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Mostre – Stefano Torrione, “INTRA MONTES – La Valle d’Aosta in 30 Immagini”

Il fotografo valdostano Stefano Torrione dedica un’indagine alla sua regione e ai grandi tesori che racchiude per portarli in mostra nel cuore di una città. Dal 25 settembre al 25 ottobre 2020 infatti, la milanese via Dante si trasformerà in una galleria d’arte open-air attraverso l’esposizione di 30 immagini fotografiche scattate dall’autore come omaggio alle bellezze monumentali di cui la Regione Valle d’Aosta è ricca.

Il progetto espositivo – promosso dalla Regione autonoma Valle d’Aosta e inserito nel programma espositivo annuale della Soprintendenza per i beni e le attività culturali, nonché patrocinato dal Comune di Milano – si propone di far conoscere a un ampio pubblico, valorizzandoli, i siti più importanti dal punto di vista storico, culturale e architettonico presenti in questa regione incastonata nel cuore delle Alpi, “Intra Montes” appunto, dal latino “dentro le montagne”. 

Nel 2018 Torrione firma un servizio per la prestigiosa rivista National Geographic Italia dedicato alla Valle d’Aosta romana e INTRA MONTES – La Valle d’Aosta in 30 Immagini rappresenta l’ideale continuazione di quel reportage. L’obiettivo della mostra infatti è quello di approfondire e dare spazio, attraverso un lavoro di ricerca per immagini, all’immenso valore e all’infinita bellezza delle tante opere monumentali perfettamente conservate nella Regione, vere meraviglie dell’arte romana custodite in un ambiente duro e difficile come quello di una regione alpina di alta quota qual è la Valle d’Aosta: “Ho redatto una lista di 30 “capolavori” dell’Umanità senza che questi siano iscritti in alcuna lista dell’Unesco – dice il fotografo – 30 siti archeologici per rappresentare una regione nella sua completezza”. 

Per immortalare i grandi tesori della Regione – da quelli più conosciuti a quelli nascosti – Torrione ha scelto di utilizzare il linguaggio del reportage e le sue fotografie non sono mai statiche “cartoline” dei monumenti, ma immagini che fanno vivere i luoghi scelti, catturati in speciali momenti dell’anno e attraversati dall’umanità di chi li frequenta, calcando le “antiche pietre” sia nel proprio quotidiano che durante momenti di festa. Ecco allora apparire la ritualità, la tradizione popolare di una regione ricca non solo di monumenti, ma anche di cultura e di vita, secondo un approccio che è già stato il fil rouge dell’esposizione ALPIMAGIA. Riti, leggende e misteri dei popoli alpini, curata dallo stesso Stefano Torrione con Daria Jorioz e realizzata al Museo Archeologico Regionale di Aosta nell’inverno 2016-2017, che attualmente è allestita a Bolzano. 

È attraverso questa chiave di lettura che Torrione in INTRA MONTES – La Valle d’Aosta in 30 Immagini ritrae un’attrice mentre legge la Medea nel grandioso Teatro Romano di Aosta costruito alla fine del I° secolo d.C.; o un gruppo folk mentre sosta sul ponte che conduce al Forte di Bard, il complesso monumentale sede del Museo delle Alpi; o ancora, un anziano viticoltore mentre rientra camminando sull’antica Strada Romana delle Gallie, dove nel selciato sono ancora evidenti i segni del passaggio dei carri. 

La parola chiave della mostra è unicità, rappresentata da immagini dal forte impatto visivo, originali e in grado di colpire e incuriosire chiunque le guardi. Questo patrimonio iconografico sarà esposto nel centro di Milano, in quella Via Dante che collega il Duomo con il Castello Sforzesco e che ogni giorno viene percorsa da turisti, cittadini e pendolari e che per un mese, anche di notte – grazie a un impianto di illuminazione hi-tech alimentato da pannelli fotovoltaici – sarà visibile 7 giorni su 7 e h 24, raccontando le meraviglie più nascoste e più preziose della Regione Valle d’Aosta. 

Stefano Torrione valdostano di nascita e milanese di adozione, dopo la laurea in Scienze Politiche si dedica alla fotografia. Professionista dal 1992, inizia la carriera a Epoca e vince nel 1994 ad Arles (Francia) il Premio Kodak Europeo Panorama. Si dedica poi al reportage geografico ed etnografico viaggiando negli anni in molti paesi del mondo e pubblicando servizi su numerose riviste italiane e straniere tra cui Geo, Bell’Italia, Meridiani Montagne e National Geographic Italia. Negli ultimi anni ha lavorato principalmente a progetti fotografici a lungo termine realizzando un altro grande progetto sulle Alpi esposto nella mostra del National Geographic La Guerra Bianca allestita al Forte di Bard nel 2018, a Milano nel 2017 e a Trento nel 2016. Ha recentemente fondato una propria casa editrice. www.stefanotorrione.com 

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Mostre – Enrica Gjuzi, Svestirsi

Riprendono a Istituto Italiano di Fotografia, via Enrico Caviglia 3 a Milano, le mostre appartenenti alla rassegna fotografica “Venti Rosa. Nuovi sguardi femminili sul contemporaneo”, ciclo di esposizioni inserite nel palinsesto “I Talenti delle donne” promosso dal Comune di Milano per l’anno 2020.  che sono l’occasione per dare visibilità a nuovi punti di vista originali e alle sensibilità proprie dell’universo femminile. Sono dedicate ai progetti inediti di talentuose autrici neo diplomate all’Istituto e raccontano condizioni, percorsi e aspettative dell’esistenza umana.

