure leader nel competitivo mondo della fotografia. I libri di Erwitt, i saggi giornalistici, le illustrazioni e le sue campagne pubblicitarie sono apparse su pubblicazioni di tutto il mondo per oltre quarant’anni. Pur continuando il suo lavoro di fotografo Elliot Erwitt negli anni ‘70 comincia a girare dei film. Tra i suoi documentari si ricorda Beauty Knows No Pain (1971) Red White and Blue Glass (1973) premiato dall’American Film Institute e The Glass Makers of Herat (1997). Negli anni ‘80 Elliott Erwitt produce 17 commedie satiriche per la televisione per la Home Box Office. Dagli anni ‘90 fino ad oggi continua a svolgere un’intensa e varia vita professionale che tocca gli aspetti più disparati della fotografia.

Tra le sedi espositive più prestigiose dove Erwitt ha presentato i suoi lavori, si segnala The Museum of Modern Art a New York, The Chicago Art Institute, The Smithsonian Institution a Washington D.C., The Museum of Modern Art di Parigi (Palais de Tokyo), The Kunsthaus a Zurigo, il Museo Reina Sofia a Madrid, The Barbican a Londra, The Royal Photografic Society a Bath, The Museum of Art del New South Wales a Sydney.

ELLIOTT ERWITT. 100 FOTOGRAFIE

Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (p.zza Sant’Eustorgio, 3)

27 maggio – 16 ottobre 2022

Orari: martedì- domenica, 10-18. Chiuso lunedì.

Nel mese di giugno, il martedì e il mercoledì, la mostra rimarrà aperta anche dalle 18.00 alle 22.00 (ingresso €6,00)

Biglietti:

Intero, € 8,00

Ridotto e gruppi, € 6,00

Scuole e oratori, € 4,00

Informazioni: T. +39 02 89420019; www.chiostrisanteustorgio.it

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Mostra – Roberto Besana, I segni di Vaia

Dal 28 aprile al 29 ottobre, presso il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige, si terranno due manifestazioni: “I suoni di Vaia” e “I segni di Vaia”, iniziativa di forte impatto emozionale, da un’idea di Claudio Lucchin.

Centinaia di migliaia di immagini hanno raccontato la devastazione di quella tragedia avvenuta a fine ottobre 2018. Ora, con “I suoni di Vaia“, sarà l’audio a stimolare alcune urgenti riflessioni necessarie per elaborare gli effetti devastanti di quel fenomeno meteorologico estremo. La sonorizzazione e le musiche sono di Elisa Pisetta e Claudio Lucchin. L’iniziativa, in tutte le sue parti, costituisce un’opportunità per ragionare insieme sul futuro del nostro Pianeta e di noi che siamo i suoi abitanti. Forse per la prima volta, sarà possibile assistere all’incredibile sovrapposizione di suoni, armonizzazioni, rumori e dissonanze che la tempesta si è portata dietro e ci ha fatto sentire in modo sfuggente. Ma un urlo così forte, il grido di dolore di una Terra sofferente, non poteva che essere introdotto, o meglio accompagnato, da questa misurata, attenta e affascinante selezione d’immagini, che rappresenta, in termini psicologici e cognitivi, esattamente l’opposto di quello che proverete dopo.

Il percorso sonoro sarà preceduto, nell’allestimento, da “I segni di Vaia”, una serie di potenti immagini invernali del  fotografo Roberto Besana, che illustrano il prima e il dopo della distruzione di migliaia di ettari di bosco. Un video sul rapporto uomo-natura, ideato da Davide Grecchi e Roberto Besana su testo di Mimmo Sorrentino, sarà un ulteriore stimolo all’approfondimento. Besana racconta gli alberi, i boschi, la natura e la stessa tempesta con un’educazione e un punto di vista così raffinati e delicati, merito anche del sapiente uso del bianco e nero, da evitare di annichilire la nostra fragile umanità e, di conseguenza, la nostra personale curiosità. Perché queste bellissime fotografie hanno lo scopo di riattivarla, per provare a comprendere la complessità di quanto accaduto e tornare a curiosare in quei luoghi, senza timori, paure o, una più che normale titubanza, in modo da comprendere finalmente che abitare significa ontologicamente prendersi cura, dell’ambiente che ci accoglie e di tutti i viventi presenti.

I singoli fotogrammi in mostra, raccontano di presenze forti, instabili, forse ingombranti, perché Vaia ha inciso pesantemente il territorio con i segni del suo passaggio. Queste immagini, in più, ci permettono di smontare la tragedia, ci consentono una possibile interpretazione dell’evento, codificandone caratteristiche e portata, avviandoci così, sempreché se ne abbia la capacità, a capire come sia possibile procedere oltre. Sapendo, fin d’ora, che per affrontare e metabolizzare un disastro così grande è necessario innanzitutto ricorrere alla parola, con la quale provare a esorcizzare l’angoscia sul futuro; recuperare una certa capacità d’ascolto, per risintonizzare il nostro “stile di vita” con le più naturali necessità del pianeta e, infine, tornare a una più efficace cooperazione tra tutti gli uomini, meglio sarebbe fra tutti gli esseri viventi, perché, se vogliamo affrontare i problemi difficili e complessi di questo nostro tempo, è necessario connettere tra loro tutti i cervelli possibili.

Un ciclo di incontri di carattere scientifico animerà tutto il periodo di allestimento.

Con inaudita intensità la tempesta nota con il nome di Vaia, si abbatté a fine ottobre 2018 su tutto il Nordest italiano, in particolar modo sul Trentino Alto Adige e su tutta l’area delle Dolomiti patrimonio dell’UNESCO. Venti fortissimi raggiunsero la velocità di 217,3 chilometri orari sul passo Rolle. Piogge torrenziali, che in soli tre giorni fecero registrare sulle montagne del Trentino e del Veneto fino a 715,8 mm caduti, superando di molto i dati dell’alluvione del 1966. Otto persone persero la vita, i danni furono elevatissimi, stimati in oltre tre miliardi di euro. Una ricchezza forestale di milioni di alberi venne schiantata al suolo dalle potentissime raffiche di vento, vennero distrutte decine di migliaia di ettari (41.000) di foreste alpine di conifere. Gli effetti della tempesta Vaia hanno posto, da subito, molti quesiti ad esperti di vari ambiti, a tutte le persone che vivono nei territori colpiti e ad un vastissimo pubblico attento alle problematiche del genere umano. Perché quella tragedia? Perché quella pioggia torrenziale così insolita per le latitudini dell’Italia settentrionale, perché quel vento di scirocco a velocità “uragano”, perché tutti quei danni da vento mai ricordati a memoria d’uomo? Che cosa ha provocato quel fortissimo vento che, secondo le stime ha abbattuto 42 milioni di alberi, un dato mai registrato in epoca recente in Italia? Al Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina saranno diverse e in varie modalità le occasioni per riflettere insieme.