Dopo lo stop obbligato dettato dall’emergenza sanitaria che ha interrotto la rassegna al primo appuntamento, Istituto Italiano di Fotografia ha calendarizzato nuovamente gli appuntamenti a partire da settembre 2020, prevedendo la partecipazione delle mostre al palinsesto del Milano Photofestival 2020.

La rassegna riprende giovedì 17 settembre 2020 alle ore 18:30 con l’inaugurazione della mostra Svestirsi di Enrica Gjuzi, che resterà visitabile fino al 28 settembre.

“Un racconto intorno all’identità sessuale, tematica data per scontata ma che ancora oggi crea incomprensioni e pregiudizi”.

 

Biografia

Enrica Gjuzi nasce a Sant’Elpidio a Mare nel 1997, dove frequenta il Liceo Artistico.

Dopo l’arte comincia ad appassionarsi alla fotografia, diplomata arriva a Milano dove frequenta l’Istituto Italiano di Fotografia, come studentessa e assistente.

Terminato il percorso di studi, lavora e manda avanti alcuni dei suoi progetti personali, alcuni intimi concentrati sul rapporto umano, altri sul rapporto uomo natura.

Enrica ci presenta il suo progetto “Svestirsi” dove affronta l’argomento dell’identità sessuale, intesa come infinita e mutabile, formata da strati differenti di verità e lati nascosti dove cerca di mettere a nudo il lato emotivo e non solo fisico.

 

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Portfolio – Marco Merati, “1000 metri da casa”

1000 METRI DA CASA
Questo progetto fotografico nasce dal tempo, dalla sorpresa di camminare lentamente per le vie di un quartiere che dovrei conoscere bene, considerato che ci abito da sette anni. E che invece, ho sempre vissuto di fretta. Viviamo veloci e non abbiamo tempo di fermarci a guardare quello che abbiamo intorno. Quando lo facciamo, ci stupiamo delle molte cose che ci passano davanti e che neppure vediamo. Succede con le strade, ma immagino che sia così anche con le persone che incontriamo sul nostro cammino. Ho imparato ad osservare lentamente, ad avere tempo, a ritornare più volte negli stessi luoghi e nelle stesse strade, sullo stesso angolo di strada, scoprendo sempre punti di vista differenti e angolazioni nuove. Ho cominciato a portarmi la macchina fotografica, in una tracolla, come se non ci fosse e, camminando e osservando lentamente, ho iniziato a fotografare. Le strade che avevo percorso mille volte acquistavano un aspetto nuovo. Un muro di mattoni, un giardino, una vecchia fabbrica, un grande viale, un cancello chiuso, uno spazio abbandonato, un’architettura moderna. Ho passato un mese così, poi è cresciuta la curiosità di scoprire di più. Allora sono entrato all’interno di vecchie fabbriche, di capannoni in disuso, in aree chiuse e abbandonate, nel grande bosco della Goccia, sono salito sui gasometri per ammirare il paesaggio e sono entrato in decadenti palazzotti di inizio ‘900, con enormi turbine, dove gli zingari avevano lasciato un segno del loro passaggio, negli spazi del Politecnico, in uffici di spedizionieri. Ho conosciuto tanta gente che mi ha arricchito. Vagabondi, ex operai della Montedison, proprietari di antiche fabbriche che hanno resistito al tempo, ingegneri nostalgici, rom, studenti fuori sede del Politecnico, immigrati, comitati di lotta, genuine signore milanesi dai ricordi ancora vividi, scultori ed artisti che hanno arricchito di opere d’arte un luogo sconosciuto. Mi sono spostato di solo un chilometro da casa mia ed ho scoperto il mondo. Forse è un mondo un po’ decadente per alcuni, troppo cittadino o metropolitano. Ma la poesia è ovunque. Se solo camminassimo sempre un po’ più lentamente…