Testo di Roberto Besana

Silenziosa, consapevole tristezza

È nelle occasioni come questa che sento con certezza che la fotografia riesce a parlare alla nostra mente, a documentare, a tenere vivo il ricordo del passato e, in modo particolare, di quanto avvenuto nell’ottobre del 2018 sulle Dolomiti e le Prealpi Venete a causa dell’uragano Vaia.

Momenti e sensazioni che ho cercato di fissare indelebilmente con le mie immagini e di presentare in questa mostra, portandoli al vostro sguardo per non dimenticare.

Le parole, a mio avviso, non hanno altrettanta forza nel dare evidenza dell’accaduto.

Solo il suono, i rumori e le immagini possono raccontarci quanta distruzione si è abbattuta sulle montagne, quanti alberi si sono adagiati dopo essere stati estirpati con violenza.

Perché la vista e l’udito sono i sensi che più velocemente raggiungono la mente e il cuore, e che ancora meglio della parola rimangono impressi nella memoria.

Ecco, la fotografia scuote il cuore, l’anima di chiunque non ha potuto vedere né vagare per i versanti e le valli, ammutolito come me, incredulo e tristemente consapevole che siamo di fronte alla necessità di comprendere e condividere quanto la scienza ci dice da tempo: l’equilibrio ambientale si sta rompendo, si accelerano i fenomeni dirompenti per la nostra incuria di una vita dispendiosa di energia, di suolo, di risorse.

Nulla di male per la natura, lei è riuscita a sopravvivere nei milioni di anni passati a catastrofi ben più grandi e continuerà a farlo in un eterno infinito che viene prima degli uomini e continuerà dopo di loro.

Non è certo questo mammifero “Homo” che ne causerà la distruzione, ma dovrebbe essere lui ad agitarsi nel considerare l’avvenimento come presagio, avvertimento per la sua esistenza futura.

Rispettare la natura è portare rispetto a noi stessi, alla nostra qualità di vita sul Pianeta Terra, in cui siamo ospiti.

Solo così l’uragano Vaia, con il suo nome di donna madre, ci servirà per rigenerarci come gli alberi che via via ricresceranno, noi migliori di prima, più consapevoli, più umani.

Note biografiche

Roberto Besana nasce a Monza nel 1954 e risiede a La Spezia. È un uomo curioso e di talento con un lungo passato da manager editoriale che lo ha portato fino alla direzione generale della De Agostini Editore. Opera nella realizzazione di progetti culturali con mostre, convegni e pubblicazioni come i libri “Il paesaggio” del 2021 o “L’albero” del 2020. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, quindi temi legati alla natura, all’ambiente e al paesaggio e, come tali, i suoi principali filoni di ricerca. Un continuo indagare verso questo nostro terribile e meraviglioso mondo, con una meraviglia trovata nella brina sui fili d’erba al mattino, nella pioggia, nei campi lavorati dall’uomo e, soprattutto, negli alberi. Alberi che affondano le radici nel terreno dei primordi, ma che dalle cui gemme fioriscono le stelle, il sole e l’universo.

MUSEO DEGLI USI E COSTUMI DELLA GENTE TRENTINA

Aperto da martedì a domenica, ore 9.00 – 12.30 / 14.30 – 18.00

tel. 0461 – 650314, fax 0461 – 650703

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info@museosanmichele.it

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Portfolio – Antonello Ferrara, Il porto straziato

Testo di Barbara Silbe

Antonello Ferrara si affida a un colore intriso di simboli per parlarci di una ferita. Quella che ha subito la sua terra e, di conseguenza, lui stesso. Nella produzione iconografica che è frutto di perlustrazioni in situ, concettualizza la rabbia, il pericolo, il dolore, perfino la passione, in un filtro rosso che ricopre ogni inquadratura. Un drappo che cela, eppure mette accenti con l’intento di attirare la nostra attenzione. Ogni tappa della sua storia è affidata a questo velo rubino, steso su un pezzo di Sicilia che ha subito violenze ed è stato dimenticato. È la cronaca, la documentazione di industrie che hanno cambiato il profilo di un luogo caro, Marina di Melilli (provincia di Siracusa), che si fa espressione artistica per un messaggio ancora più potente.

Rosso è un colore che urla, come una sirena o una rivoluzione. È intenso, pietrificato, alchemico come una pozione. Quel vedo-non vedo, fa venire voglia di entrare in ogni frammento del suo racconto, come se la nostra mano potesse scostare il sipario per indagare in profondità come si sono svolti fatti e misfatti. L’autore a quei luoghi appartiene, li ha visti deperire e ha assecondato l’istinto a denunciare quanto è accaduto usando il suo obiettivo.

Lo ha fatto con il riguardo e il rigore che caratterizzano la sua indole delicata, posando lo sguardo sulle case e sui dettagli trascurati di un paese fantasma, dove sarebbe proibito entrare, dove nessuno abita più quei muri che sono state case. Un cane randagio si è appropriato degli spazi decrepiti, un bagnante ostinato torna lì per riposare, lui li incontra nel suo perlustrare e li include, trasformandoli in personaggi recitanti di questo avulso palcoscenico.

Si muove in punta di piedi, entra tra le macerie inquinate, mette a fuoco paesaggi desolati che un tempo erano ricordi e appartenenza… eppure, questo rosso tagliente che ha scelto per comunicare con noi, mi ha ricordato uno degli artisti più complessi del Novecento: il viennese Hermann Nitsch, il padre dell’Azionismo oggi esposto presso lo spazio Oficine 800 alle Fondamenta di San Biagio, Venezia, per una vasta celebrazione nell’ambito della Biennale d’Arte. La sua ricerca pittorica è una sorta di ramo più duro della Body Art, dove tra reale e metafora, tra sacro e profano, mescola il sangue con la pittura in un rituale liberatorio e dirompente.

Ancestrali rimandi, che hanno un impatto significativo sulle nostre percezioni, emozioni e fisicità. L’umanità si è evoluta dando la priorità al rosso del fuoco, alla lava dei vulcani che portano distruzione e rinascita. Quello di Ferrara è il rosso primordiale usato da Anish Kapoor, è il pigmento primario delle pitture rupestri, è quella tonalità densa di vibrazioni che Mark Rothko ha reso vivo come un canto di luce. È, ancora, messaggio politico, presa di posizione netta nei confronti dell’incuria che ha ridotto in brandelli un luogo amato. Bandiera rossa rivoluzionaria, emozionante, la sua, generata dalle immagini e dal suo pensiero.

Note biografiche

Nato a Taranto nel 1967, lavoro nella Marina Militare Italiana dal 1984. Ho ricevuto in dono nel 1978 una macchinetta fotografica AGFA POCKET con la quale ho iniziato a fare i primi scatti. Ho cominciato a stampare in proprio utilizzando un progetto proposto nel “manuale delle giovani marmotte”. Utilizzando una scatola di scarpe, inserendo un’intercapedine con un buco al centro dove posizionare il negativo, una lampadina all’interno di essa, era possibile stampare su carta fotografica fotosensibile posizionata nel fondo interno della scatola. Visti gli alti costi economici e dal momento che nessun adulto che mi aiutava, sia nel migliorarmi che nel confronto, ho sospeso le prime esperienze fotografiche.

Da quando ho comprato il primo smartphone ho ricominciato a fotografare. Nel 2017, durante un viaggio in Turchia, ho scattato delle foto con un iPhone5. Un amico sacerdote invia una foto ad un concorso su Twitter per la pagina domenicale del sito della rivista cultura del Corriere della Sera. La foto viene selezionata e pubblicata nella homepage del sito. Vedendo i vari commenti e complimenti su Twitter decido di impegnarmi nella fotografia comprando una Olympus Om 10 III con un obbiettivo Pancake 12/40. Ho poi deciso di approfondire con corsi, workshop, concorsi e varie collaborazioni formative.

Con una modalità sporadica ho avuto modo di confrontarmi sui miei portfolio con Silvano Bicocchi, Antonio Biasucci, Yvonne de Rosa, Fabiola di Maggio, Salvo Zito, Daniela Sidari, Barbara Silbe, Santo Di Miceli, Marco Rigamonti, Laura Petrillo, Alessandra de Pace, Steve Besson. Alessandra Sanguinetti (lettura Magnum), Amber Terranova (lettura Magnum).

Ha svolto tre lezioni “one to one” su Street phography con Eolo Perfido.

Sono socio di Magazzini Fotografici di Napoli, “la fototeca Siracusana” a Siracusa, “2 Lab Catania”.

Sono membro del Collettivo TIFF di Piacenza.

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Sony World Photography Award 2022, otto autori italiani in finale

Di Barbara Silbe

Ci sono otto italiani, di cui due donne, nella rosa dei finalisti e dei nominati del Sony World Photography Award 2022 annunciati oggi. Complimenti a Giacomo d’Orlando, Andrea Bettancini, Lorenzo Poli, Luca Locatelli, Alessandro Gandolfi, Federico Borella, Paola Lai, Debora Lombardi, sparsi nelle varie categorie in gara.

Giunti alla 15° edizione, gli Awards premiano serie di opere degne di nota per la competenza tecnica e l’approccio originale ai soggetti contemporanei. Il vincitore di Photographer of the Year 2022 (Fotografo dell’anno 2022) viene selezionato tra i professionisti finalisti e sarà annunciato dalla World Photography Organization il 12 aprile. Una selezione di immagini scattate dai finalisti e dai fotografi selezionati sarà esposta durante i Sony World Photography Awards presso la Somerset House dal 13 aprile al 2 maggio 2022. Oltre 340.000 immagini provenienti da 211 territori sono state inviate ai Sony World Photography Awards 2022 e più di 156.000 sono state presentate al concorso Professional, il numero più alto di concorrenti nella storia degli Awards.

Divisi per categoria, ecco l’elenco dei tre finalisti e dei loro progetti in gara al Sony World Photography Awards 2022:

ARCHITETTURA E DESIGN
In NurSultan Javier Arcenillas (Spagna) presenta una serie di fotografie sulla straordinaria ed eccentrica architettura della capitale del Kazakistan. In Blueprint Yun Chi Chen (Taiwan) crea immagini
multistrato che imitano il processo di un progetto architettonico tradizionale o cianotipia per mezzo di tecniche di postproduzione. Dorf di Domagoj Burilović (Croazia) utilizza il fotomontaggio per esprimere
l’ironia di come la natura ha preso possesso delle case della Slavonia, una regione che si è arricchita nel XIX secolo tramite lo sfruttamento della foresta e dei terreni locali.

CREATIVITÀ

New Waves di Raphaël Neal (Regno Unito) giustappone scene di cambiamento climatico a ritratti di teenager; i dittici evidenziano le conseguenze devastanti per coloro che saranno maggiormente
interessati dai cambiamenti nel clima. Sometimes the Sky Above us is Open di Sarah Grethe (Germania) segue il viaggio della fotografa verso la città natale della madre nella Germania meridionale, in cui
esplora il loro rapporto attraverso ritratti e natura morta. Mellow Apocalypse di Alnis Stakle (Lettonia) riprende gli elementi visivi di collezioni opensource, come musei, istituti scientifici e banche di immagini
per creare collage dai dettagli intricati in cui elementi disparati si scontrano e urtano l’uno con l’altro.

PROGETTI DOCUMENTARI

The Long Days of Hanau di Fabian Ritter (Germania) documenta la comunità di Hanau, in Germania, in seguito agli attacchi razzisti avvenuti nella città il 19 febbraio 2020. The Children of the Financial Collapse
in Venezuela del noto fotoreporter Jan Grarup (Danimarca) raffigura scene di disperazione e povertà estrema dei venezuelani in Colombia. Insurrection del noto fotografo di cronaca Win McNamee (Stati
Uniti) cattura le scene drammatiche di quando una folla di sostenitori di Trump si è diretta verso il Campidoglio degli Stati Uniti ed è entrata con la forza nell’edificio il 6 gennaio 2021.

AMBIENTE

Living in the Transition di Shunta Kimura (Giappone) esplora gli effetti del cambiamento climatico in Bangladesh, in cui gli abitanti locali combattono sempre più alacremente le conseguenze come
l’erosione dei fiumi, le valanghe e l’aumento dei livelli della salinità. In Nemo’s Garden, Giacomo d’Orlando (Italia) documenta la prima serra subacquea al mondo, una soluzione possibile per l’esigenza disperata di trovare metodi alternativi e sostenibili per la coltivazione alimentare. Portraits in Ashes del rinomato fotografo Gideon Mendel (Sud Africa) raffigura famiglie e singole persone all’interno di strutture vuote di edifici sventrati, illustrando in modo commovente la distruzione causata dagli incendi in Grecia, Canada e negli USA.

PAESAGGIO

Creato durante un inverno di insolite pesanti nevicate a causa del cambiamento climatico, Solar Graphic di Andrius Repšys (Lituania) riprende dall’alto fonti di energia sostenibile come dighe, turbine
eoliche e batterie solari, riducendole ad astrazioni grafiche. Life on Earth di Lorenzo Poli (Italia) scava nella magia eterea della natura e nella misteriosa bellezza del mondo selvaggio, raffigurati attraverso
una serie diversificata di paesaggi. Quando il fotografo ritrattista Gareth Iwan Jones (Regno Unito) non ha potuto proseguire con il suo lavoro a causa del lockdown, ha rivolto l’obiettivo della sua macchina
alle figure degli alberi contro il cielo al tramonto, creando una serie di immagini simili a ritratti intitolata Tree.

PORTFOLIO

The Beauty of Humanity di Anna Neubauer (Austria) esplora il desiderio della fotografa di allontanarsi dagli stereotipi tradizionali e celebrare la diversità attraverso una serie di ritratti meditativi. In Portfolio
Hugh Fox (Regno Unito) cattura momenti tranquilli di vita quotidiana con familiari e amici durante la pandemia. Il fotografo commerciale ed editoriale Julian Anderson (Regno Unito) presenta una selezione di immagini ritratti, paesaggi e natura morta scattate per varie riviste.