BOVISA o del nessun luogo
Il progetto fotografico nasce con l’dea di cristallizzare il paesaggio e le trasformazioni urbane di un quartiere, attraverso una ricerca fotografica di luoghi e di simboli che consumiamo quotidianamente, senza però coglierne l’essenza sociale e il valore storico. Le grandi fabbriche di un tempo, amate da Testori, da Luchino Visconti e Le Corbusier, ritratte da Sironi, sede di cultura del lavoro e lotte operaie, hanno lasciato profonde cicatrici nel territorio: luoghi senza nome, capannoni silenziosi, cancelli chiusi sul vuoto e muri di cinta innalzati sul nulla. Le architetture industriali sono a ricordarci il tempo passato, come le vecchie
cascine, che a dispetto di ingombranti e colorati palazzi, sembrano quasi indifferenti al passare del tempo. Nella chiesa della Bovisa, a lato dell’altare maggiore, è quasi nascosto un affresco sacro, dove alle spalle di una Madonna in preghiera si riconoscono le ciminiere delle vecchie fabbriche della zona. Simbolo di un legame inscindibile tra la sacralità e la cultura del lavoro, che qui è sempre stato presente.
Un angolo di Milano che offre sorprendenti contrasti urbanistici, un paesaggio urbano unico in continua trasformazione, eppure immobile nelle sue contraddizioni e nelle sue dissonanze. Un luogo sospeso tra memoria e riscatto, in bilico tra passato e futuro dove il tempo sembra scorrere in modo circolare. Un luogo costellato di non luoghi. Il profondo processo di recupero edilizio di ampi insediamenti produttivi si mescola ancora con le poche architetture di un’archeologia industriale che, con le ciminiere delle vecchie fabbriche abbandonate, gli scheletri delle officine e dei gasometri dismessi, resistono schiacciati tra la ferrovia e la circonvallazione. Le scellerate decisioni di varie giunte comunali che si sono susseguite negli ultimi trent’anni hanno cancellato un patrimonio culturale, sociale e architettonico unico.
Nei luoghi dove si ergevano grandi fabbriche ora resta il vuoto. E con il vuoto si cancella la memoria. Intanto, la riqualificazione urbana avanza colorata e prepotente, come a scrollarsi di dosso la polvere dell’indifferenza, del declino. E da qui riparte la mia ricerca fotografica: una narrazione visuale per riscoprire il passato e fissare su una stampa il presente, in un dialogo onirico con il futuro.

Biografia

Marco Merati è nato a Milano. Terminati gli studi di fotografia, inizia a lavorare come assistente in diversi studi fotografici che si occupano di fotografia industriale e pubblicitaria. Contemporaneamente inizia a collaborare con studi di architettura e imprese di costruzioni. Pubblica su riviste del settore ( Costruire, VetroSpazio, Abacus) e realizza diverse brochure di presentazione per imprese ed architetti. Pubblica anche su” l’Arca” e “Ville e Giardini” La passione per l’architettura lo spinge a ritrarre vari luoghi di Milano realizzatI in grande formato, e una serie di fotografie  vengono esposte nel 1995 alla galleria “Il Diaframma” di Lanfranco Colombo nell’ambito di un concorso per giovani fotografi. Da oltre vent’anni lavora nel turismo.

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Mostra – Gianmarco Maraviglia, “Under Covid”

Apre il 15 settembre, presso l’associazione culturale Zona K via Spalato 11, a Milano, la personale di Gianmarco Maraviglia a cura di Chiara Oggioni Tiepolo. La serie di fotografie esposte racconta il tempo sospeso del lockdown e la conseguente riapertura, in una narrazione a metà fra il racconto intimo e l’indagine fotogiornalistica, pur evitando la dimensione più dettagliata della malattia. Ma anche lui si è ritrovato di fronte al dilemma del “disallineamento”. Come rappresentare e sintetizzare dunque visivamente il cambio di piano sequenza del reale che le nostre esistenze hanno subito? Nasce così il glitch, l’errore di sistema. Immagini di “matrixiana” suggestione che lasciano aperto un interrogativo sul nostro futuro prossimo.

E’ come se qualcosa si fosse inceppato e poi rotto. Rotto il tempo, la realtà, le abitudini. Il senso di libertà, la leggerezza, una certa arroganza nel dare per scontata la vita, perfino. Quella vita. Poi è arrivato il giorno in cui è cambiato tutto. Stroncata la spensieratezza, annullata una gestualità tipicamente italica, spazzato via lo scorrere “normale” delle consuetudini e delle giornate. Ci si è scoperti vulnerabili, l’universo tutto da conquistare si è rimpicciolito fino a entrare
all’interno delle pareti domestiche. Polverizzate le certezze, spogliate le impalcature, ci si è stretti alle uniche sicurezze ancora solide.
Si è aspettato, come se fossimo rinchiusi in un bunker, che un’entità altra ci desse nuovamente il via libera. Si è affidata la nostra esistenza prima a un bollettino, poi alle tecnologie. La parola “controllo” ha assunto le tinte rassicuranti di un mantello di protezione. E infine la riapertura. Evviva. Ecco dunque tutti riversarsi in strada, con la fretta e l’urgenza di riappropriarsi del tempo che fu, la necessità quasi fisica di convincersi che fosse tutto finito, passato, pronto a essere dimenticato. Eppure. Abbiamo fatto finta che non fosse successo niente, volevamo che non fosse successo niente. Ma qualcosa continua a non funzionare. Ed è solo adesso, probabilmente, ora che le emozioni si depositano e sedimentano, che abbiamo il coraggio e la lucidità di comprendere quanto davvero quella frattura del normale si sia fissata dentro di noi in maniera irreversibile.