RITRATTO
Caryatis 2021 di George Tatakis (Grecia) è uno studio dei costumi tradizionali delle donne greche relativo a vari periodi dell’intensa storia della Grecia, in cui in ogni fotografia è il frutto di una ricerca e
preparazione meticolose. Migrantes del noto fotoreporter Adam Ferguson (Australia) è una serie di autoritratti di migranti in Messico mentre attendono di passare il confine con gli Stati Uniti. Servendosi
di una telecamera montata su un treppiede e un cavo di scatto, Ferguson ha invitato i soggetti a scegliere il momento dello scatto, dando quindi loro il comando sulle immagini che li ritraggono. Bushmeat Hunters dello stimato documentarista Brent Stirton (Sud Africa) è costituito da una serie di ritratti di cacciatori di selvaggina ritratti con le loro prede e inquadrati in maniera da evocare dipinti tradizionali di cacciatori.

SPORT

Rappresentante il dramma e l’entusiasmo dei Giochi Olimpici, Tokyo Twenty Twenty One del noto fotografo sportivo Adam Pretty (Australia) mostra la forza e l’abilità degli atleti. Kuarup di Ricardo Teles
(Brasile) documenta un rito degli indigeni brasiliani Xingu per onorare i morti, che comprende un’arte marziale denominata Hukahuka; le persone commemorate quest’anno erano per lo più vittime del
Covid19. Loyal Fans di Roman Vondrouš (Repubblica Ceca) illustra lo zelo e la devozione dei fan della squadra di calcio Bohemians Prague 1905, i quali non si sono fatti dissuadere dalle restrizioni per la
pandemia e si sono muniti di scale a pioli per guardare le partite da sopra la recinzione.

NATURA MORTA

Nella serie From Nigeria to Nässjö, Cletus Nelson Nwadike (Svezia) fotografa oggetti nella neve che gli ricordano in particolare casa sua, un modo per piangere la madre morta che non è riuscita a ottenere
un visto per andare a conoscere la sua famiglia. Per Constellation Haruna Ogata (Giappone) e JeanEtienne Portail (Francia) hanno creato sculture astratte colorate che hanno poi fotografato come una serie di composizioni grafiche eleganti. Concordia di Alessandro Gandolfi (Italia) è incentrato su una serie di oggetti personali rinvenuti presso il relitto della Costa Concordia, una nave da crociere affondata nel 2012 in cui hanno perso la vita 32 persone.

FAUNA E NATURA

The Fox’s Tale di Milan Radisics (Ungheria) segue le osservazioni del fotografo nell’arco di otto mesi, durante i quali egli trascorse quasi ogni notte a fotografare una giovane volpe che si recava nel retro del suo giardino. Absolute Beginner di Oana Baković (Romania) consiste in una serie di immagini che esplorano la grande varietà e la bellezza della flora locale dell’area in cui vive il fotografo. Exotic Appetite Inside the Italian Exotic Animal Trade del fotoreporter e vincitore del Photographer of the Year 2019 Award, Federico Borella (Italia) prende in esame il commercio meno noto degli animali esotici vivi in Italia, in cui sono esposti e venduti in cambio di profitti elevati.
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Il lavoro dei fotografi finalisti e selezionati per il concorso per professionisti è stato giudicato da: Rahaab Allana, curatore ed editore, Alkazi Foundation for the Arts, Nuova Delhi; Ângela Ferreira, artista,  curatrice fotografica indipendente e ricercatrice PostDoc presso la Escola de Belas Artes Universidade Federal do Rio de Janeiro Brazil; Deborah Klochko, direttrice esecutiva e curatrice capo del Museum of Photographic Arts, San Diego, Stati Uniti; Richmond Orlando Mensah, Fondatore e direttore creativo, Manju Journal, Ghana; e Mike Trow, curatore indipendente ed editor fotografico, presidente della giuria.
Commentando per conto della giuria, il Presidente Mike Trow ha detto che: “I finalisti e le persone selezionate ai Sony World Photography Awards 2022 sono più diversificati, stimolanti e, credo, potenti
che mai. Lo standard di lavoro nel concorso per professionisti mi ha sorpreso per la sua profondità e varietà. Vi sono stati momenti in cui tutti abbiamo pensato che la crisi Covid in corso avrebbe comportato un arresto del mondo; tuttavia, prendendo in esame questi progetti è divenuto chiaro che non era affatto così. Avere la possibilità di vedere tutti questi lavori da tutto il mondo dà una lezione di
umiltà e al tempo stesso tanta energia. L’importanza della fotografia nell’interpretare il nostro mondo, nel mettere in primo piano temi umanitari, ambientali ed emotivi vitali, coprendo al contempo categorie diversificate come Sport, Creatività e Paesaggistica rende questo concorso assolutamente entusiasmante. Guardare le foto e spingersi a leggerle in maniera aperta e onesta è un privilegio e mi auguro che, con una giuria attenta, accademica e globale, abbiamo realizzato la nostra missione di continuare a mettere in risalto la vitalità e il potere della fotografia”. I vincitori generali del concorso per le categorie Studenti, Giovani, Open e Professional dei Sony World Photography Awards 2022 saranno annunciati il 12 aprile 2022 e le loro opere saranno esposte nell’ambito di una mostra presso Somerset House, a Londra, dal 13 aprile al 2 maggio 2022.
Per ulterioriinformazioni sui vincitori e le persone selezionate, visitare www.worldphoto.org
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(main picture by Adam Pretty, Australian photographer)
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La fiera delle meraviglie – Viaggio intorno al Paris Photo

di Benedetta Donato

A due anni di distanza dall’ultima edizione del 2019 al Grand Palais, dopo essere stata cancellata nel 2020 a causa della pandemia, finalmente la fiera di fotografia più importante del mondo, ha riaperto i battenti dal 10 al 14 novembre a Parigi. Svoltasi presso il Grand Palais Éphémère, struttura adiacente la Tour Eiffel, in attesa che le operazioni di ristruttrazione del Grand Palais giungano al termine, ha accolto oltre 190 espositori provenienti da 30 paesi, tra gallerie presenti fisicamente e sul web, grazie a Online Viewing Room (di cui 16 esclusivamente on line), premi internazionali e case editrici con oltre 863 artisti presentati nei Solo & Duo Shows e nei Group Shows. 118 i musei e le istituzioni internazionali che hanno confermato la loro visita.

Questi i numeri riguardanti la sola fiera ed è possibile dunque farsi un’idea dell’imponenza di una vera e propria macchina pensata, costruita, funzionante al solo scopo di diffondere la fotografia non solo in termini commerciali, ma di promozione della cultura visiva.