Inaugurazione – 15 settembre 2020, ore 19. Aperta fino al 24 settembre

Orari: da martedì a domenica 17.00 – 21.00, lunedì 17.00 – 19.00. Ingresso gratuito contingentato a max 20 persone contemporaneamente
ZONA K è un’associazione culturale con attività riservate ai soci. Per accedere alla mostra
occorre inviare la richiesta tesseramento almeno 24 ore prima sul sito www.zonak.it, costo tessera € 2,00.

INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI:
ZONA K – Via Spalato 11 – 20124 Milano
biglietti@zonak.it |T. 02.97378443 – CELL: 393.8767162 (da lunedì a venerdì dalle 10.00 alle
19.00)
www.zonak.it

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Una mostra e un workshop dedicati a Milano

Nell’ambito di “Photo Week”, grande evento diffuso che chiude il 17 giugno, promosso da AIF, Associazione Italiana Foto & Digital Imagin e tutto dedicato alla fotografia ospitata in diversi spazi milanesi, Panasonic sponsorizza una mostre e un workshop in collaborazione con due bravi autori.
A Palazzo Castiglioni, corso Venezia 47, è allestita l’esposizione “Milano, città che sale”, in collaborazione con i fotografi Giorgio Galimberti e Daniele Barraco, che raccogli venti scatti di paesaggio urbano e otto ritratt. Rimarrà aperta fino al 17 giugno, da lunedì a venerdì dalle 8.30 alle 18.00.

Sempre nella stessa location, il 14 giugno, dalle 14 alle 18 si svolgerà il workshop “Visite urbane” con Giorgio Galimberti, fotografo professionista e Lumix Ambassador Europeo, sul tema della street photography: “Visioni urbane”. Sarà composto da uno spazio di approfondimento culturale sulla semantica fotografica, seguito da una sessione di pratica per le vie del centro di Milano.
Per iscriversi al workshop sarà sufficiente visitare la sezione dedicata sul sito www.panasonic.it sul quale sarà creata una landing page dedicata tra il 20 ed il 25 maggio: le iscrizioni sono aperte per un massimo di 20 partecipanti.

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Milano Photo Week, bella rassegna sulla fotografia d’autore

Apre lunedì, per proseguire fino al 9 giugno, la Milano PhotoWeek, un palinsesto diffuso che coinvolge ogni quartiere del capoluogo lombardo per tutta la settimana, promosso e coordinato da Comune di Milano – Assessorato alla Cultura in collaborazione con ArtsFor_ su una delle passioni più coinvolgenti di questo tempo: la fotografia, appunto.

Ogni giorno sarà disponibile un calendario di appuntamenti speciali che suscitano ormai grande interesse, appositamente ideati per MPW, a cui si aggiunge un’intensa programmazione di iniziative raccolte tramite open call, per un reale coinvolgimento di cittadini e visitatori.

Tra gli altri: un progetto speciale del maestro Gianni Berengo Gardin, che, per la pagina instagram @milanophotoweek, ha messo a disposizione una selezione di suoi scatti dedicati alla città di Milano degli anni Sessanta e Settanta. Le immagini vengono pubblicate alternandole a una serie dedicata allo stesso tema e realizzate da giovani fotografi selezionati da “Perimetro”. Milano A/R è un confronto tra un grande maestro e una nuova generazione che permette di raccontare il cambiamento di una città, della società, delle abitudini.

Tra i tanti appuntamenti:

martedì 4 giugno, ore 21.15, proiezione e introduzione di Luca Bigazzi
BLOW UP – EDIZIONE RESTAURATA
Il Cinemino, via Seneca 6
Il film è preceduto da un’introduzione del direttore della fotografia Luca Bigazzi che ne ha supervisionato il restauro. Proiezione in lingua originale sottotitolata in italiano. Ingresso a pagamento con tessera, info: www.ilcinemino.it

mercoledì 5 giugno, ore 7.00 – 22.00 (aperta fino al 9 giugno), mostra
IL MARE CHE VORREI
Rotonda della Besana, via Besana 12
Un percorso fotografico ambientato nelle profondità degli oceani, con il supporto di La Mer, in collaborazione con MUBA – Museo dei Bambini Milano e Underwater Photographer of the Year 2019. Nato nel 1965, UPY è il più prestigioso concorso fotografico con l’obiettivo di celebrare il mondo sottomarino. In occasione di MPW, Rotonda della Besana accoglie un racconto per immagini che mostra la natura, le meraviglie degli abissi, il rapporto con l’uomo e i pericoli ai quali stanno andando incontro i mari. Ingresso gratuito.

giovedì 6 giugno, ore 21.00 – 23.30, incontro
SIMENON 30 ANNI DOPO
Frigoriferi Milanesi, via Piranesi 10
Simenon reporter e fotografo: Diego De Silva e Giorgio Pinotti parleranno del libro di reportage di Simenon: Il mediterraneo in barca (1934); Giacomo Papi e Francesco M. Cataluccio mostrano e raccontano alcune foto scattate da Simenon. Ingresso gratuito.

giovedì 6 – sabato 8 giugno, 20.30 – 21.30, performance
LORO (THEM)
Teatro Burri, Parco Sempione
Loro (Them) è un’installazione multimediale e aerea di Krzysztof Wodiczko, artista polacco di fama internazionale, che utilizzando i droni e sfruttando le tecnologie più all’avanguardia, dà voce a migranti, rifugiati politici e cittadini emarginati per esplorare le complessità della loro vita nella società odierna. La performance si ripeterà ogni giorno dal 6 all’8 giugno. Accesso gratuito.

domenica 9 giugno, ore 10.45, proiezione
“INTERNAZIONALE”: IL GIORNALE SULLO SCHERMO
Il Cinemino, via Seneca 6
“Internazionale” propone una selezione di portfolio, come il progetto Life, Still di Alessio Romenzi, che ha lavorato a lungo in Siria alla ricerca delle tracce di vita tra paesaggi di distruzione. Camillo Pasquarelli ha invece documentato i segni lasciati dalle forze di sicurezza sul corpo di uomini e donne in Kashmir. La fotografa olandese Ilvy Njiokiktjien ci porta in Sudafrica per conoscere i desideri e le difficoltà dei giovani “nati liberi”, dopo la fine dell’apartheid. Ilaria Di Biagio ha viaggiato nei mari del Nord alla scoperta delle ipotetiche origini baltiche dei poemi omerici. Andrea & Magda seguono da anni la costruzione di Rawabi, una cittadina in Cisgiordania pensata per i palestinesi benestanti, che per ora è semidisabitata e sembra una città fantasma. Dall’altra sponda dell’Atlantico, Nicola Lo Calzo racconta l’eredità della rivoluzione haitiana, nata da una rivolta di schiavi. E poi, cosa può comprare da mangiare una persona che vive sulla soglia di povertà? Lo spiegano il fotografo Stefen Chow e l’economista Huiyi Lin. Le fotografe Bénédicte Kurzen e Sanne De Wilde, infine, hanno cercato di capire cosa vuol dire essere gemelli in Nigeria, dove i gemelli possono essere maledetti o venerati. Introduzione di Daniele Cassandro, “Internazionale”.
Ingresso gratuito con tessera obbligatoria, info: www.ilcinemino.it

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Il futuro di Sony alla Design Week di Milano

Immaginate un mondo in cui l’intelligenza e la tecnologia sono integrate nella vita di ogni giorno. Questo è “Affinity in Autonomy”, nuovo progetto di Sony che suggerisce un nuovo sguardo alla relazione tra esseri umani e robot esposto allo Spazio Zegna, Via Savona, 56/A, Milano, fino al 14 aprile. L’esposizione analizza l’emozione, la relazione e il comportamento dei robot, nonché il modo in cui gli esseri umani possono interagire e co-esistere con gli stessi oggi e in futuro, e considera l’impatto sui sensi attraverso la tecnologia. Dal lancio del primo Entertainment Robot, ‘AIBO’, nel 1999, Sony ha continuato ad approfondire e accrescere la propria conoscenza e comprensione in ambito di Intelligenza Artificiale e Robotica.

La visione di Sony sulla robotica è “umanista”, ha progettato macchine in grado di arricchire le nostre vite e guardare alle relazioni che queste nuove tecnologie possono favorire, perché sono “capaci di provare emozioni”. L’obiettivo è quello di mostrare come cambia il nostro approccio: quando gli uomini capiscono che gli “amici robot” sono “vivi”, allora iniziano a provare un senso di affinità nei loro confronti e abbassano le loro difese provando empatia.

Il percorso espositivo permette ai visitatori di attraversare diverse “zone” sensoriali alla scoperta di cinque interazioni chiave tra esseri umani e robot:

1. Awakening: la prima zona intensifica la consapevolezza sensoriale attraverso la quale i visitatori fanno esperienza di un nuovo tipo di intelligenza, che si rivela sulle pareti attraverso luci e suoni e che li guida verso un futuro in cui viene rivelato come gli esseri umani interagiranno con i robot in modi inaspettati e imprevedibili

2. Autonomous: questo ambiente esplora l’indipendenza e la reazione spontanea dei robot attraverso un braccio meccanico che assume il centro della scena: gli ospiti vengono rilevati autonomamente dal braccio nel momento in cui entrano. Ciò può portare i visitatori a porsi delle domande su ciò che provano e su come reagiscono a questa situazione.