Il merito certamente va agli organizzatori e alla direttrice Florence Bourgeois che, per chi non lo sapesse, dopo una lunga esperienza nel mondo della finanza e dell’industria, si rimette a studiare, perfezionando il suo curriculum formativo presso l’École du Louvre e la Sorbonne Paris IV, al fine di approfondire la storia dell’arte e della cultura visiva per, come lei stessa ha affermato: «far convergere il mio interesse per il mondo dell’arte con la specializzazione professionale e legittimare la mia scelta di lavorare in questo settore». In un’intervista rilasciata a Madame Figaro all’alba del 15 novembre, dichiara: «Cerco di conciliare gli imperativi commerciali e di redditività di una grande fiera internazionale con l’eccellenza artistica. Dal mio arrivo, nel 2015, ho subito notato la mancanza di visibilità delle donne artiste presenti in fiera; in qualche anno siamo passati dal 20% al 32% e con la piattaforma EllesXParis Photo continuiamo a crescere». Si tratta un programma avviato nel 2018 in collaborazione con il Ministero della Cultura e sostenuto da Women In Motion per promuovere la visibilità delle donne artiste e il loro contributo alla storia della fotografia. Per questa edizione 2021, Nathalie Herschdorfer, storica dell’arte specializzata nella fotografia e direttrice del museo Locle in Svizzera, presenta una selezione di opere scelte tra le proposte delle gallerie. Le artiste selezionate beneficiano di una visibilità sul sito web, uno spazio online contenente interviste, articoli e statistiche sulla rappresentazione delle donne fotografe.

Trovate tutto qui e c’è da rifarsi gli occhi: https://ellesxparisphoto.com/

Non solo artiste selezionate tra gli espositori, ma anche presenti nel settore CURIOSA, uno spazio dedicato agli emergenti, a cura di Shoair Mavlian Direttrice di Photoworks. Qui il programma completo e gli autori esposti in questa ultima edizione:

https://www.parisphoto.com/fr-fr/foire/actu/curiosa-2021.html

Ogni giorno, si sono svolte iniziative di interesse, rivolte ad ogni tipo di pubblico: dalle preview riservate ai collezionisti e alla stampa, dalle conversazioni aperte al pubblico per LE PLATFORME con esperti del settore ai talk curati da THE EYES con diversi autori, dalle proiezioni cinematografiche alle presentazioni di premi prestigiosi, dalle pubblicazioni editoriali per finire con i booksigning.

A questo proposito, tra gli eventi più attesi, sicuramente c’è stato l’annuncio dei vincitori del Paris Photo – Aperture Foundation Photobook Awards, anticipato dall’esposizione con le pubblicazioni finaliste, consultabili presso lo spazio editoria.

Il prestigioso riconoscimento internazionale, che ogni anno conferisce il premio per tre categorie riguardanti le pubblicazioni di settore: Miglior libro fotografico, Miglior catalogo fotografico e Miglior primo libro fotografico. Quest’anno, nell’ordine, sono stati premiati: Muhammad Faldi e Fatris MF con The Banda Journal (Jordan, jordan Édition, Jacarta Indonesia)

What They Saw: Historical Photobook by Women, 1843-1999 di Russet Lederman e Olga Yatskevitch, eds. (10×10 Photobooks, New York)

Sasha Phyars-Burgess con Untitled (Capricious Publishing, New York)

Infine la menzione speciale della giuria è andata a Vasantha Yogananthan per Amma, l’ultimo capitolo della serie di pubblicazioni del progetto A Myth of Two Souls (Chose Chommune, Marseille, France)

La mia visita in fiera è avvenuta nella giornata di mercoledì 10 novembre, in occasione della preview riservata alla stampa proveniente da tutto il mondo. Non nascondo l’emozione di accedere ad uno dei luoghi più importanti per la fotografia, dopo un lungo periodo di stop. E non solo perché è stato un modo di ritornare a quella modalità di fruizione che consideriamo normale, ma per il lavoro di selezione elevatissima che si percepisce e si può quasi toccare con mano, girando per gli stand di questa fiera.

Tra i primi lavori in cui mi sono imbattuta, quello di Thomasz Machiński (1942), presentato dalla Galleria Christian Berst è sicuramente degno di nota. Si tratta di un meccanico di origine polacca, la cui produzione è stata scoperta non molto tempo fa ed è stata esposta ai Rencontres Internationales de la Photographie ad Arles nel 2019 nella sezione “Photo Brut”. Ebbene, questo autore ha realizzato 22.000 autoritratti in neanche mezzo secolo!

Proseguo la mia visita e ritrovo un’altra presenza già notata ad Arles, si tratta dell’installazione ospitata dallo stand di Polka Galerie “TV Nation” di The Anonymous Project, nato nel 2017 in seguito all’acquisto di diapositive vintage da parte del regista Lee Shulman. Si tratta di materiale a colori degli ultimi 70 anni di storie di vita quotidiana senza tempo, che rischiano di essere dimenticate. The Anonymus Project è diventato una vera e propria impresa artistica, che vuole restituire significato a questi ricordi, creando nuovi modi di interpretazione e narrazione.

La stessa galleria presenta “The Day May Break”, di Nick Brandt, artista impegnato, che propone immagini di rara potenza e raffinatezza, in cui compaiono persone e animali colpiti dal degrado ambientale e dalla distruzione, in un’atmosfera di sospensione, come in attesa che il destino comune si compia. La potenza di queste fotografie, riesce a far isolare i visitatori e a creare un’immersione totale nella narrazione proposta da questo grande autore.

Il tema della salvaguardia ambientale ricorre in “Allegoria” di Omar Victor Diop, presentato da MAGNIN-A Art Gallery, dove l’autore pone la questione fondamentale dell’ambiente, a partire dal continente africano. Si tratta di una rappresentazione allegorica in cui il fotografo – come per le serie precedentemente prodotte – è protagonista delle sue immagini, ispirate dalle preoccupazioni dell’umanità per un mondo naturale che potrebbe diventare un ricordo, da rivedere in un futuro non poi così lontano soltanto nei libri.

La narrazione prodotta in Africa è ultimamente al centro di grande interesse da parte della critica e del pubblico dell’arte. Non a caso, in concomitanza al Paris Photo, si svolge la fiera AKAA, acronimo di Also Know As Africa, giunta quest’anno alla sesta edizione.

Ho visitato la manifestazione, riscontrando anche qui una qualità molto elevata e una selezione davvero interessante. Tra le varie gallerie, ho avuto il piacere di intrattenermi negli spazi di Fisheye Gallery e di VisionQuesT 4rosso contemporary photography, presenti rispettivamente con i Solo Show dedicati a Delphine Diallo e alcuni tra i suoi lavori più noti e a Bruno Cattani con il progetto “VODOO”.

Altri lavori interessanti da segnalare ad AKAA: Kader Diaby, Mário Macilau, José Chambel, Justin Dingwall, James Barnor, Marc Posso e l’ipnotica opera di Angèle Etoundi Essamba. Tra le diverse proposte, non è raro trovare autori presenti in entrambe le fiere, come nel caso di Saïdou Dicko, artista visivo autodidatta, che nel 2005, inizia a lavorare con la fotografia e a soli sei mesi dal suo debutto fotografico, presenta la sua prima mostra alla Dakar Biennial Off 2006, dove ha vinto un premio, il primo di una lunga serie.

A proposito di premi, durante la mia visita al Paris Photo, incontro Gosette Lubondo Diakota, vincitrice del Prix Maison Ruinart, giunto alla terza edizione. Il suo lavoro è una riflessione sulla memoria, l’eredità e il tempo, che merita di essere osservato con molta attenzione. Credo sia l’unica artista presente in fiera di cui non ho scattato fotografie, per godermi il piacere di parlare con lei e gustare le sue opere dal vivo. Ha un profilo Instagram che potete seguire: https://www.instagram.com/gosettelubondo/?hl=it

Terminata la piacevole conversazione con questa autrice, ammiro le opere di Zanele Muholi, artista, fotografa e attivista sudafricana, che si è impegnata per la causa LGBTQI e per l’affermazione dell’identità lesbica nel suo paese. La sua ricerca più recente la vede molto spesso partecipante e creatrice delle sue immagini, che fanno riferimento ad esventi specifici della storia politica sudafricana. Esagerando l’oscurità del suo tono della pelle, Muholi rivendica un’oscurità più profonda, per stravolgere le immagini della cultura dominante.

Proseguo ancora la mia visita, notando come l’indagine artistica possa essere tramite per veicolare messaggi diversi che non hanno a che fare solo con l’estetica. Trovo così un mix che varia dalla fotografia documentaria al fotogiornalismo, come nel caso di Alex Majoli, Antoine D’Agata, Diana Markosian, e un racconto di spaccati di società che attraversano gli anni, con i lavori di Diane Arbus, Hiro e Sofia Valiente. Il rapporto tra uomo e natura emerge nelle rappresentazioni di Laura Henno, Aino Kannisto e Erwin Olaf Cartella 3 Immagini 19, mentre i ritratti del mondo animale sono protagonisti dell’obiettivo di Michael Ackerman e Todd Hido.

Poi ci sono i mondi altri, le diverse culture presenti nelle fotografie di Charles Fréger, Chester Higgins, Hannah Darabi, Edith Roux, Alfred Seiland, Adriana Lestido, Ilit Azoulay. Ancora la stravaganza e l’irriverenza di Juergen Teller e Boris Mikjailov.  Le immagini di impatto di Pieter Henket. L’autore ha presentato in anteprima a Paris Photo presso lo stand della Kahmann Gallery, il progetto su una nuova generazione di messicani che sta sfidando le rigidi tradizioni sull’espressione di genere, sesso, sessualità e religione.

La figura umana torna sotto altre forme nelle fotografie di Aaron Siskind, Sara Punt e Sofia Uslenghi, l’indagine sul territorio di William Christenberry, la metafotografia di Tòth Gàbor e ancora autori come Irving Penn, Gordon Parks, Saul Leiter, Cy Twombly, Vivian Maier, Edward Burtynsky, Paolo Roversi, Paolo Ventura, Cathleenn Naundorf, Mary Ellen Mark che ti fanno rimanere senza fiato. Ma se ne ha ancora bisogno perché usciti da qui, dopo essersi rifatti gli occhi e le orecchie grazie ai tanti confronti cui si è potuto assistere, mi aspetta un tour per musei, accademie, gallerie e librerie.

Mi precipito quindi al Prix de Photographie de l’Académie des beaux-arts William Klein che quest’anno è stato conferito ad Annie Leibovitz, cui è stata dedicata la mostra esposta fino al 5 dicembre 2021. Poi è la volta della MEP-Maison Européenne de la Photographie per la grande mostra dedicata ai 50 anni di carriera di Samule Fosso. Ancora la Magnum Photos, che ospita la doppia personale Bruce Davidson e Khalik Allah, “New York”; l’inaugurazione di ImageNation Paris con una selezione di autori tra cui Delgina Carmona, Theo Gosselin, Cihan Bektas, Claire Luxten e al piano superiore la collettiva “Tell me a Story” curata da Laura Tota.

Il mio tour parigino prosegue con il percorso Off print, la rassegna organizzata in diverse librerie della città, dove oltre ad un’ampia selezione di libri, si possono visitare mostre temporanee. La conclusione di queste giornate mi vede nello studio di Frank Horvat, per una visita guidata alla mostra “J’aime le strip-tease. Frank Horvat vu par Valérie Belin”. Condotta da Fiammetta Horvat, questa visita diviene una sorpresa con accesso al prezioso archivio e alla collezione privata dell’autore, che negli anni ha acquisito centinaia di opere di altri fotografi, costituendo una collezione da museo!

Moltissimi altri gli autori esposti nelle diverse sedi di un enorme circuito: da Peter Lindbergh a Michale Kenna, da Mona Kuhn a Vivian Maier e ancora Daidō Moriyama, Raymond Depardon, William Klein e mostre incredibili come “Chefs d’Oeuvre Photografiques du MoMA. La Collection Thomas Walther” allestita al Jeu de Paume fino a febbraio 2022 e infine “Automated Photography”. Quest’ultima nasce da un progetto di ricerca sviluppato dal Master in Fotografia dell’ECAL – École cantonale d’art de Lausanne che mette in discussione questa situazione esaminando le tecnologie di produzione e distribuzione di immagini. Una mostra audiovisiva coinvolgente, un simposio e un libro presentano sguardi critici e una selezione di progetti che esplorano il potenziale estetico e concettuale della fotografia automatizzata.

Bisogna immaginare Parigi, in questo periodo dell’anno, come un contenitore di eventi dedicati quasi esclusivamente alla fotografia. Si passa dalle fiere sopra menzionate, alle grandi esposizioni allestite in diverse sedi della città, tra musei, fondazioni, accademie, gallerie, istituti di cultura, circuiti di librerie, fino agli archivi d’autore e alle manifestazioni concomitanti come Photo Saint Germain e Paris Photo Days, i festival come la Biennale de L’Image Tangible, il Festival du regard o i Rencontres Photographique du 10 e la Bourse de Commerce con una programmazione incredibile. Davvero impossibile menzionarli tutti!

Francamente è impensabile di venire qui solo per visitare il Paris Photo! Bisogna pianificare per bene il proprio tempo e certamente operare una selezione delle cose da fare e vedere, ma organizzarsi in modo da capire che la fiera di fotografia più importante del mondo è parte di un sistema molto più complesso con tante diramazioni, caratterizzato dal sostegno del Governo francese, dall’elevata e curata qualità dell’offerta, in tutte le possibili articolazioni in cui si può declinare la fotografia, intesa come espressione artistica e come campo professionale di altissima specializzazione.

Immaginate un caleidoscopio gigantesco e infinito, che non vi stanchereste mai di guardare… E riscoprirete Parigi che, a novembre, torna a splendere!

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Sony National Awards 2021, per l’Italia vince Davide Giannetti

Davide Giannetti è il vincitore italiano del National Award assegnato nell’ambito dei Sony World Photography Awards 2021, iniziativa promossa dalla World Photography Organisation e da Sony per sostenere le comunità di fotografi locali di tutto il mondo: quest’anno, sono ben 53 i Paesi che hanno preso parte a questo concorso. L’edizione 2021 ha superato quota 330.000 candidature da 220 territori. Di queste, oltre 165.000 sono state inviate per il concorso Open, da cui è stato selezionato il vincitore del National Award.