3. Accordance: si passa poi a una zona abitata da “sfere”, ognuna con una propria personalità distinta. Le sfere interagiscono, cooperano e agiscono in armonia tra di loro. I movimenti imprevedibili di questi robot possono dare vita alla creazione di comunità.

4. Affiliation: attraverso l’interazione continua con gli esseri umani, i robot evolveranno sia dal punto di vista intellettuale sia da quello emotivo – cosa di cui si potrà fare esperienza in quest’area. Incominciando a intuire questa relazione simbiotica, gli ospiti potranno immaginare un futuro in cui i robot sembreranno più “vivi”.

5. Association: nei prossimi anni, i robot avranno un ruolo essenziale nelle nostre vite, nella società e nelle infrastrutture. Nell’ultima parte del viaggio proposto dall’esposizione, sarà chiesto ai visitatori di esprimere i propri pensieri sul futuro dell’affinità in autonomia con i robot.

Yutaka Hasegawa, Head del Creative Center ha commentato, “‘Affinity in Autonomy’ mostra l’evoluzione della relazione tra esseri umani e tecnologia: uno sguardo su come potrà essere il futuro dell’Intelligenza Artificiale applicato alla Robotica, alla scoperta dell’intelligenza e delle emozioni dei robot. Dall’anno della sua fondazione nel 1961, Sony è stata all’avanguardia nel campo del design e dell’innovazione, in linea con i principi dei propri fondatori esplicitati in “fare ciò che non è mai stato fatto prima” ed “essere sempre un passo avanti.

Dal lancio del primo Entertainment Robot, ‘AIBO’, nel 1999, Sony ha continuato ad analizzare e accrescere la propria conoscenza e comprensione in tema di Intelligenza Artificiale. La mostra affonda le radici nelle credenziali di Sony in questo ambito: evoluzione, emozione e comportamento dei robot suggeriscono una capacità di apprendimento, crescita e sviluppo, in cui la relazione di “amicizia” con gli esseri umani gioca una parte importante.”

Titolo: ‘Affinity in Autonomy’

Dove: Spazio Zegna, Via Savona, 56/A, Milano, Italy

FIno al 14 aprile

Dettagli: sito internet: sony.net/AiA/

Instagram: www.instagram.com/sonydesign_official/

www.sony.net/design

Principali tecnologie utilizzate per l’esposizione:

Nella mostra “Affinity in Autonomy”, sono state utilizzate le tecnologie all’avanguardia dei sensori di immagine di Sony. Camere stereo con sensori d’immagine Time-of-Flight retroilluminati e sensori CMOS per applicazioni di rilevamento equipaggiati con global shutter rendono possibili nuove esperienze interattive, attraverso la percezione dell’ambiente circostante tra uomini e i robot.

– Sensori d’immagine Time-of-Flight retroilluminati

Con la tecnologia ToF viene misurata la distanza da un oggetto attraverso il tempo in cui la luce proveniente da una fonte luminosa raggiunge l’oggetto e la riflette al sensore. I sensori d’immagine ToF rilevano le informazioni sulla distanza per ciascun pixel, consentendo la creazione di mappe di profondità estremamente accurate. Il nuovo sensore, che adotta l’architettura del sensore d’immagine CMOS retroilluminato, consente una rilevazione più accurata della luce riflessa, grazie a una migliorata sensibilità del sensore.

– Sensori d’immagine CMOS per applicazioni di rilevamento con funzione di global shutter (IMX418)

Il nuovo prodotto trae forza dai vantaggi del sensore d’immagine CMOS equipaggiato con una funzione di global shutter senza distorsione sul piano focale, con minor consumo energetico. Questo prodotto impiega un angolo di visione con un rapporto di 1:1, che minimizza la perdita di informazione dovuta all’inclinazione del dispositivo, sia che la camera sia montata davanti, dietro, sopra, sotto, a sinistra o a destra di un HMD, drone o robot autonomo.

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Nasce Noc Sensei – Portale multidisciplinare per la buona Fotografia

Partiamo col dire che cosa sia New Old Camera, ammesso di esserne capaci. La banalizziamo, così si capisce di più: si tratta di un negozio che vende “ferro”, fotocamere e accessori, vecchi e nuovi. Si trovano a Milano, in via Dante 12, per esser più precisi fa da collettore per fotografi e appassionati di materiale nuovo e usato che convogliano qui anche solo per l’assistenza, per un consiglio, una chiacchierata, uno scambio di prodotti e opinioni con chi certamente ne sa. Una volta ci ho trovato dentro clienti dall’Iran, a sottolineare la visione piuttosto internazionale del suo incredibile proprietario, il signor Ryuichi Watanabe. Un giapponese, sotto la Madunina da decenni, che trattiene i clienti e li fa tornare anche solo per la simpatia che sprigiona il suo volto. Che EyesOpen! sia da sempre amico di New Old Camera è cosa nota: ci hanno ospitati, venduti, raccontati sul loro seguitissimo canale youtube. Ora il negozio di fotografia più accogliente d’Italia ha deciso di fare un grande salto nell’etere, per essere ancora più vicino ai suoi clienti e trovarne di nuovi e, soprattutto, per fare cultura, tema tanto caro al signor Watanabe che si è sempre speso anche per organizzare convegni, eventi, mostre, talk e incontri intorno all’arte fotografica. Sostenuto dal suo stretto collaboratore e factotum, Giordano Suaria, ha aperto da qualche settimana un nuovo portale dove anche io pubblico contenuti. Si chiama NOC SENSEI, il “Chi siamo” recita così:

Sensei (先生 lett. “persona nata prima di un’altra”, pron. [‘sen.seː]) è un termine giapponese che ha spesso l’accezione di “maestro” o “insegnante”. Il termine viene spesso erroneamente pronunciato con la i finale, quando in realtà quella non è altro che un allungamento dell’ultima e, che quindi andrebbe pronunciata “sensee”.
NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia.
Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti.
Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori.
Queste le firme: Maurizio Vagnozzi, Marco Cavina, Giuseppe Ciccarella, Massimiliano Terzi, Raffaela Lepanto, Barbara Silbe, Gloria Daluiso, Claudio Trezzani, Ryuichi Watanabe.
E le collaborazioni: Gerardo Bonomo, Ugo Marinelli, Giulia Bianchi, Gabriele Lopez, Roberto Mutti.
In redazione: Giordano Suaria, Michela Avanti.
Si naviga su NOC SENSEI per informarsi, per imparare, seguire un corso, controllare i nuovi prodotti e approfondirne l’uso, ma anche leggere la recensione a una mostra o vedere un’intervista video a un esperto del settore o a un grande autore. Collabora con questo spazio perfino un’avvocato del lavoro, che vi illuminerà sui diritti di chi pratica la fotografia, e sui vostri doveri. La differenza è che ora la bravura di New Old Camera e dei suoi collaboratori sarà disponibile anche a utenti di altre regioni italiane o, perché no, oltreconfine. Il progetto è ambizioso ed è già decollato. I numeri degli accessi al sito sono importanti, le risposte sui canali social danno loro ragione: sollecitare l’interesse trattando argomenti utili, validi, colti, fa tornare la voglia di fotografia. Quella buona.
(Barbara Silbe)
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Libri – Massimo Tramontana, Come Una Bella Anima

Il debutto artistico di Massimo Tramontana, imprenditore con la passione per la fotografia,avviene per mezzo di un libro dal titolo Come una bella anima che fino a pochi mesi fa era solo un progetto sognato da molto tempo, ma mai concretizzato. La decisione di realizzarlo è scaturita da un nobile scopo, una spinta di quelle che riempiono il cuore e contribuiscono a dare più senso alla vita: supportare l’Associazione CAF, Onlus che accoglie e cura bambini e ragazzi vittime di abusi e gravi maltrattamenti donando i proventi delle vendite della pubblicazione e delle iniziative a esso correlate.

Come una bella anima è è l’acronimo di Cuba, ma è anche e soprattutto il riferimento alla bellezza dell’anima dei bambini. Bambini a cui l’autore dedica il suo lavoro e il suo coinvolgimento. Le pagine raccolgono una sequenza di immagini ambientate nell’isola caraibica che colgono istanti della quotidianità, espressioni e sentimenti di persone vere. Un viaggio reale e interiore che accompagna l’osservatore dentro una Cuba lontana dagli stereotipi. La destinazione però è un pretesto, un’opportunità per guardare alla realtà con occhi diversi.

“Partivo senza meta, aspettando che la strada me la indicasse. Volevo che fosse lei, la Isla, a ispirarmi. A me toccava capire cosa volesse propormi. Sono rimasto in attesa. In attesa di segnali profondi”.

Il libro è stato presentato lo scorso giovedì a Milano, presso la Galleria Wunderkammer in via Ausonio 1/A, dove è allestita anche la mostra. Il libro e le opere in mostra sono acquistabili in loco e il ricavato sarà devoluto all’Associazione CAF Onlus che dal 1979 accoglie e cura in maniera specifica e professionale bambini e ragazzi allontanati dal proprio nucleo familiare a causa di abusi e gravi maltrattamenti, con l’obiettivo di spezzare la catena che troppo spesso trasforma i minori vittime di violenza in adulti violenti o trascuranti. Nel tempo, accanto al lavoro con i minori e in risposta ai bisogni del territorio, l’Associazione ha sviluppato anche servizi specifici di prevenzione dell’abuso e del maltrattamento infantile e interventi di supporto alle famiglie dei minori accolti e alle famiglie affidatarie. Dalla sua fondazione ad oggi, l’Associazione CAF ha accolto e curato oltre 1000 minori e offerto un importante sostegno a tante famiglie in crisi.