Davide Giannetti è stato selezionato in maniera anonima dalla giuria, che ha deciso di premiare la fotografia “Ritratto di volpe” candidata nella categoria Natural World & Wildlife del concorso Open. L’immagine ritrae una volpe rossa in cerca di cibo dopo una forte pioggia nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Il vincitore italiano è un fotografo specializzato in Outdoor Photography. Nella sua ricerca dello scatto perfetto si dedica a mettere in luce l’importanza del percorso intrapreso, cercando di comunicare attraverso le sue fotografie il senso autentico del viaggio e l’affascinante rapporto tra uomo e natura.

Davide ha commentato così il traguardo: “Sono felicissimo di aver raggiunto questo risultato, che è per me un traguardo professionale e personale molto importante. La grande differenza, per me, tra la fotografia di paesaggio e quella naturalistica sta nel momento preciso in cui scatto. Mentre nella prima, grazie a un’accurata pianificazione, so sin dall’inizio quando e come avverrà lo scatto, con la fauna le incognite sono molte di più e avviene tutto in pochi secondi. Per questo spesso mi ritrovo a trattenere il fiato per equilibrare l’emozione e la concentrazione. Non saprei cosa mi soddisfi di più per arrivare al risultato finale. Però posso dire di aver adorato quei pochi secondi che ho condiviso con questa volpe, proprio perché ha deciso di sostenere il mio sguardo quel tanto che è servito per farmi tornare a respirare.”

In qualità di vincitore del National Award per l’Italia, Davide Giannetti riceverà un set di attrezzature fotografiche digitali Sony.

I primi classificati dei concorsi Student, Youth, Open e Professional dei Sony World Photography Awards 2021 saranno annunciati il prossimo 15 aprile sulle piattaforme video e digitali della World Photography Organisation. Per maggiori informazioni su vincitori e finalisti, visitare il sito www.worldlphoto.org

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Mostra – Uno chef stellato e un gallerista danno voce dall’arte britannica

Beth Cullen-Kerridge, Chris Moon, Fred Coppin, Mark Beattie, Matt Roe e Robi Walters, Marc Queen, Hartland Miller sono solo alcuni dei grandi protagonisti dell’arte contemporanea radunati al Kerridge’s Bar and Grill di Londra, locale del noto chef stellato Tom Kerridge che, sotto la curatela della galleria West Contemporary di Londra, riesce a dare voce all’altra sua grande passione, quella per le opere d’arte appunto. La collettiva “Voices in British Art”, aperta fino a dicembre, presenta dunque in un luogo insolito alcuni dei migliori artisti britannici le cui opere potranno essere viste con ingresso libero in uno spazio trasformato in sala espositiva all’interno del famoso ristorante del London Corinthia Hotel (senza obbligo di consumazione), e potranno, contemporaneamente, essere acquistate da casa accendendo online sul sito www.west-contemporary.com. La sede londinese della galleria West Contemporary ha prodotto la rassegna in collaborazione con curatori ospiti ed editori di stampe artistiche Manifold Editions, mettendo in campo tutti i talenti che le ruotano intorno e sfidando ancora una volta la sua intenzione di utilizzare spazi informali e pubblici per rendere fruibile l’arte a tutti.

Il gallerista Liam West dice: “Io e Tom lavoriamo a stretto contatto sui temi e sui concetti di West Contemporary messi in mostra al Kerridge’s Bar and Grill, quindi per “Voices of British Art” abbiamo escogitato questa idea di poter ordinare l’arte britannica di alto livello in contemporanea al famoso e squisito budino britannico” Liam West aveva già da tempo in mente di collaborato con Manifold Editions, uno dei migliori editori artistici del Paese, famoso per le sue stampe in edizione limitata di grandi artisti. “Avere Manifold come curatori ospiti per questa mostra è stato fantastico”, dice West.

Tom Kerridge commenta invece così: “Voices of British Art” offre ai commensali del Kerridge’s Bar & Grill l’opportunità di ordinare opere d’arte. insieme al loro caffè e ai loro dessert! Adoriamo questo concetto unico di West Contemporary, in collaborazione con Manifold Editions. Hanno prodotto una mostra davvero impressionante nel ristorante, che sono sicuro che i miei clienti apprezzeranno”.

Se passate da Londra, andate a curiosare questo insolito evento, che include opere fotografiche di grande valore.

(Barbara Silbe)

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Portfolio – Monia Marchionni, “I Giorni Necessari”

Ecco un altro sguardo diverso sui mesi del lockdown, progetto di un’autrice marchigiana che pare tenuto insieme da quei fili invisibili che sono i rapporti tra le persone. Quasi a voler sottolineare l’importanza dei valori autentici, dei sentimenti, che fanno da appiglio nei momenti più complessi da attraversare, Monia Marchionni si muove in un universo molto intimo, ma con il cuore aperto ad accogliere e l’obiettivo puntato verso un racconto praticamente perfetto. Così lei stessa presenta i suo portfolio:

“Quanti giorni dobbiamo restare chiusi in casa mamma?” E’ stata la domanda più frequente posta da mia figlia di cinque anni. E ogni volta le rispondevo: “I giorni necessari”. Ce ne sono voluti 56 per arginare la pandemia da Covid_19 in Italia, sono morte più di 33.000 persone durante il lockdown e altre continuano a morire tutt’ora.

Dal 10 marzo al 4 maggio ho documentato con immagini e parole quello che succedeva in Italia e nell’intimità della mia casa.

Lo sguardo è privato, domestico, da una finestra, dal mio cortile. E’ un progetto che guarda alle emozioni, ai racconti di ogni giorno, alle relazioni umane, perchè quando non si può osservare fuori, allora si va alla ricerca di quello che accade dentro di noi. E’ un progetto che interpreta la nostalgia, le attese, la paura, la noia, la mancanza, la solitudine, l’evasione, il sacrificio, la morte, la stasi, l’amore verso l’altro. 

I Giorni Necessari ha anche un riscontro positivo, l’amore verso l’altro: il tempo dedicato a mia figlia, gli abbracci a mio padre, l’amore di mio marito sono essi stessi delle isole che ho avuto modo di indagare letteralmente sotto un’altra luce. Le fotografie sono presentate come dittici e raccontano alcuni giorni dei 56 vissuti in isolamento, necessari per la sopravvivenza.

Biografia

Nasco a Fermo nel 1981, vivo a Porto San Giorgio. Nel 2005 mi laureo all’Accademia di Belle Arti di Bologna; nel 2008 conseguo una seconda laurea in Lettere e filosofia con specializzazione in Storia dell’Arte Contemporanea, ho sempre lavorato per avere l’indipendenza necessaria per realizzare progetti artistici.