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Giancarlo Vaiarelli, stampatore tra chimica e magia

Giancarlo Vaiarelli è un platinotipista. The Platinotypist, come si definisce lui stesso usando l’inglese, custode di un’arte antica e misteriosa che trasforma una fotografia in un’opera eterna. Fa lo stampatore a Milano e a breve traslocherà lo studio per cambiare registro, pur restando fedele alla tradizione e alla sua cifra stilistica. Nella sua lunga carriera di fotografo e stampatore ha girato il mondo per raggiungere un livello di specializzazione quasi unico al mondo. Lavora utilizzando un metodo poco usato a causa degli alti costi delle materie impiegate, ma che dà risultati incredibili con toni, definizione e contrasti eccezionali. Vaiarelli la applica da oltre 35 anni e rende immortali le immagini grazie a una soluzione a base di platino e palladio che lui stesso procura, produce e stende sulla carta col pennello per sensibilizzarla. Il suo laboratorio è una camera oscura al passo coi tempi, dove oltre a ingranditori e vaschette si trovano pipette, alambicchi, vetrerie ed elementi come il potassio ossalato, l’ammonio citrato e il sale bisodico che gli servono per lavorare sulle opere. Se vai a trovarlo, quell’odore che ti avvolge ti dice subito che lì dentro vige l’obbligo di sapere cosa si sta facendo e come. Lui ha radici che affondano nelle tradizioni antiche, ma è proiettato nel futuro con una contemporaneità che in molti dovrebbero invidiargli. Ti parla per formule chimiche e ci metti un po’ a capire, aspetti mentre applica la sostanza sul foglio, ma poi tutto si fa chiaro quando l’immagine impressa sulla carta cotone, dopo vari passaggi nei liquidi e un’asciugatura, affiora come su una tela di Caravaggio, piena di luce e particolari che da principio neanche avevi visto.

L’uso della platinotipia richiede in effetti un’adeguata preparazione nel campo della chimica e un bel po’ di esperienza, che lui ha fatto in grandi studi internazionali. Il suo interesse per la fotografia iniziò in giovane età e a Roma faceva il reporter finché, agli inizi degli anni Ottanta, si trasferì a Londra per specializzarsi come fotostampatore nel laboratorio di Joe’s Basement e poi al Metro Photographic e allo Studio Roberto’s. Rimase talmente affascinato dall’uso del platino e palladio che volle trasferirsi in America per approfondire e divenne allievo del fotografo e stampatore Dick Arentz. Oggi Vaiarelli tiene workshop e lezioni a studenti in tutta Italia e fa parte di un team di professionisti che realizzano progetti artistici, sviluppano film e lastre di grandi dimensioni, stampe da file digitali o analogiche tradizionali con ingranditore e carte baritate ai sali d’argento o, in alternativa, ai trattamenti più sofisticati e costosi che utilizzano il platino palladio. La resa, in termini di dettagli, di nitidezza, di profondità e toni di grigio, è impagabile. La durata di un lavoro simile è praticamente eterna e non varia nel tempo, per questo è tanto usato dai fotografi che operano in campo artistico e altrettanto richiesto nel circuito di gallerie d’arte e musei che hanno necessità di archiviazione e conservazione delle opere. Si rivolge a un pubblico colto, abituato al collezionismo, che ne possa comprendere costi e valore. Dietro ogni grande artista fotografo c’è sempre un grande stampatore. A dimostrazione del fatto che, oltre a saper scattare, comporre, vedere e progettare un racconto per immagini, serve qualcuno che sia in grado di confezionarlo e farlo vivere per sempre. Stiamo facendo un discorso difficile, perché siamo ormai tutti abituati a questo mondo digitale fatto di pixel e condivisioni in rete che i social hanno sdoganato, ma la fotografia, per non scomparire dai nostri hard disk e cellulari, ha bisogno di essere stampata nel miglior modo possibile. Non pensate ai selfie o allo scatto della pizza che avete davanti per cena, quella è comunicazione, non meditazione e neanche arte. Il discorso è differente se abbiamo a che fare con i ricordi di famiglia, con quelli del nostro ultimo viaggio o con un paesaggio incantato, e questa necessità aumenta quando si tratta di produrre mostre di autori quotati sul mercato di questa giovane arte. All’estero lo hanno compreso meglio di noi, ma in Italia ci sono ancora galleristi che non sanno districarsi nel vasto, misterioso mondo della stampa fine art e questa lacuna li penalizza rispetto ai concorrenti.

Per maggiori informazioni, trovate Giancarlo qui

Linke Lab –

Via Avancinio Avancini, 8

20142 Milano (a 50m dalla M2 Abbiategrasso – tram 3 – 15 – bus 65 – 79)
tel. 02.27014500; 3338216639. Email: platinoprints@gmail.com

(Barbara Silbe)