Gi anni accademici sono stati importanti per sperimentare diverse tecniche e linguaggi; gli studi della seconda laurea mi hanno permesso di approfondire temi legati alla letteratura, all’antropologia, alla filosofia e di specializzarmi nella critica d’arte. Di conseguenza ho messo in discussione tutto quello realizzato fin lì, il mio sguardo s’è fatto più profondo, ho maturato un linguaggio personale, sono diventata più riflessiva e autocritica. Nel 2008 mi avvicino da autodidatta alla fotografia sentendo il bisogno di una forma d’arte che mi aiutasse a guardarmi dentro, a mostrare la realtà per come la percepisco e non per quello che è, con la fotografia posso creare mondi veritieri, ma non reali, posso inscenare le mie visioni.

Nel 2014 durante un viaggio in Cile nasce la serie ”Never Again the fog in the desert”, premiata con le ”Nominee” ai FAPA Awards di Londra nel 2017 e con le ”Honourable Mantions” agli IPA-Lucie Awards del 2018. Dal 2016 al 2019 ho lavorato al progetto ”Fermo visioni Extra Ordinarie”, diversi scatti del progetto hanno ottenuto premi e segnalazioni internazionali, tra questi: IPA-Lucie Awards, Artrooms Fair di Londra, Premio Laguna, Malamegi Prize. Dal 2018 ad oggi sto lavorando a diversi progetti fotografici a medio termine, “Primo amore” ancora in corso e già vincitore del Premio Ghergo 2020, dei FAPA Awards 2020. un altra mini serie ”The Gardens from the sky” che ha vinto il secondo premio al Life Framer International Award e premiato con Honorable Mantion al SIPA Awards di Siena 2020 e Honorable Mantion agli IPA Lucie Award 2019. Diverse riviste del settore hanno pubblicato le mie foto: Vogue, Il Fotografo Magazine, Musee Magazine, FotoIT, Inside Art, Kult Magazine, etc…

Durante il periodo di isolamento forzato dovuto alla pandemia da Covid_19, ho realizzato il progetto “I Giorni Necessari”. Il mio sguardo è privato, domestico, da una finestra, dal giardino di casa. Come un rituale, ho scritto pagine del diario e scattato foto fino all’ultimo giorno dell’isolamento, fino al 4 maggio quando è stato possibile far visita ai congiunti, sono corsa al camposanto da mia madre.

Per 56 giorni ho raccontato il mio mondo, familiare ed emotivo; quando lo sguardo fuori è limitato non si può far altro che guardarsi dentro.

 

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“7 SECONDS” – Foto distrutte per conservarne la memoria

La performance di un fotografo ritrattista pone l’accento sull’importanza di assaporare la bellezza prendendosi il giusto tempo per osservarla. L’era digitale, quella degli smartphone sempre connessi e dei social network, quella dove le informazioni sono accessibili h24, ci ha fatto fare indigestione di immagini che scorrono a ciclo continuo sulle nostre home page, un clic dopo l’altro, e la successiva ci fa dimenticare quella appena vista. Gattini, tramonti, selfie, fatti di cronaca e attualità, una bulimia fotografica che non ci lascia più il tempo per distinguere il bello dal brutto, l’arte dalla spazzatura.

Il fotografo napoletano Riccardo Piccirillo, RicPic il suo nome artistico, dieci anni di attività e tanti musicisti e attori che hanno scelto i suoi ritratti a rappresentarli, lancia www.7seconds.it, installazione artistica che segue le regole di questo mondo digitalizzato e poi le stravolge, per farci pensare, dopo soltanto sette secondi.  Tramite un semplice processo di selezione e distruzione, l’autore intende difendere apertamente l’importanza della memoria che, con l’aumentare del numero di fotografie scattate con gli smartphone, rischia di perdersi per sempre. Così, in www.7seconds.it, invita i visitatori di quello spazio a selezionare, da una griglia di foto da lui realizzate nel corso dei suoi dieci anni di attività, una o più di queste, che verranno visualizzate a schermo pieno solo per 7 secondi e poi si distruggeranno per sempre. Scomparire per trasformarsi in eternità, un po’ come per il ciclo vitale di ogni essere vivente, la cui esistenza acquista più valore proprio per la sua caducità

“La mia convinzione – afferma Piccirillo – è che se sapessimo di non poter mai più vedere una foto, ci verrebbe voglia di godercela e di conservarla. La bellezza va vissuta e 7 secondi sono una mia personale scommessa: puoi guardare un’immagine per quel tempo limitato, assaporandola, imprimendola nella tua mente, e ne conserverai per sempre il ricordo senza bisogno di possedere una stampa della stessa. Così, con l’attenzione, manterrai viva la memoria e l’emozione del momento. Preferisco che le mie fotografie vengano distrutte, piuttosto che restino inosservate in mezzo a miliardi di altre. Noi siamo fatti di ricordi, dobbiamo averne cura”.

7 seconds è il primo sito dove l’utente distrugge ciò che vede. Tecnicamente è basato sugli indirizzi IP, perciò le distruzioni rimarranno attive per sempre solo per il singolo visitatore. Il motore del sito, studiato “ad hoc”, prevede statistiche sulle foto più distrutte. RicPic pubblicherà in seguito le classifiche date dalle scelte dei visitatori.

Per il lancio di 7 Seconds, visibile dallo scorso 7 maggio, alcuni artisti fotografati da RicPic hanno lasciato un videomessaggio che ne ha accompagnato la nascita: https://youtu.be/he2usvUVvNg. Tra loro, Saturnino Celani, Cristina Donadio, Giovanni Block, Raiz, Sergio Maglietta dei Bisca, Dario Sansone dei Foja, Lorenzo Marone, Lino Vairetti, Fabrizio Poggi, Maldestro, Simona Boo, Emilia Zamuner, Greta Zuccoli, Annalisa Vandelli, Speaker Cenzou, Roberto Colella de La Maschera, Andrea Melis e Flo.   

“Ogni anno vengono scattate migliaia di miliardi di fotografie – afferma l’autore sul suo sito – la stragrande maggioranza con lo smartphone. Di queste, ne vengono stampate e conservate pochissime. Ho 12 album di famiglia di mio nonno che raccolgono i momenti più significativi della mia famiglia e della mia vita. Queste foto rappresentano la mia memoria, suscitano le mie emozioni e sono frutto di una selezione severa anche se naturale: “Questo era mio zio” dico a mio figlio sfogliando l’album, “questa la tua bisnonna e questo papà da piccolo”. Mio figlio invece avrà uno smartphone per fermare i suoi momenti e dopo avere fatto migliaia di foto difficilmente ne selezionerà qualcuna. Sarà Google piuttosto, a riproporgli le foto casualmente e senza criteri decisi da lui. Questa cosa mi lascia pensare: l’essenza della fotografia è la memoria e senza selezione rischiamo di perderla finendo per subire le immagini distrattamente invece di osservarle e conservarle. Perciò seleziona una mia foto. Con un clic avvii un processo di distruzione: sappi che la foto scelta vivrà solo per 7 secondi, il tempo massimo per imprimerla nella memoria. Voglio che sia tu a fare scomparire le mie foto. Voglio che sia tu a selezionarle per farne memoria”

Per altre informazioni: www.riccardopiccirillo.com